La
Cina postmaoista è giunta al suo undicesimo piano
quinquennale,
facendo registrare i ben noti, straordinari profitti, nonostante la
recente crisi borsistica che ha colpito le piazze del Far East. Tra i
punti fondamentali del suddetto piano vi è il mantenimento
di
una crescita media pari al 7,5% annuo sino al 2010. Un obiettivo che il
premier Wen Jiabao intende conseguire a tutti i costi, anche
utilizzando i mezzi meno ortodossi.
Dietro il «fenomeno» produttivo cinese non si cela
soltanto
l’evidente capacità del governo di Pechino di
metabolizzare e utilizzare i dettami di una politica liberista a dir
poco spregiudicata – mutando
«geneticamente»
un’economia statalista in capitalista, seppur sotto stretto
controllo centrale – ma anche quella di avere riscoperto un
sistema infallibile atto a contenere i costi di produzione e quindi a
sbaragliare la concorrenza, cioè lo schiavismo. Secondo il
dettagliato rapporto pubblicato nel 2006 dall’Organizzazione
Mondiale di Indagine sulla Persecuzione del Falun Gong, il 50% della
produzione industriale e agricola cinese si avvarrebbe infatti del
lavoro coatto, sistema coordinato su larga scala da un apposito bureau
governativo, l’Ufficio numero 610, incaricato tra
l’altro
della gestione di tutti i «campi di rieducazione
politica»
del Paese, i tristemente noti laogai.
Inutile sottolineare quanto questa antichissima ancorché
discutibile pratica contribuisca a destabilizzare i rapporti di
concorrenza tra il gigante asiatico e le potenze industriali
occidentali, spiazzate da una concorrenza in grado di avvalersi
dell’apporto annuo di oltre venti milioni di lavoratori
impiegati
in tutti i comparti: dalla cantieristica alla siderurgia,
dall’alimentare al tessile, dall’estrattivo alla
telematica
(tempo fa il britannico «Mail on Sunday» ha
denunciato
l’«utilizzo di schiavi» in alcuni
stabilimenti cinesi
in cui si assemblano i lettori mp3 più famosi al mondo).
Come riporta la Laogai Research Foundation, precise direttive emanate
dai Ministeri delle Finanze e del Lavoro, garantiscono, incoraggiano e
regolano lo sviluppo del sistema schiavistico, anche se in sede Onu,
fino dal 1991, Pechino ha dichiarato più volte di voler
combattere questa forma di «malcostume» che sta
comunque
arricchendo nuove lobbies
industriali, lo Stato e interi governatorati regionali.
I diritti di proprietà su un determinato prodotto
confezionato
in una struttura penitenziaria, in un campo di lavoro o in una fabbrica
che si avvale di mano d’opera gratuita, destinato al mercato
interno o all’export,
risultano totalmente esentasse. Non stupisce quindi che in questi
ultimi anni moltissime fabbriche siano sorte nei pressi di laogai o di
carceri: vicinanza dalla quale evidentemente traggono inconfessabili
vantaggi.
Qualche esempio. Note società come la Beijing Mickey Toys,
la
Lanzhou Zhenglin Nongken Food, la Jinan Tianyi Printing e la Qiqihaer
Siyou Chemical Industry, hanno spostato la quasi totalità
dei
loro stabilimenti non lontano dai penitenziari di Pechino, Lanzhou,
Jinan e Qiqihaer, dai quali traggono abbondante e gratuita manodopera
da sottoporre ad infernali ritmi produttivi di dodici ore al giorno,
sette giorni su sette.
Ma a questo punto occorre fare un passo indietro. Il fenomeno dello
schiavismo made in China
venne alla luce verso la fine di dicembre del 2001 grazie anche alle
indagini svolte da Frederic Koller, corrispondente da Pechino di
«Le Temps» di Ginevra, su una commessa mensile di
110.000
coniglietti di peluche fatta da una nota multinazionale alimentare alla
Mickey Toys di Pechino. Avendo avuto sentore del ritrovamento di
numerosi frammenti di unghie umane incrostate di sangue nelle
confezioni dei suddetti coniglietti, il giornalista decise di indagare.
Sfidando le autorità, Koller avvicinò un
dirigente della
Mickey Toys che tuttavia si rifiutò di parlare. Dal canto
suo,
il committente internazionale dichiarò di non saperne nulla,
pur
ammettendo che la fabbrica della Mickey Toys era situata a Daxing,
proprio nei pressi del «campo di lavoro» di
Tiantanghe. Sta
di fatto che l’anno seguente la multinazionale, probabilmente
allarmata da un possibile scandalo, ridusse del 60% i suoi ordini alla
Mickey Toys, che a sua volta impose a Koller di smettere di scrivere
che «per risparmiare sulle forbici, i lavoranti cinesi erano
costretti a strappare con le unghie gli eccedenti filamenti di cotone
dei peluche».
Nel 2002, alcuni quotidiani canadesi e americani denunciarono il
ritrovamento all’interno di sacchi di semi confezionati dalla
Zhenglin Nongken Food di Lanzhou di centinaia di incisivi e canini
appartenenti ad esseri umani di sesso femminile. In seguito si venne a
sapere che per l’imballo dei suddetti semi, la
società si
avvaleva del lavoro di circa duemila detenute del Campo numero 1 di
Shandong. Per risparmiare sui macchinari selezionatori, le operaie
erano costrette a spaccare i frutti, caratterizzati da una dura scorza,
a morsi e a sputare i semi nelle vasche di lavaggio.
A questo proposito, va ricordato che la Cina è membro
dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che dovrebbe
tutelare le retribuzioni e lo stato di salute di tutte le maestranze:
proposito del tutto disatteso se si pensa che, tra il 1999 e il 2003,
negli attuali 180 stabilimenti-lager che utilizzano manodopera
gratuita, sono stati registrati 793 decessi e circa 20.500 tra
incidenti sul lavoro e casi di contrazione di gravi patologie,
soprattutto nel settore chimico.
I
baby-schiavi di Pechino
«Ho
lavorato dall’alba fino alle due di notte. Ero esausta ma il
giorno dopo mi hanno costretto a ricominciare». È
una
bambina cinese di tredici anni a parlare, una piccola operaia-schiava
che fabbrica i gadget con il logo ufficiale per le Olimpiadi del 2008.
La sua testimonianza è stata raccolta da attivisti umanitari
cinesi che sono riusciti a infiltrarsi in segreto in quattro aziende
del Sud del Paese: tutte lavorano per conto del Comitato Olimpico di
Pechino. Queste aziende sono state regolarmente autorizzate a produrre
i popolari oggetti in vendita con il marchio dei Giochi: borse e
zainetti, T-shirt, berretti, quaderni, figurine e album illustrati per
bambini.
Il marketing degli oggetti griffati vale da solo settanta milioni di
dollari, per gli organizzatori cinesi delle Olimpiadi. Ma dietro questo
business ci
sono
fabbriche-lager dove si sfruttano i bambini, vige un clima di terrore,
non vengono rispettati neppure i modesti diritti dei lavoratori
previsti dalla legislazione cinese.
«Nessuno indossa guanti protettivi qui – rivela un
altro
piccolo operaio che usa vernici tossiche e additivi chimici pericolosi
– perché coi guanti si lavora meno in fretta e il
caporeparto ti punisce. Le mie mani mi fanno molto male, quando le lavo
piango di dolore». Queste testimonianze sono state raccolte a
Shenzhen e nel Guangdong in quattro stabilimenti chiaramente
identificati: Lekit Stationery (prodotti di cancelleria), Mainland
Headwear Holdings (berretti sportivi), Eagle Leather Products
(pelletteria) e Yue Wing Light Cheong Light Products (zainetti e
accessori). Tutti lavorano alla luce del sole per conto delle
autorità olimpiche cinesi. A smascherare gli abusi
sistematici
che avvengono in quelle fabbriche sono stati gli attivisti locali di
PlayFair 2008, sigla che si traduce in «Gioca lealmente
2008»: è un’organizzazione promossa e
sostenuta dai
sindacati occidentali dei lavoratori tessili e
dall’Organizzazione Non Governativa umanitaria Clean Clothes.
L’inchiesta sul campo è iniziata
nell’inverno 2006.
Dopo sei mesi di appostamenti, contatti segreti e interviste
clandestine con gli operai, il quadro che emerge è
disperante.
Il lavoro minorile dilaga, alcuni bambini e bambine hanno appena dodici
anni e sono già alla catena di montaggio. Una fabbrica di
oggetti di cancelleria impiega venti bambini che ha ingaggiato durante
le vacanze scolastiche: lavorano dalle 7.30 del mattino alle 22.30, con
gli stessi ritmi degli adulti. Spesso sono obbligati a fare
straordinari, non remunerati. Perfino il salario degli operai adulti in
queste aziende, a venti centesimi di euro all’ora,
è la
metà del minimo legale in vigore nella regione del Guangdong
(già molto basso). Molti di loro sono costretti a lavorare
sistematicamente quindici ore al giorno per sette giorni alla
settimana, trenta giorni al mese, senza riposi né
festività.
I proprietari di Mainland Headwear costringono i dipendenti a mentire
in caso di visite da parte degli ispettori del lavoro.
A Shenzhen – la città della Cina Meridionale che
ha
conosciuto un boom industriale spettacolare e ha il più alto
reddito pro capite della zona – c’è
un’impresa
che produce su licenza ufficiale cinquanta oggetti griffati con il logo
olimpico: lì i registri delle buste paga sono stati
ripetutamente falsificati dai manager per fare apparire orari
più corti e salari più alti. In quella fabbrica
gli
operai lamentano gravi problemi di salute, incidenti sul lavoro,
malattie della pelle dovute al contatto con agenti chimici,
difficoltà respiratorie per le polveri tossiche. Alcuni
operai
hanno osato denunciare questi problemi alle autorità locali
e
sono stati licenziati in tronco.
Il rapporto di denuncia divulgato da PlayFair si intitola Niente medaglie olimpiche per i
diritti dei lavoratori.
Guy Rider, segretario generale della Confederazione internazionale dei
sindacati del tessile-abbigliamento, ha dichiarato:
«È
vergognoso che questi gravi abusi avvengano in fabbriche che hanno la
licenza ufficiale del Comitato Olimpico». Il sindacalista ha
esortato il Comitato Olimpico Internazionale (Cio) a premere sugli
organizzatori cinesi perché cessino queste violazioni dei
diritti umani.
A Pechino il Comitato Olimpico locale ha reagito annunciando che
revocherà le licenze alle quattro aziende incriminate nel
rapporto PlayFair. Ma le fabbriche dove avvengono questi abusi sono
sicuramente più numerose.
Le autorità di polizia locali avrebbero la
possibilità di
smascherare altre illegalità. A differenza degli attivisti
di
PlayFair costretti a indagare nella clandestinità, le forze
dell’ordine cinesi hanno poteri pressoché
illimitati e
possono agire alla luce del sole. La ragione per cui non lo fanno
è intuibile. In un caso di cronaca recente trentuno operai
sono
stati liberati dalla schiavitù in una fabbrica di mattoni
dello
Shanxi. Da un anno lavoravano senza ricevere salario, solo razioni di
pane e acqua. Il proprietario della fabbrica era il figlio del boss
locale del Partito Comunista.
Sono diffuse le collusioni e l’omertà tra il
capitalismo selvaggio, la nomenklatura
politica, la polizia e la magistratura. In vista delle Olimpiadi
però la Cina sarà sottoposta a uno scrutinio
sempre
più pressante da parte dell’opinione pubblica
occidentale.
Per il regime i Giochi di Pechino sono una formidabile operazione
d’immagine, devono consacrare il nuovo status del Paese come
superpotenza globale, il prestigio di Pechino come capitale cosmopolita
e moderna, il fascino turistico della Cina. Ma oltre ad attirare almeno
mezzo milione di visitatori stranieri, i Giochi saranno un momento di
forte visibilità anche per ogni forma di dissenso, di
disagio
sociale e di denuncia di abusi.
Fonte: quotidiano «L’Indipendente» (Roma)
(marzo
2012)