Gesù
Cristo: un Ebreo controcorrente
Un’analisi
del modo di vivere di Gesù Cristo, del
«volto» col quale si presenta ai propri connazionali
di Simone
Valtorta
Gesù
di Nazareth, detto «il Cristo», è
certamente un
Personaggio molto discusso e controverso, un Uomo del Suo tempo, ma
anche un Uomo che si pone in antitesi, spesso in conflitto, con la
mentalità e la cultura del Suo tempo. Con questo lavoro
vorremmo
focalizzare l’attenzione su alcuni degli atteggiamenti di
Gesù, sul Suo modo di porsi con gli altri: una questione
dibattuta fin dal Medioevo, nelle discussioni se Gesù avesse
dovuto vivere una vita particolarmente austera o normale, solitaria o
in mezzo ad altri uomini, secondo la Legge o sciolta da ogni
legame…
Potremmo iniziare col ricordare che
Gesù non
è un sacerdote, né uno scriba: è
quello che oggi
definiremmo un semplice «laico», e i Suoi seguaci
sono
gente comune, gente del popolo, che vive del proprio lavoro.
Ed è un laico,
Gesù, che non condivide
l’idea di Legge propria dei Farisei (cioè dei
«separati»: e la loro separazione,
l’elemento che li
distingue, è precisamente il fatto che essi si impegnano ad
una
rigida osservanza di tutti i precetti della Legge, anche i
più
minuti): non è d’accordo a proposito del sabato,
del
digiuno, delle prescrizioni rituali, mantiene rapporti con persone
dalle quali, secondo la Legge, bisogna star lontani per non esserne
contaminati…
Al fondo di queste divergenze
c’è una
diversità radicale nel modo di intendere il senso della
Legge e,
conseguentemente, gli stessi rapporti tra l’uomo e Dio.
Gesù, che pure utilizza il
metodo
d’insegnamento proprio dei Farisei, rifiuta di concepire la
Legge
come un insieme di minute e scrupolose osservanze, come un codice di
norme fisse: la volontà di Dio si fa presente in ogni
circostanza e in ogni circostanza deve essere riscoperta, senza
rifugiarsi nella pratica esteriore del precetto, o nella immobilistica
fedeltà alla tradizione dei padri.
La Legge intesa come casistica porta
fatalmente al
formalismo: nell’un caso come nell’altro non
è
più la Legge per l’uomo, ma l’uomo per
la Legge.
Ora, Gesù non è venuto per la Legge, ma per la
salvezza
dell’uomo: «Non l’uomo per il sabato, ma
il sabato
per l’uomo» (Vangelo
secondo Marco, 2, 27).
Tra l’altro, nella Sua
prospettiva è
impensabile che l’osservanza delle prescrizioni legali
diventi un
mezzo per acquisire diritti di fronte a Dio, per cui la salvezza non
sarebbe più dono di Dio, ma conquista dell’uomo:
qui il
disaccordo di Gesù è totale.
La critica della Legge viene ribadita
dalla critica
al culto. Per Gesù il Tempio di Gerusalemme non
è, come
per la maggior parte dei Suoi conterranei, eterno: ne è
prevista
la distruzione, anzi, è già pronto il nuovo
Tempio di Dio
che nell’ora della salvezza sostituirà
l’antico.
Per questo primo complesso di motivi
potremmo dire
che Gesù si presenta come un
«rivoluzionario»: non
è d’accordo con moltissimi aspetti fondamentali
della
società «religiosa» nella quale
è inserito.
Esiste un movimento che si propone di
instaurare il
Regno di Israele con la forza delle armi, il partito dei cosiddetti
Zeloti: questi fanno leva sull’attesa di un Messia politico
per
incitare alla rivolta armata contro le forze di occupazione romana.
Ma Gesù è attento
a distinguere la Sua
Persona e il Suo messaggio da simili posizioni: anche questa
è
una delle costanti del Suo comportamento. Respinge bruscamente
l’invito a prendere posizione contro il dominatore romano, e
non
rifiuta il pagamento del tributo; i Suoi discepoli non saranno
detentori di un potere politico, ma si dedicheranno al servizio dei
fratelli.
Gesù non è venuto
per fondare una
nuova teocrazia: il Suo Regno non è identificabile con
nessuna
struttura politica, di nessun genere.
Quanto detto però non
significa indifferenza
nei confronti del potere politico: il racconto delle tentazioni
è estremamente significativo a questo proposito. Sia in Luca
che
in Matteo è Satana che offre a Gesù il potere
politico (Vangelo
secondo Matteo, 4, 8-9; Vangelo secondo Luca,
4, 6): ciò significa che in qualche modo
l’esercizio di
questo potere non va mai disgiunto, nella concreta situazione storica
dell’umanità, da una qualche ingiustizia e, in
questo
senso, non può non avere un qualche collegamento con Satana.
Con ogni probabilità
è quanto
Gesù afferma esplicitamente quando giudica in maniera
estremamente negativa l’operato dei «capi delle
Nazioni»: è il dominio dell’uomo
sull’uomo che
Cristo non può accettare, e le concrete strutture del potere
politico non sono del tutto immuni da questa deviazione.
Il giudizio di Gesù si
rivolge cioè
alle radici ultime di ogni «potere», mettendole in
causa:
«Date a Dio quel che è di Dio»
significa,
ovviamente, dargli tutto, e in questo senso è una
riaffermazione
della necessità che le strutture politiche siano sottoposte
al
giudizio ultimo della Sua parola.
In definitiva per questo,
cioè perché
messo radicalmente in questione, il potere politico si allea contro
Cristo, superando ogni divisione precedente: per far tacere la Sua
contestazione in nome delle esigenze del Regno.
Se respinge l’uso della forza,
e d’altra
parte non predica un’accettazione supina delle strutture
politiche, Gesù rifiuta anche la fuga dalla storia,
cioè
una dedizione a Dio che sia disinteresse per gli altri. Esiste un
«monachesimo» giudaico, rappresentato dagli Esseni,
del
quale parlano già lo storico Giuseppe Flavio e il filosofo
ebreo
Filone: la conoscenza di questo aspetto della società
giudaica
è stata ulteriormente favorita dalle recenti scoperte delle
grotte del Mar Morto.
È cioè presente e
viva tutta una
corrente di pensiero e di spiritualità che tende a separare
i
suoi aderenti dagli altri uomini per tenerli lontani da ogni
impurità: per la comunità di Qumran questo
significa
ritirarsi anche materialmente nel deserto sotto la guida di un non
meglio precisato «Maestro di Giustizia», e
lì,
liberi da ogni rischio di contaminazione, lontani da ogni contatto con
i peccatori, preparare nel deserto la via del Signore. La pratica della
Legge è severissima: gli Esseni polemizzano con gli stessi
Farisei perché li ritengono troppo accomodanti
nell’osservanza delle prescrizioni legali.
Si intuisce subito come la predicazione
e il
comportamento di Gesù e la comunità da Lui
fondata siano
lontani da simili posizioni, sebbene vi siano stati contatti tra la
comunità apostolica e gli Esseni (il Cenacolo era nel
quartiere
esseno di Gerusalemme, e secondo i sinottici l’Ultima Cena
avvenne secondo il calendario esseno, che quell’anno
anticipava
la Pasqua di un giorno rispetto al calendario del Tempio): confrontiamo
la citazione di Isaia fatta da Gesù come descrizione del Suo
operato («I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi
sono
mondati, i sordi odono, i morti risorgono, ai poveri è
annunciata la Buona Novella») con una prescrizione della Regola di Qumran:
«Folli, dementi, balordi, alienati, ciechi, paralitici,
zoppi,
sordi e minorati – di costoro nessuno può essere
accolto
nella comunità, perché in mezzo a voi ci sono i
santi
angeli».
Gesù non vive neppure da
«asceta»: la Sua condotta di vita è tale
che non
riesce a sfuggire alla pubblica accusa di «mangione e
beone» (Vangelo
secondo Matteo,
11, 19). Gli individui con i quali si intrattiene vengono chiamati
spesso, con disprezzo, pubblicani e peccatori, o pubblicani e
prostitute, o più semplicemente peccatori, cioè
empi: fra
questi empi, che frequentemente sono persino Suoi commensali, ci sono
persone che notoriamente disprezzano i comandamenti di Dio o che
svolgono delle professioni considerate generalmente immorali (esattori
delle imposte, prostitute…).
Ma soprattutto bisogna annoverare nella
cerchia di
questa gente quella folla di poveri incolti che non conosce le
complicate prescrizioni della Legge o, se le conosce, non è
capace di osservarle, ragion per cui viene disprezzata dalla cerchia
dei pii: la simpatia e la solidarietà di Gesù
vanno ai
piccoli, ai semplici, alla gente di fatica, stanca per il pesante
lavoro.
Egli solidarizza con questi emarginati,
diffamati,
«esclusi»; in particolare con quelle categorie di
persone
che per mala sorte, per propria colpa o a causa di pregiudizi diffusi
non si inseriscono nelle strutture sociali: le donne, che nella
società non contano nulla e in pubblico devono evitare
compagnie
maschili, i bambini, che non hanno diritti, il popolo religiosamente
ignorante, fatto di semplici, di incolti, di
«piccoli», di
poveri…
A queste persone che non si attendono
nulla dalla
società, ma in mezzo alle quali Egli trova particolare
accoglienza, si rivolge Gesù facendole destinatarie
privilegiate
del Suo messaggio e della Sua attenzione.
Per quanto riguarda in particolare le
donne, il Suo
atteggiamento si scosta molto dalla mentalità corrente (una
mentalità comune a molte civiltà antiche): la
saggezza
del tempo, riversatasi poi nella Bibbia,
paragona la donna bella ma priva di senno ad «un anello
d’oro al naso d’un porco» (Proverbi, 11, 22);
denuncia che è «meglio la cattiveria di un uomo
che la bontà di una donna» (Siracide, 42, 14).
Gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Invece, Gesù rifiuta la
pratica del divorzio,
abolendo così il privilegio tipicamente maschile di poter
dare
il «libello di ripudio»: nella società
ebraica
è solo l’uomo che può ripudiare la
propria moglie,
non viceversa; non a caso i discepoli, riflettendo benissimo la
probabile reazione di molti mariti, commentano le parole di
Gesù
esclamando: «Se tale è la condizione
dell’uomo
riguardo alla moglie, è meglio non sposarsi» (Vangelo secondo Matteo,
19, 10); Gesù loda Maria invece di Marta, quando
quest’ultima non fa altro che assumere il ruolo tipicamente
femminile che la cultura le assegna (preparare la tavola), mentre Maria
ha assunto un ruolo maschile (ascolta, si fa discepolo); si ferma a
spiegare la Legge e a discutere in proposito con una donna, per di
più samaritana, quando convinzione comune è che
«meglio sarebbe bruciare tutte le parole della Legge,
piuttosto
che darle in mano a una donna» (Rabbi Eliezer)…
In definitiva, la Persona e il
comportamento di
Gesù non sono inquadrabili in nessuna categoria
prefabbricata,
sono al di fuori di ogni schema: non osserva rigidamente la Legge, non
è un rivoluzionario politico ma neppure un
«neutrale», non fugge dalla storia, è
solidale con
gli «esclusi». Come se non bastasse, vive
«in cattiva
compagnia»: basta guardare ai Suoi seguaci, ha tra i Suoi
discepoli dei terroristi (Simone lo Zelota, quasi certamente Pietro,
probabilmente Giuda Iscariota, forse anche i figli di Zebedeo), dei
collaborazionisti (Matteo il pubblicano, cioè uno che
riscuote
le tasse per conto degli occupanti romani)…
Egli è più grande
di Mosè,
Salomone, Giona, ovvero delle tre maggiori istituzioni (Legge, Tempio,
Profeti); è sicuramente un Uomo del Suo tempo, ma che non
può non suscitare interrogativi, ed anche opposizioni:
perché mette radicalmente in questione tutto un complesso di
convinzioni tradizionali, di inveterati modi di pensare, di
diffusissimi modi di agire…
Le folle lo seguono: e questo non
può non
impensierire i detentori del potere, direttamente chiamati in causa.
Prima o poi un
«chiarimento»
dovrà venire: e non potranno che prendere la decisione
estrema,
quella di «toglierlo di mezzo».
Sarà la Pasqua, il culmine
della Sua «rivelazione».
(aprile 2012)