Sacra
Sindone: un falso d’autore?
«La
Sindone è un documento sconvolgente: se è
autentica,
è frutto di un amore sovrumano; se non è
autentica,
è frutto di un genio sovrumano» (Emanuela
Marinelli)
di Simone
Valtorta
È
la più famosa reliquia della Cristianità, un telo
che da
secoli suscita la pietà dei fedeli, l’ammirazione
degli
artisti, la perplessità degli scienziati – un
oggetto che
«non dovrebbe esistere». È la Sacra
Sindone.
La Sacra Sindone è un
lenzuolo di lino di
colore giallo ocra, tessuto a mano con trama a spina di pesce,
conservato nel Duomo di Torino, sul quale è visibile
l’immagine di un uomo che porta segni di torture,
maltrattamenti
e crocefissione: un uomo che è stato flagellato, coronato di
spine, crocifisso con chiodi e trapassato da una lancia romana al
costato; nessuno ha mai potuto spiegare come si sia formata
quell’immagine. La tradizione popolare identifica
l’uomo
con Gesù Cristo e il lenzuolo con quello usato per
avvolgerne il
corpo, nel sepolcro; la Chiesa, invece, sempre molto cauta quando si
grida al miracolo, parla semplicemente dell’«Uomo
della
Sindone» senz’altra specificazione. Le due immagini
presenti sulla Sindone ritraggono un corpo umano nudo, a grandezza
naturale, l’una di fronte e l’altra di schiena;
sono
allineate testa contro testa, e di colore più scuro di
quello
del telo. Appare dunque chiaro che l’Uomo della Sindone fu
adagiato sulla metà inferiore del telo, e fu ricoperto con
l’altra metà ripiegata su di lui. Il corpo
raffigurato
appare quello di un maschio adulto, con la barba e i capelli lunghi,
che presenta numerose ferite: le più evidenti sono le ferite
ai
polsi e agli avampiedi, compatibili con l’ipotesi che vi
siano
stati piantati dei grossi chiodi, e una larga ferita da taglio al
costato. Il tutto corrisponde alla tradizionale iconografia di
Gesù e al resoconto evangelico sulla crocifissione.
I Cristiani – è
bene precisarlo –
non fondano la loro fede sulla Sacra Sindone, anche se, indubbiamente,
essa rappresenta, se non una prova, quanto meno un suggestivo indizio
della Risurrezione di Cristo.
Fotoriproduzione in grandezza naturale della Sacra Sindone esposta alla Basilica di Desio (Italia) - Simone Valtorta, 2010
Nel Nuovo Testamento
la Sindone viene citata in occasione della deposizione di
Gesù nel sepolcro: secondo i racconti dei Vangeli,
dopo la Sua morte il corpo di Gesù fu deposto dalla croce,
avvolto in un lenzuolo (sindone) con bende e deposto nel sepolcro.
Della Sindone non viene fornita alcuna descrizione circa dimensioni,
forma, materiale; viene però indicato che fu utilizzato un
telo
per il corpo e un fazzoletto (sudario), separato, per la testa.
Si potrebbe ipotizzare (se essa fosse
autentica)
che, dopo la Resurrezione di Gesù, la Sacra Sindone sia
stata
conservata e venerata dalla primitiva comunità cristiana di
Gerusalemme come ricordo della Passione di Gesù.
La deposizione di Gesù,
particolare di un affresco nella chiesa della Sacra di San Michele
(Italia) – Simone Valtorta, 2012
Nel II secolo il Vangelo degli Ebrei,
uno scritto apocrifo diffuso tra i Giudeo-Cristiani in Palestina e
andato perduto, accenna fugacemente alla Sindone: «Il
Signore,
dopo aver dato la Sindone al servo del sacerdote, apparve a
Giacomo». Sempre nello stesso periodo il Vangelo di Nicodemo
accenna alla Sindone e al sudario che sono detti presenti nel sepolcro
dopo la Resurrezione.
Il Vangelo
di Gamaliele,
conservato indirettamente tramite un manoscritto etiope del V-VI
secolo, nomina sedici volte le «bende» di
Gesù. Nel
testo, Pilato si reca al sepolcro dopo la Resurrezione,
«prese le
bende mortuarie, le abbracciò e, per la grande gioia,
scoppiò in lacrime quasi che avvolgessero
Gesù».
Grazie alle bende un soldato recupera miracolosamente la vista e il
«buon ladrone» viene resuscitato. Divengono oggetto
di
culto: «Tutto il popolo, quelli della regione di Samaria e i
pagani volevano vederle». In questo caso, al di là
della
improbabile storicità dei resoconti, il testo è
importante in quanto testimonia l’esistenza di bende funebri
di
Gesù e il culto ad esse attribuito.
Si fa menzione della Sindone anche in
due distinte omelie del IV secolo di Cirillo di Gerusalemme. Nella Catechesi quattordicesima
si legge: «Molti sono i testimoni della Risurrezione... la
roccia
del sepolcro... gli angeli di Dio... Pietro, Giovanni e Tommaso,
insieme agli altri Apostoli, dei quali alcuni accorsero al sepolcro; i
lini della sepoltura, coi quali fu prima avvolto, che giacenti dopo la
Risurrezione... le fasce sepolcrali e il sudario che lasciò
risorgendo... i soldati...». Nella Catechesi ventesima:
«Vera la morte di Cristo, vera la separazione della Sua anima
dal
Suo corpo, vera anche la sepoltura del Suo santo corpo avvolto in un
candido lenzuolo».
Nel VII secolo Braulione, Vescovo di
Saragozza,
nella lettera 42 all’Abate Tajo cita i lini e il sudario
evangelico, ipotizzando che questo sia stato conservato dagli Apostoli.
Nell’opera De locis sanctis,
scritta dal monaco Adamnano nel 698, è descritto il
pellegrinaggio del monaco e Vescovo Arculfo compiuto a Gerusalemme
attorno al 670. Il pellegrino descrive il ritrovamento del sudario di
Cristo («quello che era stato posto sul Suo capo nel
sepolcro») e il culto ad esso attribuito. Secondo il racconto
di
Arculfo, il sudario era stato prelevato dal sepolcro di Gesù
da
un anonimo giudeo ed era stato tramandato come patrimonio di famiglia.
Tre anni prima era sorta una disputa sul possesso del sudario: il Re
dei Saraceni Navias aveva chiamato i due gruppi di contendenti e
buttato il lino in un fuoco, ma questo era rimasto sospeso sulle fiamme
volando poi di fronte ad un pretendente. Il lino era custodito in uno
scrigno e venerato dal popolo, Arculfo stesso l’aveva
baciato.
Misurava «quasi otto piedi in lunghezza»,
cioè circa
2,3 metri.
Nello stesso periodo si parla anche (per
la prima volta) della presenza di immagini sulla Sindone: nel Rito Mozarabico,
in un passo che si ritiene risalire al VI secolo, si afferma che Pietro
e Giovanni videro le «impronte» del Risorto sui
lini,
mentre Papa Stefano II (752-757) scrive che la figura del volto e
dell’intero corpo di Gesù è stata
«divinamente trasferita» sul lenzuolo.
Un’ipotesi interessante mira
ad identificare
la Sacra Sindone col Mandylion, un fazzoletto che recava
un’immagine del volto di Gesù ritenuta miracolosa:
si
diceva che Cristo si fosse asciugato il volto con un fazzoletto e in
questo modo vi fosse rimasta impressa la Sua immagine. Custodito
dapprima a Edessa, nel 944 il Mandylion fu trasferito a Costantinopoli;
dopo il saccheggio della città avvenuto nel 1204 ad opera
dei
Crociati se ne persero le tracce. Comunque, vi sono documenti che
citano la Sindone e il Mandylion come reliquie distinte, e conservate
in luoghi differenti.
Nel periodo bizantino si affermano
canoni di
raffigurazione di Gesù che presentano elementi riconducibili
direttamente alla Sindone di Torino: dopo i primi secoli del
Cristianesimo nei quali Gesù era spesso dipinto come un
giovane
imberbe, simile alle divinità pagane, si impone la
raffigurazione ancora oggi tradizionale di Cristo coi capelli lunghi e
la barba, oltre ad altre diverse caratteristiche tipiche delle icone
bizantine, che corrispondono precisamente a particolari
dell’immagine della Sindone di Torino.
Il volto nella Sacra Sindone, fotoriproduzione esposta alla Basilica di Desio (Italia) - Simone Valtorta, 2010
La prima notizia riferita con certezza
alla Sindone
che oggi si trova a Torino risale al 1353: il 20 giugno il cavaliere
Goffredo di Charny, che ha fatto costruire una chiesa nella cittadina
di Lirey dove risiede, dona alla collegiata della stessa chiesa un
lenzuolo che, per sua dichiarazione, è la Sindone che
avvolse il
corpo di Gesù. Egli non spiega però come ne sia
venuto in
possesso. In un medaglione votivo ripescato nel secolo scorso nella
Senna, conservato al Museo Cluny di Parigi, sono raffigurati la Sindone
(nella tradizionale posizione orizzontale), le armi degli Charny e
quelle dei Vergy, il casato di sua moglie Giovanna.
Nel 1453 Margherita di Charny,
discendente di
Goffredo, vende la Sindone ai duchi di Savoia, che la portano a
Chambéry, loro capitale, dove nel 1502 fanno costruire una
cappella apposita. Ma, la notte tra il 3 e il 4 dicembre 1532, la
cappella in cui la Sindone è custodita va a fuoco, e il
lenzuolo
rischia di essere distrutto: un consigliere del duca, due frati del
vicino convento e alcuni fabbri forzano i cancelli e si precipitano
all’interno, riuscendo a portare in salvo il reliquiario
d’argento che era già avvolto dalle fiamme. La
Sindone
è affidata allora alle suore clarisse di
Chambéry, che la
riparano applicando dei rappezzi alle bruciature più grandi
e
cucendo il lenzuolo su una tela di rinforzo.
Dopo aver trasferito la capitale del
ducato da
Chambéry a Torino nel 1562, nel 1578 il duca Emanuele
Filiberto
decide di portarvi anche la Sindone: da allora, la reliquia
resterà sempre a Torino, salvo brevi spostamenti. Nel 1694
viene
collocata nella nuova cappella appositamente costruita, edificata tra
il Duomo e il Palazzo Reale dall’architetto Guarino Guarini:
questa è tuttora la sua sede.
In occasione dell’ostensione
pubblica del
1898, l’avvocato torinese Secondo Pia, appassionato di
fotografia, ottiene dal Re Umberto I il permesso di fotografare la
Sindone. Il Pia esegue due fotografie e al momento dello sviluppo si
manifesta un fatto sorprendente: l’immagine della Sindone sul
negativo fotografico appare «al positivo», vale a
dire che
l’immagine stessa è in realtà un
negativo. La
notizia accende l’interesse degli scienziati sulla Sindone,
iniziando un periodo di studi che ancor oggi non si è
concluso.
Nel 1988 viene eseguita la datazione
radiometrica
con la tecnica del Carbonio 14, ritenuta inadeguata
dall’ideatore
dall’esame stesso, il chimico americano Willard Frank Libby,
poiché la Sindone era troppo contaminata da agenti esterni.
La
prestigiosa rivista scientifica «Nature»
già
l’anno successivo mette in luce gli errori statistici del
Carbonio 14, mentre il fisico Harry Gove, il padre della moderna
datazione radiocarbonica, in un lavoro pubblicato su «Nuclear
Instruments and Methods in Physics Research» ammette che la
presenza di funghi e batteri può aver contaminato il
campione
sindonico. Comunque, il Carbonio 14 data la realizzazione della Sindone
in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390 col 95% di
probabilità. Raymond Rogers, invece, ha proposto un metodo
chimico di datazione basato sulla misura della vanillina presente nel
tessuto: secondo la sua stima, la datazione della Sindone sarebbe
compresa all’incirca tra il 1000 avanti Cristo e il 700 dopo
Cristo. Inoltre, la Sindone presenta diverse analogie col cosiddetto
Sudario di Oviedo (un telo che sarebbe stato usato per avvolgere il
capo di Gesù dopo la sua morte e sino all’arrivo
al
sepolcro), che risale sicuramente a non dopo il VII o l’VIII
secolo: esso presenta macchie di sangue perfettamente sovrapponibili a
quelle presenti sulla Sacra Sindone, e dello stesso gruppo sanguigno,
mentre non vi è alcuna immagine che derivi da
alcunché di
diverso dal contatto tra telo e sangue.
Oltre ai problemi di datazione, non
c’è
accordo tra gli studiosi nemmeno su come si sia formata
l’immagine visibile sulla Sacra Sindone. Alcune ipotesi sono
basate su fenomeni naturali spontanei. Qualcuno sostiene che i vapori
della decomposizione del corpo avrebbero interagito con il tessuto e
con gli aromi di cui esso era impregnato; tuttavia, poiché
il
vapore diffonde in tutte le direzioni, appare impossibile che questo
meccanismo possa produrre un’immagine netta e dettagliata
come
quella della Sindone. Si è allora ipotizzato un lampo di
luce o
un fascio di particelle (protoni o neutroni) che avrebbe impresso
l’immagine, ma nessuno però ha potuto fornire una
spiegazione credibile della causa che avrebbe sprigionato questa
radiazione. Esperimenti effettuati con la tecnica
dell’effetto
corona (un particolare tipo di scarica elettrica) hanno prodotto
immagini superficiali simili a quella sindonica, però non
è chiaro come potrebbe essersi generato il campo elettrico
necessario a indurre la scarica.
A questo punto, si è passati
ad ipotesi
basate su procedimenti artificiali, che sono le più
interessanti: l’ipotesi del dipinto, l’ipotesi del
bassorilievo riscaldato e l’ipotesi della fotografia.
Vediamole
più nei dettagli.
Il principale sostenitore
dell’idea che la
Sacra Sindone sia un dipinto è il chimico americano Walter
McCrone. Egli affermò di aver riscontrato in alcune fibre
tratte
dalla Sindone la presenza di proteine, di ossido di ferro e di solfuro
di mercurio (cinabro): ne trasse la conclusione che la Sindone
è
un dipinto, in cui l’artista avrebbe usato delle proteine
come
legante sia per il pigmento di ossido di ferro con cui
realizzò
l’immagine, sia per il miscuglio di cinabro e ossido di ferro
con
cui dipinse il sangue; il legante sarebbe poi ingiallito con il tempo.
Però complessi test dimostrarono che le macchie rosse sono
costituite da sangue intero coagulato di gruppo AB (un gruppo
estremamente raro), con attorno aloni di siero. Il sangue si
è
coagulato sulla pelle di una persona ferita e successivamente ha
macchiato la stoffa quando il corpo fu avvolto nel lenzuolo;
impossibile ottenere macchie simili applicando sangue fresco con un
pennello. Inoltre, analisi chimiche hanno mostrato l’assenza
di
leganti di pittura e pigmenti; il cinabro non può essere
responsabile della colorazione delle macchie rosse, peraltro certamente
composte da sangue, semplicemente perché non
c’è.
È da tener presente che molti artisti hanno copiato dal vero
la
Sindone, e quindi la presenza occasionale di pigmenti da pittore non
è inaspettata, anche perché quasi sempre le copie
venivano messe a contatto con l’originale per renderle
più
venerabili.
Due professori dell’University
of Tennessee
(Stati Uniti), Emily Craig e Randall Breese, affermano che
l’immagine della Sindone si può realizzare usando
un
pigmento di ossido di ferro in polvere distribuito con un pennello o
premuto con la parte piatta di un cucchiaio di legno, con
l’aggiunta di collageno che viene poi sciolto dal vapore di
una
pentola d’acqua in ebollizione. Ma i risultati delle analisi
chimiche contraddicono anche questa teoria. Per la realizzazione
artistica esistono, inoltre, tali e tanti problemi pratici da renderla
impossibile. Per tentare di realizzare l’opera,
l’artista
dovrebbe salire su una scala alta circa quattro metri e mezzo, posta a
cavallo del modello, in modo da averne una veduta completa guardando in
basso. In questa scomoda posizione, però,
l’artista
può comporre un’opera di proporzioni limitate. E
come
rappresentare l’immagine dorsale di un uomo in posizione
supina?
Il modello andrebbe posto in alto su uno spesso ripiano di plastica,
che non esisteva nel Medioevo! Ed un vetro si romperebbe. Inoltre, nel
tempo di cui l’artista avrebbe bisogno per completare
l’opera, sarebbe cessato il rigor mortis
ed iniziata la putrefazione. «Esistono limiti insormontabili
– ricorda una nota artista americana, Isabel Piczek
–
quanto alla dimensione dell’opera d’arte che un
artista
può produrre. Nessun artista, in nessuna epoca, ha
realizzato un
dipinto lungo 4,36 metri che presentasse le qualità visive
dell’immagine della Sacra Sindone». Inoltre, come
fa notare
il famoso scrittore Italo Chiusano, la figura umana visibile
sull’antico lino conservato a Torino non rientra in alcuno
stile
artistico di nessuna epoca.
Joe Nickell, un ex-prestidigitatore
americano,
afferma che per fabbricare la Sacra Sindone il falsario avrebbe usato
un bassorilievo strofinato e ricoperto di ossido di ferro con tracce di
acido solforico, su cui avrebbe applicato il lenzuolo (sebbene i
già citati risultati delle analisi chimiche condotte sulla
Sindone contraddicano anche questa teoria). Nickell trova impossibile
che il sangue sia così rosso e definisce i rivoli di sangue
«rivoletti molto artistici che scendono graziosamente dalle
ferite» (che cosa ci sia di artistico e di grazioso nelle
colate
sanguigne sulla Sindone lo sa solo lui, e comunque il loro rosso
è stato spiegato dagli scienziati con l’abbondante
presenza di bilirubina, testimone delle sevizie subite da quel corpo).
Un’altra difficoltà opposta da Nickell
è la
presunta assenza di deformazioni nell’immagine; ma
un’osservazione non superficiale della Sindone rileva invece
che
le deformazioni, dovute all’avvolgimento di un vero corpo
umano
in un lenzuolo, ci sono e non sono poche.
È senz’altro da
escludere anche
l’ipotesi che l’immagine sia stata prodotta con un
bassorilievo riscaldato a 220 gradi centigradi da un falsario che
avrebbe poi applicato il sangue con un pennello. Questa teoria,
sostenuta da un antropologo di Bari, Vittorio Pesce Delfino, si basa su
alcune somiglianze esistenti fra le leggere strinature e
l’immagine sindonica, che è dovuta alla
ossidazione,
disidratazione e coniugazione della cellulosa componente il lino.
Sull’immagine sindonica sono assolutamente assenti pigmenti,
colori o tinture. Il colore giallo delle fibre è dovuto ad
una
trasformazione del lino stesso.
La teoria del bassorilievo riscaldato
presenta
innanzitutto problemi di esecuzione, dato che si sarebbe dovuto operare
con un lungo lenzuolo su un bassorilievo di oltre quattro metri.
C’è poi il diverso comportamento sotto radiazione
ultravioletta: l’immagine della Sindone non emette
fluorescenza,
a differenza delle strinature che risultano fluorescenti. Di
più, l’immagine sindonica è
estremamente
superficiale, interessa solo due o tre fibrille del filo; invece quella
ottenuta con il bassorilievo passa da parte a parte ed è
visibile anche sul retro della stoffa; nonostante questo, tende a
scomparire nel volgere di pochi mesi! Il falsario, inoltre, avrebbe
dovuto aggiungere il sangue successivamente sull’immagine
ottenuta; ma questa operazione presenta varie altre
difficoltà.
Anzitutto, l’immagine sindonica si vede solo da lontano; il
pennello avrebbe dovuto essere lungo almeno due metri per mettere il
sangue nelle zone giuste! E questo sangue doveva essere posto in punti
anatomicamente corretti, senza lasciare tracce di pennellate. Doveva
inoltre essere sangue coagulato con attorno aloni di siero invisibili
ad occhio nudo, il che testimonia il contatto del lenzuolo con un vero
cadavere. Infine, gli scienziati hanno scoperto che le fibrille
insanguinate della Sindone non sono ingiallite sotto la patina rossa
del sangue: il sangue ha «protetto» le fibrille
sottostanti
mentre si formava l’immagine del corpo; il falsario avrebbe
dovuto mettere prima il sangue nei punti opportuni e poi applicare il
lenzuolo sul bassorilievo caldo. Ma, in questo caso, oltre la
difficoltà di far combaciare le macchie di sangue sui punti
giusti, ci sarebbe l’inevitabile alterazione del sangue a
diretto
contatto con il bassorilievo riscaldato a 220 gradi centigradi.
Inoltre, il falsario avrebbe dovuto mettere sulla Sindone alcuni
particolari invisibili ad occhio nudo, come alcuni segni di flagello
sottili come graffi e il terriccio ai talloni, alle ginocchia e al
naso; avrebbe dovuto spargere sul telo pollini di piante inesistenti in
Europa, ma presenti in Palestina, aloe e mirra; e tracce degli aromi
usati per la sepoltura. Alcuni indizi, come ad esempio la manifattura
rudimentale della stoffa della Sindone, la torcitura in senso orario
dei fili, la presenza di tracce di cotone egizio antichissimo, la
presenza di aragonite simile a quella ritrovata nelle grotte di
Gerusalemme rendono verosimile l’origine del tessuto
nell’area siro-palestinese del I secolo. Avrebbe inoltre,
questo
falsario, immaginato i fori dei chiodi nel palmo della mano, come
sempre hanno raffigurato gli artisti, e non nei polsi come si osserva
sulla Sindone; non avrebbe pensato ad una corona di spine a casco, al
trasporto del solo patibulum
(la trave orizzontale della croce) invece dell’intera croce,
al
corpo nudo, all’assenza del poggiapiedi – tutti
particolari
in contrasto con l’iconografia medievale.
Nell’immagine ci
sono poi molte asimmetrie e deformazioni, come si può
osservare,
ad esempio, nella mano destra con le dita apparentemente troppo lunghe
o nell’immagine frontale delle gambe, che sembrano
sproporzionatamente lunghe fra le ginocchia e le caviglie. Solo
l’avvolgimento di un vero corpo in un lenzuolo con le
relative
pieghe può spiegare le apparenti anomalie. Impossibile,
infine,
l’applicazione differenziata di sangue venoso ed arterioso
nei
punti anatomicamente giusti sulla fronte e di sangue post-mortale nella
ferita del costato e ai piedi. Anche l’ipotesi del falsario
che
opera con un bassorilievo riscaldato è dunque insostenibile.
Recentemente Luigi Garlaschelli, docente
di chimica
organica all’Università di Pavia nonché
membro del
Cicap, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul
Paranormale, ha annunciato trionfalisticamente di aver riprodotto la
Sacra Sindone («provando», così, che si
tratterebbe
di un falso), sebbene egli ammetta di non aver mai avuto modo di
analizzare in prima persona il telo: si sarebbe attenuto a delle
semplici fotografie. Inoltre, ha sempre sottratto il suo manufatto a
qualsiasi tipo di analisi. Si è servito, dice, di un
bassorilievo sul quale è stata applicata della vernice a
secco… peccato che la teoria del bassorilievo, riscaldato,
strofinato o verniciato, sia stata esclusa, giudicata impraticabile e
quindi abbandonata da almeno tre decenni dopo che gli scienziati
statunitensi dello Shroud
of Turin Research Project
hanno pubblicato dettagliatamente i loro risultati su prestigiose
riviste internazionali. Egli, invece, ha preferito fare annunci ad
effetto celebrati con favore dai mass media ma sostanzialmente privi di
qualsivoglia valenza sperimentale.
Una teoria che gode di grande
popolarità oggi
è quella che vede l’autore della Sindone
nientepopodimeno
che in Leonardo da Vinci: due scrittori inglesi, Clive Prince e Lynn
Picknett, ne sono certi, anche perché a dirlo è
stato… lo stesso Leonardo, durante una seduta spiritica (non
sapevo che lo spiritismo fosse una scienza empirica, ma evidentemente
mi sbagliavo). Vero è che, quando la Sindone viene
consegnata
alla famiglia Savoia (22 marzo 1453), Leonardo era ancora nella culla e
il lenzuolo, con tanto di immagine sopra, era in giro per la Francia da
un secolo. Ma i due Inglesi aggirano la difficoltà della
domanda
affermando che il telo non sarebbe lo stesso: si sarebbe trattato di un
banalissimo lino dipinto in malo modo, una specie di
«crosta». Fra l’arrivo della Sindone,
proveniente da
Lirey, nelle mani dei Savoia, e la pubblica esposizione avvenuta a
Vercelli nel 1494 ci sarebbero circa 40 anni di nascondimento. Il
famoso lino sarebbe nientemeno che un autoritratto di Leonardo da
Vinci, fabbricato su commissione della Chiesa per avere una falsa
Sindone: Giuliano de’ Medici, per cui Leonardo lavorava, era
sposato con Filiberta di Savoia, ed era anche fratello di Papa Leone X;
inoltre, il genio toscano intratteneva una corrispondenza con uno
studioso arabo dedito a studi sull’ottica. Certo, ogni epoca
ha i
suoi «miti» di riferimento: fino a qualche anno fa,
andavano di moda gli extraterrestri; adesso, Leonardo. Il quale,
è bene ammetterlo, è stato in vita un personaggio
davvero
eccezionale: pittore, scrittore, ingegnere, studioso
dell’anatomia e dell’ottica; sembra essersi
occupato
dell’intero sapere accumulato dal genere umano prima di lui,
cercando di organizzarlo e in alcuni casi di svilupparlo. Il riprodurre
la propria faccia sul lino che migliaia di persone avrebbero adorato,
ritenendolo il simulacro di Dio, sarebbe stato, secondo gli studiosi,
un motore più che sufficiente per spingere
l’ironico e
orgoglioso protetto mediceo ad immortalarsi sulla stoffa. Esisteva, nel
castello di Fontanellato, una primitiva camera obscura,
ovvero una stanza nella quale l’unica luce disponibile
passava
attraverso un foro nella parete, dove era stata collocata una
rudimentale lente di ingrandimento: in questo modo si potevano vedere,
riflesse sulla parete opposta, le immagini capovolte di quanto accadeva
all’esterno di quel muro. Se quindi Leonardo avesse messo a
punto
un processo chimico in grado di fissare in qualche modo la luce sul
lino, sarebbe (forse) stato in grado di realizzare qualcosa di
vagamente simile al misterioso telo che ancor oggi affascina gli
studiosi di mezzo mondo. Secondo Prince e la Picknett, Leonardo avrebbe
impiegato una tela «sensibilizzata» con urina: poi,
6-12
ore di esposizione di fronte ad un modello illuminato con lampade per
simulare «il caldo sole italiano» e il gioco
è
fatto; si lava la tela in acqua fredda, si espone al calore, poi si
lava in acqua calda e detergente. Qualche ritocco di sangue completa
l’opera. Come sempre, i «moderni falsari»
mostrano
quello che hanno ottenuto, più o meno somigliante alla
Sindone:
ovviamente all’apparenza, da verificare in laboratorio.
Secondo Nicholas Allen, professore di
Belle Arti
dell’Università sudafricana di Port Elisabeth ed
esperto
di fotografia, l’immagine della Sindone si potrebbe
realizzare
con una «lente al quarzo, nitrato d’argento e luce
solare
naturale». La lente sarebbe stata posta a metà
strada tra
il corpo e il lenzuolo, che doveva essere ad otto metri di distanza.
Allen ritiene che Leonardo potrebbe aver appeso sotto il sole, in
posizione verticale, un manichino o un cadavere dipinto di bianco
«per un numero non specificato di giorni» di fronte
ad una
rudimentale camera oscura contenente un lenzuolo opportunamente
trattato con nitrato d’argento. L’ipotesi di un
cadavere
appeso per giorni al sole è assurda, non fosse altro
perché il rigor
mortis
non sarebbe durato così a lungo. Ma anche un manichino non
è proponibile: nel Medioevo nessuno avrebbe potuto
realizzare
una statua così corretta dal lato anatomico. Inoltre, le
macchie
di sangue e di siero presenti sul lenzuolo sono irriproducibili con
mezzi artificiali: è sangue coagulatosi sulla pelle di un
uomo
ferito e ridiscioltosi a contatto con la stoffa umida; si tratta di
sangue umano maschile di gruppo AB che all’analisi del DNA
è risultato molto antico. Quindi, Leonardo – o chi
per lui
– avrebbe dovuto trovare una vittima il cui volto fosse
congruente in diverse decine di punti con le icone di Cristo diffuse
nell’arte bizantina, pestare a sangue l’uomo in
maniera
adeguata, in modo da ottenere determinati gonfiori del viso riprodotti
nelle icone, procurare alla vittima una ferita nel costato con una
lancia romana, facendone uscire sangue e siero separati, mantenere il
cadavere avvolto nel lenzuolo per una trentina di ore impedendo il
verificarsi del fenomeno putrefattivo, prevedere che da un cadavere si
potesse ottenere un’immagine così ricca di
particolari
come quella della Sindone, togliere il corpo dal lenzuolo senza il
minimo strappo o il più lieve spostamento che avrebbero
alterato
i contorni delle tracce di sangue. La realizzazione artificiale della
Sindone è impossibile ancora oggi.
Dove ci conduce tutto questo?
Semplicemente ad
ammettere che la Sacra Sindone, ammirata da secoli, da secoli mantiene
intatto il suo fascino e il suo mistero. L’uomo di scienza
china
il capo di fronte alla sua inesplicabilità. Il Cristiano
più maturo poco si cura di tutte le dispute e il chiasso
intorno
alla Sindone: sa bene che, anche se si provasse che è un
falso,
la sua fede non ne verrebbe minimamente scalfita –
significherebbe semplicemente che quello non è il telo in
cui fu
avvolto Gesù. Per lui, la Sindone è
essenzialmente
«icona della Passione», reliquia che parla al cuore
di un
amore sovrumano, un amore che accetta il dolore e il sacrificio supremo
per la salvezza degli altri. Questo è il messaggio
più
autentico e più vero della Sacra Sindone!
(aprile 2011)