Gesù
Cristo è stato uno dei più grandi personaggi
della
Storia, sia per il messaggio che diede, sia per le opere che
compì. Di fronte a una tale figura, tanto affascinante da
esser
quasi temibile, sono tanti i modi di porsi: c’è
chi crede
di aver fede in Lui, e c’è chi invece pensa di non
averla;
c’è chi gli consacra tutta la vita, e chi passa
tutta la
vita a combatterlo; c’è chi rimane sgomento dal
suo
messaggio ed ostenta indifferenza; c’è chi lo
accoglie con
entusiasmo ma poi, come nella parabola evangelica, le
difficoltà
e le preoccupazioni della vita soffocano
quest’«anelito
all’Infinito». Di certo, una vita non basta per
poter dire
l’ultima parola su di Lui.
Un modo interessante per accostarci alla figura di Gesù
potrebbe
essere usare uno dei mezzi più comunicativi di questi tempi:
il
cinema, che al Cristo ha dedicato centinaia di pellicole, generalmente
di buon livello artistico. E che lo leggono da differenti punti di
vista, appoggiandosi da un lato al testo biblico, dall’altro
allo
sterminato e secolare patrimonio iconografico cristologico. Il testo
biblico è un testo che chiede a tutti, laici e credenti
(perché è un patrimonio comune), rispetto, che a
tutti
chiede di non fare degli esercizi di «bella
scrittura»: non
si tratta mai semplicemente di riprodurre la Bibbia
in pellicola, ma di provare a ri-capire, ri-sentire, ri-leggere quel
testo all’interno di un orizzonte di senso assolutamente
nuovo.
Ogni generazione ha usato gli strumenti comunicativi a propria
disposizione per riscrivere la Scrittura: parola, architettura,
scultura, pittura, teatro, musica si sono incessantemente
«accordati» nel tentativo di dare nuova risposta
agli
interrogativi suscitati da quella Presenza di cui la Bibbia
vuole dare testimonianza. Oggi, ad essi si è affiancato
anche il cinema!
Le Passioni (la
cinematografia-attrazione, 1897-1914)
Già
nel periodo del muto il cinema, nazionale ed internazionale, realizza
numerosissime pellicole sulla vita di Cristo, o concernenti figure di
Santi e personaggi biblici; questo dato indica sia l’impegno
del
cinematografo ad inserirsi a pieno titolo tra gli spettacoli
d’intrattenimento popolare (teatro, varietà,
spettacoli
itineranti, burlesque…),
sia la sua volontà di distinguersene per elevata
qualità
artistica e morale: la figura di Cristo, e in generale la presenza di
un soggetto religioso, conferisce al nuovo mezzo di comunicazione
l’opportunità sia di conquistare
un’ampia fascia
d’utenza e di avere il consenso della Chiesa (spesso
diffidente
verso la «nuova diavoleria del secolo» e propensa a
forme
di controllo e di censura), sia di ottenere un vasto successo popolare.
Il filone principale della filmografia religiosa internazionale degli
anni Dieci è costituito dalle Passioni di Cristo.
Caratteristica peculiare delle Passioni
è la loro struttura: una serie di quadri indipendenti, che
narrano la vita di Gesù secondo l’ordine
cronologico
indicato dai Vangeli,
puntando sull’integrazione narrativa e sulla
qualità artistica delle singole vedute. Questa struttura a tableaux vivants
è possibile poiché un argomento di portata
universale
come la vita di Cristo riesce ad essere compreso e fruito con successo
dal pubblico nonostante l’assenza di nessi temporali tra un
quadro e l’altro, proprio in quanto privo della
necessità
di esplicitare passaggi cronologici o dialoghi tra i protagonisti; il
pubblico, infatti, non deve preoccuparsi di scoprire una nuova storia,
ma solo di apprezzarne la rappresentazione. Per di più non
risulta fondamentale, in questo tipo di pellicole, una netta
caratterizzazione psicologica del Salvatore, quanto piuttosto una
semplice, elegante, talvolta ascetica, presentazione della sua figura.
Per questi motivi il filone delle Passioni
dà vita ad un’iconografia cristologica nuova e al
tempo
stesso tradizionale: nuova in quanto filtrata dal cinematografo, ma
tradizionale a seguito degli elementi rappresentativi che definiscono
la figura di Cristo. Risulta, infatti, semplice ed immediato paragonare
alcuni tableaux
a note opere
d’arte pittorica, soprattutto quelle inerenti i soggetti
canonici
dell’iconografia sacra (ad esempio l’Annunciazione,
la
Natività, l’Ultima Cena, la Crocifissione). Le Passioni,
porta d’accesso del sacro nel cinema, rimangono il genere
più diffuso della cinematografia-attrazione; il loro fascino
colpisce soprattutto il sentimento religioso dei semplici, tanto che i
missionari dell’epoca acquistano queste opere per mostrarle
nei
diversi territori di evangelizzazione.
Christus
(1916)
Il
film Christus,
di Antamoro, ripercorre la vita di Gesù di Nazaret
dall’Annunciazione all’Ascensione al Cielo, ed
è
diviso in tre parti, denominate «Misteri»: il Primo
Mistero
(Mistero della Natività), il Secondo Mistero (Vita Adulta e
Predicazione), il Terzo Mistero, a sua volta suddiviso in tre parti
(Passione, Morte e Resurrezione). La scelta di frammentare il racconto
in una serie di episodi indipendenti collega inevitabilmente Christus alla
tradizione delle Passioni;
sicuramente la superiorità di questo lungometraggio risiede
e
affonda le sue radici nel rifiuto da parte di Antamoro di un racconto
in sequenze concatenate. La frammentazione in Misteri permette il
massimo della concentrazione sui singoli episodi, stimola la
contemplazione e l’esaltazione del quadro, sia da parte del
regista, sia da parte del pubblico; il gusto compositivo per ogni
singola ripresa rende questo lungometraggio un’opera
pregevole e
induce lo spettatore ad un atteggiamento devozionale, che richiama alla
mente e al cuore la popolare ed antica preghiera del Rosario.
L’inserimento, consapevole ed esplicito, di minuziose
riproduzioni di celebri opere d’arte (quasi tutte di autori
italiani), non solo esprime l’intenzione di nobilitare la
pellicola con preziosismi figurativi che stupiscono lo spettatore e lo
rendono cosciente della qualità artistica del
lungometraggio, ma
conferma la tesi iniziale della presenza di una vera e propria
iconografia cristologica all’interno della produzione
cinematografica muta. La figura di Cristo viene riportata alla mente e
agli occhi dello spettatore in tutta la sua dignità e
statura
morale, sicura di una tradizione artisticamente più che
valida,
capace di associare la divinità di Cristo alle
più
sublimi manifestazioni della creatività umana.
Elemento fondamentale per il riscontro positivo che ebbe
l’opera,
soprattutto a livello popolare, è
l’interpretazione degli
attori protagonisti: Alberto Pasquali incarna con misura e
capacità mimica la figura tradizionale del Redentore,
conferendogli un’aura di umile divinità; Leda Gys,
soprattutto nei drammatici momenti della Crocifissione, trova accenti
di verità inusuali nello stile recitativo del cinema
italiano
dell’epoca, unanimemente riconosciuti dalla critica.
I pregi della pellicola finora elencati sono ovviamente affiancati da
inevitabili difetti: la scelta di una struttura a quadri comporta un
ritmo rallentato e, a volte, una certa discontinuità;
l’esplicito riferimento alle opere d’arte, non
nascendo da
una necessità interna al racconto cinematografico,
può
risultare un freddo inserto, volto a fare sfoggio di una mera
erudizione estetica.
Nonostante tali inevitabili debolezze stilistiche, Christus
risulta una vera opera cinematografica capace di offrire un contributo
nel passaggio progressivo dalla cinematografia-attrazione al cinema
come arte.
Gesù
e il kolossal (anni Venti-Cinquanta)
La
rappresentazione di Cristo, in questi anni, risulta spesso frutto
dell’intersezione tra contesto storico e intenzione
registica, ai
fini di realizzare un ritratto sempre diverso ed originale del Figlio
di Dio, tramite il quale poter esprimere una visione personale della
fede e della vita. La cifra stilistica delle pellicole di questo
trentennio è la libera interpretazione di tradizione
iconografica e Sacre Scritture, inserita nello stile e nel fasto tipico
dei kolossal
storici.
Per maggiore chiarezza, segue un breve elenco di alcuni film
dell’epoca:
1925: Ben Hur
(F. Niblo)
1927: Il re dei re
(C. B. De Mille)
1935: Golgota
(J. Duvivier)
1951: Quo vadis?
(M. Le Roy)
1953: La tunica
(H. Koster)
1959: Ben Hur
(W. Wyler)
1961: Il re dei re
(N. Ray)
Il
Vangelo secondo Matteo (1964)
Nel
pieno della riflessione legata al Concilio Vaticano II e nel pieno di
un periodo di passioni e contrapposizioni ideologico-politiche, la Bibbia
torna al cuore del mondo cattolico, e di questo rinnovato atteggiamento
di attenzione il cinema biblico non può non risentirne,
tanto
più nel momento in cui lo stesso Concilio riconosce ai mezzi
di
comunicazione di massa un nuovo ruolo come strumenti per diffondere la
conoscenza della fede cristiana (decreto sui mezzi di comunicazione Inter Mirifica,
1967). E di questa influenza del Concilio in sé, come evento
storico che riguarda tutti, è testimonianza evidente
l’esplicita dedica del Vangelo
secondo Matteo
di Pasolini «alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni
XXIII» e il suo sforzo di riprendere gran parte del testo
matteano nel parlato, con un atteggiamento di fedeltà
traspositiva che resterà nella storia del cinema biblico una
sorta di unicum.
Destò
scandalo la realizzazione di questa pellicola da parte di un regista
dichiaratamente ateo, omosessuale e di ideologia marxista, che
affermò di aver affrontato quest’opera a seguito
di una
crisi religiosa.
Il Vangelo secondo
Matteo
di Pasolini è una trasposizione estremamente fedele del
testo
dell’evangelista Matteo, scelto dal regista per il suo essere
una
semplice e scarna cronaca e perché qui risalta
l’umanità del Cristo, il suo essere uomo tra gli
uomini:
si ripercorre così la nascita, Erode, il battesimo da
Giovanni
Battista fino ad arrivare alla morte e alla Resurrezione; non vi sono
variazioni nella storia, né cambiamenti anche testuali
apportati
dal regista alla versione di San Matteo. Girato tra i sassi di Matera,
in Lucania, il Vangelo
si riallaccia nello stile semplice, ma anche ostico e ben poco
attraente, alle Passioni
del cinema delle origini. Anch’esso si rifà alle
sacre
rappresentazioni popolari nella scelta di rappresentare la vicenda
ricorrendo ad attori non professionisti affinché il vero
centro
dell’attenzione dello spettatore diventino non la bellezza
estetica dell’immagine quanto piuttosto le parole pronunciate
da
Gesù, doppiato dalla voce pulita e impostata di un vero
attore,
Enrico Maria Salerno. L’immagine stessa di Cristo viene
spogliata
da tutta l’iconografia classica in favore di una scelta del
tutto
nuova: Pasolini trova il suo Gesù nel volto del Catalano
Enrique
Irazoqui, scelto per i suoi tratti somatici molto vicini alla
ieraticità della pittura bizantina e ai volti allungati dei
dipinti di El Greco. Interessantissima è anche
l’insistenza di soffermarsi sui volti e le espressioni degli
improvvisati attori, indispensabile per «sopperire»
all’assenza dei dialoghi – indimenticabile lo
sguardo della
giovane Maria all’inizio del film, uno sguardo duro e deciso
di
fronte al volto sbigottito di Giuseppe, che apprende la sua promessa
sposa essere incinta. Proprio la Vergine appare come una figura molto
bella e nitida, e in quella sequenza, non appena la macchina da presa
si allontana, appare sullo sfondo un mezz’arco di pietra che
le
fa da cornice, come l’ovale di una medaglietta del Rosario.
Pasolini lesse il Vangelo,
per sua stessa ammissione, per la prima volta nel 1942, e la seconda ad
Assisi nel 1962. In quest’ultima occasione Pasolini ebbe
l’idea di un film sul Vangelo.
Il regista non è un Cattolico, e proprio questo suo distacco
lo
convincerà a terminare questo ambizioso e rischioso
progetto:
«Io ho potuto fare il Vangelo
così come l’ho fatto proprio perché non
sono
Cattolico» spiegherà, «nel senso
restrittivo e
condizionante della parola: non ho cioè verso il Vangelo
né le inibizioni di un Cattolico praticante (inibizioni come
scrupolo, come terrore della mancanza di rispetto), né le
inibizioni di un Cattolico inconscio (che teme il Cattolicesimo come
una ricaduta nella condizione conformistica e borghese da lui superata
attraverso il marxismo)».
La critica di Sinistra risponde freddamente all’uscita del Vangelo,
per questioni meramente ideologiche
(«l’Unità»
scrive che «il nostro cineasta ha soltanto composto il
più
bel film su Cristo che sia stato fatto finora, e probabilmente il
più sincero che egli potesse concepire. Di entrambe le cose
gli
va dato obiettivamente, ma non entusiasticamente atto»).
Pasolini
risponde alle critiche esaltando la comune avversione del Cattolicesimo
e del comunismo verso il materialismo borghese, unico vero nemico di
Cristo. Lui intravede nell’ateismo di un comunista una certa
religiosità in quanto «si possono sempre ritrovare
quei
momenti di idealismo, di disperazione, di violenza psicologica, di
volontà conoscitiva, di fede – che sono elementi,
sia pur
disgregati, di religione».
Se le interpretazioni politiche della pellicola si sono sprecate,
è forse la modalità semplice e povera attraverso
cui sono
rappresentati i miracoli che può fornire la chiave per
comprendere l’ottica attraverso cui il regista si accosta a
Gesù: Pasolini non comprende la dinamica degli eventi
prodigiosi
narrati da Matteo, tuttavia non può fare a meno di
constatare
che qualcosa è effettivamente accaduto
nell’incontro con
quell’Uomo; l’intero film, rispettando fino in
fondo la
verità storica dell’esistenza di Cristo, constata
che a un
certo punto nella Storia è avvenuto che un Uomo si
è
detto Dio, semplicemente riproponendo quei fatti così come
conservati dalla tradizione. Si tratta di un avvenimento la cui portata
sfugge alla piena comprensione del regista, ma non per questo
può essere demistificato; e in questa onestà
assoluta
risiede tutta la straordinarietà del film, ma probabilmente
anche il suo stesso limite, perché esso si ferma decisamente
un
passo prima dell’adesione libera e consapevole alla
Verità
fattasi carne. Dice Pasolini del suo Vangelo:
«Avrei potuto demistificare la reale situazione storica, i
rapporti fra Pilato e Erode, avrei potuto demistificare la figura di
Cristo mitizzata dal Romanticismo, dal Cattolicesimo e dalla
Controriforma, demistificare tutto, ma poi, come avrei potuto
demistificare il problema della morte? Il problema che non posso
demistificare è quel tanto di profondamente irrazionale, e
quindi in qualche modo religioso, che è nel mistero del
mondo.
Quello non è demistificabile». L’idea
pasoliniana
del Vangelo
si riferiva in
primo luogo all’idea della morte, uno dei temi fondamentali
dell’impegno intellettuale del Poeta: «È
dunque
assolutamente necessario morire, perché, finché
siamo
vivi, manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci
esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza)
è
intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di
relazioni
e di significati senza soluzione di
continuità…».
Non casualmente Pasolini affida ad un linguaggio sonoro raffinato tutte
le vicende più significative narrate nel film; ed
è
straordinario l’accostamento delle ultime immagini del film
(Maria – che è qui la stessa madre di Pasolini
– si
reca alla tomba del Figlio; il sepolcro si apre e Cristo non
è
più avvolto nel sudario: è Risorto!) al Gloria
di una Messa cantata congolese: nel canto, il testo è in
latino
e la musica ha tutti gli accenti, gli strumenti e i ritmi del folclore
africano, quasi a sottolineare l’universalità di
un
profondo sentimento religioso.
Il film – è bene ricordarlo – non
è una
ricostruzione storica fedele, ma una trasposizione cinematografica
della versione di Matteo, ossia del modo in cui ha inteso la vita di
Cristo. Non vi è nel film una ricostruzione storica, ma,
come lo
stesso Pasolini definisce, «una specie di ricostruzione per
analogie. Cioè ho sostituito il paesaggio con un paesaggio
analogo, le regge dei potenti con regge e ambienti analoghi, le facce
del tempo con delle facce analoghe; insomma è presieduto
alla
mia operazione questo tema dell’analogia che sostituisce la
ricostruzione». Il film non vuole essere una ricerca
illustrativa, ma vuole dare il senso della poesia che
c’è
nel Vangelo:
«La mia idea è questa: seguire punto per punto il Vangelo secondo Matteo,
senza farne una sceneggiatura o riduzione. Tradurlo fedelmente in
immagini, seguendone senza una omissione o un’aggiunta il
racconto. Anche i dialoghi dovrebbero essere rigorosamente quelli di
San Matteo, senza nemmeno una frase di spiegazione o di raccordo:
perché nessuna immagine o nessuna parola inserita
potrà
mai essere all’altezza poetica del testo. È
quest’altezza poetica che così ansiosamente mi
ispira. Ed
è un’opera di poesia che io voglio fare. Non
un’opera religiosa nel senso corrente del termine,
né
un’opera in qualche modo ideologica. In parole molto semplici
e
povere: io non credo che Cristo sia Figlio di Dio, perché
non
sono credente, almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino:
credo cioè che in Lui l’umanità sia
così
alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini
dell’umanità. Per questo dico
“poesia”:
strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale
per Cristo».
Jesus
Christ Superstar (1973)
Jesus Christ Superstar
di Norman Jewison traspone sul grande schermo il fortunato musical
di Andrew Lloyd Webber (autore delle musiche) e Tim Rice (autore delle
parole). Di successo immediato e planetario, la pellicola racconta le
vicende che caratterizzano gli ultimi sette giorni della vita di
Gesù Cristo, dal suo ingresso in Gerusalemme fino alla
Crocifissione. In essa dominano tre figure: Gesù Cristo, che
sembra una star del rock ormai in declino e abbandonata dai suoi stessi
seguaci, appare come una figura che ha molto di umano e poco di
trascendente, con il dubbio e la paura di morire; Maria Maddalena,
seducente e ambigua, ma anche dolce ed investita da un amore che lei
stessa non sa comprendere; e infine Giuda, il traditore, figura cardine
del film e qui rappresentato come vittima per
l’umanità,
un uomo costretto suo malgrado a portare fino in fondo il tradimento
del suo Maestro.
Norman Jewison iniziò a girare in Israele il film, e i
paesaggi
tipici della Palestina (l’infuocato deserto che spinge le sue
sabbie ocracee fin sulle rive del lago, il giardino degli Ulivi, le
rovine delle città romane) riescono con la loro stessa
bellezza
a coinvolgere lo spettatore in questa sorta di «sacra
rappresentazione filmica» messa in scena a ritmo di rock da
un
gruppo di hippy
riunitisi nel deserto.
La pellicola (che alla sua prima uscita fu subissata da un coro di
proteste per il carattere irriverente e dissacratorio con cui sembrava
descrivere il Cristo) tenta un approccio diretto, adeguato ai giovani
ed alle nuove generazioni, nei confronti dell’enigmatica
figura
di Cristo, tanto che il tema centrale, sia narrativo che musicale,
è proprio la domanda sulla sua identità:
«Jesus
Christ, who are you? What have you sacrificed?»
(«Gesù Cristo, chi sei tu? Che cosa hai
sacrificato?»). Gesù, interpretato da Ted Neeley,
è
per i giovani un grande uomo che sfida il mondo intero e le sue regole
con un messaggio rivoluzionario; ma a un certo punto, senza un
apparente motivo, comincia a fare la «superstar»
dicendo
addirittura di essere Dio, e allora le cose cominciano ad andar male,
nonostante Giuda, da sempre il suo braccio destro, cerchi in ogni modo
di farlo recedere da questa sua strana pretesa destinata a portarlo
alla morte.
Il merito di questo coinvolgente film, sorretto da un’ottima
musica, è quello di aver tentato di proporre in maniera
diretta
ai giovani la pretesa di Cristo di essere Dio (interessantissima, a
questo proposito, la figura di Erode, vera e propria
«macchietta», ritratto come un regista
hollywoodiano che
– esibendosi in un pittoresco balletto con la sua corte di
transessuali – tenta di convincere Gesù a fare un
piccolo
miracolo, giusto per fargli vedere che è davvero il Figlio
di
Dio… la spettacolarizzazione della Fede). Ma questa domanda
iniziale finisce per diventare un’assurda pretesa nel momento
stesso in cui sono gli stessi giovani ad avere l’ultima
parola e
a darsi da soli una risposta: è emblematica la sequenza
finale
nella quale, dopo la Crocifissione, tutti se ne vanno mentre il
personaggio che ha interpretato Cristo rimane ancora inchiodato alla
croce, come ad affermare che quel sacrificio è stato grande
ma
in fin dei conti incomprensibile.
Ma ecco che nell’ultima inquadratura si nota un uomo
andarsene
verso l’orizzonte, come se fosse appena uscito dal
sepolcro…
Gesù
di Nazaret (1977)
Variamente
vilipeso e deriso (è stato persino giudicato un
«filmetto
da oratorio» per la sua narrazione piana e scorrevole e
l’assenza di tecniche cinematografiche di particolare
innovazione), il Gesù
di Nazaret
di Franco Zeffirelli è in realtà una pellicola di
tutto
rispetto, una perla assolutamente perfetta per quelli che erano gli
intenti del regista: raccontare la vita di Gesù Cristo
così come ce la tramandano i Vangeli; si
potrebbe infatti vedere il film con i Vangeli
aperti a fianco, nonostante alcune libertà tratte anche
dagli
apocrifi; si può, anzi, dire che è il film
più
«completo» sulla vicenda di Cristo. Zeffirelli
imbastisce
una messa in scena enorme e sfavillante, arricchita dall’uso
di
riferimenti iconografici a secoli di pittura cristiana (tra cui un
Gesù con capelli lunghi ed occhi azzurri), attraverso la
quale
suggerisce il senso del sacro, trovando la sua sintesi nella figura di
Gesù, interpretato da Robert Powell in una delle sue
migliori
interpretazioni: persino il suo sguardo a volte un po’
«perso» e «spento» è
quello di chi non
è più sulla terra, ma è già
proteso verso
le cose del Cielo. Gesù
di Nazaret
è destinato ad essere uno dei film biblici più
fortunati
presso il mondo cattolico per la ricostruzione degli ambienti, la
fluidità del ritmo narrativo, la partecipazione di grandi
attori, le immagini di grande bellezza, e per l’indubbia
capacità di rinnovare la spettacolarità classica
del
cinema biblico. Ulteriore caratteristica della pellicola è
quella dell’attenzione alla riflessione politica e civile,
evidente nella scena della flagellazione (punto di vista
dell’inquadratura coincidente col punto di vista del potere).
La
vera forza della pellicola risiede comunque nei ritratti degli
Apostoli, resi con uno straordinario senso di realismo mai visto prima:
nel mostrare la quotidianità dei rapporti tra uomini comuni,
diversi per carattere, la sapienza visiva di Zeffirelli colpisce nel
segno, soprattutto nella figura di Pietro, interpretato da James
Farentino, certo rude e scontroso, ma indubbiamente reale nel dramma
della sua umanità di fronte a Cristo – un dramma
nel quale
siamo tutti immersi. Quelli che Zeffirelli mette in scena nel loro
rapporto quotidiano con quella Presenza certo fuori dal comune, sono
uomini ritratti di fronte al Mistero, nei quali anche lo stesso regista
si gioca personalmente come credente, invitando tutti noi –
sia
Cristiani che atei – a fare lo stesso.
L’ultima
tentazione di Cristo (1988)
Nel
1988 Martin Scorsese realizza L’ultima
tentazione di Cristo, tratto dal romanzo omonimo dello
scrittore greco Nikos Kazantzakis, un film collocabile sulla scia dei
grandi kolossal
hollywoodiani. La pellicola, attaccata come
«scandalosa»
alla sua uscita per una scena in cui Gesù farebbe
l’amore
con la Maddalena (scena che in realtà è poco
più
di un abbraccio), rivalutata solo nel 2003, è il coronamento
di
un progetto tenacemente portato avanti da Scorsese, ossessionato dai
temi della morte e del destino opprimente, che qui riversa in toto
sul protagonista del suo film. Scelto da Dio perché porti a
termine la Sua opera di salvezza, Gesù – un
modesto
falegname costruttore di croci per conto dei Romani – non
vorrebbe sobbarcarsi questo peso perché, come
l’uomo di
oggi, è carico di dubbi e di incertezze, incapace di
decidere da
solo come reagire a questa voce interiore che lo chiama, tanto da aver
bisogno del tradimento dell’amico Giuda per poter essere
crocifisso secondo il volere di Dio. Ma sul Calvario si innesta
l’ultima tentazione, o meglio l’ultima
allucinazione: come
Abramo con Isacco, così un angelo di Dio toglie
Gesù
dalla croce perché il suo sacrificio non occorre
più a
Dio Padre. Tornato ad essere un uomo come tanti, può
sposarsi e
avere dei figli, vivendo una vita normale fino a diventare vecchio. Ma
sul letto di morte, mentre Gerusalemme viene distrutta dai Romani, i
discepoli tornano da Lui e il suo vecchio amico Giuda lo accusa di
essere il vero traditore perché ha rinunciato ad essere il
Messia, per aver dato ascolto alla voce di un angelo che si rivela
essere nient’altro che Satana stesso. Di fronte alla
sconfitta,
Gesù chiede al Padre di poter tornare su quella croce:
un’improvvisa carrellata in avanti ed eccolo nuovamente sul
Calvario dove tutto può compiersi e finalmente
può morire
per il disegno di Dio, mentre sullo schermo segni di luce colorata
simili a una pellicola cinematografica avvisano gli spettatori che il
film è finito e che la finzione ormai è terminata.
Pur ambiziosa nello scopo e certamente non scontata, almeno dal punto
di vista visivo, questa Ultima
tentazione di Cristo
resta un’opera profondamente ambigua e in molti punti
irrisolta;
ma il limite più grande sta nel fatto che rimane del tutto
insoluta la pretesa iniziale di scandagliare le due anime di
Gesù, quella umana e quella divina, alla quale Scorsese non
riesce a dare una risposta precisa, finendo più che altro
per
ridurre Gesù al solo fattore umano, caratterizzandolo come
un
uomo di oggi, lacerato dalle incertezze, ai limiti della schizofrenia,
irriconducibile ad una unità che ne sappia cogliere il
Mistero
profondo.
«Questo film», spiega il Cattolico di origini
siciliane
Martin Scorsese «non è basato sui Vangeli.
È solo una riflessione fantastica sugli eterni conflitti
dello
spirito». Queste le parole che compaiono puntuali ad inizio
pellicola: la frase può essere letta come un invito a
predisporsi al contatto con una raffigurazione sicuramente meno
canonica, ma comunque sensata e rispettosa, della persona di
Gesù Cristo. Chiunque abbia mai pensato al Figlio di Dio
«semplicemente» come ad un uomo, non può
non aver
ipotizzato almeno una volta che Egli possa aver tenuto comportamenti in
qualche maniera simili a quelli mostratici in questo film, che possa
essere stato attraversato da pensieri prettamente
«umani»
che lo hanno fatto vacillare più di quanto si pensi
comunemente.
L’ultima
tentazione di Cristo
opera un’indagine non tanto mirata ad analizzare particolari
aspetti divini di Gesù, quanto piuttosto a riflettere su
quanto
di «terreno» ci fosse in Cristo stesso, sino ad
arrivare al
momento della Crocifissione allorché Gesù, una
volta
accettato il massimo sacrificio, viene tentato dal pensiero di una vita
tranquilla al fianco di Maria Maddalena.
Il film procede lentamente, con passo
riflessivo e
solenne, attraversando via via i molteplici eventi definitori,
soffermandosi non tanto sulla straordinarietà del singolo
episodio in sé, quanto piuttosto su come lo stesso
accadimento
possa aver influito sulla spiritualità e sulla psicologia di
Gesù, la cui figura e relativa complessità
ricoprono
sempre un ruolo predominante rispetto alla grandezza e alla
solennità delle sue azioni.
La
parte migliore di questa pregevole pellicola è proprio
quella
dell’ultima tentazione «vissuta» da
Cristo sulla
croce, quella che sublima tutto il percorso preparatorio che la
precede, rendendolo effettivamente più apprezzabile di
quanto
non appaia in prima istanza.
Gesù
nell’epoca della secolarizzazione (dagli anni Novanta ad oggi)
Gli
anni posti a cavallo tra il Ventesimo ed il Ventunesimo secolo sono gli
anni del «cinema dei buoni sentimenti», desideroso
di
proporre figure positive al grande pubblico, soprattutto ai giovani,
sempre più protagonisti di episodi di violenza non di rado
terminanti in tragedia. Le figure religiose hanno una parte
preponderante in questo progetto: Papi, Santi, grandi interpreti della
Fede appaiono sempre più di frequente sia sul grande che sul
piccolo schermo, in film nei quali il messaggio è
predominante
sugli effetti speciali e la buona riuscita del film è legata
principalmente alla bravura degli attori. La storia di Cristo tende a
seguire un’ottica prettamente umana, destinata in special
modo al
pubblico laico di oggi che di Gesù vuole indagare
l’anima
umana, con le passioni e le paure proprie di un uomo.
Il Jesus
di Young (1999), prodotto per la televisione e che rientra nel Progetto Bibbia
della Lux Vide, vuole presentarsi come riscoperta fedele e completa,
per un successo internazionale e un consenso popolare. Si avvale di uno
stile visionario ed effetti speciali per le scene in cui
Gesù si
confronta con Satana (anche con precisi riferimenti ai mali della
Storia), omaggia i Vangeli
del cinema (Scorsese ed altri), può contare su di un cast
internazionale.
Con The Passion di Mel
Gibson (2004) sembra vi sia un «ritorno» alle Passioni:
il film racconta le ultime dodici ore della vita di Cristo,
dall’Orto degli Ulivi dove Gesù si è
recato per
pregare, fino alla sua morte. «È un film a
proposito di
fede, speranza, amore e perdono» ha detto il regista,
«è un film sul sacrificio di Cristo». E
ancora:
«Gesù Cristo è stato pestato per le
nostre colpe,
è stato ferito per le nostre trasgressioni e dalle sue
ferite
noi veniamo guariti. Questo è il punto del film, non quello
di
attribuire responsabilità». Stando alle
dichiarazioni del
regista, Gibson ha steso la sceneggiatura della sua Passione attingendo
principalmente a due fonti: i quattro racconti evangelici della
Passione
e la storia della Passione contenuta nelle
«visioni» della
mistica tedesca dell’Ottocento Emmerick. Si tratta di due
fonti
di diverso valore (il Vangelo
è sicuramente più affidabile) e soprattutto di
diverso
stile: i racconti evangelici sono scarni ed essenziali, il racconto
della Emmerick invece, molto più lungo, dettagliato, si
sofferma
con insistenza sulle sofferenze del Redentore. Il tutto è
filtrato e riletto dalla Fede propria del regista e dalla sua
sensibilità artistica. Gibson ha presentato il film con
queste
parole: «Non è puramente documentaristico,
né
puramente artistico. Io lo considero un’opera contemplativa,
nel
senso che si è costretti a ricordare (non dimenticare) con
una
spiritualità che non può essere descritta, ma
solo
vissuta». Nel film il male è presente, concreto e
seducente; la violenza esplicita ed insistita, dicono i critici, non
è fine a se stessa: Gesù compie la
volontà del
Padre e questo sacrificio comporta violenza.
Quale sarà il futuro
dell’«indagine» intorno a
Gesù, nessuno lo può sapere. Ma sembra che,
cinematograficamente parlando, essa sia destinata a proseguire ancora a
lungo.
(marzo 2010)