Antiche
professioni di fede cristiane
Formule
di fede, acclamazioni, inni contenuti in particolare
nell’epistolario paolino ci informano su quale fosse la fede
delle prime comunità cristiane
di Simone
Valtorta
In
che cosa credevano i primi Cristiani? Per saperlo, è inutile
riferirsi – come fanno purtroppo molte persone, anche di
buona cultura – a quanto è scritto in romanzi di
basso o nullo valore culturale, o in pseudo-saggi composti non da
storici ma da «professionisti della penna»,
giornalisti, uomini politici, attori che spacciano per rivelazioni
clamorose notizie inventate di sana pianta; chiunque sia interessato
all’argomento (ma questo vale per qualsiasi ricerca storica)
deve in primis
riferirsi ai testi dell’epoca, inserendoli nel contesto
culturale e religioso della società che li ha prodotti.
È quello che faremo in questo breve articolo.
Numerosi passi del Nuovo Testamento,
principalmente nelle Lettere
di Paolo, contengono frammenti antichissimi (pre-paolini)
di confessioni di fede vere e proprie, acclamazioni, inni e tramandano
«la fede apostolica comune, precedente la riflessione
paolina. Non sono la teologia paolina, ma la base da cui Paolo parte
per costruirla. Numerosi indizi lo provano» (Bruno Maggioni
in Introduzione alla
storia della salvezza, Torino 1973, pagina 223). Questi
frammenti non vogliono semplicemente fare una
«cronaca» di certi avvenimenti, bensì
destare una fede che è accettazione personale e vissuta
dell’azione salvifica di Dio a favore degli uomini, nella
storia.
Tra i vari passi che si possono citare,
ne esamineremo tre: la Prima
Lettera ai Corinzi 15, 1-11, che riveste
un’importanza tutta particolare, la Lettera ai Romani
1, 3-4, che è una «formula di fede»,
quasi un credo
in miniatura, e la Prima
Lettera a Timoteo 3, 16, un «inno», il
cui contesto originario è quello delle celebrazioni
liturgiche.
Prima Lettera ai Corinzi
15, 1-11
«Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e
che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche
ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve
l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
Vi ho trasmesso dunque, anzitutto,
quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo
è morto per i nostri peccati secondo le Scritture, fu
sepolto ed è stato risuscitato il terzo giorno secondo le
Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve
a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior
parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a
Giacomo, e quindi a tutti gli Apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche
a me come all’aborto. Io infatti sono l’infimo
degli Apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato Apostolo,
perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio
però sono quello che sono, e la Sua grazia in me non
è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro,
non io però, ma la grazia di Dio che è con me.
Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e
così avete creduto».
Il brano è stato scritto
nell’anno 56 dopo Cristo, e rappresenta una delle pagine
più antiche (forse addirittura la più antica in
assoluto) che abbiamo sulla risurrezione di Gesù; Paolo
inoltre richiama la sua precedente predicazione a Corinto (anni 51-52),
ma anche allora egli aveva semplicemente trasmesso «alla
lettera» ciò che lui stesso aveva ricevuto, quindi
bisogna risalire o al tempo della sua permanenza ad Antiochia (verso il
40), o addirittura al tempo della sua conversione (35 circa). Questa
data è la più probabile, per ragioni sia
linguistiche che stilistiche, e si colloca ad un tempo vicinissimo
all’«evento fondatore» della Chiesa
(Gesù viene ucciso nell’anno 30).
Ciò che fa problema agli
abitanti di Corinto non è tanto la risurrezione di
Gesù, quanto la risurrezione dei morti: probabilmente i
Corinzi, di cultura greca, sono debitori della mentalità
dualistica del tempo, in base alla quale la morte è
considerata come il momento della separazione dell’anima dal
corpo, quest’ultimo visto come prigione perché
tutto ciò che ha a che fare con la materia è
caduco, è destinato alla dissoluzione, è fonte di
male e di infelicità; ciò che alcuni di essi
rifiutano è la risurrezione dei corpi.
Paolo fa notare, citando Menandro,
proprio un noto esponente della cultura greca, che «se i
morti non risorgono, allora “mangiamo e beviamo,
ché domani morremo”» (Prima Lettera ai Corinzi
15, 32): se non v’è risurrezione dei morti, viene
meno un elemento fondamentale della speranza cristiana, non
c’è più vera salvezza, per cui tanto
vale dedicarsi allo stile di vita pagano, alla cura di sé e
del proprio piacere, prima che tutto si dissolva. L’annuncio
di Paolo è invece incentrato sull’affermazione che
Gesù, quel medesimo Gesù che è morto
sulla croce, è vivo, è risorto (in tutta la Sua
realtà personale, quindi anche con il Suo corpo,
benché trasformato), aprendo così per chi crede
in Lui un futuro di vita e di speranza.
Il brano inizia con una dichiarazione
solenne: Paolo precisa qual è il fulcro della fede
cristiana, che lui non ha inventato, ma ricevuto: che Gesù
è morto (un fatto storico, che accomuna la Sua sorte a
quella di tutti gli uomini) per i nostri peccati –
è finito sulla croce perché, pur essendosi fatto
uomo per portare la salvezza agli uomini immersi nel peccato,
è stato respinto e ha scelto di condividere fino alle
estreme conseguenze la sorte degli uomini, legata al peccato e alla
morte, mostrando così fino a che punto giunge la
volontà di salvezza di Dio nei confronti
dell’umanità peccatrice continuamente proclamata
dalle Scritture, già nel Primo (o Antico) Testamento (Dio
è Colui che è alleato del Suo popolo, che non lo
abbandona nonostante le sue infedeltà, che non vuole la
morte del peccatore, ma che si converta e viva). Paolo inoltre precisa
che Gesù fu sepolto: per gli Ebrei, chi è sepolto
è definitivamente morto, diviene polvere e non appartiene
più alla comunità dei viventi.
Ma Gesù
«è stato risuscitato»:
l’immagine è quella del
«risveglio» di un dormiente o del
«rizzarsi» di uno che giace a terra, ma la
risurrezione di Cristo non è la semplice rianimazione di un
cadavere, il ritorno allo stato di vita precedente (come Lazzaro, o il
giovane di Nain) – il Risorto dopo la Sua morte è
in uno stato di vita del quale noi non abbiamo esperienza, per cui non
ne possiamo parlare se non per immagini, che vogliono far intuire una
realtà, non certo descriverla. E la menzione che
è avvenuto il terzo giorno (nel Primo Testamento il
terzo giorno era spesso considerato come il giorno della liberazione,
della salvezza, della vittoria sulla morte e su ogni forma di
schiavitù, dopo un intervallo di smarrimento, di crisi, di
«prova»: il terzo giorno Giuseppe libera i suoi
fratelli dal carcere, il terzo giorno Dio appare sul Sinai e stringe
un’alleanza con il Suo popolo, il terzo giorno Giona viene
liberato dal ventre della balena…), questa menzione,
dicevamo, non intende precisare una data, ma suggerisce che la
risurrezione di Gesù è l’evento
decisivo di salvezza, di liberazione: Dio interviene a salvare chi si
è affidato alla Sua volontà fino a dare la vita,
non lascia il giusto nella morte, ma lo fa risorgere, inaugurando
così il tempo della salvezza definitiva. Anche la
risurrezione di Gesù è quindi secondo le
Scritture: la Bibbia
parla della potenza di Dio come di una potenza di vita e di salvezza
che non si arresta di fronte a nessun ostacolo, che anche dalla morte e
dal nulla sa far scaturire la vita.
Poi Gesù «si
è fatto vedere», «si
mostrò», «apparve»: non si
tratta di un semplice farsi vedere, ma di un andare incontro
all’uomo, di un entrare in dialogo con lui. Il Risorto si
mostra nelle apparizioni come una persona che prende
l’iniziativa di un contatto personale, in vista di un compito
da svolgere da parte dei discepoli ai quali si richiede il
coinvolgimento personale, la testimonianza vitale. Il linguaggio
è quello narrativo, quello che si riferisce a fatti reali,
ad avvenimenti fuori discussione quanto a veridicità ed a
controllabilità storica: in questo senso si muove anche la
lista dei personaggi che vengono citati, tutti testimoni oculari, la
cui attendibilità è fuori discussione, alcuni
conosciuti personalmente da Paolo.
Abbiamo innanzitutto Cefa (Simon Pietro)
e i Dodici, il gruppo di discepoli che Gesù aveva costituito
attorno a Sé durante la Sua vita terrena, e la cui
testimonianza godeva di particolare autorità
all’interno della prima comunità cristiana; poi
sono menzionati cinquecento «fratelli» (qui
«fratelli» sta per «Cristiani»,
«credenti»), molti dei quali sono ancora viventi,
quindi possono essere direttamente interpellati (con tutta evidenza,
erano persone di cui si sapeva il nome). Questa apparizione non
è ricordata altrove nel Nuovo
Testamento; viceversa, Paolo non menziona le donne (citate
nei Vangeli)
come destinatarie delle apparizioni: per i dubbiosi di Corinto erano
necessarie testimonianze sicure, indiscutibili, e la testimonianza
femminile, allora, non godeva di questi requisiti. Si menzionano quindi
Giacomo (evidentemente «Giacomo, il fratello [cugino] del
Signore»), che occupava una posizione influente in
particolare nella Chiesa di Gerusalemme, di cui con Pietro e Giovanni
era una delle «colonne», e «tutti gli
Apostoli», non solo i Dodici già precedentemente
ricordati ma anche altre persone, soprattutto, sembra, alcune figure di
missionari, note nella Chiesa primitiva, che hanno particolarmente
contribuito alla diffusione del vangelo di Cristo nel mondo di allora.
Paolo cita se stesso come ultimo, riferendosi verosimilmente al suo
incontro con il Cristo sulla via di Damasco: un incontro
«fisico», a «tu per tu», non
un’«illuminazione»; dal momento che Paolo
era stato, fino a quel momento, un persecutore dei Cristiani, la sua
chiamata e l’efficacia della sua predicazione mostrano con
particolare evidenza la forza e la gratuità della potente
azione di Dio.
«Nella Prima Lettera ai Corinzi,
scritta molto prima dei nostri Vangeli,
ci è dunque tramandata un’antica testimonianza
sulla risurrezione, che Paolo già a Corinto
predicò come “vangelo” (annuncio di
gioia), che egli stesso precedentemente aveva
“ricevuto” e che “trasmise”
fedelmente, in accordo con la predicazione degli altri Apostoli
(versetto 11). Contenuto di questo vangelo è un evento
unico, straordinario e non esprimibile adeguatamente nel nostro
linguaggio: Cristo morì e fu sepolto; Egli è
stato risuscitato poco dopo la Sua morte secondo le promesse di
salvezza dell’Antico
Testamento ed è apparso a persone di cui si fa
il nome e la cui attendibilità per i Corinzi era fuori
discussione. Solo la fedeltà a questa
“parola”, predicata fin dall’inizio nella
Chiesa, porta, secondo Paolo, la salvezza» (J. Kremer, La testimonianza di 1 Cor 15,
3-8 sulla risurrezione di Cristo, in Autori Vari, Dibattito sulla risurrezione di
Gesù, Brescia 1969).
La risurrezione di Cristo apre un futuro
di vita per tutto l’uomo, in tutta la sua realtà
personale (compreso il corpo); è inoltre una salvezza che
riguarda tutti gli uomini: il destino di Gesù è
il nostro stesso destino. L’ultima parola di Dio è
una parola di vita, non di morte: la vicenda
dell’umanità intera non è nelle mani
del caso o del destino, ma ha un senso, e un senso di vita, di
salvezza; chi non ha capito questo, non ha capito l’elemento
centrale della fede cristiana, anzi, non conosce Dio, quel Dio di cui
parlano le Scritture e che non lascia nella morte coloro che fino alla
morte si sono impegnati ad eseguire la Sua volontà: alla
morte segue la risurrezione. Questo è il vangelo che Paolo
annuncia!
Lettera ai Romani
1, 3-4
«…riguardo al Figlio Suo, nato dalla stirpe di
Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo
lo Spirito di santità dalla risurrezione dei morti,
Gesù Cristo, nostro Signore».
Si tratta di una formula di fede
antichissima, che Paolo ha inserito nella solenne apertura di questa
sua lettera di presentazione ai Cristiani di Roma: la sua fede ha al
centro «Gesù Cristo, nostro Signore»,
che manifesta pienamente Se stesso e tutta l’azione salvifica
di Dio nei confronti degli uomini con la Sua risurrezione. Chi risorge
non è però semplicemente un Dio in forma umana,
ma un uomo preciso, vissuto in un certo modo, dotato di una
inconfondibile individualità storica. Il Figlio si
è fatto veramente uomo, è diventato uno di noi,
partecipe della nostra vicenda terrena; è nato alla vita
come nascono tutti i figli dell’uomo e in un popolo preciso,
destinatario delle promesse di Dio: è della stirpe di
Davide, e «Davide è tutta la storia di Israele e
la speranza che un giorno possa trovare il proprio coronamento
glorioso» (F. J. Leenhardt, L’épître
de Saint Paul aux Romains, Neuchâtel-Paris 1957,
pagina 22). L’esistenza umana e terrestre di Gesù
sbocca sulla risurrezione che dà inizio alla vita che
più non muore, quella alla destra del Padre.
L’idea è quella
dell’esaltazione: secondo le promesse del Primo Testamento,
il Messia viene riconosciuto come tale ed esaltato, intronizzato come
dominatore sui popoli e sulla storia; la risurrezione di
Gesù apre per tutti i popoli del mondo, per tutti gli
uomini, un futuro di vita e di salvezza. Gesù, il Figlio,
nascendo tra noi come uno di noi, rivela la potenza di Dio, la forza
con la quale Dio sconfigge la morte, ed anche dal nulla sa far sorgere
la vita.
Prima Lettera a Timoteo
3, 16
«Dobbiamo confessare che grande è il mistero della
pietà:
Colui che si è manifestato
nella carne,
è stato giustificato nello
Spirito,
è stato presentato agli
angeli,
è stato annunziato alle
nazioni,
è stato creduto dal mondo,
è stato elevato nella
gloria».
Nella vita della primitiva
comunità cristiana, uno dei luoghi caratteristici
dell’annuncio è la liturgia:
nell’assemblea di culto la comunità dei discepoli
sperimenta e vive quello che predica, celebra quello che crede; le
formule usate traducono la fede comune dei partecipanti alla
celebrazione liturgica, e costituiscono quindi un’espressione
significativa del modo con il quale i primi Cristiani leggevano il
mistero da essi creduto ed annunciato. Ha scritto C. H. Dodd, in La predicazione apostolica e il
suo sviluppo (Brescia 1973, pagina 83), che
«quando la Chiesa diede un assetto stabile alla propria vita,
il contenuto del kerygma [annuncio] entrò a far parte della
“regola di fede” riconosciuta dai teologi del II e
III secolo come presupposto della teologia cristiana. Dalla
“regola di fede” a sua volta venne fuori il
“credo”… Nello stesso tempo il kerygma
esercitò un influsso moderatore sulla formazione della
liturgia. Mentre la teologia progrediva oltre le posizioni stabilite da
Paolo e Giovanni, la forma e il linguaggio della Chiesa orante
restarono più aderenti al modello del kerygma. Forse proprio
in alcuni punti delle grandi liturgie della Chiesa ci troviamo
maggiormente vicini alla predicazione apostolica originaria».
È interessante allora
accostare anche testi originariamente liturgici, rintracciabili nella
produzione neotestamentaria; questo è il caso della Prima Lettera a Timoteo
3, 16, un inno (o frammento di inno) celebrativo-liturgico inserito
solo in un secondo tempo nella lettera al discepolo e collaboratore di
Paolo, Timoteo.
L’inno è tutto
giocato sul parallelismo antitetico terra-cielo: il mistero della
glorificazione di Cristo si realizza tra due sfere contrapposte
(«carne», «nazioni»,
«mondo» da un lato; «Spirito»,
«angeli», «gloria»
dall’altro: mondo terrestre e mondo celeste), che accostate
alludono al creato preso nella sua interezza. Si parla della
manifestazione di Gesù nell’umiliazione della
carne e nella gloria dello Spirito.
Questi pregnanti versetti, che
coinvolgono il cielo e la terra, sono espressione
dell’universalità della rivelazione salvifica di
Dio in Gesù Cristo: in Lui si riconciliano il cielo e la
terra.
Questo è il kerygma che viene
annunziato: la sua diffusione trascende i confini angusti di una
cultura e di una razza, per essere universale
(«nazioni» non abbraccia solo i pagani in quanto
differenziati da Israele, unico «popolo di Dio», ma
l’intera umanità, includendo perciò
anche Israele, attraverso cui è giunta la promessa e la
benedizione).
Al centro del «mistero della
pietà» c’è il Cristo
glorificato: dimorante nella gloria di Dio, ma la cui azione di
salvezza penetra nel profondo tutto il mondo e tutta la storia.
Conclusione
Dai testi esaminati emerge chiaramente la centralità della
Pasqua di Cristo nella vita di fede della prima comunità
cristiana; questa centralità è evidente nella
testimonianza della predicazione, nelle professioni di fede, nelle
celebrazioni liturgiche… ciò cui si rivolge la
fede degli Apostoli e dei primi discepoli non è la vicenda
storica di Gesù, ma è la conclusione, la morte e
risurrezione: quel Gesù che è stato crocifisso
è risuscitato ed è vivo, per la nostra salvezza.
Il Signore Gesù non ha abbandonato i Suoi discepoli dopo la
Sua morte: Egli è ancora in mezzo a loro, e si è
mostrato vivo in diversi modi. Ciò che i primi Cristiani
credono nella fede, annunciano nella predicazione, celebrano nella
liturgia e testimoniano nella vita, non è un coacervo
inestricabile di verità astratte o una serie di avvenimenti
slegati tra loro, ma ha un suo punto di riferimento originario, preciso
e inconfondibile: la Pasqua di Cristo.
La «buona notizia»
che ci è testimoniata è che Gesù,
morendo, non è scomparso nel nulla, ma è giunto a
Dio: Egli è vivo, assunto con tutta la Sua realtà
personale in quella pienezza di vita che supera ogni nostra
aspettativa, che sfugge ad ogni nostro tentativo di comprensione
esaustiva. È con il Padre.
Ed ha aperto per noi la strada:
là dove è Lui, saremo anche noi.
(marzo 2013)