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L’età antica: caratteristiche generali

Dai regni ai grandi Imperi dell’antichità

 

di  Simone Valtorta

 

 
Periodizzare un’epoca storica è impresa assai ardua, e ancor più stabilirne le caratteristiche. Per l’età antica, se ne fanno risalire gli inizi all’invenzione della scrittura, comparsa in Sumeria, presso il basso corso dei fiumi Tigri ed Eufrate (Mesopotamia Meridionale, attuali Iraq e Kuwait), all’incirca nel IV millennio avanti Cristo (prime città-stato) anche se bisogna aspettare il 3000 circa per avere le più antiche collezioni di tavolette di Uruk. La scrittura consentiva non solo di tramandare memoria precisa degli eventi del passato, ma serviva soprattutto per le operazioni amministrative e l’economia, ovvero permetteva un’organizzazione razionale di un vasto territorio e la creazione di un sistema burocratico ed amministrativo ben più complesso di quello tipico delle tribù o dei villaggi.
    Un altro fenomeno caratterizzante di quest’epoca fu l’esplosione dell’agricoltura, già iniziata nel periodo neolitico proprio in Mesopotamia. La maggiore abilità nella coltivazione consentì alle persone di insediarsi in una sola area, una condizione necessaria per la nascita della civiltà. I Sumeri perfezionarono l’agricoltura, che dal Medio Oriente si diffuse in tutta Europa: oltre ad avere raccolti sempre maggiori, come quelli di orzo, grano ed uva, i Sumeri addomesticarono gli animali per ottenere carne ed altri materiali, come pure per disporre di energia per l’aratro ed i carri (va ascritta a loro l’invenzione della ruota). Mediante i caratteri cuneiformi, il primo sistema di scrittura, furono registrati su tavole d’argilla un elenco di prodotti agricoli e l’albero genealogico dei cavalli.
    Questo spiega perché le prime civiltà sorgessero lungo il corso dei grandi fiumi: il Nilo in Egitto, il Tigri e l’Eufrate in Mesopotamia, l’Indo in India, il Fiume Giallo in Cina e, in Italia, il Po, l’Arno e il Tevere; il fiume forniva pesce, acqua potabile per bere e per irrigare i campi. I grandi corsi d’acqua avevano anche un’altra caratteristica: erano spesso navigabili, e permettevano perciò la possibilità dei commerci tra le varie popolazioni stanziate sulle loro sponde o sulle rive del mare (Roma, per esempio, dovette gran parte della sua iniziale forza al fatto di essere costruita presso l’unico guado del Tevere, vicina al mare ma non abbastanza da dover temere le incursioni piratesche). Pare che già 5000 anni fa gli Egizi stessero costruendo navi fatte di canne intrecciate, usate anche per la guerra: tali navi furono essenzialmente delle zattere, adatte all’impiego solo nelle relativamente placide acque del Nilo. Intorno al 2000 avanti Cristo, sia l’Egitto che Creta disponevano invece di navi di legno in grado di navigare le acque mosse e spazzate dal vento del Mediterraneo; per la propulsione, queste navi usavano una combinazione di vele quadrate (per la velocità) e di remi (per la manovrabilità). Comunque, la mancanza di strumenti come la bussola costringeva gli antichi navigatori a tenersi sempre in vista della costa: le «Colonne d’Ercole», il nome dato allo Stretto di Gibilterra, erano considerate il limite del mondo conoscibile, oltre al quale nessuno poteva avventurarsi. Grandi navigatori furono i Greci, i Cartaginesi e gli Etruschi, a cui dobbiamo la colonizzazione dell’Italia Centrale e Meridionale; anzi, le colonie greche nel Mezzogiorno ed in Sicilia furono talmente prospere e fiorenti anche rispetto alla civilissima madrepatria, da essere chiamate Magna Grecia («Grande Grecia»).

Le più antiche civiltà fluviali - http://www.iccinquegiornate.it/La%20scuola%20primaria/pagine%20bambini/i%20nostri%20libri/Le%20Origini/images/cartina_civilta_fluviali.jpg, 2013
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    Importanti furono i progressi nelle tecniche metallurgiche: il rame è stato uno dei primi metalli ampiamente usati dagli uomini, grazie alla sua malleabilità e alla sua durezza; come l’oro e l’argento, il rame si può modellare facilmente in molte forme, ma ha dimostrato una resistenza maggiore rispetto ai primi. Di conseguenza, esso fu usato dai primi fabbri per la produzione di attrezzi ed armi: le mazze con estremità in rame, per esempio, furono prodotte per la prima volta in Mesopotamia nel III millennio avanti Cristo, mentre gli arcieri continuarono ad usare punte di freccia in pietra, poiché esse erano sufficientemente letali e molto più facili da produrre rispetto a quelle in rame. Anche per il ferro si cominciarono a scoprire i primi limitati utilizzi, principalmente a causa della sua abbondanza, anche se ci vollero molti secoli prima che diventasse il metallo d’elezione per gli attrezzi.
    La produzione del bronzo cominciò con la fusione congiunta di due contenitori di rame e di stagno. Questa innovazione può essere stata accidentale, ma il valore maggiore del metallo non sfuggì agli antichi fabbri. Con il passare del tempo, fu trovata la migliore proporzione fra stagno e rame (circa una parte del primo ogni dieci parti del secondo). Questa scoperta fu uno dei primi grandi trionfi della metallurgia, permise la nascita sia della spada (la prima arma a non avere un uso secondario come utensile) che della falange, una formazione a blocco di fanteria corazzata, con i soldati armati di una lunga lancia dalla punta di bronzo, chiamata «sarissa». Sia il Re Filippo di Macedonia sia suo figlio, nonché successore, Alessandro il Grande, usarono la falange con effetti devastanti nelle loro campagne: in pochi decenni, dal 355 al 324 avanti Cristo, essi occuparono la Grecia, l’Egitto, la Persia, varcarono i confini dell’India e costruirono uno dei più grandi Imperi del mondo antico: un Impero composito, che si fondava sulla potenza militare macedone, sul sistema burocratico ed amministrativo persiano e sulla cultura greca (che era insieme capacità di relazioni sociali e stile di vita: lingua, filosofia, architettura, arti plastiche ed economia). Anche se, politicamente, l’Impero Macedone si disgregò poco dopo la morte di Alessandro il Grande, esso permise il diffondersi della civiltà greca in tutto il Levante, tanto che la lingua greca rimase una sorta di «lingua universale» anche durante il periodo della dominazione romana.
    Nel tentativo di proteggere le città dagli assalti dei nemici, i metodi di fortificazione furono continuamente migliorati e, di pari passo, le armi d’assedio divennero più efficienti. Micene aveva mura così grandi, da essere definite «mura ciclopiche» (si diceva che solo i ciclopi avrebbero potuto trasportare le enormi pietre usate per la loro erezione): purtroppo, neppure queste mura la salvarono dalla distruzione, portata dalla discussa invasione dei Dori (1100 avanti Cristo). Gli Assiri introdussero l’uso dell’ariete coperto, mentre i Greci usarono i lancia-sassi e le torri d’assedio. Durante un attacco su Rodi, i Macedoni costruirono una torre d’assedio così grande, che ci vollero più di tremila uomini per trasportarla fino alle mura della città. I Romani furono dei maestri nelle tecniche d’assedio: il doppio vallo costruito da Giulio Cesare durante l’assedio di Alesia (52 avanti Cristo), che gli permise di fronteggiare e sconfiggere i Galli che lo attaccavano sia da dentro la città che dall’esterno, rimane un formidabile capolavoro dell’ingegneria romana, come pure il ponte che fece costruire per varcare il Reno (impresa tentata da molti, anche in tempi recenti, ma mai eguagliata).
    Pure nel campo della medicina si ebbero notevoli progressi. Il Codice di Hammurabi (circa 2123-2081 avanti Cristo), che codificò il sistema giuridico dell’antica Babilonia, comprendeva tra l’altro leggi che trattavano la pratica della medicina. Risalgono a questo periodo anche i papiri egizi che descrivevano le cure popolari e le tecniche chirurgiche. Più tardi, in Grecia, il ruolo del soprannaturale in medicina fu ridotto ad un ruolo secondario fino a quando, ai tempi di Ippocrate nel V secolo avanti Cristo, la malattia venne trattata come un problema fisico con cause naturali, e non come un castigo mandato dagli dèi contro gli uomini. Intorno al 300 avanti Cristo, i Greci fondarono una scuola di medicina ad Alessandria, che continuò ad essere un grande centro di apprendimento attraverso l’età romana. Galeno, il medico personale di Marco Aurelio, era Greco di nascita; di lui si tramandano vari insegnamenti, compresa una frase un po’ ironica ma molto significativa: «Ricorda che il miglior medico è la natura: guarisce i due terzi delle malattie e non parla male dei colleghi». I Romani, comunque, avevano poca fiducia nella scienza dei Greci, e preferivano sopportare con coraggio il dolore piuttosto che tentare di lenirlo (dottrina filosofica dello stoicismo).
    L’educazione formale dei giovani trae le sue radici dall’antico Egitto e dalla Mesopotamia, ma furono i Greci ad organizzarla e ad espanderne il ruolo. Mentre le prime scuole erano dedicate solamente ad educare gli scrivani o ad insegnare la religione, le scuole in Grecia insegnavano educazione fisica, a leggere e a scrivere, norme di buona condotta e molte altre materie. In Grecia si ebbe anche un’educazione di livello superiore aperta a chiunque avesse disponibilità di tempo e di denaro: l’esempio più noto fu l’Accademia, fondata da Platone intorno al 387 avanti Cristo. A Roma l’insegnamento primario era gratuito ed affidato principalmente ad un grammaticus, di solito uno schiavo liberato di origine greca.

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    Tra il 500 ed il 300 avanti Cristo, l’Europa si trovava spaccata in due blocchi ben distinti: a Sud c’era la grande civiltà dei Greci, a Nord un crogiuolo di popoli guerrieri solitamente raggruppati sotto il nome di Celti, parola che significherebbe genericamente – a seconda delle varie interpretazioni – «invasori», «uomini bianchi» o anche «demonio», «pauroso», «aver paura». Ci vengono descritti dagli storici greci e latini dell’epoca come uomini forti, alti, biondi, dagli occhi chiari, barba e capelli lunghi; erano usi vivere in capanne e si dedicavano alla pastorizia, ma erano anche cacciatori formidabili e cavalcavano degli splendidi cavalli; si sbronzavano allegramente di cervogia (una sorta di birra fabbricata con orzo ed altri cereali fermentati), ma prediligevano il vino, che acquistavano dai mercanti greci; avevano una loro religione e i sacerdoti, detti «druidi» (parola che significa: «molto sapiente») celebravano i riti la notte nei boschi. In realtà, come annota lo storico Mario Moiraghi, «una donna vissuta nel Dorset, nel IV secolo avanti Cristo, un sacerdote pagano irlandese, del II secolo avanti Cristo, un guerriero dei Belgi, nel I secolo avanti Cristo, un bambino della corte di Hywel Dda, nel 950, un allevatore delle Highlands scozzesi, nel XVI secolo dopo Cristo, si sarebbero altamente meravigliati di essere definiti Celti». Il mito delle antiche tradizioni celtiche dei Paesi dell’Europa del Nord venne creato a partire dal Medioevo e via via consolidato fino ai nostri giorni per costruire una sorta di «tradizione locale» autonoma da quella di Roma, e che desse al barbaro settentrione uguale o maggiore dignità culturale rispetto al Sud latino. Le più recenti ricerche ed i reperti archeologici mostrano tutt’al più che popolazioni limitrofe subivano l’effetto della diffusione e dell’imitazione fra un popolo e l’altro: i vari popoli celtici non avevano elementi di identità solidi e comuni, non sapevano di essere un solo popolo e non avevano alcun interesse per una propria identità nazionale o sovranazionale, se non quella occasionale e strumentale prodotta da qualche sussulto nazionalistico o politico. Altrimenti, si potrebbe dire che i vari Paesi dell’Europa Occidentale, dell’America del Nord e l’Australia, uniti da una cultura di matrice umanistica, illuministica e cristiana, sono in realtà un unico Stato – cosa ovviamente falsa.
    Intorno al VI secolo avanti Cristo, diversi di questi popoli si misero in marcia verso le regioni meridionali dell’Europa: non un’invasione, ma una vera e propria migrazione. Due date rimangono fondamentali: nel 390 i Celti saccheggiarono Roma e poco più di un secolo dopo, nel 279, misero a ferro e fuoco la città di Delfi, portando via dal tempio del dio Apollo tesori provenienti dalle più lontane terre. Ma presto la situazione mutò: nel 240 avanti Cristo il sovrano di Pergamo riuscì a sconfiggere gli invasori, ricacciandoli in una zona arida della Turchia (vicino a dove sorge l’attuale capitale, Ankara), mentre nel 225 l’esercito celtico in Italia fu preso in trappola da due schieramenti romani e annientato. In seguito, i Romani ricacciarono i Celti sempre più a Nord (58-52 avanti Cristo: Giulio Cesare conquista la Gallia, l’attuale Francia; 43 dopo Cristo: l’Imperatore Romano Claudio invade la Britannia); solo in Scozia ed in Irlanda le popolazioni celtiche rimasero indipendenti. Si calcola che attualmente i discendenti diretti dei popoli celtici siano trecentomila persone, ma tale cifra è priva di riscontri scientifici.
    Fondata nell’VIII secolo avanti Cristo (secondo la tradizione, il 21 aprile del 753) da coloni latino-sabini od etruschi, Roma si sviluppò sia grazie alla sua posizione geografica, crocevia di rotte commerciali, sia grazie alle virtù di tenacia dei suoi abitanti, che dapprima dovettero lottare con accanimento per difendere le proprie frontiere, poi passarono decisamente all’attacco. La distruzione di Cartagine nel 148 avanti Cristo segnò l’inizio della grande vocazione espansionistica di Roma: da allora in poi, e fino al 180 dopo Cristo, la grande città laziale continuò ad inglobare sempre nuovi territori, passando di vittoria in vittoria. Giusti e un po’ cinici, i Romani seppero ben governare un Impero tra i più longevi della storia. La forza delle legioni sembrava inarrestabile e ben presto esse rappresentarono motivo di terrore non solo per i nemici, che morirono a milioni, ma anche per gli stessi Imperatori Romani che non di rado pagarono a caro prezzo la fedeltà dell’esercito.
    Tra il I e il III secolo dopo Cristo, la geografia del mondo si presentava dominata da quattro grandi Imperi: l’Impero Romano, l’Impero Persiano, l’Impero Indiano e l’Impero Cinese. Imperi spesso in guerra fra loro, ma anche fecondi di scambi commerciali: Roma riceveva profumi dall’Arabia e sete dalla Cina attraverso la pista carovaniera che, attraversando i territori della Persia, era chiamata per l’appunto «via della seta». Sebbene territorialmente molto estesi, questi Imperi non occupavano che una frazione minima delle regioni eurasiatiche, e nulla poterono contro le migrazioni che, tra il V e il VII secolo dopo Cristo, spinsero popoli germanici, nomadi dell’Asia ed Arabi a varcarne i confini: con il crollo dei grandi Imperi finiva l’età antica ed iniziava il lungo millennio di frazionamento politico dell’Europa, conosciuto come Medioevo.
(gennaio 2010)