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La mitologia e il mondo degli antichi

Una letteratura che attraverso un linguaggio simbolico, ci parla del modo di vedere l’Universo delle antiche civiltà

 

di  Luciano Atticciati

 

 
Giulio Romano e aiuti, "Volta della Sala dei Giganti", Palazzo Tè, Mantova (Italia) - Simone Valtorta, 2001
Giulio Romano e aiuti, Volta della Sala dei Giganti, Palazzo Tè, Mantova (Italia) - Simone Valtorta, 2001

Il mondo della mitologia non rappresenta solo il prodotto della fantasia dei popoli antichi, ma costituisce una rappresentazione unitaria e significativa della realtà in cui essi vivono. Attraverso i racconti mitologici siamo in grado di comprendere il pensiero delle civiltà antiche, il loro modo di intendere la società, le loro paure, le loro esigenze. Molti temi sono ricorrenti, la lotta fra gli esseri superiori e civilizzati contro le forze selvagge, il caos primordiale, l’esigenza di un ordine naturale e umano stabile che governi il mondo, le sciagure che possono derivare dal mancato rispetto degli dèi e della loro volontà. Le vicende degli dèi si mischiano con quelle degli esseri umani, e ciò costituisce qualcosa di profondamente diverso rispetto alla religione giudaica, caratterizzata invece dalla separazione e dalla lontananza del Dio dall’uomo. Il Dio giudaico è un Dio severo e «geloso», ha un nome che non può essere adoperato dai mortali, e, come ben documentato nell’Antico Testamento, il semplice contatto umano, anche accidentale, con qualcosa di sacro rappresenta un sacrilegio.

    È difficile comprendere la mitologia senza capire il mondo in cui viveva l’uomo. L’uomo dell’antichità viveva in relazione con la natura e la sua vita risultava molto più dipendente dalla stessa. Gli uomini vedevano la potenza di certi fenomeni naturali e ritenevano che tali potenze avessero come gli esseri umani un’anima. Le diverse mitologie sembrano indicarci, al di là delle numerose varianti, che nulla è casuale nella vita e nell’Universo, e che un ordine e una gerarchia debba governare il mondo. L’alterazione dell’ordine comporta un cataclisma, il ritorno al caos primordiale, la fine dell’umanità. Diversamente dalla nostra società che ha fatto del cambiamento e dell’evoluzione il suo fondamento, nell’antichità mantenere o ristabilire l’ordine sembrava la preoccupazione principale, l’alternarsi delle stagioni, dei cicli naturali, era qualcosa di fondamentale, la garanzia di vita e benessere per l’umanità.
    Gli dèi pagani incarnazione dei principi che regolano il mondo, litigano e amoreggiano, sono soggetti a passioni e rimorsi, ma soprattutto riflettono un mondo ancora molto legato alla natura, e che sente l’esigenza di un equilibrio fra gli elementi naturali che non può essere alterato. Nella mitologia, in quella più tarda particolarmente, sono presenti alcuni interrogativi sulla natura dell’essere umano, su alcune questioni morali, e sulla importanza di non essere sopraffatti dalle passioni che portano alla distruzione dell’essere umano. Problemi tipici di un mondo più evoluto che intorno al 500 avanti Cristo darà vita alle nuove religioni incentrate sulle questioni morali: Buddha in India, Zoroastro in Persia, Confucio in Cina, alcuni grandi profeti in Israele.
    Quasi tutti i miti sull’origine del mondo insistono sull’idea di un caos primordiale, che a volte si esplica nella mancanza di sedi per ciascuno degli dèi, e di una mancata assegnazione dei nomi delle cose che in un certo senso dovevano contribuire ad un Universo ordinato. Secondo il  testo indiano del Rig-Veda: «Allora non c’era il non essere, non c’era l’essere, non c’era l’atmosfera, né il cielo al di sopra. Che cosa si muoveva? Dove? Sotto la protezione di chi? Che cos’era l’acqua del mare inscandagliabile, profonda? Allora non c’era la morte, né l’immortalità; non c’era il contrassegno della notte e del giorno. Senza produrre vento respirava per propria forza quell’Uno; oltre di lui non c’era nient’altro». Abbastanza simile è anche la descrizione fatta dal testo egizio Il rovesciamento di Apopis: «Il Signore del Tutto, dopo essere giunto all’esistenza, dice: “Sono io che giunsi all’esistenza come Kephri (cioè come colui che diviene)… Io fui legato ad essi [gli elementi della natura] nell’abisso acquoreo, dove mi trovavo in uno stato d’inerzia. Non trovavo un posto dove stare…”». Il poema babilonese Enuma Elis afferma che alle origini le acque di ogni tipo erano mescolate fra loro, gli dèi non avevano né una dimora né un nome. Perfino il più evoluto testo ebraico del Genesi afferma che: «La terra era una massa informe e vuota, e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso, e lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque». Il Dio provvede nel corso della creazione a separare la luce dalle tenebre e ad ogni cosa, e a dare vita quindi ad un Universo ordinato.
    La Teogonia di Esiodo e i racconti mesopotamici ci raccontano di uno strano comportamento tenuto dal maggiore degli dèi, che distrugge le sue creature. Questi racconti ci danno il senso di un’entità primordiale che teme il cambiamento e ritiene di essere detronizzato dalle sue stesse creature, e vuole in un certo senso impedire la vita stessa. Questo comportamento così innaturale viene però vinto e la vita riprende il suo normale corso. Al termine del racconto il poeta greco racconta che il padre degli dèi provvede al buon andamento del mondo.
    Gli stessi racconti ci parlano di un grande scontro all’origine della creazione. Crono colpisce il padre Urano mentre si appresta ad un amplesso con Gea e lo mutila del membro. Dal sangue e dal membro stesso vennero generati diversi dèi. Analogamente nel mito mesopotamico il potente Marduk, figlio del saggio Ea, sconfigge la dea Tiamat, e dal suo corpo smembrato crea l’Universo.
    L’elemento acqua sembra avere molta importanza nell’origine dell’Universo, esso compare nei tre miti citati, e anche Omero pone come divinità più antiche il dio Oceano, che con le sue acque circondava l’intera Terra, e la dea dell’acqua Teti. Il grande filosofo e scienziato Talete, riteneva l’acqua la sostanza originaria di tutti gli esseri.

Un altro tema fondamentale della mitologia è lo scontro fra gli esseri celesti (o a volte gli esseri civilizzati) e le forze selvagge. Tale tema si nota con una certa chiarezza nella gigantomachia e nella titanomachia, come anche nella prima parte dell’epopea di Gilgamesh. Nel poema di Esiodo si assiste allo scontro fra il drago Tifeo e il padre celeste degli dèi, Zeus. In un’altra opera attribuita a Omero, Apollo combatte un altro mostro, Pitone, nato dal fango del Diluvio.
    Gli eroi della mitologia greca non combattono per capriccio o per un loro fine personale, ma per la liberazione della società. Perseo uccide la mostruosa Medusa utilizzando lo scudo lucido come uno specchio donatogli da Atena. Perseo come molti degli eroi non adopera la forza, ma l’intelligenza. Anche Bellorofonte uccide la Chimera usando l’ingegno, e secondo una versione introduce nelle fauci infuocate della bestia un pezzo di piombo che con il calore si scioglie e la soffoca. In entrambi i casi sembra che le forze selvagge si autodistruggano. Anche Teseo e Giasone non si affidano alla forza bruta, il primo uccide il terribile Minotauro mezzo uomo e mezzo toro e riesce ad uscire dal labirinto attraverso un filo, che in un certo senso rappresenta l’uso della ragione per sfuggire alla confusione delle emozioni, il secondo fa uso di un unguento per proteggersi dal fuoco di due feroci tori e lancia dei sassi che creano scompiglio fra dei guerrieri bruti e bellicosi che vogliono sopraffarlo. Nella lotta fra Ulisse e i Ciclopi, l’eroe non si fa prendere dall’ira ma con freddezza e razionalità affronta il selvaggio Polifemo.
    Anche i culti mediorientali riportano dei miti simili. Secondo un racconto ittita, un dio sconfitto dal dio Anu cerca di distruggere il cielo e con esso tutti gli dèi, attraverso un amorfo mostro di pietra che cresce a dismisura e rischia con le sue dimensioni di sfondare la volta celeste. Interessante è la descrizione fatta dalla dea Ishtar: «Questa creatura ha più muscoli che cervello, e perciò non può essere imbattibile. Non siamo forse andati [per apprendere la saggezza] a scuola da Ea?». Dopo diversi tentativi il dio afferra il coltello magico che separò alle origini il cielo dalla terra, per tagliare le gambe del mostro che sprofonda negli abissi marini. Un altro racconto ittita parla della lotta fra il dio dei Venti e il drago degli Abissi, anch’esso personificazione della forza bruta che minaccia gli dèi celesti. Infine un racconto cananeo parla della lotta di Baal, dio dell’aria e delle piogge, contro Yam, il drago dio dei fiumi. Una volta eliminato il rivale, Baal si preoccuperà di creare la sua dimora e di dare un ordine al mondo, secondo il racconto: «Quando Baal abiterà sulla Terra potrà rendersi conto dello stato delle cose e distribuire più avvedutamente i suoi doni. Nulla sarà lasciato in balia del capriccio e della fantasia; d’ora innanzi, quando egli manderà le sue piogge, esse cadranno nella debita stagione e le nevi cadranno al momento giusto».
(anno 2002)