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La guerra dello Yom Kippur e la crisi petrolifera

Lo scontro arabo-israeliano degli anni Settanta costituì l’occasione di una prova di forza con il mondo occidentale ritenuto contrario alle aspirazioni del mondo arabo

 

di  Roberto Suggi Liverani

 

 
La guerra dello Yom Kippur iniziò il 6 ottobre 1973 con l’attacco di Egitto e Siria contro Israele.
    Lo Yom Kippur è il giorno più sacro nel calendario ebraico, un giorno di «espiazione», durante il quale gli Ebrei adulti sono tenuti a digiunare, con lo scopo di meditare e di avvicinarsi a Dio; analogamente, anche per i musulmani, quel giorno rientrava nel mese del Ramadan, durante il quale ricorre il digiuno di Sawm.
    In quel momento religioso e meditativo, dal quale derivava un generale lassismo, il governo israeliano, con il Primo Ministro Golda Meir, considerava quasi improbabile un attacco diretto contro il proprio territorio, poiché le rispettive festività proibivano la guerra.
    Diversamente, il Presidente egiziano Anwar Sadat, forte dell’appoggio del mondo arabo ed in collaborazione con Abu Sulayman Hafez al-Assad, Presidente della Siria, decise di avvantaggiarsi, sfruttando quel prezioso momento per attaccare e riconquistare i territori persi durante le precedenti guerre arabo-israeliane. L’Egitto attaccò il territorio del Sinai, colpendo il confine occidentale d’Israele e al contempo la Siria attaccò i territori delle alture del Golan, invadendo il confine Nord-Orientale. Gli aiuti di carattere militare ed economico per quest’attacco congiunto provenivano dalla Libia, dall’Iraq, dal Kuwait, dal Libano, dall’Algeria, dal Marocco, dalla Palestina, dalla Giordania e dall’Arabia Saudita. Nei primi giorni, l’Egitto e la Siria riuscirono ad ottenere buoni risultati. Inizialmente, l’Unione Sovietica tentò di convincere il Presidente egiziano Sadat di sospendere le operazioni militari e di addivenire ad un «cessate il fuoco». Tuttavia, su richiesta dello stesso Sadat e sulla scia degli iniziali successi militari, Mosca iniziò un’attività di supporto diplomatico-militare a favore degli Arabi. Allorché gli Stati Uniti cercarono la collaborazione di Mosca nel tentativo di imporre il «cessate il fuoco», l’Unione Sovietica rifiutò proprio nel momento in cui le forze arabe stavano ottenendo considerevoli risultati.
    Tuttavia, il successo delle forze arabe non continuò oltre l’11 ottobre, quando le truppe israeliane riuscirono a riprendere il controllo della situazione, dapprima respingendo le truppe della Siria dalle zone che avevano conquistato e poi lanciando a loro volta un contrattacco all’interno dello stesso territorio siriano. Dal 16 ottobre, anche le forze egiziane iniziarono a subire dei rovesci militari e, anche in questo settore, le truppe israeliane, dopo aver respinto l’attacco iniziale, contrattaccarono con successo e oltrepassarono il canale di Suez, mettendo in serio pericolo la capitale, Il Cairo. In tal modo, appena trascorsa una settimana dall’inizio del conflitto, l’esito della guerra volgeva ormai a favore degli Israeliani.
    Durante le ultime fasi del conflitto, le forze israeliane beneficiarono degli aiuti statunitensi sotto la forma di un ponte aereo.
    Soltanto con la tardiva risoluzione dell’ONU, propugnata dal Segretario Generale Kurt Waldheim, la guerra ebbe una «fine» ufficiale, il giorno 22 ottobre. La risoluzione era la numero 338 e la sua prima dichiarazione imponeva il «cessate il fuoco» a tutte le parti coinvolte nel conflitto; tuttavia, gli scontri tra Egiziani ed Israeliani proseguirono anche dopo il 22 ottobre e costrinsero il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad emanare altre due risoluzioni (339 e 340) analoghe alla 338.
    Nel frattempo, il Segretario di Stato statunitense Kissinger, si era recato in visita a Mosca. In quella occasione, i Sovietici sollevarono la questione che la mancata osservazione da parte degli Israeliani della risoluzione 338 avrebbe potuto provocare un diretto intervento militare sovietico. Tale ipotesi, ad ogni modo, spinse gli Stati Uniti a concludere il conflitto nel più breve termine di tempo possibile predisponendo maggiori aiuti da destinare ad Israele. La minaccia di intervento sovietico, anche se ridimensionata dalla scelta di campo degli Stati Uniti, riuscì tuttavia a diminuire il livello di aggressività israeliano e contribuì ad addivenire, il giorno 11 novembre, alla firma dell’«Accordo dei Sei Punti» tra Egitto ed Israele. L’accordo si riproponeva il rispetto da entrambe le parti delle risoluzioni dell’ONU e la definitiva conclusione del conflitto.
    Durante la guerra, i Paesi arabi associati all’OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countries), decisero di supportare lo sforzo militare di Egitto e Siria, utilizzando l’arma del petrolio. Il 16 ottobre, essi aumentarono il prezzo del greggio da tre a cinque dollari per barile. Il costo aumentò fino a toccare gli undici dollari e sessantacinque centesimi per barile nel mese di dicembre. Oltre all’uso dell’arma del petrolio, i Paesi arabi adottarono altre due linee d’azione: una nei confronti dei Paesi che avevano apertamente sostenuto Israele e l’altra nei confronti dei Paesi che si erano limitati ad assumere posizioni anti-arabe. La prima linea, che consisteva in un embargo del greggio, fu applicata nei confronti degli Stati Uniti, dell’Olanda, del Portogallo, del Sud Africa e della Rhodesia. La seconda linea consisteva in una ponderata distribuzione della produzione globale del greggio ai vari Stati importatori, ottenendo, tra l’altro, il risultato di evitare che la sovrapproduzione di greggio causasse una caduta dei prezzi. In altre parole, ciò significava che gli Stati non potevano più importare la quantità di greggio di cui avevano realmente bisogno, bensì una quantità diversa, decisa dai Paesi arabi dell’OPEC e venduta ad un prezzo più elevato di quello del periodo precedente alla guerra dello Yom Kippur. Tale misura fu applicata a tutti i Paesi europei, con l’eccezione della Francia, in virtù del suo allineamento filo-arabo mantenuto durante il conflitto. Invero, i Paesi europei della NATO non avevano accettato l’invito degli Stati Uniti ad intervenire in sostegno d’Israele, con la giustificazione che la copertura di difesa stabilita nel Patto Atlantico non interessava quella del conflitto dello Yom Kippur. Questa giustificazione per quanto corretta dal punto di vista formale, celava, a malapena, il timore nutrito dagli altri Paesi della NATO di future ritorsioni economiche che avrebbero potuto attuare i Paesi arabi dell’OPEC.
    In particolare, la Francia, che si era opposta fino dai tempi di De Gaulle a qualsiasi integrazione militare con gli Stati Uniti, si faceva promotrice, all’indomani della guerra, di un nuovo dialogo con il mondo arabo senza interferenze da parte degli Stati Uniti. In questo modo, la Comunità Europea cercava di ricucire con i Paesi dell’OPEC gli strappi del conflitto, mettendo da parte gli Stati Uniti e suscitando le pesanti parole di Kissinger, che prevedeva «gravi conseguenze» per l’Europa. Il Segretario di Stato, subito dopo la fine del conflitto, aveva iniziato un’imponente attività diplomatica, caratterizzata da trattative bilaterali (prima fra Siria ed Israele e poi fra Egitto ed Israele), che si concluse il 31 maggio 1974 con la dichiarazione di disimpegno militare da parte della Siria, dell’Egitto e di Israele. I dettagli dell’accordo prevedevano la suddivisione del territorio delle alture del Golan tra Siria ed Egitto, sotto la supervisione dell’ONU. Allo stesso modo, una parte del Sinai rimaneva ad Israele e l’altra all’Egitto, con lo schieramento di forze dell’ONU, per il controllo del rispetto degli accordi. Infine i rispettivi prigionieri di guerra furono restituiti.
    La guerra, pur non registrando gravi perdite umane, ebbe una pesante ripercussione economica sull’approvvigionamento delle fonti energetiche che perdurò fino alla fine degli anni Settanta. I Paesi europei, che furono i primi ad essere colpiti dal funesto aumento dei prezzi del greggio, non si avvantaggiarono della fine dell’embargo sul petrolio nel 1974. Anzi, per evitare peggiori conseguenze, furono costretti a sostenere il mondo arabo e a favorire la causa palestinese, anche dinanzi ad atti terroristici e violenti.
    Inoltre, la crisi petrolifera contribuì alla paralisi della Comunità Europea, che non riuscì, durante gli anni successivi alla guerra, a predisporre un comune piano economico volto alla ripresa delle economie degli Stati membri. Diversamente, i singoli Stati comunitari reagirono isolati, ricorrendo all’aumento degli investimenti e praticando una politica anti-deflazionista, o incidendo sulla spesa pubblica, aumentando il deficit nazionale.
    La ripresa fu possibile soltanto agli inizi degli anni Ottanta, quando la congiuntura economica internazionale era ormai mutata. Tuttavia, la frattura, che la guerra dello Yom Kippur aveva provocato nel rapporto tra Stati Uniti e Paesi europei, rimase un segno incancellabile nella storia delle relazioni politiche tra Nuovo e Vecchio Continente.

 
Bibliografia

E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali 1918-1999, Edizione Laterza
L. Atticciati, Storia della guerra fredda
G. Mammarella, P. Cacace, Storia e politica dell’Unione Europea, Edizione Laterza
G. Pertugi, M. Bellocci, Lineamenti di Storia, terzo volume, Il Novecento, Zanichelli
A.A.V.V., Enciclopedia Larousse multimediale, 2001
The Jewish Virtual Library, http://www.us-israel.org/jsource/History/1973toc.html
The Anti Defamation League Online, http://www.adl.org/ISRAEL/Record/yomkippur.asp
(anno 2004)