Le
antiche origini dell’Ebraismo
I
caratteri distintivi di un popolo e di una religione
di Ercolina
Milanesi
La
parola «Giudeo» fu usata per designare, in origine,
i
membri della tribù di Giuda, Jehudad nell’antica
Palestina, e in seguito gli abitanti della Giudea. La parola inglese
per Ebraismo, Judaism, si richiama a questa prima denominazione. La
religione è detta anche di
«Mosè», in quanto
Mosè ne è ritenuto il fondatore. Lo Stato di
Israele
definisce un Ebreo in questo modo: «Chi è nato da
madre
ebrea e non appartiene ad alcun’altra religione».
Questa
definizione si allarga anche a comprendere i coniugi.
L’Ebraismo
non rappresenta soltanto una comunanza religiosa, ma anche una
comunanza storica e culturale. Nel corso della storia la parola
«Ebreo» è stata usata con connotazione
razziale, ma
tale concetto è privo di senso. Vi sono Ebrei con la pelle
di
diversi colori.
Le condizioni razziali del territorio
linguistico
«semitico» non sono semplici; la vecchia concezione
di una
«razza semitica», diffusa con caratteri omogenei su
tutta
l’area occupata dalle lingue semitiche, è
insostenibile;
lingua e razza non coincidono. In particolare, la posizione
antropologica, ossia la posizione e qualità razziale degli
Ebrei, non è neppure semplice. Occorre distinguere i gruppi
ebraici rimasti in Asia da quelli emigrati in Europa e in Africa. La
tradizione ebraica parla di due correnti della
«Diàspora» (dispersione), un ramo
meridionale, i
«Sefardim» (Mediterraneo, Europa Occidentale fino
all’Olanda e Gran Bretagna), e un ramo orientale, gli
«Ashkenazim» (Russia Meridionale, Balcani, Polonia,
Germania); questi ultimi si sono assai moltiplicati e costituiscono
circa i nove decimi degli Ebrei esistenti ora nel mondo; essi hanno
anche contribuito per gran parte al popolamento dello Stato di Israele.
Alcuni ritengono che i «Sefardim» avrebbero
originariamente
presentato i caratteri della razza «Orientalide»,
invece
gli «Ashkenazim» avrebbero avuto caratteri
riconducibili
alla razza «Armenide». In particolare si volle
considerare
armenoide il «naso ebraico» (prominente, carnoso,
convesso
o diritto nel profilo, con punta arrotondata talora più
bassa
delle narici, con forma più o meno a 6); ma effettivamente
il
naso degli Armeni, dei Turchi anatomici e dei Siriani non ha tali
precisi caratteri. Assai più probabilmente alcuni caratteri
somatici degli Ebrei derivano dalla razza
«Assiride», a cui
appartennero popolazioni dell’Assiria e anche popolazioni
hittite. La razza assiride originariamente presentava pelle bruna,
testa di forma lunga e un po’ depressa, statura media e
alcuni
caratteri «equatoriali» (capelli cresputi, labbra
un
po’ tumide, accenni di parziale prognatismo); questi
caratteri
equatoriali, per gli Ebrei potevano essere spiegati dal loro antico
contatto con l’Egitto; del resto è nota
l’esistenza
di Ebrei a pelle scura in Etiopia.
Certo è però che
il popolo ebraico non
è costituito solo da rappresentanti dell’antica
razza
assiride; nelle aree asiatiche si rilevano facilmente tipi
rassomiglianti alla razza orientalide; nelle aree dell’Europa
Orientale il biondismo e il rutilismo (capelli rossi) disgelano
contatti con popolazioni locali; altrove non mancano influssi di altre
razze. È da notare, a questo riguardo, che
l’isolamento
degli Ebrei non fu molto rigoroso, almeno fino agli ultimi secoli del
Medioevo, e anche dopo non fu mai assoluto. In Oriente poi le colonie
ebraiche della «Diàspora» avevano facili
contatti
con elementi locali, prima e dopo la diffusione del Cristianesimo,
tanto più che in queste aree gli Ebrei avevano frequenti
contatti commerciali con vari elementi non cristiani e con cristiani
dissidenti. Non si può quindi parlare di una vera
«razza
ebraica» anche se qualche elemento somatico di tipo assiride
sia
piuttosto frequente fra gli Ebrei.
Un tratto caratteristico della religione
ebraica
è il suo forte legame con la storia. I racconti dei testi
sacri
si basano sulla ferma convinzione che Dio abbia stretto un vincolo
particolare, un patto o un’«alleanza» con
il popolo
da Lui prescelto.
I libri di Mosè iniziano col
racconto di
Adamo ed Eva e di una serie di avvenimenti drammatici tesi a dimostrare
cosa accade quando gli uomini commettono un peccato e si ribellano a
Dio. Adamo ed Eva vengono cacciati dal giardino dell’Eden, il
Paradiso Terrestre; mettono al mondo dei figli, ma Caino uccide suo
fratello Abele, e viene confinato da Dio nella terra «a Est
dell’Eden». In seguito la Terra è
distrutta da un
diluvio universale, al quale scampano soltanto Noè con la
sua
famiglia e una coppia di tutti gli animali del mondo. Le
città
senza Dio, Sodoma e Gomorra, sono rase al suolo e la Torre di Babele,
simbolo del tentativo dell’uomo di raggiungere il cielo,
è
distrutta.
I primi capitoli dei libri di
Mosè sono
spesso considerati la «protostoria» del popolo
ebraico.
Gli autori della Bibbia considerano
che tutto ciò che accade agli uomini sia frutto della
volontà divina.
La fase successiva comincia con Abramo,
il quale
partì dalla città di Ur, nell’attuale
Iraq
Meridionale, intorno al 1800 avanti Cristo. Nel primo libro di
Mosè si narra che Dio disse ad Abramo: «Lascia la
tua
terra e i tuoi parenti e la casa di tuo padre per la terra che Io ti
mostrerò! Farò di te un grande popolo».
Questo
popolo ricevette il proprio nome dopo che il nipote di Abramo,
Giacobbe, ebbe sostenuto la sua drammatica lotta con Dio che gli diede
l’appellativo di Israele. E i dodici figli di Giacobbe furono
i
progenitori delle dodici tribù di Israele.
Nel corso del viaggio verso la Terra
Promessa alcune
delle tribù israelitiche giunsero in Egitto, dove divennero
schiave dei Faraoni. Sotto il regno di Ramses II, intorno al 1100
avanti Cristo, Mosè condusse il suo popolo fuori
dall’Egitto, e gli Israeliti vagarono nel deserto per
quarant’anni prima di raggiungere Canaan, la Terra Promessa.
Durante la permanenza nel deserto, Dio
sul monte
Sinai diede a Mosè e agli Israeliti le Tavole della Legge
con i
Dieci Comandamenti. Questo atto sanciva l’alleanza tra Dio e
gli
Israeliti.
L’alleanza prevedeva che gli
Israeliti
avrebbero adorato un solo Dio, e che Dio, in cambio, ne avrebbe fatto
il Suo popolo eletto. Se essi si fossero attenuti alla Legge di
Mosè avrebbero potuto contare sempre sulla Sua protezione.
L’opera di Mosè si
chiuse con
l’avviare gli Ebrei alla conquista della Palestina e sul
finire
del II millennio avanti Cristo vi fu la prima conquista. Ma questa non
si attuò in breve tempo, né secondo un piano
prestabilito, bensì nel corso di varie generazioni e
rimanendo a
lungo parziale, talché non divenne completa se non dopo il
periodo dei Giudici e in seguito all’istituzione della
monarchia.
I capi politici e religiosi erano i cosiddetti
«Giudici»,
che avevano il compito di controllare che le leggi dettate da Dio
fossero rispettate ed onorate. Ben presto, però, si
sentì
la necessità di un potere centralizzato, anche a causa della
guerra contro i Filistei.
Fu Saul a dare origine al regno, intorno
all’anno 1000 avanti Cristo, ma il massimo splendore fu
raggiunto
con Davide e Salomone, al tempo in cui Israele era
ciò che
oggi chiameremmo una superpotenza politica. Davide, nato a Betlemme, fu
il leggendario Re che sconfisse i nemici di Israele e riunì
le
dodici tribù sotto il suo potere a Gerusalemme.
L’Arca
dell’Alleanza con le Tavole dei Dieci Comandamenti che,
secondo
la tradizione, gli Israeliti avevano portato con loro dal Sinai, fu
trasferita nella nuova capitale. Qui fu collocata nella sala
più
protetta e più sacra del Tempio, che il successore di
Davide,
Salomone, fece erigere nel 900 avanti Cristo.
Nella sala più interna e
scura del Tempio,
venivano presentate a Dio offerte di incenso e focacce. In un vestibolo
esterno stavano i sacerdoti per compiere invece le offerte sacrificali
che potevano essere costituite sia da animali uccisi sul posto, sia da
frutti della terra. In occasione del rito si eseguivano canti ed inni,
che nella Bibbia
sono
tramandati come Salmi di Davide. Le offerte sacrificali dovevano essere
presentate secondo un rituale preciso: esse servivano sia per rendere
omaggio a Dio, sia per espiare i peccati commessi dagli offerenti.
Ad un certo momento, però, i
sacrifici
divennero delle pure formalità poco sentite. Allo stesso
tempo
il governo del Paese mostrava segni di decadenza morale e di
sregolatezza politica. Questo scatenò veementi proteste da
parte
dei profeti del Tempio, tra cui Amos, che visse intorno al 750 avanti
Cristo e che si scagliò contro la disparità
sociale e
l’oppressione che la classe dominante esercitava sugli strati
più poveri della popolazione. Numerosi profeti si batterono,
in
effetti, più per la giustizia sociale e gli ideali etici che
per
ridare vigore e significato al culto dei sacrifici. I profeti
predissero che Dio avrebbe punito Israele poiché non viveva
nel
rispetto della Legge. E, per molti, il declino e la rovina di Israele
non furono che il compiersi di questa profezia. Il regno fu diviso in
una regione settentrionale (Israele) e una meridionale (regno di
Giuda). Nel 722 avanti Cristo il regno del Nord fu occupato dagli
Assiri e da quel momento cessò di rivestire importanza
religiosa
o politica.
Il regno del Sud, con capitale
Gerusalemme, fu
conquistato dai Babilonesi nel 587 avanti Cristo, gran parte della
popolazione fu deportata in Babilonia, ed ebbe inizio la cosiddetta
cattività babilonese. Ma, nel 539 avanti Cristo fu permesso,
a
coloro che lo desideravano, di far ritorno in patria. Da allora queste
popolazioni furono chiamate «Giudei» (Ebrei).
Con la fine della cattività
babilonese e il
ritorno in patria, si sviluppò quella religione conosciuta
come
Ebraismo e in cui assunse un ruolo centrale la sinagoga: un edificio di
culto dove i fedeli si ritrovavano per pregare e leggere le Scritture.
Questa funzione religiosa era nata in esilio, in condizioni di
necessità, poiché a Babilonia gli Ebrei non
avevano un
tempio in cui riunirsi. Rientrati in patria, conservarono questa forma
di culto legata alle sinagoghe che nel frattempo erano sorte in molte
città. Un ruolo importante in questo contesto svolgevano gli
«scribi», laici che custodivano le Sacre Scritture,
le
interpretavano e le spiegavano. La maggior parte di questi
«dottori della legge» apparteneva al gruppo dei
«farisei», ai quali a poco a poco divenne abituale
associarli e confonderli.
I farisei, caratterizzati da grande
senso della
moralità e da forte coesione interna, attribuivano enorme
importanza alla Legge dei libri di Mosè, soprattutto alle
regole
di purificazione; cercavano, inoltre, di interpretare la Legge in
rapporto alle nuove situazioni che si venivano a creare, e formulavano
commentari e spiegazioni della Torah.
In questo contesto il ruolo del Tempio fu in qualche modo
ridimensionato.
Il Tempio, incendiato nella conquista
babilonese del
587 avanti Cristo, fu restaurato nel 516 avanti Cristo. Il Gran
Sacerdote, i sacerdoti e i leviti erano i ministri del culto, che
contemplava il sacrificio quotidiano di un agnello in espiazione dei
peccati della popolazione. Dopo l’esilio il Gran Sacerdote
assunse una posizione di rilievo, e divenne il Capo del Gran Consiglio
(sanhedrin), che in seguito accolse anche rappresentanti dei farisei.
Dal punto di vista politico, in questo periodo gli Ebrei furono sempre
più soggetti alla dominazione straniera. Nel 70 dopo Cristo
una
rivolta contro i Romani portò all’assedio di
Gerusalemme e
a una nuova distruzione del Tempio che aveva assunto proporzioni
splendide sotto il Re Erode. Tutto questo sancì la fine del
tradizionale ruolo della classe sacerdotale. Da questo momento in poi
fu il nuovo Ebraismo, che aveva il suo centro di culto nella sinagoga,
ad avere il sopravvento.
Molti Ebrei si sparsero nei Paesi
intorno al
Mediterraneo, e anche più lontano; e furono chiamati
«Ebrei della diaspora» perché vivevano
lontano dalla
propria terra.
Gli Ebrei, in alcuni periodi storici,
hanno occupato
un posto preminente nei Paesi in cui si erano stabiliti. La cultura
ebraica raggiunse il suo apice in Spagna, nei secoli XIII e XIV.
Uno dei filosofi più eminenti
fu il rabbino
Mosheh ben Maimon (Maimonide), il quale tentò una sintesi
tra la
fede ebraica e la filosofia greca di Aristotele, pur rimanendo nel
solco della tradizione ebraica, come dimostra nel suo trattato sui
tredici articoli di fede dell’Ebraismo.
L’intellettuale e razionalista
Maimonide si
poneva in netto contrasto con la mistica ebraica, o
«kabbalah», che aveva conosciuto il suo massimo
sviluppo
nella Spagna medioevale.
La mistica esisteva da tempo come una
corrente
sotterranea dell’Ebraismo parallelamente alla corrente
dominante,
più erudita, dei rabbini. La kabbalah, che
significa «tradizione, trasmissione», era, secondo
il Talmud,
la dottrina segreta riguardante Dio e la creazione. I mistici si
concentrarono sullo studio della Torah,
portandone però alla luce e sviluppandone, gli aspetti
segreti e nascosti. Il testo principale della kabbalah
è lo Zohar,
Lo Splendore,
opera di un Ebreo spagnolo del XIII secolo. Questi descrive Dio come un
principio eterno che dirige il suo sguardo di luce sul mondo
spirituale, del quale il mondo materiale è soltanto un
riflesso.
I seguaci della kabbalah
affermano di poter raggiungere l’unità con il
principio
divino, vivendo quindi una più intensa esperienza religiosa.
Nel corso di tutto il Medioevo e fino ai
giorni nostri gli Ebrei sono stati oggetto di persecuzioni.
La comunità cristiana ha, a
più
riprese, fatto cadere su di loro la responsabilità della
crocifissione di Gesù e ha visto nel loro destino infelice
la
giusta punizione. Gli Ebrei furono cacciati dalla Francia e
dall’Inghilterra nei secoli XIII e XIV.
E nel secolo XV in Spagna furono prima
perseguitati,
poi banditi. Ma, un po’ ovunque, nell’Europa
dell’Età Moderna, sono stati ghettizzati o
perseguitati.
Gli Ebrei sono stati fatti oggetto di
leggi
speciali, come quella di Innocenzo III, che nel 1215, impose agli Ebrei
la «rotella», il disco giallo da portarsi sulla
veste per
riconoscimento.
Il flagello della «peste
nera», che si
abbatté sull’Europa nel 1348, e che essi sono
accusati di
diffondere, sono motivi validi per capire gli Ebrei. Nel 1492,
l’Inquisizione di Spagna contro i
«marrani»
così definiti dagli Spagnoli e dai Portoghesi, espulse
150.000
Ebrei, che nel 1498, fatti salire su battelli, andarono errando
sull’Oceano, in cerca di terre che li accogliessero.
Parte morirono in mare, chi si
salvò poté fondare colonie ebraiche in Marocco ed
in Tunisia.
Anche senza una vera e propria forma di
persecuzione
diretta gli Ebrei vennero presto emarginati dalla società.
Fu
loro imposto di modificare il proprio nome per renderlo immediatamente
riconoscibile, e furono confinati in particolari quartieri della
città, denominati «ghetti» o
«haser». Al
tempo in cui l’agricoltura era la loro unica fonte di
sostentamento, non potevano possedere terra, e per questa ragione
prosperarono come mercanti. Al contrario di Cristiani e musulmani,
potevano prestare denaro ad interesse, e molti di loro divennero
potenti banchieri.
Per mille anni gli Ebrei hanno atteso il
Messia, che
avrebbe creato un regno di pace sulla Terra. Le premesse storiche per
queste aspettative risalgono al tempo dello splendore di Israele sotto
Davide, quando il Re veniva unto e consacrato al momento
dell’insediamento.
Messia, infatti, significa,
letteralmente,
«colui che è stato unto». Fin dai tempi
della
cattività babilonese gli Ebrei hanno nutrito la speranza e
la
fede nella venuta di un Messia, un nuovo Re della stirpe di Davide.
Questo Re ideale avrebbe dovuto ristabilire la potenza di Israele e
garantire un futuro felice alla popolazione.
Anche oggi rimane viva tra gli Ebrei la
speranza
nella venuta del Messia. Ma non tutti concepiscono il Messia come una
persona. Molti parlano, piuttosto, di un tempo messianico,
cioè
una condizione di pace sulla Terra, in cui Israele è
destinato a
occupare una posizione di eminenza. Alcuni Ebrei sostengono
perciò che la creazione dello Stato di Israele, nel 1948,
abbia
esaudito le aspettative del Messia tramandate di generazione in
generazione.
Lo Stato di Israele fu creato al termine
di un
processo iniziato alla fine dell’ ’800, quando tra
gli
Ebrei si cominciò a considerare la possibilità di
far
ritorno alla vecchia patria.
Questa prospettiva concretizzava
l’antica
aspirazione che si rinnova ad ogni Pasqua: «L’anno
prossimo
a Gerusalemme». Lo scrittore Theodor Herzl
(1860-1904), in
un libro intitolato: Lo
Stato ebraico,
sottolineò come integrazione e assimilazione non avessero
posto
fine alla persecuzione degli Ebrei e proponeva, quindi, come unica
alternativa la creazione di un proprio Stato. Questo concetto fu
ribattezzato «sionismo», dal nome della montagna su
cui
sorge Gerusalemme, Sion appunto.
A quel tempo vivevano, in Palestina,
soltanto 25.000
Ebrei, ma in seguito iniziò una grande ondata immigratoria,
soprattutto di Ebrei russi. Il progetto di uno Stato ebreo languiva,
anche a causa della dominazione coloniale inglese della Palestina.
Tuttavia, le persecuzioni naziste durante la Seconda Guerra Mondiale,
dimostrarono la necessità di una terra in cui gli Ebrei
potessero sentirsi a casa e al sicuro. Nel 1948 fu proclamata la nuova
Repubblica di Israele.
Molti sionisti aspiravano ad uno Stato
laico, in
contrasto con gli Ebrei ortodossi convinti che ciò
equivalesse a
farsi carico del ruolo che spettava al Messia e invocavano, invece, uno
Stato basato sulla religione ebraica. Questa seconda linea
finì
per prevalere, ma la disputa sul grado di influenza che la religione
dovrebbe (o non dovrebbe) avere nella vita sociale in Israele
è
tuttora in corso.
Il nuovo Stato è vissuto e
vive in costante
conflitto con il mondo arabo, da quando tutti i Palestinesi, al momento
della costituzione di Israele, sono dovuti andarsene. In seguito,
Israele ha accolto immigranti ebrei provenienti da tutto il mondo.
Il libro sacro degli Ebrei è
la Bibbia,
una raccolta di scritti di natura storica, letteraria e religiosa. Il
contenuto della Bibbia
ebraica corrisponde a quasi tutto l’Antico Testamento
nella Bibbia
cristiana, ma la suddivisione presenta alcune differenze. Il canone
ebraico fu stabilito da un sinodo a Javne intorno all’anno
100
avanti Cristo. In totale comprende 38 scritti, divisi in tre gruppi:
La Legge (Torah): i cinque libri di
Mosè.
I Profeti (Nebiim): libri storici e
profetici.
Gli Scritti (Ketubim): i libri rimanenti.
Se si uniscono le iniziali dei nomi
ebraici di queste tre parti, si ottiene la parola Tanak, la comune
designazione ebraica della Bibbia.
La parola Bibbia
deriva, in realtà, da un termine greco che significa
«libri», ma è usata allo stesso modo da
Ebrei e
Cristiani.
I cinque libri di Mosè sono
stati considerati
come un tutt’uno fin dal tempo di Gesù e questi
testi
furono chiamati «Legge» in quanto contenevano le
norme
giuridiche e morali e le regole relative al culto. Trattano della
scelta e dell’educazione di un popolo speciale ad opera di
Dio:
il popolo d’Israele. Le ripartizioni dei cinque libri di
Mosè sono dovute alla traduzione greca del testo di base
ebraico
compiuta intorno al 200 avanti Cristo. Non è stato un solo
autore a scrivere i cinque libri di Mosè. I numerosi
racconti
che li compongono sono stati tramandati, oralmente, per molto tempo e
poi trascritti nell’arco di un lungo periodo.
L’intero
processo si è concluso intorno al 400 avanti Cristo.
Caratteristica di tutti questi testi
è la
concezione degli avvenimenti politici come espressione del rapporto tra
Dio e il popolo d’Israele, a seconda delle varie circostanze.
L’intera storia di Israele viene descritta come regolata
dalla
legge del contrappasso: l’obbedienza al volere di Dio
comporta
benedizione, la disobbedienza e l’apostasia provocano
condanna e
infelicità.
In questi libri si può quindi
trovare la
giustificazione sia dell’incendio del Tempio di Gerusalemme,
sia
della deportazione a Babilonia. In questo gruppo di testi si trova la
narrazione delle sorti del popolo dallo stanziamento nella terra di
Canaan (1200 avanti Cristo circa) fino alla cattività
babilonese. Nel panorama mondiale, questi libri rappresentano
l’esempio più antico del loro genere; sono stati
scritti
molto prima della nascita dei concetti di storiografia e dello studio
delle fonti.
L’intento dei libri storici
dell’Antico
Testamento,
infatti, non era quello di registrare gli avvenimenti per conservarne
la testimonianza storica, ma piuttosto quello di fornire
un’interpretazione religiosa della storia. Due dei libri
storici
hanno per protagoniste due donne e perciò sono indicati con
il
loro nome: il Libro di
Rut e il Libro
di Ester.
I libri profetici sono quelli di Giosuè, Giudici, 1-2 Samuele, 1-2 Malachia, Isaia, Geremia, Ezechiele e quelli
relativi ai «dodici profeti minori».
I profeti, secondo le loro stesse
affermazioni,
erano chiamati da Dio ad annunciare al popolo eletto il suo volere e,
spesso, premettevano alle proprie dichiarazioni la formula
«Parola di Yahweh».
Il Libro
dei Salmi è, tra gli scritti poetici del Vecchio Testamento,
un testo di particolare rilevanza. La maggior parte dei salmi (in tutto
150) risale al periodo dei Re, è cioè antecedente
alla
distruzione di Gerusalemme del 587 avanti Cristo. Essi venivano
utilizzati, principalmente, in occasione delle cerimonie o delle feste
celebrate nel Tempio di Gerusalemme. Circa la metà dei salmi
è attribuita a Davide, ma non è certo che ne sia
stato
l’autore effettivo, poiché la composizione di
molti canti
risale ad una data chiaramente posteriore. Il Libro di Giobbe
è considerato una delle perle della letteratura mondiale.
Nel
testo si dibatte, con toni drammatici e una precisa struttura
narrativa, la questione del significato della sofferenza e della
giustizia divina. Il Cantico
dei Cantici
è una raccolta di poesie sull’amore tra uomo e
donna,
spesso interpretato come metafora del rapporto tra Dio ed Israele. Una
posizione di rilievo occupa il più recente degli scritti, il
Libro di Daniele,
composto intorno al 165 avanti Cristo.
Il libro fa parte della letteratura
«apocalittica» tipica del tempo (apocalittico
deriva da una
parola greca che significa «rivelare» o
«manifestare»; la letteratura così
definita intende
infatti rivelare o manifestare le intenzioni di Dio riguardo alla sorte
del mondo).
Accanto alla Torah,
vi sono anche regole e comandamenti tramandati in forma orale. Secondo
la tradizione ebraica, Mosè, sul Sinai, non ricevette da Dio
soltanto la «dottrina scritta», ma anche la
«dottrina
orale». Quest’ultima, secondo una precisa
proibizione, non
poteva essere messa per iscritto, in quanto essa doveva adattarsi alle
condizioni di vita delle diverse epoche della storia di Israele.
Tuttavia, dopo che gli Ebrei si furono sparsi per il mondo, sorse il
timore che la dottrina orale potesse andare perduta. Così,
nel
secolo successivo alla distruzione di Gerusalemme, fu deciso di
fissarla in forma scritta.
Questo testo è chiamato Talmud, una parola
ebraica che significa «studio».
Il Talmud
contiene leggi, regole, considerazioni giuridiche, commentari, precetti
morali, ma anche racconti e leggende che rimettono in discussione tutto.
La professione di fede ebraica suona
così:
«Ascolta, Israele! Il Signore è il nostro Dio, il
Signore
è uno solo» (Deuteronomio
6,4). Essa viene recitata dagli Ebrei osservanti la mattina e la sera.
Il termine ebraico per indicare Dio
è Yahweh,
e tale nome è così sacro da non potersi
pronunciare. Al
suo posto si usa, solitamente, il termine «Signore»
(in
ebraico si usano le quattro lettere YHWH, senza alcuna indicazione di
pronuncia; ai Samaritani si deve la conservazione della pronuncia
Yahweh, mentre Jehowah risale ad epoca medievale).
Yahweh è colui che ha creato
e mantiene
l’ordine nel mondo. È inconcepibile per un Ebreo
negare
l’esistenza di Dio. Ela Wiesel, vincitore del premio Nobel
dice:
«Si può essere “con” Dio, si
può essere
“contro” Dio, ma non si può essere
“senza” Dio».
Nella sinagoga non ci sono immagini
religiose o pale
d’altare, come conseguenza del divieto (il primo
comandamento) di
raffigurare Dio. Rilievo di centrale importanza assume quindi in una
sinagoga ebraica l’arca o custodia della Torah, situata
sulla parete orientale in direzione di Gerusalemme, dove appunto si
conservano i rotoli della Torah.
In segno di rispetto essi sono, spesso, avvolti nella seta o in altre
stoffe pregiate e decorate. Di fronte all’arca arde,
ininterrottamente, una lampada. La lettura della Torah
ha luogo in maniera solenne durante la funzione religiosa del sabato
mattina nella sinagoga: l’arca viene aperta, il rotolo
portato
attraverso la sala fino al pulpito e qui viene letto un brano del testo
in ebraico. Passi della Torah
sono letti anche di giovedì e di lunedì, in modo
che, nel
corso di un anno, sia completata la lettura dell’intero testo.
La funzione religiosa consiste anche in
preghiere,
salmi e benedizioni che il fedele può seguire su un proprio
libro: il Siddur.
La
preghiera più importante è la preghiera delle
«Diciotto Benedizioni» che vanta una tradizione di
duemila
anni. Altro momento centrale è la professione di fede:
«Shema». La cerimonia della preghiera, nella
sinagoga,
può svolgersi per tre volte ogni giorno, a condizione che
siano
presenti almeno dieci adulti (si diventa adulti con la cerimonia
«bar mitzwah» all’età di
tredici anni). Le
donne non hanno alcun ruolo attivo nella funzione religiosa e nelle
comunità ortodosse siedono separate dagli uomini, spesso in
una
galleria assieme ai bambini. Le tre preghiere quotidiane si possono
recitare anche in casa.
In una casa ebraica la religione occupa
un posto
rilevante e le donne hanno una funzione più attiva,
soprattutto
in occasione dello «shabbath» e delle grandi
solennità.
Lo shabbath
dura dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato in
ricordo
del giorno, il settimo, in cui Dio si riposò dopo aver
creato,
nei sei precedenti, il mondo. Ed è la festa della casa e
della
famiglia. La padrona di casa benedice ed accende le candele dello shabbath sulla
tavola imbandita. Il padrone di casa benedice il vino e taglia il pane.
Gli Ebrei hanno conservato riti molto
antichi per
celebrare le più importanti tappe della vita: nascita,
aggregazione alla comunità, matrimonio e sepoltura.
Otto giorni dopo la nascita i bambini
maschi vengono circoncisi, così come è prescritto
dalla Torah:
«Farete tagliare il prepuzio, e questo sarà il
segno del
patto tra Me e voi. Generazione dopo generazione, ogni vostro figlio
maschio sarà circonciso all’età di otto
giorni». La circoncisione è eseguita da
specialisti
autorizzati. Il neonato ha un padrino e una madrina, che lo consegnano
al padre. Questi lo tiene in braccio durante la cerimonia mentre si
recitano le preghiere e nel momento dell’imposizione formale
del
nome. Si tratta di una cerimonia religiosa solenne e festosa che,
spesso, si conclude con un banchetto.
Anche alle femmine viene imposto il nome
nella
sinagoga a una settimana dalla nascita. In questa occasione il padre
è chiamato di fronte alla Torah e recita una
preghiera per la madre e per la figlia.
All’età di 13 anni
un ragazzino ebreo
diviene un «bar mitzwah», espressione ebraica che
significa
«figlio del precetto». La cerimonia ha luogo nella
sinagoga
lo shabbath
successivo al
compimento del tredicesimo anno. Nel corso dei dodici mesi precedenti,
il ragazzo è stato allievo di un rabbino o di uno scriba ed
ha
appreso le regole e le leggi ebraiche.
Una ragazzina diviene, automaticamente,
una
«bat mitzwah», cioè «figlia
del
precetto», quando compie 12 anni, e a 15 anni le vengono
impartite lezioni di storia e tradizioni ebraiche, soprattutto per
quanto riguarda le prescrizioni relative al cibo al quale è
compito della donna provvedere.
Il matrimonio è considerato
come modello
ideale di vita, istituito da Dio e unica forma permessa di convivenza.
Un Ebreo è tenuto a sposarsi con un appartenente alla stessa
religione, ma il matrimonio misto sta divenendo sempre più
comune.
Il divorzio è consentito,
anche se, per
essere valido, deve essere riconosciuto da un tribunale ebraico e
confermato da un attestato di divorzio che l’uomo consegna
alla
donna.
La sepoltura deve aver luogo il
più presto
possibile, per motivi igienici. La cremazione non è ammessa.
Il
defunto è lavato e rivestito di un abito bianco,
dopodiché viene deposto in una semplice cassa di legno. Gli
uomini vengono avvolti nel loro scialle di preghiera.
Non sono ammessi né fiori,
né musica
durante la cerimonia, che è officiata dal cantore. Questi
getta
tre palate di terra sulla cassa, mentre dice: «Il Signore ha
dato
e il Signore ha tolto, benedetto sia il nome del Signore». Il
rabbino tiene un discorso di commemorazione, mentre il figlio o il
più prossimo parente maschio legge un inno di lode: la
preghiera
«qaddish». Dopo il funerale la famiglia osserva una
settimana di lutto e, ogni anno, nell’anniversario della
morte, i
parenti più stretti accendono una candela sulla tomba e
leggono
la preghiera «qaddish». Gli Ebrei hanno una grande
cura dei
loro cimiteri dove riposano i morti in attesa del giorno della
risurrezione.
Le solennità ebraiche sono
legate al
calendario ebraico e, spesso, hanno una motivazione storica. Il computo
del tempo comincia con la creazione del mondo, che secondo la nostra
cronologia equivale al 5 ottobre del 3761 avanti Cristo. Il calendario
ebraico è costruito sull’anno lunare e si compone
di
dodici mesi con 29 o 30 giorni, per un totale di 354 giorni.
Nell’arco di 19 anni, per stare al passo con l’anno
solare,
viene inserito, per sette volte, un mese aggiuntivo. In conseguenza di
ciò le date delle feste cambiano di anno in anno, come la
Pasqua
cristiana. Tre delle festività sono feste che si ispirano al
pellegrinaggio e che affondano le loro radici nella storia di Israele.
Nei tempi antichi, tutti i maschi dovevano recarsi al Tempio di
Gerusalemme con le proprie offerte. Altre festività si
ispirano
ad eventi storici.
«La festa di Capodanno: Rost
Hashanah»
ha luogo in settembre-ottobre. Un mese prima, tutti gli Ebrei si
sforzano di osservare, con estremo rigore, i doveri religiosi e di
dedicarsi alla beneficenza. Durante la funzione religiosa, svolta nella
sinagoga, si soffia in un corno di capro. Il corno simboleggia
l’animale che Abramo sacrificò al posto di Isacco
e
ricorda la bontà di Dio. Nelle case si organizza un grande
pranzo con numerose pietanze ricche di valore simbolico, tra le quali
mele tuffate nel miele che si mangiano augurandosi a vicenda
«un
anno buono e dolce».
«Il giorno della
riconciliazione: Yom
Kippur» conclude il periodo di penitenza di dieci giorni che
contraddistingue l’inizio del nuovo anno. In origine la festa
della riconciliazione era il giorno dell’anno in cui il Gran
Sacerdote entrava nella sala più sacra del Tempio dopo aver
sacrificato un capro in segno di espiazione per i peccati del popolo.
Oggi i credenti riconoscono i propri peccati nella sinagoga e la
cerimonia si conclude con il suono del corno e il saluto:
«L’anno prossimo a Gerusalemme». Per gli
Ebrei questa
è la solennità più importante e quella
che tocca
maggiormente la sfera personale.
«La festa delle capanne:
Sukkoth» dura
una settimana e per l’occasione si costruiscono capanne di
foglie
e frasche nei giardini e presso le sinagoghe per ricordare i rifugi
approntati dagli Ebrei durante il pellegrinaggio nel deserto, e la
bontà dimostrata da Dio nei loro confronti.
«La festa della consacrazione
del Tempio:
Chanukkah» si celebra in novembre-dicembre e dura otto
giorni,
durante i quali si accende, quotidianamente, una candela in uno degli
otto bracci del candelabro chanukkah.
La festa commemora la consacrazione del Tempio a Gerusalemme avvenuta
nel 165 avanti Cristo. Questa solennità ha caratteristiche
simili al Natale cristiano. Si scambiano doni ed è festa,
soprattutto, per i bambini.
«La festa della Pasqua (in
ebraico Pesach, significa passaggio)».
La Pesach si festeggia in marzo-aprile e ricorda la fuga degli Ebrei
dall’Egitto dopo che Dio aveva inflitto la decima piaga agli
Egiziani che tenevano schiavo il Suo popolo.
In occasione di questa
solennità, in casa si
fanno grandi pulizie, si usa un particolare servizio di piatti e
argenteria, e non si può mangiare o bere nulla che contenga
mais
o farina lievitati.
La Pasqua è spesso denominata
anche
«festa del pane azzimo», per ricordare come gli
Ebrei
fuggiti dall’Egitto non avessero avuto il tempo di far
lievitare
la pasta. Durante gli otto giorni della Pasqua si mangia solo pane non
lievitato, o «matzah».
Il pasto pasquale si chiama
«seder»,
termine ebraico che significa «ordine», e segue un
preciso
rituale di pietanze fisse con valenza simbolica: il prezzemolo immerso
in una ciotola d’acqua salata, simbolo delle lacrime degli
Ebrei
in Egitto; erbe amare che ricordano la dura schiavitù sotto
il
Faraone; una mistura di mele, noci, vino e miele simboleggia
l’impasto d’argilla usato per i lavori di muratura.
Un
cosciotto d’agnello arrosto è la vera e propria
offerta
pasquale; uova sode rappresentano il sacrificio per la festa del
Tempio. Infine si beve vino, simbolo della gioia.
«La festa delle settimane o
Pentecoste ebraica
(Shavout)» si celebra in maggio-giugno, a ricordo della
Rivelazione della Legge sul Sinai. Nella sinagoga viene data lettura
dei Dieci Comandamenti e del Libro
di Rut.
Il pasto consiste, principalmente, di frutta, pesce e piatti leggeri a
base di latte, come torte di formaggio e omelette. L’origine
di
tale usanza risale al momento in cui gli Ebrei, sul Sinai, dopo aver
ricevuto la Torah,
che proibiva di mangiare allo stesso tempo carne e latticini, scelsero
di astenersi dalla carne.
È interessante ricordare il
personaggio
leggendario dell’Ebreo Errante, il quale, secondo la
tradizione,
sarebbe stato condannato da Gesù ad errare, eternamente, per
il
mondo con nella borsa cinque monete che continuamente si rinnovano. Il
motivo si ricollega ad antichissime leggende: l’eterna vita
fisica data come premio o punizione, leggende derivate da
interpretazioni di testi biblici. Ad una eternità di
punizione
si ricollega la leggenda dell’Ebreo Errante, che ebbe
svariate
elaborazioni letterarie. Numerosi sono, anzitutto, i personaggi
evangelici o pseudo-evangelici che furono indicati come protagonisti
del mito: il soldato Malco, che percosse Gesù, come risulta
già da una cronaca del VII secolo; il calzolaio che
cacciò Gesù che si era fermato per riposarsi
sulla soglia
della sua casa; Cartafilo, che percosse anch’egli
Gesù,
dicendogli: «Cammina, affrettati». La cronaca del
convento
di Ferraria, nell’Italia Meridionale, narra che nel 1223
alcuni
pellegrini, di ritorno dall’Armenia, raccontarono di aver
veduto
l’Ebreo a cui Cristo, essendone stato percosso, aveva
predetto
che avrebbe dovuto attenderlo in eterno. Il cronista inglese Roger of
Wendower (morto nel 1237) riferisce come un Vescovo armeno, vissuto in
Inghilterra, gli abbia raccontato dell’episodio di Cartafilo
il
quale ogni cento anni crede di morire, ma poi riprende forza e continua
il suo pellegrinaggio pentito della sua colpa e con la speranza di
essere, un giorno, perdonato.
L’Ebreo Errante è
dunque ricordato come
un vegliardo che invoca invano la morte nel suo desiderio di pace,
nella disperazione di dovere eternamente sopravvivere a se stesso.
(ottobre 2010)