La
rivolta araba nella Palestina mandataria
1937-1938
di Daniela
Franceschi
Il
fallimento della politica inglese in Palestina fu evidente nel biennio
1937-38, quando la rivolta araba si scatenò, con particolare
durezza, sia contro l’amministrazione britannica sia contro
gli
insediamenti ebraici1.
Da un lato, la Gran Bretagna si
scoprì
incapace di gestire masse arabe sempre più attratte da quei
regimi totalitari, come la Germania nazista e l’Italia
fascista,
che sembravano promettere loro l’indipendenza;
dall’altro,
nel momento in cui il destino degli Ebrei Europei stava ormai volgendo
verso un mortale epilogo, l’Inghilterra fu sostanzialmente
contraria ad ogni concessione in merito alle limitate quote di
immigrazione.
Il regime fascista, vedendo nella Gran
Bretagna una
rivale da scalzare dalla sua posizione di predominio nel Mediterraneo,
si mostrava disponibile verso le istanze di autodeterminazione delle
popolazioni arabe, assumendo, nel contempo, un atteggiamento
antisionista.
Il «Corriere della
Sera», come tutta la
stampa italiana ormai asservita alle direttive del regime, non poteva
non riflettere la posizione del Governo, nonostante negli anni
precedenti avesse in più occasioni dimostrato simpatia verso
il
movimento sionista2. La nuova linea editoriale
si era evidenziata in occasione del decennale della dichiarazione
Balfour3, adottando toni antisemiti durante
l’insurrezione araba del 19294.
Nei resoconti che il corrispondente ed
inviato
speciale Alessandro Mombelli inviò durante la rivolta,
pubblicati solitamente in prima pagina, l’attenzione rimase
quasi
sempre focalizzata sugli indomiti insorti arabi, rilevando
altresì la dura, ed inefficace, repressione britannica5.
Le rivendicazioni arabe furono al centro
di altre
corrispondenze dell’inviato. In esse si indicavano i punti
salienti di un manifesto fatto pubblicare dal Comitato arabo supremo
della Palestina; «innanzitutto il riconoscimento del diritto
che
hanno gli Arabi a una completa indipendenza nel loro Paese;
secondariamente l’abbandono di qualsiasi idea di creare un
centro
nazionale ebreo in Palestina; in terzo luogo fine del Mandato
britannico e fondazione e riconoscimento d’uno Stato arabo
sovrano con la conclusione di un accordo analogo ai trattati
anglo-iracheno, anglo-egiziano e franco-siriano; in quarto luogo,
infine, cessazione di qualsiasi vendita di terreni agli Ebrei sino alla
conclusione dei trattati»6. La
politica inglese era
sotto accusa; ambigua, improduttiva, incomprensibile, decisa a
«guadagnare tempo nella speranza che fra alcuni mesi una
più calma situazione generale nel Mediterraneo le consenta
di
agire, tenendo conto soltanto dei propri interessi imperiali senza
urtare soprattutto la suscettibilità di certe
potenze»7.
È interessante analizzare la
parte conclusiva di un articolo di Mombelli sulla situazione in
Palestina8,
in cui si citavano le considerazioni di alcuni giornali arabi sul
panarabismo, «un movimento di solidarietà di
razza, che
molti in Europa si ostinano ancora a considerare come
un’utopia,
ma che, in realtà, si afferma ogni giorno di più
sul
terreno concreto dei fatti. Ad ogni modo, i giornali arabi della
Palestina non lasciano sfuggire occasione alcuna per sottolinearne la
promettente vitalità e per metterne in rilievo la portata
non
solo sentimentale che esso è destinato ad esercitare in
grado
sempre più accentuato»9. Le
parole del
giornalista potrebbero far pensare ad un movimento spontaneo, in
realtà, le élite arabe utilizzavano sapientemente
il
nazionalismo delle popolazioni locali per accrescere il proprio potere,
frustandone ogni speranza di cambiamento in ambito sociale e politico10.
Ad un ritratto del nazionalismo arabo
come un
monolite, il giornalista contrapponeva l’immagine di un
movimento
sionista lacerato al suo interno; i sionisti revisionisti, il cui
leader era Vladimir Ze’ev Jabotinsky, osteggiavano la
politica di
Chaim Weizmann, eccellente studioso nell’ambito della
biochimica,
dal 1920 a capo dell’Organizzazione sionista mondiale e
futuro
presidente dello Stato d’Israele11.
L’articolo,
molto approssimativo, non chiariva le motivazioni
dell’opposizione; il piano della Commissione Peel per
dividere
sostanzialmente in due il territorio della Palestina era rifiutato dai
sionisti revisionisti12, che richiedevano la
costituzione di
uno Stato Ebraico sulle due rive del Giordano. Il gruppo che si
rifaceva a Weizmann appoggiava invece la soluzione inglese, soprattutto
in considerazione della drammatica situazione degli Ebrei Europei. Da
citare le ultime frasi, dal tono antisemita, su Weizmann «che
avrebbe tradito gli interessi della razza ebraica per un piatto di
lenticchie o per trenta denari»13.
In un articolo, non firmato e pubblicato
in seconda
pagina, si rendevano note le caratteristiche salienti del piano di
spartizione della Palestina, secondo la relazione della Commissione Peel14;
la migliore soluzione per il Governo Inglese era la divisione in due
Stati, arabo ed ebraico, con una parte del territorio posta sotto
permanente Mandato britannico. Si rimandava la definizione esatta dei
confini ad un’altra specifica Commissione, prospettando
così tempi estremamente lunghi per l’attuazione.
Nella polemica antisemita il nesso
ebraismo-comunismo è sempre stato presente, e non venne meno
negli articoli dell’inviato, in cui si paventava il contagio
comunista tra gli Ebrei della Palestina15. Le
ragazze ebree
aderenti alle file comuniste, «amazzoni della politica
proletaria
[…] che a dispetto della giovanissima età,
possono dare
dei punti ai loro camerati anziani»16,
secondo
l’articolista, consideravano il matrimonio un retaggio
borghese e
la prole un fardello di cui liberarsi. È particolarmente
pungente la critica verso le autorità britanniche ed
ebraiche
che permettevano l’esistenza «di certe colonie
collettivistiche, vere fucine di spregiudicatezza morale, di sfacciata
promiscuità e di assenza di ogni pudore, […]
iniziative
sociali a cui si potrebbe dare come programma un trinomio negativo:
né famiglia, né Stato, né
Dio»17.
In realtà, i kibbutz18
non hanno
mai avuto quei caratteri di depravazione morale che assegnava loro il
corrispondente, bensì, «pur non raccogliendo la
maggioranza della popolazione dell’yishuv, la loro influenza
fu
comunque notevole, così come su quello dello Stato
d’Israele, soprattutto nei primi anni della sua esistenza.
Costituendo le comunità dalle quali provenivano le
élite
della nuova società, per quel che concerne
l’economia e la
politica non meno che per l’esercito»19.
In un articolo pubblicato nelle ultime
pagine, si
faceva riferimento al progetto della Federazione Sionista della Gran
Bretagna di richiedere la fine del Mandato britannico e
l’incorporazione della Palestina ebraica nel Commonwealth20.
Pietro Carbonelli, inviato a Londra del quotidiano, non dava molto
credito alla proposta, considerandola di «mediocre
interesse» e sottolineando, allo stesso tempo, come essa
fosse in
verità opera del Governo Britannico21.
È
interessante notare come si riportassero le considerazioni del dottor
Perlzweig, Segretario della Federazione, per meglio evidenziarne la
perfetta conformità con gli interessi dell’Impero
Britannico; «la realizzazione del piano indicato dalla
Federazione sionista avrebbe immediate ripercussioni in tutto
l’Oriente Mediterraneo. Gli Ebrei della Palestina, sostenuti
dai
loro fratelli di razza in Europa, in America e in altre parti del
mondo, assumerebbero l’organizzazione politica e militare del
Paese, assicurando sotto la guida della Gran Bretagna la pace interna e
la difesa del territorio»22. Il nuovo
Stato sarebbe
divenuto «un centro di irradiazione dell’influenza
britannica in un’area che è attualmente permeata
di
influenze ostili. Il 95% degli Ebrei di Palestina saluterebbe con
entusiasmo una decisione a favore della definitiva inclusione della
Palestina Ebraica nell’Impero Britannico»23.
Carbonelli concludeva affermando che una decisione in tal senso del
Governo Inglese sarebbe stata giustificata con «le solite
difficoltà della situazione in Palestina e con la
necessità di sottrarre quel territorio alle perniciose
influenze
della propaganda antibritannica, giustificazioni indubbiamente strane
da parte di un Governo che vorrebbe che tutto fosse deciso secondo il
sacro Codice Ginevrino»24.
È importante citare un altro
contributo,
pubblicato in seconda pagina e non firmato, sul futuro Dominion25.
«La deviazione filo-britannica del sionismo
ufficiale»26
aveva provocato fortissimo sdegno tra gli Ebrei Ortodossi, che non
avrebbero mai accettato di perdere l’indipendenza del futuro
Stato Ebraico. Nell’articolo si citava un intervento del
giornalista Pierre Van Paassen sulla rivista
«Asia», in cui
si incoraggiavano gli Arabi a collaborare con gli Ebrei contro
l’oppressione inglese. La Gran Bretagna, affermava Van
Paassen,
quando non «desiderava in Palestina uno Stato Ebreo, ha essa
stessa incoraggiato un movimento antiebreo […] movimento che
evidentemente non serve più ora che gli Inglesi hanno
convinto
gli esponenti del sionismo ad accettare la delimitazione delle
frontiere dello Stato Ebraico così come le ha fissate la
Commissione Reale, in cambio di una completa dedizione politica degli
Ebrei alla causa dell’imperialismo britannico. Di
quell’imperialismo che non si opporrà certamente
ad un
maggior sfruttamento (anglo-ebreo) delle risorse del Mar Morto
né alla modernizzazione della base navale di Haifa
né
alla formazione di un esercito di Ebrei, in uniforme kaki, al servizio
di Giorgio VI»27. Nonostante le frasi
di questo
articolo possano far pensare ad una sua avversione al sionismo, il
giornalista canadese Pierre Van Paassen fu un sostenitore della causa
sionista e della nascita dello Stato d’Israele in Palestina.
Degna di attenzione la parte conclusiva
dell’articolo del «Corriere della Sera»,
in cui si
affermava che la reazione ostile degli Ebrei non anglicizzati e meno
antifascisti della Jewish Agency non sarebbe stata causata dalla
propaganda italiana, bensì da «un colpo di mano in
pretto
stile britannico, in uno stile cioè che contrasta con i
principi
societari da applicarsi solamente in caso di rivendicazioni di Stati
autoritari o comunque non aspiranti alla tutela della Corona
Britannica»28.
Il palese antisionismo del
«Corriere della
Sera» era, forse, il preludio di quella bieca campagna
antisemita
che avrebbe occupato le pagine di tutti i giornali italiani con
l’emanazione delle Leggi Razziali29.
Note
1 Confronta
www.zionism-israel.com/dic/Arab_Revolt.htm
2 Confronta Anonimo, Gli Israeliti in cerca di una
patria, «Corriere della Sera», 31
agosto-1° settembre 1897.
Anonimo, Il secondo
congresso dei sionisti, «Corriere della
Sera», 30 agosto-1° settembre 1898.
Anonimo, Il congresso
dei sionisti, «Corriere della Sera»,
16-17 agosto 1899.
Anonimo, Gli Israeliti
in Palestina, «Corriere della Sera»,
5-6 maggio 1901.
(J), Il IV congresso
dei sionisti, «Corriere della Sera»,
25 agosto 1903.
(J), Il congresso
sionista, «Corriere della Sera», 25
agosto 1903.
(J), Il congresso di
una razza, «Corriere della Sera», 26
agosto 1903.
(J), Il regno di Sion,
«Corriere della Sera», 27 agosto 1903.
Italo Zingarelli, Il
congresso dei cinquemila, «Corriere della
Sera», 21 agosto 1925.
3 Confronta Daniela Franceschi, A dieci anni dalla Dichiarazione
Balfour. Antisionismo un po’ confuso nel fascistizzato
«Corriere della Sera», «Il
tempo e l’idea», settembre-ottobre 2004, pagina 112.
4 Confronta Daniela Franceschi, In sostegno alle rivolte arabe
in Palestina. L’antisionismo nel fascistizzato
«Corriere della Sera», «Il
tempo e l’idea», seconda metà di
dicembre 2004, pagine 183-184.
5 Confronta Alessandro Mombelli, Improvvisa aspra repressione
attuata dall’Inghilterra in Palestina,
«Corriere della Sera», 2 ottobre 1937.
Alessandro Mombelli, Risoluta
resistenza araba contro le misure di polizia in Palestina,
«Corriere della Sera», 4 ottobre 1937.
Alessandro Mombelli, Reazioni
del mondo arabo alle repressioni in Palestina,
«Corriere della Sera», 4 ottobre 1937.
Alessandro Mombelli, Il
fermento arabo continua contro la politica britannica in Palestina,
«Corriere della Sera», 6 ottobre 1937.
Alessandro Mombelli, Gli
Arabi lotteranno fino alla morte, «Corriere
della Sera», 6 ottobre 1937.
Alessandro Mombelli, La
lotta in Palestina. Pressioni su Londra dei massimi poteri arabi,
«Corriere della Sera», 9 ottobre 1937.
Alessandro Mombelli, Ostilità
arabe contro l’Inghilterra, «Corriere
della Sera», 12 ottobre 1937.
Alessandro Mombelli, Tremenda
rappresaglia inglese contro gli Arabi in Palestina,
«Corriere della Sera», 17 ottobre 1937.
Alessandro Mombelli, Giornata
di sangue in Palestina. Violenta reazione araba alle durissime misure
inglesi, «Corriere della Sera», 19
ottobre 1937.
Alessandro Mombelli, Attentati
e rappresaglie si avvicendano in Palestina,
«Corriere della Sera», 23 ottobre 1937.
Alessandro Mombelli, Nuovi
attentati in Palestina. Una bomba su una linea ferroviaria. I posti
punitivi di polizia, «Corriere della
Sera», 25 ottobre 1937.
Alessandro Mombelli, Scene
di sangue e panico nelle vie di Gerusalemme,
«Corriere della Sera», 30 ottobre 1937.
Alessandro Mombelli, Ribellione
in Transgiordania contro l’Emiro anglofilo,
«Corriere della Sera», 3 novembre 1937.
Alessandro Mombelli, La
legge marziale in Palestina, «Corriere
della Sera», 11 novembre 1937.
Alessandro Mombelli, Due
bombe contro gli Arabi nel centro di Gerusalemme,
«Corriere della Sera», 12 novembre 1937.
Alessandro Mombelli, Atmosfera
guerresca a Gerusalemme, «Corriere della
Sera», 16 novembre 1937.
Alessandro Mombelli, I
focolari d’incendio nel mondo arabo,
«Corriere della Sera», 17 novembre 1937.
Alessandro Mombelli, Gli
Arabi contro le potenze mandatarie. Sanguinoso conflitto a Beirut,
«Corriere della Sera», 22 novembre 1937.
Alessandro Mombelli, In
Palestina. Gli inafferrabili ribelli danno affanni alle truppe inglesi,
«Corriere della Sera», 4 dicembre 1937.
Alessandro Mombelli, In
Palestina. Tentativo d’incendio delle caserme militari di
Gerusalemme, «Corriere della Sera», 7
dicembre 1937.
Alessandro Mombelli, A
Gerusalemme
sotto gli Inglesi. La vita degli Arabi è a buon mercato. Il
terrore nella Città Santa tra le esplosioni della rivolta e
le
spietate repressioni britanniche, «Corriere
della Sera», 19 dicembre 1937.
Alessandro Mombelli, La
rivolta palestinese. Trinceramenti in Galilea contro gli indomiti
ribelli, «Corriere della Sera», 18
gennaio 1938.
Alessandro Mombelli, La
rivolta in Palestina. Venti vittime in tre giorni,
«Corriere della Sera», 22 dicembre 1937.
Alessandro Mombelli, Imboscate
in Palestina agli autobus ebraici, «Corriere
della Sera», 23 dicembre 1937.
6 Confronta Alessandro Mombelli, L’ambigua
politica inglese in Palestina. Gli Arabi hanno deciso di ripresentare
domanda di assoluta indipendenza. Nuovi attacchi contro le pattuglie
britanniche, «Corriere della Sera», 10
gennaio 1938.
Alessandro Mombelli, In
Palestina. Gli Arabi riaffermano le loro rivendicazioni nazionali,
«Corriere della Sera», 19 gennaio 1938.
7 Ibidem.
8 Alessandro Mombelli, La rivolta in Palestina.
Sparatoria, bombe, arresti si susseguono senza tregua,
«Corriere della Sera», 14 novembre 1937.
9 Ibidem.
10 Confronta Bice Migliau-Franca Tagliacozzo, Gli Ebrei nella storia e nella
società contemporanea, Firenze, La Nuova
Italia, 1993, pagina 414.
11 Alessandro Mombelli, Beghe tra gli Ebrei: Weizmann
accusato di tradire la razza, 14 dicembre 1937.
12 I sionisti revisionisti avrebbero voluto un
atteggiamento
più risoluto nei confronti sia degli Arabi sia degli
Inglesi.
Nel 1925, Jabotinsky si era ritirato dall’esecutivo
dell’Organizzazione Sionistica per dare vita
all’Unione
Mondiale dei sionisti revisionisti, dieci anni dopo costituì
la
New Zionist Organization, in contrapposizione alla World Zionist
Organization.
13 Ibidem.
14 Anonimo, Il
progetto di
spartizione della Palestina. Un libro bianco inglese. Forte corrente
sionista contro il piano di mettere il futuro Stato Ebraico sotto il
controllo di Londra, «Corriere della
Sera», 5 gennaio 1938.
15 Confronta Alessandro Mombelli, La
rivolta in Palestina. Il contagio comunista tra gli Ebrei. Le amazzoni
del bolscevismo. Amoralità e ateismo nelle colonie sioniste
e
collettivistiche, «Corriere della
Sera», 11 gennaio 1938.
16 Ibidem.
17 Ibidem.
18 Per un inquadramento storico confronta
Lorenzo Cremonesi, Le
origini del sionismo e la nascita del Kibbutz, Firenze,
Giuntina, 1985.
Henry Near, The Kibbutz
movement. A history. Origins and Growth. 1909-1939,
Oxford, Oxford University Press, 1992.
19 Confronta Claudio Vercelli, Israele. Storia dello Stato. Dal
sogno alla realtà (1881-2007), Firenze,
Giuntina, 2007, pagina 122.
20 Una proposta similare era già
stata fatta nel 1905
ed anche in questo caso il «Corriere della Sera»,
naturalmente con toni differenti, ne aveva dato notizia. Confronta
Anonimo, Per una
colonia israelita in Sud-Africa, «Corriere della
Sera», 2 agosto 1905.
21 Confronta Pietro Carbonelli, Manovra dei sionisti inglesi per
trasformare la Palestina in Dominion. Pieno appoggio del societario
Governo Londinese, «Corriere della
Sera», 4 gennaio 1938.
22 Ibidem.
23 Ibidem.
24 Ibidem.
25 Confronta Anonimo, Il Dominion ebreo in Palestina.
Reazione ostile dei sionisti alla politica inglese
dell’Agenzia Ebraica, «Corriere della
Sera», 5 gennaio 1938.
26 Ibidem.
27 Ibidem.
28 Ibidem.
29 Confronta Paolo Murialdi, Storia del giornalismo italiano.
Dalle gazzette a Internet, Bologna, Il Mulino, 2006,
pagina 166.
(marzo 2011)