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La nascita del sionismo

Molti gruppi ebraici del nostro continente pensavano di realizzare uno Stato libero, non confessionale, per il riscatto del proprio popolo, seguendo un cammino non molto diverso da quello del nostro Risorgimento

 

di  Daniela Franceschi

 

 
Il resoconto del primo congresso sionista, che si aprì il 29 agosto 1897 a Basilea1, fu molto esiguo e si focalizzò prevalentemente su alcune informazioni di carattere organizzativo, come la nomina del presidente, Theodor Herzl, redattore della «Neue Freie Presse», e l’approvazione di un ringraziamento al Sultano per l’ospitalità che accordava agli Israeliti nel suo Impero2. Gli oratori principali furono lo stesso Herzl e Max Nordau3, anch’egli scrittore, che all’inizio della sua attività non si era interessato a questioni ebraiche. Dopo molte discussioni, il congresso fissò gli scopi e gli intenti del movimento, in quella formula passata alla storia come «Programma di Basilea»: il sionismo aspirava alla creazione di una sede nazionale garantita dal diritto pubblico, per il popolo ebraico in Palestina. I mezzi per raggiungere quella méta erano così fissati:
    1)    il ripopolamento della Palestina da parte di contadini, operai ed artigiani ebrei, in modo corrispondente allo scopo;
    2)    l’organizzazione e il collegamento di tutti gli Ebrei per mezzo di istituzioni adatte, locali e generali, in armonia con le leggi di ciascun Paese;
    3)    il rafforzamento del sentimento e della coscienza nazionale;
    4)    passi preliminari onde ottenere l’assenso del governo ottomano.
    Al di là del programma di Basilea, fu stabilito di convocare di quando in quando altri congressi, affinché il popolo ebraico potesse avere un costante punto di riferimento nel difficile cammino verso la fondazione del nuovo Stato. In occasione del secondo congresso avvenuto il 30 agosto 1898, il giornale si rifece ad una nota dell’agenzia Stefani. Il breve articolo focalizzava la sua attenzione prevalentemente sulla volontà dei sionisti di acquistare il territorio della Palestina dal Sultano, che non era alieno dal concedere la vendita, ma i capitali necessari non erano ancora raccolti4.
    Il giornale non seguì attentamente il terzo e quarto congresso, tuttavia pubblicò delle note d’agenzia per tenere informato il lettore5.
    Nel 1901 il quotidiano rese nota la risposta negativa della Camera alla domanda del governo ottomano a diversi Paesi europei, fra cui l’Italia, per impedire l’emigrazione ebraica6.
    È da mettere in risalto che per la prima volta nel 1903 il «Corriere della Sera» inviò un corrispondente, che si firmava J, a seguire i lavori del congresso. Il giornalista dimostrava di avere una discreta conoscenza della storia ebraica recente, esprimendo simpatia e comprensione per le aspirazioni degli Israeliti aderenti al movimento.
    In quell’anno le proposte di Herzl si fecero più pressanti e si indirizzarono soprattutto verso zone come l’Uganda, il Mozambico, il Congo, coinvolgendo quindi le autorità inglesi, portoghesi e belghe. Il giornale informò in una nota di agenzia dell’abbandono del progetto di colonizzazione di El Arish a causa delle difficoltà di irrigazione7.
    Theodor Herzl affermava che i negoziati con l’Inghilterra non avevano dato degli effetti positivi, per cui il progetto del Sinai doveva essere abbandonato; tuttavia l’Inghilterra avrebbe messo a disposizione l’Africa Occidentale, a patto che, sia pure amministrata dagli Israeliti, tale porzione di territorio rimanesse comunque sotto la sovranità inglese. Negli articoli inerenti le proposte dell’Inghilterra, sia i dispacci dell’agenzia Stefani che il corrispondente alternano Africa Occidentale e Orientale, nonostante la proposta inglese riguardasse l’Uganda.
    Nella stessa seduta Herzl notava come sia il Sultano sia l’Imperatore tedesco Guglielmo avessero espresso la loro simpatia per il movimento sionista. È interessante notare che i progetti e le iniziative sioniste continuavano a trovare dissenziente la maggioranza della comunità ebraica berlinese; infatti un membro del congresso, Davis Triesch8, mosse vivaci critiche ai dirigenti del congresso stesso. Una parte dei lavori fu dedicata alla discussione del rapporto sulla gestione del comitato d’azione, organo deputato alle iniziative diplomatiche ed economiche per la realizzazione del progetto9. Molti oratori si mostrarono insoddisfatti della linea di condotta del comitato d’azione, soprattutto per ciò che riguardava le trattative diplomatiche condotte nel completo silenzio. Il corrispondente descriveva l’inizio dei lavori con tono pieno di favore e di fiducia, e sottolineava l’impressione ricevuta che i partecipanti mostrassero aperta solidarietà per gli Ebrei oppressi10. Il numero dei congressisti era particolarmente elevato, circa settecento delegati di associazioni ebraiche e un numero molto maggiore di semplici partecipanti, appartenenti alle più disparate nazionalità.
    Le discussioni più accese riguardavano l’attuazione del progetto sionista; erano particolarmente importanti i contrasti sulla sede del futuro Stato ebraico; ma – come notava il corrispondente – l’asprezza delle discussioni rivelava la vitalità delle idee e l’immenso interesse con cui gli Ebrei seguivano la questione sionista11. Prima di riuscire a parlare con Herzl e Nordau, il giornalista si soffermò sulla nascita del movimento, definendolo come il più antico e il più nuovo ideale del disperso popolo di Israele dal momento in cui gli Israeliti avevano lasciato la loro terra d’origine. Nell’articolo si parla anche di sionismo sentimentale, inteso come aspirazione istintiva del popolo di Israele ad una tradizione di «razza» e di religione, che, per i suoi caratteri non prettamente pratici, poteva avere una parvenza di sogno e di desiderio inappagabile. Tuttavia, si era anche verificata una spinta all’azione pratica, grazie all’appoggio economico e politico fornito agli Ebrei dell’Europa Orientale, in condizioni assai disagiate e costretti all’esilio. La costituzione della patria ebraica non necessariamente doveva comportare l’emigrazione di tutti gli Ebrei Europei e d’oltreoceano, poiché in alcune nazioni il popolo ebreo viveva abbastanza liberamente e costituiva parte integrante della società. Le rivendicazioni del movimento sionista riguardavano essenzialmente gli Ebrei Orientali, cioè, diceva esagerando, i nove decimi del popolo ebraico; Israeliti sottoposti a maggiori vessazioni politiche ed economiche e per i quali la nuova patria avrebbe rappresentato la possibilità di una nuova vita.
    Per gli Ebrei Italiani, ad esempio, «la nuova Sion» avrebbe rappresentato una patria puramente religiosa. Il giornalista esprimeva un’opinione molto comune, secondo la quale il sionismo era rivolto soprattutto agli Israeliti di Paesi come la Russia, in cui erano sottoposti alle peggiori persecuzioni, frutto di arretratezza culturale, dispotismo politico, scarsa modernizzazione.
    Prima della nascita del movimento sionista vi furono vari tentativi di fondare moderne colonie ebraiche in Palestina ad opera di ricchi ebrei, fra i quali il barone Rothschild, Goldschmith, Hirsch. Così nel Paese nacquero alcune comunità agricole ebraiche. Dal 1897, nei congressi sionisti fu sempre discusso il progetto di una fondazione di una colonia ebraica con amministrazione di tipo europeo ma sotto sovranità turca. A partire da quella data, Herzl si era incontrato con il Sultano turco – che peraltro non assecondò le richieste ebraiche – e successivamente con il governo russo, che si dichiarò favorevole all’impresa, dato che il progetto avrebbe favorito l’emigrazione degli Ebrei Russi. Infine – data la difficoltà di ottenere il territorio dal Sultano – Herzl si rivolse all’Inghilterra, che accolse favorevolmente la proposta, per vagliare altre possibili soluzioni12. Una prima dislocazione del nuovo Stato ebraico fu ipotizzata nella penisola del Sinai, ma successivamente questa offerta fu respinta per la mancanza d’acqua nella zona; l’Inghilterra aveva poi suggerito l’Africa Orientale nell’area dei laghi equatoriali. In ogni caso, l’iniziativa coloniale aveva bisogno di una solida base economica, realizzata attraverso tre istituzioni. Il giornalista si mostrava stupito del fatto che, nonostante la presenza di Ebrei benestanti, il capitale in possesso del movimento sionista fosse abbastanza esiguo, e osservava come la maggior parte degli Israeliti ricchi considerasse negativamente il sionismo, perché esso avrebbe portato ad un aumento dell’antisemitismo e ad ulteriori difficoltà nell’assimilazione con altre razze13. La proposta inglese dell’Africa Orientale provocò vari dissensi ed un’ala del congresso insisté per il rifiuto dell’offerta, poiché si giudicava con più favore la soluzione della Palestina, anche se realizzabile solo a lungo termine; i vantaggi della proposta furono invece esaltati da Herzl e Nordau.
    Herzl era favorevole alla costituzione del «Regno di Gerusalemme» nell’Africa Occidentale, come si deduce da una sua lettera che il barone Montefiore, presidente della fondazione sionista inglese, pubblicò alla fine del dicembre del 1903. Il giornale che ne diede notizia tuttavia non rese nota la lettera del capo dei sionisti14. Ma i dissensi non mancavano, il giornale segnalò la lettera al «Times» di un importante personaggio pubblico inglese, il quale, come Ebreo, biasimava energicamente le decisioni del congresso sionista di Basilea riguardo al progetto di una colonia nell’Africa Australe15.
    Nello stesso mese si tenne a Londra un’assemblea di sionisti, reduci dal congresso di Basilea. I delegati riferirono del progetto di colonizzazione dell’Africa Orientale, affermando l’importanza del progetto come primo passo verso la ricostituzione del regno di Sion16. L’assemblea espresse il suo ringraziamento all’Inghilterra per l’appoggio concesso al movimento.
    La proposta e il progetto di una fondazione di una colonia ebraica nell’Africa Orientale trovavano dissenzienti proprio coloro che avrebbero dovuto in teoria trarne il maggior giovamento, ovvero gli Ebrei Polacchi e Russi, costretti nelle loro patrie a subire periodiche violenze a carattere antisemita.
    Il «Times», che aveva seguito i lavori dell’assemblea, giudicava il progetto irrealizzabile, ed esprimeva l’opinione che il ritiro degli Ebrei in massa in una colonia, sia in Uganda che in Palestina, dovesse nuocere alla loro «razza», perché la parte più eletta di essi avrebbe perso i vantaggi di cui godeva fra le nazioni civili17.
    Al giornale inglese giunsero molte lettere di persone che abitavano in quei territori oggetto della proposta, nelle quali si invitava il governo inglese a ritirare l’offerta, giudicando impossibile il successo di una colonia ebraica.
    Il «Corriere della Sera» pubblicò un altro articolo sulla possibile concessione di un territorio agli Israeliti da parte dell’Inghilterra18. Il servizio, non firmato, faceva riferimento al romanzo della scrittrice George Eliot19, Daniel Deronda, che aveva dato come méta al suo protagonista la fondazione del nuovo regno d’Israele20. Le aspettative della scrittrice, in quel periodo duramente criticate, avrebbero potuto essere confermate dal fatto che il governo inglese, se non aveva ancora accettato la proposta, stava comunque vagliando il progetto.
    La fondazione di una colonia prettamente ebraica avrebbe aperto, in caso di successo, la strada verso la realizzazione di un sogno secolare della «razza» dispersa21, mentre in caso di insuccesso, una simile iniziativa avrebbe comportato la condanna definitiva di ogni altro progetto analogo e più ampio.
    Il giornalista notava come sia la stampa sia il governo inglesi si accingessero ad esaminare la questione con molta serenità e senza pregiudizi, anche se si doveva porre attenzione ai commenti dei più alti esponenti inglesi dell’ebraismo, che giudicavano il progetto troppo ardito. Anche ammettendo che vi fosse un’emigrazione dai centri orientali, non comprendevano infatti come fosse pensabile la fondazione di una colonia in un Paese selvaggio. Gli Israeliti Inglesi prendevano anche in considerazione la pericolosità di immettere colonie estere nei territori dell’Impero Britannico.
    Per quanto concerneva l’aspetto economico, venivano indicate altre difficoltà: un’emigrazione di massa avrebbe comportato spese ingenti per il mantenimento almeno nei primi anni e per la dotazione di attrezzatura adatta.
    Gli Ebrei Inglesi avevano assecondato per un certo periodo le idee del movimento sionista; anche Beniamin Disraeli sembra che avesse pensato alla possibilità di insediare i suoi correligionari22 in Palestina, ma era proprio la sua vicenda a rendere gli Israeliti Inglesi scettici di fronte a tale progetto. Disraeli fece cadere le barriere che si ergevano tra le libertà britanniche e i ghetti, e la cittadinanza inglese era considerata dagli Ebrei Inglesi più preziosa di una autonomia politica, si erano aperte loro molteplici carriere prima interdette. Il progetto aveva avuto una viva accoglienza a Londra, dove vi era un quartiere ebraico povero, formato prevalentemente da Russi e Polacchi.
    Il governo inglese ritenne opportuno ritirare la sua proposta di concedere un territorio nell’Africa Occidentale ai sionisti; nel riportare la notizia non vengono menzionati i motivi della ritrattazione, probabilmente ciò fu dovuto alle polemiche che causò l’offerta ed alle difficoltà da affrontare per l’eventuale colonia sionista in un ambiente così diverso da quello europeo23. Poiché in ambito sionista si continuò a discutere dell’offerta inglese, è molto probabile che la notizia non corrispondesse al vero.
    Il corrispondente, che seguiva i lavori del congresso, sottolineava l’enorme importanza di questo dibattito, notando come un popolo che voleva accrescere e formare dalle fondamenta la dignità della sua vita collettiva era degno di richiamare l’attenzione universale24. Successivamente il giornalista ebbe la possibilità di intervistare Herzl, il quale precisò che la presa in considerazione della proposta del Ministro delle Colonie Inglesi Chamberlain non implicava necessariamente l’abbandono del progetto iniziale; anzi, il comitato continuava a lavorare per condurlo a buon termine, ma sarebbe stato un grave errore opporre un netto e deciso rifiuto alla proposta inglese, negando così ad un cospicuo gruppo di Ebrei la possibilità di fuggire da nuove sofferenze e privazioni. Herzl continuava parlando dell’emigrazione ebraica, diretta soprattutto verso l’Inghilterra e gli Stati Uniti, con la consapevolezza che questo fenomeno non sarebbe durato a lungo, poiché entrambi i Paesi erano sul punto di approvare leggi limitative dell’immigrazione. Herzl pensava che, dopo il rifiuto del Sultano, l’appoggio russo alle richieste del congresso fosse da prendere in considerazione, auspicando la creazione di uno Stato autonomo entro l’Impero Ottomano.
    Si complimentò per l’interesse mostrato dal «Corriere della Sera» ai lavori del congresso, che avrebbe certamente contribuito a procacciare al sionismo nuove simpatie25. A poche ore dal colloquio con il dottor Herzl, il corrispondente assistette alla votazione per l’affidamento a una commissione tecnica del compito di valutare il territorio offerto dall’Inghilterra, e notò che gli Ebrei Occidentali si erano espressi favorevolmente, mentre quelli Orientali avevano votato contro. Successivamente il corrispondente ebbe un colloquio con Nordau, che lavorava instancabilmente al congresso presiedendo le sedute, intervenendo come oratore e come consigliere. Egli, nell’intervista, si soffermò particolarmente sulle sofferenze che per duemila anni il popolo ebraico aveva dovuto subire, privato sia dei diritti civili che di quelli umani ed esposto al disprezzo generale. Nordau spiegò che l’opposizione degli Ebrei Orientali alla proposta inglese derivava dal fatto che la loro spiritualità era molto forte – erano più mistici che pratici – ed in loro prevaleva il sentimento religioso, mentre gli altri desideravano migliorare le loro condizioni sociali26. Per Nordau vi era l’emergere di ambizioni personali sul popolo che avrebbe potuto vivere una vita politica indipendente. Egli era persuaso che l’ora del «Risorgimento» era arrivata anche per il suo popolo, e il termine italiano lo induceva a paragonare la nostra storia con quella degli Ebrei, poiché anche il popolo italiano aveva sofferto per secoli la dominazione straniera, nonostante le sue illustri origini. La differenza tra i due popoli era individuata da Nordau nel fatto che il popolo ebraico aveva sopportato sofferenze maggiori e per una superiore causa. Con la fondazione dello Stato ebraico, certamente i problemi non sarebbero finiti, ma probabilmente aumentati. A questo proposito, il corrispondente notava che di certo il popolo ebraico non avrebbe fatto risorgere il Tempio di Salomone, «Re dei rovi ardenti, e dalle vette nebulose dei monti non avrebbe più parlato Dio ai duci del popolo eletto», ma avrebbe necessariamente conseguito una vita migliore, più sicura e, per quanto possibile, più serena27.
    Il congresso sionista si chiuse il 30 agosto 1903 con un discorso di Herzl, ascoltato in religioso silenzio da tutto il congresso; il giornalista notò l’entusiasmo dei partecipanti alla fine dei lavori: consapevoli di aver trovato, dopo lunghe sofferenze, una nuova ragione di vita28.
    La proposta di insediamento in Uganda degli Israeliti provocò reazioni di protesta in questo Paese e, secondo il «Times», sarebbe stato opportuno invece per gli Ebrei assimilarsi completamente nelle nazioni in cui già si trovavano29. L’ex-governatore dell’Uganda affermò che il progetto di insediamento era pericoloso, attuabile solamente in territori molto estesi – come ad esempio il Brasile – e con un clima meno ostile di quello equatoriale africano; ricordò tentativi analoghi con esiti decisamente negativi quando i coloni ebrei si erano trasformati in predoni30.
    Sempre nello stesso anno il giornale dedicò particolare attenzione ad un attentato nei confronti di Max Nordau31. Un giovane studente israelita, Chaim Selik Louran, si era introdotto ad un festa organizzata dai sionisti a Parigi e aveva tentato di ferire lo scrittore con svariati colpi di pistola. Gli altri invitati, accortisi subito delle intenzioni del giovane, lo avevano immobilizzato in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine. Alla polizia il giovane aveva spiegato i motivi del folle gesto; non conosceva personalmente il leader sionista, ma era rimasto negativamente colpito dall’indifferenza da lui mostrata durante il primo congresso verso la futura sede dello Stato ebraico32.
    Dopo qualche giorno lo scrittore ebbe modo di parlare con i giornalisti accorsi nella sua casa a Parigi33. A suo parere, molti Ebrei Russi erano fermamente convinti che la fondazione di uno Stato in Africa significasse la rinuncia definitiva all’insediamento in Palestina, da costoro i sionisti erano trattati come traditori. Egli personalmente non aveva direttamente proposto il progetto della colonia africana, ma aveva espresso il parere che fosse studiato con attenzione.
    Prima dell’attentato, durante la festa, Nordau aveva espresso le sue opinioni su coloro che più avevano in odio i progetti discussi nei congressi sionisti, gli Ebrei rivoluzionari34. Lo scrittore intendeva le correnti socialiste più estreme. I progetti rivoluzionari di questi Ebrei non erano riconosciuti dal sionismo, che non presupponeva delle rivendicazioni di carattere sociale. Oltre a queste «frange» contrarie, da cui bisognava guardarsi, altri «nemici» della causa erano indicati dallo scrittore in uomini come Reinach e Rothschild, che predicavano un tipo d’assimilazione che in realtà era una fusione, cioè la scomparsa della comunità ebraica.
    Il «Corriere della Sera» seguì con attenzione anche lo svolgimento del congresso del 1905, pubblicando una serie di articoli che davano indicazioni sullo svolgimento dei lavori nelle diverse giornate. Nel primo, apparso sul numero del 26 luglio, si comunicava l’apertura del congresso per il giorno seguente e il tema principale discusso: l’accettazione o il rifiuto dell’offerta di un vastissimo territorio nell’Uganda, per un esperimento di colonizzazione ebraica, fatta dal governo britannico35. Il giorno seguente venne data notizia dell’inaugurazione del congresso e della costituzione ufficiale dell’ufficio di presidenza36.
    Sullo stesso numero si legge un interessante articolo riguardante i dissensi all’interno dell’ebraismo sul sionismo37. L’articolo era ripreso da una corrispondenza del «Journal des Debats». Nella prima parte si delineava l’influenza che il sionismo aveva nei Paesi europei e negli Stati Uniti, dove aveva ottenuto parecchie adesioni. Il giornalista lo definiva come un rinnovamento del nazionalismo israelita tradizionale, intendendo la consapevolezza da parte degli Ebrei di costituire una nazione. Il sionismo era combattuto dall’internazionale operaia al pari degli altri nazionalismi. L’associazione rivoluzionaria israelita più importante in Russia e in Polonia, il Bund38, ritenendo che gli Ebrei dovessero conquistare in ogni Paese la loro autonomia locale, combatteva il sionismo perché lo considerava come un moto borghese, reazionario e clericale, tendente a trattare coi governi e a favorire l’esodo degli Israeliti in Palestina. Il giornalista notava che il Bund aveva perso una parte dei suoi aderenti passati al sionismo. Un’altra opposizione al movimento veniva dall’alta classe israelita: questa, assimilatasi completamente nei Paesi dove risiedeva, trovava imbarazzante che una parte dell’ebraismo proclamasse che le masse ebree, anche se emancipate dalle leggi civili, fossero assolutamente refrattarie ad ogni assimilazione.
    Le più potenti famiglie ebraiche avevano potuto, grazie alla loro influenza e alle loro possibilità economiche, imparentarsi con le maggiori casate aristocratiche cattoliche39. Secondo il giornale francese, il sionismo era quindi destinato prettamente alle masse operaie ebree, come possibilità di avere un’educazione, un orgoglio, una speranza che le sollevasse dalla loro degradazione, persuadendole di far parte di una «razza» e di una comunità invincibile, chiamandole a ricostituire la loro autorità e a riconquistare l’indipendenza sul suolo nativo.
    L’argomento principale continuava ad essere la proposta inglese dell’Uganda, di cui si presentava un rapporto sulle condizioni del territorio, che non apparivano particolarmente favorevoli. Si apriva allora un’accesa discussione tra quelli che volevano accettare un’altra proposta inglese, poiché il territorio proposto era riconosciuto inadatto alla colonizzazione40, e quelli favorevoli solo alla scelta della Palestina.
    Nel numero del 31 luglio un articolo trattava la risoluzione stabilita sulla questione Uganda: il congresso manteneva fermamente i principi del suo programma, tendenti a stabilire una patria per tutti gli Israeliti in Palestina e respingeva qualsiasi colonizzazione fuori della Palestina o dei Paesi vicini. Ringraziava il governo inglese per la sua offerta di un territorio nell’Africa Orientale e dopo aver preso visione dei rapporti dichiarava l’affare chiuso e costatava con gran soddisfazione l’approvazione data dall’Inghilterra alla soluzione della questione sionista, sperando che il governo inglese accordasse i suoi buoni uffici ovunque l’applicazione del programma di Basilea fosse stata possibile41. La risoluzione fu approvata a gran maggioranza, anche se il gruppo socialista abbandonava l’assemblea per protesta.
    Nonostante la relazione presentata al congresso giudicasse non idonea l’Africa Orientale, nell’agosto dell’anno successivo il giornale diede notizia che duemila Israeliti avevano votato una risoluzione in cui si affermava che lo stabilimento di una colonia israelita nell’Africa Orientale britannica era il solo mezzo per procurare la libertà ai correligionari russi42. Nella stessa seduta fu letta una dichiarazione dell’alto commissario inglese del Sud Africa lord Selborne, in cui esprimeva la sua indignazione per i fatti verificatisi in Russia (pogrom degli anni 1903-1906), ribadendo altresì la convinzione di ammettere la futura colonia israelita fra i Paesi membri dell’Impero Britannico.
    La sensibilità mostrata verso le tematiche ebraiche può considerarsi uno dei segni dell’ispirazione liberale, che animava il moderatismo conservatore del «Corriere della Sera».

 
Note

1 Anteriormente il primo congresso, il giornale pubblicò due articoli sul movimento sionista. Entrambi dimostrano una scarsa conoscenza della sua storia e delle varie correnti dell’ebraismo. In ogni modo, assumono molta importanza data la loro pubblicazione in prima pagina. Confronta Il sionismo, «Corriere della Sera», 31 marzo-1° aprile 1896.
Contro il sionismo, «Corriere della Sera», 9-10 luglio 1897.
2 Gli Israeliti in cerca di una patria, «Corriere della Sera», 31 agosto-1° settembre 1897.
3 Pseudonimo di Simon Maximilian Suedfeld nato a Budapest nel 1849 da una famiglia ungherese di origine ebraica. Fu un tipico rappresentante del positivismo, sottoponendo ad aspra critica la società e la cultura della fine del XIX secolo. Furono assai lette le sue opere in lingua tedesca: Die Konventionellen Lugen der Kulturmenscheit (1883), Paradoxe (1885). Come romanzi scrisse Entartung (1892), Das Recth zu lieben (1894).
Confronta AA. VV., Encyclopaedia Judaica, opera citata, pagine 1211-1214.
4 Il secondo congresso dei sionisti, «Corriere della Sera», 30 agosto-1° settembre 1898.
5 Il congresso dei sionisti, «Corriere della Sera», 16-17 agosto 1899.
6 Gli Israeliti in Palestina, «Corriere della Sera», 5-6 maggio 1901.
L’Impero Ottomano si era reso conto dall’inizio del carattere del movimento sionista, allarmandosi per le possibili conseguenze sul piano politico, ed era ufficialmente contrario ai progetti sionisti. Questo non era dovuto a sentimenti antisemiti, ma a calcoli politici. Alla fine dell’Ottocento l’Impero doveva affrontare all’interno movimenti nazionalisti e secessionisti delle popolazioni soggette e all’esterno l’interferenza delle grandi potenze europee. Se l’insediamento in Palestina avesse avuto successo, avrebbe creato una nuova minoranza con tendenze autonomiste, come succedeva in Armenia e in Macedonia. Inoltre, la maggioranza degli Ebrei aveva la protezione delle potenze europee e godeva di privilegi extra-territoriali, quindi probabilmente l’interferenza degli altri Stati sull’Impero Ottomano sarebbe aumentata. Per opporsi all’insediamento sionista, le autorità agirono in due modi: proibirono l’immigrazione ebraica in Palestina e il trasferimento di terre agli Ebrei non Ottomani. Questi divieti di fatto non sortirono effetti: il divieto riguardava solo la residenza permanente in Palestina, e gli Ebrei poterono sempre entrarvi liberamente per affari o per pellegrinaggio. La corruzione e la confusione burocratica, la complicità di venditori e intermediari arabi e soprattutto l’interferenza dei consoli stranieri a protezione dei diritti dei loro concittadini invalidarono anche le norme sulla vendita della terra. I consoli avevano il pieno diritto di intervenire per la protezione dei propri connazionali: il calcolo politico delle ingerenze sollecitò persino le società più apertamente antisemite, come quella Russa, ad adoperarsi in favore dei propri sudditi ebrei, che così godettero in Palestina della protezione che non avevano ottenuto in patria. Il governo ottomano si spinse fino all’invito alle potenze straniere di impedire l’emigrazione ebraica dai loro Paesi, ottenendo ovviamente delle risposte negative, come questa del governo italiano. Nel 1901 le autorità, per tentare di regolamentare la futura immigrazione, concessero un’amnistia che dava diritti permanenti di residenza agli immigrati illegali che già vi risiedevano da lungo tempo. Confronta Lewis Bernard, Semiti e antisemiti: indagine su un conflitto e un pregiudizio, Bologna, Il Mulino, 1986, pagine 185-187.
7 Il IV congresso dei sionisti, «Corriere della Sera», 25 agosto 1903.
8 Davis Trietsch (1870-1935). Leader sionista e scrittore. Nato a Dresda, studiò a Berlino e a New York, approfondendo particolarmente i problemi dell’immigrazione. Si oppose alla politica di Theodor Herzl, insistendo per trovare praticamente un territorio quanto più vicino alla Palestina. Egli cercò invano di convincere il movimento ad adottare la sua idea di una «grande Palestina» che comprendesse la Palestina, Cipro ed El Arish.
Confronta AA.VV., Encyclopaedia Judaica, opera citata, pagine 1394-1395.
9 Il congresso sionista, «Corriere della Sera», 25 agosto 1903.
10 Il congresso di una razza, «Corriere della Sera», 26 agosto 1903.
11 Il regno di Sion, «Corriere della Sera», 27 agosto 1903.
12 Ibidem.
13 Ibidem.
14 Una lettera del capo dei sionisti, «Corriere della Sera», 23 dicembre 1903.
15 La campagna contro il sionismo, «Corriere della Sera», 5 settembre 1903.
16 Assemblea di sionisti, «Corriere della Sera», 8 settembre 1903.
17 Ibidem.
18 Intorno alla colonia anglo-sionista, «Corriere della Sera», 23 settembre 1903.
19 Mary Ann Evans. Confronta Mayer Hans, I Diversi, Milano, Garzanti, 1992, pagine 91-97.
20 Il romanzo a cui si riferisce il corrispondente è Daniel Deronda, pubblicato nel 1876; un giovane è educato in Inghilterra da un parente che gli nasconde la sua identità ebraica, alla fine ritorna all’ebraismo sposando una giovane ebrea francese. Presso gli Ebrei Inglesi il protagonista del romanzo rappresentò una possibilità di identificazione, che li avrebbe portati ad una maggiore integrazione. Per quanto riguardava i non Ebrei essi provavano una sorta di disagio e di inferiorità verso le alte qualità intellettuali e morali del protagonista. Confronta Mayer H., opera citata, pagine 375-380.
21 Intorno alla colonia anglo-sionista, «Corriere della Sera», 23 settembre 1903.
22 Invero, Disraeli si era convertito molto giovane all’anglicanesimo e quindi il politico inglese aveva soltanto delle origini ebraiche.
23 L’Inghilterra rifiuta il territorio ai sionisti, «Corriere della Sera», 29 dicembre 1903.
24 Ibidem.
25 Per la libertà e per la Palestina, «Corriere della Sera», 18 agosto 1903.
26 Un colloquio con Max Nordau, «Corriere della Sera», 29 agosto 1903.
27 Ibidem.
28 La chiusura del congresso sionista. Cerimonia solenne, «Corriere della Sera», 30 agosto 1903.
29 In Uganda non vogliono gli Ebrei, «Corriere della Sera», 30 agosto 1903.
30 L’Uganda contro il sionismo, «Corriere della Sera», 1° settembre 1903.
31 Tentato assassinio di Max Nordau durante una festa di sionisti, «Corriere della Sera», 20 dicembre 1903.
32 L’attentato di un sionista contro Max Nordau. L’interrogatorio di Chain Selik Louran, «Corriere della Sera», 21 dicembre 1903.
33 L’attentato di un sionista contro Max Nordau. L’interrogatorio di Chain Selik Louran, «Corriere della Sera», 21 dicembre 1903.
34 Max Nordau e la questione semita, «Corriere della Sera», 24 dicembre 1903.
35 Il congresso sionista a Basilea, «Corriere della Sera», 26 luglio 1905.
36 Il congresso sionista, «Corriere della Sera», 27 luglio 1905.
37 Il sionismo e l’opposizione dell’alta classe israelita, «Corriere della Sera», 27 luglio 1905.
38 Con il termine tedesco Bund, che significa associazione, si è soliti indicare in forma abbreviata il movimento socialista ebraico «Algemeiner Jidisher Arbeterbund in Lite, Poilen un Russland» (espressione jiddisch che significa «Federazione generale dei lavoratori ebrei in Lituania, Polonia e Russia»). Il Bund fu fondato a Vilna nel 1897 soprattutto come sindacato operaio, ma in seguito svolse una funzione di vero e proprio movimento politico. Tenace avversario del sionismo, si batteva per la salvaguardia della lingua jiddisch e per i diritti degli operai ebrei nell’Europa Orientale. Mentre in Russia, nel 1921, confluì nel partito bolscevico, in Polonia continuò a esercitare un importante e autonomo ruolo fino all’invasione nazista.
Confronta Frankel Jonathan, Gli Ebrei Russi tra socialismo e nazionalismo (1862-1917), Torino, Einaudi, 1990, pagine 268-393.
39 Esempio di questa situazione ne I Moncalvo di Enrico Castelnuovo, pubblicato nel 1908.
40 Il congresso sionista, «Corriere della Sera», 28 luglio 1905.
41 Il congresso dei sionisti, «Corriere della Sera», 31 luglio 1905.
42 Per una colonia israelita in Sud Africa, «Corriere della Sera», 2 agosto 1905.
(anno 2002)