Il
movimento sionista negli anni Venti
Il
movimento laico degli Ebrei trovò un discreto consenso
nell’opinione pubblica ma fu anche oggetto di una serie di
luoghi
comuni e calunnie
di Daniela
Franceschi
Accenti
antisemiti e beffardi si riscontrano nell’articolo che
Filippo Sacchi1 dedicò al congresso
sionista del 19212, avvertibili già
dal titolo Sion Les
Bains.
Per il giornalista, il congresso
«di una razza
pittoresca» rappresentava un evento mondano, capace di ridare
vita ad una stagione ormai chiusa. Erroneamente, il corrispondente
scriveva che l’intera diaspora ebraica era presente al
congresso.
Riguardo ai congressisti, è sconcertante che Sacchi
adoperasse
dei termini razziali, notando quell’aria di famiglia dalle
dattilografe al gesso di Theodor Herzl,
«l’uniformità quasi comica»
contrastante con
«il proprio inconfondibile naso ariano».
L’articolo non fornisce
informazioni sulle
discussioni congressuali, focalizzando l’attenzione sui
problemi
economici della colonizzazione. Il giornalista utilizzava uno degli
stereotipi della propaganda anti-ebraica, il monopolio della finanza
mondiale, mostrandosi stupito della mancanza di adeguati mezzi
finanziari da parte di un popolo «che aveva dato i Rothschild
e i
Bleichroder, e che monopolizzava da secoli, nelle sue mani sagaci, la
potenza bancaria di due continenti».
Il redattore divideva schematicamente
l’ebraismo in Occidentale e Orientale. Il primo simboleggiato
dallo stereotipo del giornalista del Caffè Abbazia e del
banchiere di Berlin W., il secondo composto di un volgo oscuro e muto,
da famiglie intere che parlano solo l’yiddish, che non vanno
mai
a capo scoperto, che non mangiano senza dire prima le benedizioni e che
il sabato non prendono il tram per non peccare contro la legge.
È da rilevare come Filippo Sacchi sdrammatizzasse la
condizione
degli Israeliti nell’Europa Orientale, scrivendo che le masse
ebraiche non assimilate vivevano in mezzo alle popolazioni indigene in
relazioni nemmeno comparabili all’ostracismo del ghetto
medievale, per il generale progresso delle relazioni moderne. Ignorava
volutamente quanto lo stesso «Corriere» pubblicava
di meno
roseo.
L’articolista concludeva
scrivendo che il
sionismo era il 1848 della nazione ebraica, pertanto si doveva
aspettare un nuovo 1859. Per il tono sarcastico, il confronto con il
nostro Risorgimento non esprime simpatia e benevolenza,
bensì
incredulità verso il successo della colonizzazione in
Palestina.
È interessante confrontare
l’atteggiamento di Filippo Sacchi con quello di Italo
Zingarelli3, che seguì il congresso
sionista del 1925 tenutosi a Vienna.
Nella prima parte della corrispondenza4,
il giornalista forniva molti particolari sul numero dei congressisti,
sull’imponente apparato amministrativo e
sull’ottima
organizzazione. Zingarelli era rimasto particolarmente impressionato
dall’impiego, per la prima volta in Austria, di un nuovo
apparecchio fonografico che rendeva possibile acquisire i testi dei
dibattiti in pochi minuti.
L’altra
«meraviglia» era
l’esposizione della Palestina; la mostra aveva lo scopo di
presentare le costanti prove dei progressi compiuti nel nuovo
«Stato israelitico». Il corrispondente alternava
alla
Palestina questo termine, Stato israelitico, come se già
esistesse lo Stato d’Israele.
Il giornalista segnalava la produzione
agricola e
tessile, in cui la Palestina aveva raggiunto una buona posizione, non
dimenticando la mostra pittorica che aveva destato moltissimo interesse.
Il tema principale delle discussioni
congressuali
era il crescente aumento della popolazione, con la necessità
per
il nuovo Stato di acquisire altri fondi. Per Zingarelli, era
inopportuno che fossero applicate leggi limitative
dell’immigrazione, poiché «la Palestina
è
Stato creato appunto per gli Ebrei, è la loro Patria
riconosciuta e da essa non si avrebbe diritto di tenerli
lontani».
L’altro tema di discussione
era il nuovo
fenomeno dell’antisemitismo fra gli Arabi. I coloni ebrei
ritenevano gli Arabi degli ingrati; grazie a loro avevano ottenuto
scuole, assistenza sanitaria, benefici economici neppure immaginabili
venti o dieci anni prima. Inoltre, per i coloni, gli Arabi non avevano
mai costituito una nazionalità nel senso stretto della
parola.
Secondo i sionisti radicali, la Gran
Bretagna non
esercitava diritti sovrani, bensì diritti accordati da un
mandato della Società delle Nazioni. Con la «Pace
di
Losanna» del 1922, la Turchia, dopo sei secoli di dominio,
aveva
ceduto la Palestina alla Società delle Nazioni, non
all’Intesa e tanto meno all’Inghilterra. I sionisti
radicali, che costituivano una minoranza, erano contrari a prendere in
considerazione le proposte politiche ed economiche dei non sionisti,
prima che questi ultimi avessero spiegato che cosa volevano fare per
l’avvenire della Palestina. Per il corrispondente, sarebbe
stato
assurdo contraddirli, poiché l’opera di
colonizzazione
degli ultimi anni era frutto degli impegni finanziari del
«Fondo
per lo sviluppo» e delle offerte determinate dalla propaganda
sionista. Zingarelli si domandava, retoricamente, se i non sionisti
potessero usufruirne senza neppure impegnarsi a reciprocità
di
prestazioni.
Nella parte conclusiva
dell’articolo, il
giornalista si soffermava sulle manifestazioni antisemite che
avevano accompagnato lo svolgersi del congresso5
e che
rientravano nella «scuola della persecuzione», allo
stesso
modo delle bastonate inferte agli Ebrei in parchi pubblici e in
ristoranti. I legittimisti reazionari, che mettevano la croce uncinata
all’occhiello per dare prova della fede antisemita, avevano
tentato invano di impedire lo svolgimento del congresso a Vienna,
mentre il governo austriaco si era impegnato affinché il
convegno potesse tenersi regolarmente, invero per liberarsi di un
eccesso di popolazione israelita, in particolare degli Ebrei Galiziani
trasferitisi nella Bassa Austria durante e dopo il Primo Conflitto.
Note
1 Filippo Sacchi nacque a Vicenza nel
1887 e
morì a Pietrasanta, in Versilia, nel 1971. Dopo la laurea in
lettere conseguita a Padova, si era trasferito a Milano dove aveva
insegnato materie letterarie in un istituto tecnico. Assunto nel 1914,
fino al 1916 fu corrispondente da Berna, dal 1916 al 1918
partecipò al Primo Conflitto Mondiale. Dal 1919 al 1926 fu
inviato speciale in Austria, Ungheria, Jugoslavia, Grecia, Marocco,
Spagna, Olanda, Australia e Nuova Zelanda. Dal 1924 iniziò a
collaborare a «L’illustrazione italiana»,
dirigendo
una delle prime rubriche di critica cinematografica. Antifascista, nel
1926 sarà allontanato dal giornale, tornerà tre
anni dopo
per tenere in sordina una rubrica di cinema. Nel 1939 fu espulso
ancora, riammesso con la fine del conflitto. Uscirà
definitivamente nel 1947, assumendo la direzione
dell’effimero
«Corriere di Milano», finanziato da Franco
Marinotti,
padrone della SNIA Viscosa. Sacchi fu anche critico letterario.
Glauco Licata, Storia
del «Corriere della Sera», Milano,
Rizzoli, 1976, pagine 115, 630.
2 Paolo Murialdi, La stampa italiana dalla
liberazione alla crisi di fine secolo, Roma-Bari, Laterza,
1995, pagina 77.
3 Filippo Sacchi, Sion Les Bains,
«Corriere della Sera», 1° ottobre 1921.
4 Italo Zingarelli, figlio del filologo Nicola,
nacque a
Napoli nel 1891 e morì a Roma nel 1979. Nel 1910 divenne
redattore de «L’ora» di Palermo e tra i
primi
collaboratori di Vincenzo Florio nell’organizzazione
dell’omonima targa automobilistica. Passato al
«Corriere
della Sera», diede le dimissioni nel 1918 per entrare a
«L’epoca». Tornò al
«Corriere» dal
1921 al 1926, mandando corrispondenze da Berlino. Fu poi, sempre dal
1926, direttore per breve tempo de «Il secolo», poi
corrispondente da Vienna per lo stesso giornale e dalla metà
del
1927 per «La stampa». Dal 1952 diresse
«Il
globo». Fu autore di numerosi studi storico-politici.
Glauco Licata, opera citata, pagina 644.
5 Italo Zingarelli, Il congresso dei cinquemila,
«Corriere della Sera», 21 agosto 1925.
(anno 2003)