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Storia del popolo ebraico

Da Abramo al 2000, il lungo cammino di un popolo e di una religione

 

di  Simone Valtorta

 

 
Il popolo ebraico rappresenta un caso particolare nel variegato affresco storico: è, infatti, l’unico popolo che si identifica con l’Ebraismo – un fenomeno storico, letterario, religioso, culturale, sociale, politico nel quale gli Ebrei, sia pure in misure e modi diversi, ancora si riconoscono e di cui condividono almeno alcuni aspetti più o meno fondamentali. Cercheremo quindi di delineare la storia di questo popolo coniugando (soprattutto per l’epoca più antica) le scoperte dell’archeologia con le testimonianze bibliche, ricordando però che la Bibbia è un testo religioso e non storico o, peggio ancora, scientifico: anche quando tratta avvenimenti storici, li interpreta e li legge in una prospettiva teologica che può anche disorientare lo studioso moderno non avvezzo ad un certo linguaggio. Va quindi utilizzata con grande attenzione, o – come si dice con un divertente gioco di parole – con la «testa sul testo nel suo contesto». 
 
L'epoca dei Patriarchi

La storia del popolo ebraico inizia con Abramo, capo di una tribù di pastori che risiedeva nei pressi di Ur, in Caldea: verso il 1800 avanti Cristo, quest’uomo si mise in viaggio con i suoi uomini e le sue greggi dalla Mesopotamia verso la terra di Canaan (la Palestina). Secondo la Bibbia, egli fece questo per obbedienza ad un comando di Jhwh, il Dio degli Ebrei, una delle tante divinità del mondo mediterraneo: molti manuali scolastici riportano che gli Ebrei erano monoteisti, ovvero credevano nell’esistenza di un solo Dio. In realtà, contrariamente a quando si potrebbe pensare, l’Ebraismo come religione si modificò radicalmente nel lungo centellinarsi del tempo e il monoteismo comparve in epoca assai tarda (addirittura dopo il V secolo avanti Cristo): gli Ebrei dei tempi più antichi non erano monoteisti ma monolatri, adoravano il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» in opposizione a tutti gli altri dèi – di cui non si negava affatto l’esistenza. Jhwh non era il Dio unico, ma il più potente, il Dio «nazionale» del popolo ebraico a cui si doveva obbedienza assoluta per non incorrere nella Sua ira. In questa prospettiva si legge l’episodio del sacrificio di Isacco: storicamente, Abramo aveva appreso nel corso del suo viaggio i riti cananei che prevedevano il sacrificio di bambini, e si era sentito in dovere di offrire a Jhwh il proprio figlio; ma, quando si stava già accingendo al sacrificio, la vista di un montone imprigionato in un cespuglio gli suggerì l’idea che, forse, Dio non avrebbe gradito una vittima umana. La nascita successiva di numerosi discendenti e una grande prosperità gli darà ragione.
    Per qualche generazione, gli Ebrei rimasero in Canaan; poi, le guerre contro i popoli confinanti ed una carestia li costrinsero a cercar rifugio in Egitto, e si stabilirono nel Paese di Gosen, presso il Sinai. La convivenza con gli Egiziani, popolo assai legato alle proprie tradizioni, si rivelò ben presto difficile, e verso il 1700 avanti Cristo gli Ebrei passarono dal ruolo di «operai specializzati» a quello di «schiavi»… per quanto le differenze tra i due ruoli fossero minime.
    Nel 1250 avanti Cristo Mosè, un Ebreo cresciuto alla corte dei Faraoni, fece uscire il suo popolo dall’Egitto. A costringere il Faraone ad accettare l’esodo furono una serie di calamità, le «dieci piaghe» ricordate nella Bibbia: una lunga teoria di fenomeni naturali ed atmosferici, alcuni dei quali si verificano proprio in Egitto mentre altri sono comuni a tutti i Paesi mediorientali. Gli Ebrei vi lessero però l’intervento divino, per punire gli Egiziani e liberarli dalla schiavitù: l’ultima piaga fu un’epidemia che colpì gli Egiziani ma non gli Ebrei, di costituzione più robusta e che vivevano separati da loro. A quel punto, poterono andarsene.
    Ancora si dibatte su come avvenne l’esodo: in alcuni punti dei testi biblici si parla di una rapida fuga, in altri di una vera e propria razzia, un saccheggio a danno degli Egiziani. Gli Ebrei si divisero in tre differenti scaglioni, uno diretto verso Nord, uno in linea retta verso Oriente ed il terzo, sotto la guida di Mosè, si accampò sulle sponde del Mar delle Canne, a Sud, dove Mosè sapeva esservi un guado. Il Faraone li inseguì, ma fu bloccato da un temporale che rese il terreno fangoso e inadatto all’impiego dei carri da guerra, e poi dall’alzarsi della marea che separò gli Ebrei dai loro antichi padroni. Il film I Dieci Comandamenti (1956) di Cecil B. De Mille, ha introdotto nell’immaginario collettivo i fotogrammi delle acque del mare che si dividono, separate dalla potenza del fiato divino, in perfetto accordo «coreografico» con le parole del libro dell’Esodo, uno dei libri meno storici della Bibbia. Sono invece i Salmi a dipingerci quello che storicamente avvenne – un temporale, poi un terremoto, infine l’apparire di un guado –, soprattutto il 76 (versetti 17-20: «Ti videro le acque, Dio, / ti videro e ne furono sconvolte; / sussultarono anche gli abissi. / Le nubi rovesciarono acqua, / scoppiò il tuono nel cielo; / le tue saette guizzarono. / Il fragore dei tuoi tuoni nel turbine, / i tuoi fulmini rischiararono il mondo, / la terra tremò e fu scossa. / Sul mare passava la tua via, / i tuoi sentieri sulle grandi acque / e le tue orme rimasero invisibili») e il 113 (versetti 3-4: «Il mare vide e si ritrasse, / il Giordano si volse indietro, / i monti saltellarono come arieti, / le colline come agnelli di un gregge»).
    Attraversato il Mar delle Canne, Mosè fu raggiunto dal suocero Ietro e dalla sua famiglia, che si offrirono come guide attraverso le piste del deserto sinaitico. E fu proprio sul monte Sinai che Mosè ricevette (direttamente da Dio, secondo la tradizione rabbinica) la Torah, ovvero la Legge (le «Tavole dei Dieci Comandamenti»): un rimaneggiamento di prescrizioni redatte in epoche precedenti e di cui la più antica redazione potrebbe essere quella contenuta nei capitoli 22 (versetti 15-30) e 23 (versetti 1-9) del libro dell’Esodo.
    Il popolo entrò nella Terra Promessa (la terra che Dio aveva destinato agli Ebrei) verso il 1200 avanti Cristo, approfittando di una diga che sbarrava il corso del Giordano. Iniziò quindi una lenta conquista a spese dei popoli che abitavano la regione, soprattutto dei Filistei. La prima città ad essere presa fu Gerico, che sorgeva presso un’oasi ed era protetta da mura poderose. A leggere la Bibbia, in quell’occasione Dio compì meraviglie, crollando le mura delle città al suono delle trombe di corno d’ariete: ma quando gli Ebrei vi giunsero, la città era già in rovina, le mura abbattute. Poteva forse esserci una guarnigione di soldati, un accampamento magari protetto da una modesta palizzata di legno, giusto perché lì v’era una fonte e l’acqua è sempre preziosa, nel deserto; non certo una metropoli inespugnabile.
    Comunque, da una lettura un po’ semplice e semplificatoria dei primi libri dell’Antico Testamento, in particolare di quel blocco che va dal dodicesimo capitolo del Genesi al ventiquattresimo di Giosuè, si trae l’impressione di un Israele unificato attorno al suo Dio, alle sue leggi «mosaiche», dentro una terra quasi tutta ormai posseduta, in un cammino comunitario verso un radioso futuro. In realtà, rileggendo il tutto con attenzione, si nota che quel quadro apparentemente unitario, non è proprio tale: per esempio, vi si trovano diversi Decaloghi (almeno quattro, nel Pentateuco) anche differenti tra loro, le leggi non dipendono tutte dal Sinai, alcune sono ambientate prima ed altre dopo, si incontrano mentalità diverse e segni di contrasti interni fra tribù e famiglie, e via dicendo. Non per niente molti studiosi ritengono che tutto questo blocco sia frutto di ricordi e tradizioni differenti come origine, tempo, mentalità, cultura, linguaggi. Il complesso quindi del Pentateuco e Giosuè sembra davvero una rielaborazione successiva ai fatti originali (rielaborazione probabilmente risalente al tempo di Esdra, quindi ottocento anni dopo) e con scopi più teologici, dossologici (cioè di glorificazione ed esaltazione di Dio), catechistici e didattici che storici. Per conoscere la reale storia del popolo ebraico è meglio leggere i Profeti, come per la storia della Chiesa primitiva sono più utili le Lettere di San Paolo anziché gli Atti degli Apostoli, rielaborazione successiva agli eventi narrati.
 
L'epoca dei Re e dei Profeti

Inizialmente governati da Giudici, gli Ebrei decisero di riunire le varie tribù sotto la guida di un unico sovrano per poter tener testa ai popoli confinanti: i libri biblici dei Giudici e di Samuele presentano un quadro dove domina una grande frammentarietà tra le varie tribù, una conquista della terra assai limitata e precaria, e una religiosità assai diversa da quella del tempo di Mosè, contaminata da riti ed usanze tipicamente cananee (sacrifici di bambini, divinazioni, negromanzie…). Il primo Re, verso il 1020 avanti Cristo, fu Saul; a lui, ucciso dai Filistei, successe venti anni dopo Davide, che conquistò Gerusalemme e fondò la dinastia messianica, dalla quale discenderà Gesù. Suo figlio Salomone, famoso per la sua saggezza, costruì il Tempio di Gerusalemme, la Dimora (in senso letterale) di Dio.
    Dopo i libri di Samuele, l’Antico Testamento conosce altri libri «storici» che arricchiscono il fenomeno dell’Ebraismo; ma anche libri profeti e sapienziali, con le loro peculiarità e straordinarie ricchezze letterarie e religiose. Dato tutto questo, è possibile risalire ad un’«essenza» dell’Ebraismo, indispensabile per capire la storia futura del popolo ebraico e il modo in cui ancor oggi gli Ebrei si rapportano col resto del mondo? Piero Stefani, alle pagine 85-88 del suo libro Introduzione all’ebraismo, suggerisce di cercarla coniugando soprattutto tre elementi: Torah, Terra, Popolo.
    Per quanto riguarda la Torah, bisogna precisare che il vocabolo ha un contenuto alquanto ampio. Possiamo affermare che l’Ebreo è convinto, a volte con gioia innica ed epica, a volte con grida di angosciosa ricerca, di aver ricevuto una Parola divina, che l’ha messo in cammino verso una promessa futura e che lo chiama ad una risposta vitale (la legge, anzi le leggi, comprese quelle rituali: circoncisione, sabato, sacrifici, Pasqua ed altre feste…). La Parola può essere giunta per diverse vie (visioni, ispirazioni, audizioni, incontri…) e la convinzione viene confermata da una serie di fatti storici, da fortune imprevedibili, dalla testimonianza fortissima dei Profeti, dal confronto con altre storie e religioni, infine dalla Parola dell’Ebreo Gesù Cristo, che ha confermato che il Suo popolo ha ricevuto una rivelazione. Le leggi si rivelarono già nell’Antico Testamento, oltre che luce per il cammino e per un progresso anche civile, anche (o di più?) occasione di disobbedienze, ribellioni, peccati, minacce di ira divina (si vedano, per esempio, i capitoli 32-34 del libro dell’Esodo, dove è la preghiera umile e confidente di Mosè che salva gli Ebrei dall’ira divina suscitata dall’adorazione idolatrica di un vitello d’oro).
    La Parola divina comprendeva anche la promessa di una Terra. Effettivamente questa, sia pure soltanto ad un certo punto, ci fu per dono e conquista, ma fu anche persa, ripresa, persa ancora… Dentro questo punto sta anche il posto di Gerusalemme e del suo Tempio: per molto tempo gli Ebrei non ebbero né l’una né l’altro.
    Il Popolo è «di Dio (Jhwh)», legato a Lui da una «alleanza di pace». Il senso di questa alleanza si snoda tra ateismo e fatalismo, tra fede e ubbidienza, tra preghiera e vita, tra cuore e comunità. È un popolo di individui con «cuore» personale (uomini e donne), e comunità: famiglia, tribù, supertribù, regno autonomo, nazione dipendente da altri, dispersa nel mondo. È un popolo legato in particolar modo alla tribù di Giuda-Davide ed al sacerdozio. È un popolo, infine, in rapporto con altri popoli, con l’uomo: un rapporto a volte drammatico e tragico, a volte positivo.
    Alcuni testi significativi sull’essenza dell’Ebraismo sono il capitolo ventiquattro di Giosuè, il capitolo dodici del Genesi, il complesso del libro dell’Esodo. Ci sono però altri contributi: i Profeti (rilettura della storia della Parola ad Israele; rilettura delle leggi, del loro spirito; rilettura e rilancio delle promesse per Israele e per le genti; il contenuto delle promesse: vario, ma in sostanza una nuova presenza-parola di Dio e del Messia) e i SapienzialiProverbi, Giobbe, Qoelet, Salmi, Cantico dei Cantici, Sapienza, Siracide – (dall’uomo ebreo, senza dimenticarlo, all’uomo figlio di Adamo, ai suoi valori e limiti, ai suoi problemi e speranze). È in questa prospettiva, che con un linguaggio ardito potremmo definire «universalistica» anziché «particolaristica», che maturano il posto e il senso dei primi undici capitoli del Genesi (il Dio di Israele è anche l’unico ed il creatore di tutto – tutto è eco del suo «disse» – e la sua alleanza coinvolge tutte le genti) e dell’apocalittica e del giudaismo degli ultimi secoli avanti Cristo. La predicazione di Gesù non farà altro che dare unità e portare a compimento tutto questo affresco.
    L’unità del regno ebraico durò poco; alla morte di Salomone, verso il 930 avanti Cristo, il regno si spezzò per una questione di tasse e si costituirono due regni differenti: quello d’Israele, o del Nord, con capitali Sichem, Tirza e poi Samaria e quello di Giuda, o del Sud, con capitale Gerusalemme, dove perdurò la dinastia davidica (messianica). Due regni nemici, in contrasto, in opposizione, spesso in lotta fra loro, e la cui vita tormentata avrà presto termine.
    Nel 721 avanti Cristo, gli Assiri conquistarono il regno del Nord e deportarono i suoi abitanti (prima diaspora, cioè «dispersione»). I vincitori trasferirono in Palestina genti provenienti da altre regioni, che diedero origine ai Samaritani.
    Non molto tempo dopo, nel 598 avanti Cristo, anche il regno del Sud crollò, sotto i colpi del Re Nabucodonosor di Babilonia: Gerusalemme venne conquistata, il Tempio spogliato delle ricchezze senza essere raso al suolo e gli abitanti deportati in massa in Babilonia (seconda diaspora). L’esilio di Babilonia durerà dal 586 al 538 avanti Cristo e ispirerà, tra l’altro, alcune delle pagine più poetiche e toccanti della lirica (Giuseppe Verdi canterà il dolore e la speranza del popolo ebraico, schiavo come gli Italiani del suo tempo, nell’opera Nabucco).

 
Il ritorno in Israele e l'epoca del Giudaismo

Nel 538 avanti Cristo, dopo la conquista persiana del regno babilonese, un editto del Re Ciro di Persia consentì alla prima ondata di esiliati di tornare a Gerusalemme (molti, che in Mesopotamia avevano fondato una famiglia o aperto botteghe, preferirono invece fermarsi a Babilonia). Zorobabele, discendente di Davide, tra il 520 e il 515 restaurò e riconsacrò il Tempio (in realtà, un «tempietto») e tornò ad abbellirlo con gli arredi portati via da Nabucodonosor, che Ciro restituì.
    Sembrò, agli Ebrei, che iniziasse un periodo di serenità: dal 445 al 398 avanti Cristo, il sacerdote Esdra e il governatore Neemia consolidarono la comunità ebraica, chiamata anche «comunità giudaica» (il Giudaismo è quel fenomeno principalmente storico e religioso iniziato dopo la deportazione in Babilonia; l’inizio del Giudaismo «medio» si può collocare tra il 458 e il 397 avanti Cristo). Purtroppo, nel 333 avanti Cristo, le falangi macedoni guidate da Alessandro Magno posero fine alla dominazione persiana ed instaurarono la dominazione greca.
    Il malgoverno del Re Antioco IV Epifane, un uomo estremamente crudele (una sorta di «Adolf Hitler» del mondo antico), provocò nel 168 avanti Cristo la rivolta dei Maccabei, e la richiesta della libertà religiosa. In quest’occasione, furono stretti patti di amicizia ed alleanza coi Romani e con Sparta, più volte rinnovati. Alla fine, i Greci furono costretti a cedere.
    Dal 143 al 63 avanti Cristo regnò la dinastia degli Asmonei, caratterizzata da lotte accanite per il potere sacerdotale ed il sommo pontificato. Diverse famiglie sacerdotali, in contesa fra loro, invocarono l’intervento del generale romano Pompeo, che riportò la pace (la pax romana) instaurando il dominio di Roma sull’intera regione. Dal 37 al 4 avanti Cristo sulla Palestina regnò un Re amico dei Romani, Erode il Grande: sovrano energico ed amante della cultura greca, era inviso agli Ebrei per essere uno straniero, un Idumeo; a nulla gli valse aver ingrandito ed abbellito il Tempio di Zorobabele, fino a farne una delle meraviglie del mondo antico: morì, secondo la tradizione, punito da Dio per la sua crudeltà.
    Pochi anni prima, nel 7 o 6 avanti Cristo, nasceva Gesù: i suoi gesti ed il suo insegnamento, fino all’Ultima Cena, erano completamente ed autenticamente ebraici. La frattura con l’Ebraismo avvenne col dono del Suo Corpo e del Suo Sangue come cibo e bevanda di salvezza, la morte (nell’anno 30 dopo Cristo) e la Resurrezione, e con la «pretesa» di Gesù di essere il Figlio Unigenito di Dio. Gesù era «Ebreo per sempre, ma anche Altro»; la sua fede dipendeva dall’Ebraismo, mentre quella dei suoi discepoli sarà fondata su di Lui. L’esperienza di Paolo di Tarso, un Ebreo convertito, rese incolmabile le frattura fra Ebraismo e Cristianesimo. Qualche pista per comprendere i rapporti tra l’Ebraismo antico ed il Nuovo Testamento: il Vangelo secondo Matteo; il capitolo sette degli Atti degli Apostoli; i capitoli tre e quattro della Seconda Lettera ai Corinzi; la Lettera agli Ebrei.

Dopo l'inizio dell'Era Cristiana

Tra il 67 ed il 70 dopo Cristo, si combatté la prima guerra ebraica, conclusasi con la completa disfatta degli Ebrei ad opera delle legioni romane dell’Imperatore Tito: la città di Gerusalemme venne distrutta, il Tempio raso al suolo (per un Ebreo, questo equivaleva alla fine del mondo); non verrà mai più ricostruito. Attualmente, del Tempio rimane solo il Muro Occidentale (più noto come Muro del Pianto), méta di pellegrinaggio; una tradizione vuole che tra le commessure delle pietre si inseriscano bigliettini con scritte le preghiere rivolte al Signore – quest’usanza fu seguita anche dal Papa Giovanni Paolo II, durante uno dei suoi viaggi ufficiali in Terrasanta. La popolazione della città fu uccisa e deportata (terza diaspora). L’ultimo gruppo di combattenti, degli Zeloti, arroccato nella fortezza di Masada, si suicidò in massa nel 73 quando i Romani approntarono macchine d’assedio atte a scavalcarne od abbatterne le mura. Negli stessi anni, a Qumran fioriva un’importante comunità religiosa.
    Tra il 132 o 131 ed il 135, si scatenò la seconda guerra ebraica ad opera di Bar Kosiba: l’Imperatore Adriano prese definitivamente Gerusalemme, rinominata Aelia Capitolina, e deportò o massacrò gli Ebrei della Giudea ed i Giudeo-Cristiani. Da questo momento, la tradizione giudaica post-biblica e la tradizione cristiana si separarono definitivamente, come pure ebbe termine il Giudaismo «medio» (si avrà un Giudaismo senza più il Tempio, il Giudaismo della Torah da Javne – anno 90 – in poi).
    Di contro alle sconfitte militari, la spiritualità ebraica continuò a fiorire: nel 200, Jehudà Ha-Nassi, capo del Sinedrio (la più alta autorità religiosa ebraica), redisse la Mishnah, una raccolta di antiche tradizioni orali e bibliche, confluite nel Talmud (la redazione finale del Talmud di Babilonia si colloca nel 500).

 
La dominazione cristiana

Nei rapporti tra Ebrei e Cristiani, pesò sempre l’accusa di deicidio nei confronti dei primi. Finché i Cristiani erano una minoranza tra la popolazione dell’Impero Romano, a volte sottoposta a violente persecuzioni, non vi furono particolari problemi; inevitabilmente, però, le tensioni nacquero quando il Cristianesimo diventò religione di Stato e l’Impero si diede una veste esplicitamente cristiana. Così, nel 395, col Codice Teodosiano, vennero redatte le prime leggi discriminatorie contro gli Ebrei. Anche Sant’Ambrogio si scagliò contro di loro con alcune furibonde prediche.
    Ma i tempi stavano cambiando: la spartizione dell’Impero in Occidente ed Oriente, e le continue guerre di quest’ultimo contro i Persiani, aprirono la strada alla fulminea invasione araba. Tra il 611 ed il 732, gli islamici invasero l’Africa del Nord, la Spagna, la Siria, la Persia, si infiltrarono nell’Asia Minore. I rapporti tra musulmani ed Ebrei furono altalenanti, in alcuni periodi vi fu collaborazione e tolleranza, in altri feroci persecuzioni.
    In Europa, gli Ebrei furono sempre mal sopportati (venivano, tra l’altro, accusati di essere portatori di pestilenze ed altre calamità): nel 1096, in occasione della Prima Crociata per la liberazione dei Luoghi Santi dalle mani degli Arabi, soprattutto nel Vecchio Continente si ebbero i primi massacri in massa di Ebrei. Nel XIII secolo, gli Ebrei dovevano portare dei segni distintivi sui loro vestiti (fatto che ci riporta alla memoria tempi ben più recenti), erano accusati di crimini rituali (come l’uccisione di bambini per mangiarne la carne e berne il sangue), di profanazione di ostie, esclusi da ogni professione eccetto quella del prestito (proibita ai Cristiani, e che valse agli Ebrei la nomea di «usurai»), spesso espulsi o massacrati, e i «sacri» testi del Talmud bruciati. Nel 1492 Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona imposero il Cristianesimo Cattolico in tutto il loro regno, e gli Ebrei furono cacciati dalla Spagna; triste destino di un popolo che aveva fatto molto per il Paese iberico (basti pensare che Cristoforo Colombo era partito verso la scoperta del Nuovo Mondo utilizzando carte nautiche preparate da Ebrei ed Arabi). Infine, con la bolla Cum nimis absurdum di Paolo IV Carafa (XVI secolo), nacque il ghetto coatto.

Epoca contemporanea

Fra il XVIII ed il XIX secolo, una serie di eventi (la fine dell’era dei «ghetti», l’«emancipazione», la rilettura «laica» dell’identità ebraica, la rinascita dei Sionismi) poneva le basi per la costruzione di un vero Stato ebraico, anche se l’intolleranza verso quel popolo era ben lungi dal terminare…
    Tra il 1880 ed il 1918, la situazione degli Ebrei si era fatta quasi insostenibile: una serie di persecuzioni e pogrom in Russia spinse molti di loro a cercare rifugio in Occidente (la Chiesa cominciava a rivalutare il popolo ebraico, e molti storici ebrei si mostravano meglio disposti verso la figura di Gesù) o ad emigrare verso la Palestina; questi coloni dovettero comprare a caro prezzo dagli Arabi lembi di terra desertica ed apparentemente sterile, che riuscirono a far fiorire con un lavoro lento ma costante.
    Maturava, intanto, una coscienza nazionale volta alla rivendicazione di un proprio Stato indipendente e libero: il primo Congresso Sionistico si tenne a Basilea nel 1897 e, venti anni dopo, con la Dichiarazione Balfour il governo britannico si pronunciò favorevolmente alla costituzione di un centro nazionale ebraico in Palestina; non si trattava ancora di un vero e proprio Stato, ma solo di una casa («home»).
    Tra il 1941 ed il 1945, nell’Europa schiacciata sotto il tallone nazista si verificò lo sterminio («shoa») di sei milioni di Ebrei (la «soluzione finale»), oltre ad altre minoranze etniche, religiose o sociali come gli zingari, i Testimoni di Geova, gli omosessuali, i dissidenti politici e via dicendo. Le ferite provocate da questo massacro, in cui nella storia non vi era mai stato nulla di paragonabile, non si sono ancora pienamente ricucite, anzi, molti diffidano ancor oggi degli Ebrei. In Italia, gli Ebrei uccisi (tutti dopo l’occupazione nazista del nostro Paese) furono settemilacinquecento, su una comunità che contava quarantacinquemila individui.
    Finalmente, nel 1947, l’Organizzazione delle Nazioni Unite votò sulla divisione della Palestina in due Stati: uno ebraico ed uno arabo. Era dal 135 dopo Cristo che gli Ebrei non avevano un proprio Stato! L’anno successivo, in concomitanza con l’inizio della persecuzione russa contro gli Ebrei (addirittura peggiore di quella nazista), nacque lo Stato d’Israele. Si può far risalire a questa data la distinzione fra i termini di Ebreo (chi nasce da madre ebrea o chi si converte all’Ebraismo secondo le regole), Giudeo (sinonimo di Ebreo) e Israeliano (ogni cittadino dello Stato di Israele, anche non Ebreo).
    Il nuovo Stato dovette subito difendersi dai bellicosi Paesi confinanti: nello stesso 1948 fu costretto alla Guerra d’Indipendenza contro gli Arabi, che non volevano saperne di avere gli Ebrei come vicini; poi si scatenarono la Guerra del Sinai contro l’Egitto (1956), la Guerra dei Sei Giorni contro la Giordania, la Siria e l’Egitto (1967), la Guerra del Kippur diretta principalmente contro l’Egitto (1973). In tutte queste guerre l’esercito israeliano dette prova di un addestramento superiore addirittura a quello egli eserciti europei o nordamericani. I piloti degli aerei si erano allenati a colpire botti nel deserto, e le loro bombe cadevano sulle installazioni militari e sugli aeroporti nemici con una precisione che definire «chirurgica» sarebbe ancor poco: in alcune foto si vedono aerei a terra spaccati in due tronconi dalle bombe che li avevano colpiti al centro, senza fallire il bersaglio.
    Intanto, iniziava il rimpatrio degli Ebrei sparsi per il mondo, anche se ben presto si constatò che non v’era abbastanza posto per tutti ed ancor oggi molte comunità sono «ospiti» in Paesi stranieri. Dati statistici del 1989 pongono al 45,5% gli Ebrei residenti negli Stati Uniti e nel Canada, al 29% quelli in Israele, al 10,7% quelli in Unione Sovietica, all’8% quelli nella Comunità Europea, al 6,8% quelli in altri Paesi del mondo. Toccante è il lungo viaggio che compirono gli Ebrei d’Etiopia, una comunità di poverissimi pastori che si dicevano discendenti di Salomone e della Regina di Saba: un cammino faticoso, spingendosi innanzi le greggi, esposti agli attacchi delle tribù musulmane, fino all’appuntamento con gli aerei che dovevano portarli in patria. Dovette sembrare, a quegli uomini semplici, che si avverasse la profezia biblica secondo la quale il Signore li avrebbe ricondotti a Gerusalemme «sulle ali delle aquile»; mentre fa sorridere il fatto che alcuni di loro, dopo essere saliti sugli aerei con tutte le greggi, pensarono ingenuamente di… accendere a bordo un bel falò, per cuocere la carne!
    Il 29 marzo 1979, tra il Presidente egiziano Anwar Sadat e il premier israeliano Menachem Begin, alla presenza del Presidente degli Stati Uniti d’America Jimmy Carter, venne firmato un trattato di pace che sanciva la fine dello stato di belligeranza fra Israele e l’Egitto, e l’avvio di relazioni amichevoli e di cooperazione fra i due Stati. Israele, in cambio dell’accordo di pace, si ritirò dal territorio del Sinai che aveva occupato durante la Guerra dei Sei Giorni. Ma nel 1981 Sadat venne assassinato da un integralista arabo che non accettava la possibilità della pace fra Arabi ed Ebrei, e il processo di pace subì una brusca battuta d’arresto.
    Nel 1982 Israele si ritrovò in guerra, invase il Libano per impedire le infiltrazioni di terroristi da quel Paese.
    Il 13 settembre 1993, a Washington, alla presenza del Presidente degli Stati Uniti d’America, Bill Clinton, vennero avviate fra il premier israeliano Itzhak Rabin e Jasser Arafat, capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, le trattative per una pace fra Israeliani e Palestinesi. Dopo la firma dell’accordo, Giordania ed Israele firmarono un trattato di pace e diedero così l’avvio ad una collaborazione economica che portò benefici anche alla stessa Giordania: al contrario dei musulmani, che aspettavano che l’acqua scendesse dal cielo per opera di Allah, gli Israeliani insegnarono a trarla fuori dalle viscere della terra scavando pozzi. Purtroppo, però, la strada della pace intrapresa da Rabin e Arafat incontrava una forte opposizione sia da parte degli integralisti arabi, sia da parte di quelli israeliani.
    Il 4 novembre 1995, un integralista ebreo, Ygal Amir, uccise il premer israeliano Rabin. Il suo successore, Shimon Peres, si impegnò, anche a nome della Knesset, il Parlamento israeliano, a continuare l’azione di pace iniziata con la stretta di mano fra Rabin e Arafat.
    Intanto, Israele proseguiva il suo cammino di modernizzazione, si «occidentalizzava», fino a divenire il Paese con più informatici e scienziati al mondo (tra i nomi «eccellenti», possiamo ricordare Freud ed Einstein). Le sue università richiamavano giovani senza porre frontiere etniche o religiose. Tuttavia, gli Ebrei d’Israele (la stragrande maggioranza della popolazione) non avevano dimenticato le loro radici ed usanze religiose, soprattutto riguardo al riposo del sabato; il progresso tecnologico rendeva molto più semplice «aggirare» la proibizione di svolgere qualsiasi lavoro, compreso quello di schiacciare l’interruttore per accendere la luce o premere il pulsante per far partire l’ascensore: bastava semplicemente programmare in anticipo le luci di casa perché si accendessero e si spegnessero ad ore determinate, mentre i condomini programmavano gli ascensori perché, ad intervalli, salissero e scendessero di un piano alla volta, causando meno disagi possibili. Anche il divieto in quel giorno di portare pesi, come le chiavi di casa, fu annullato dall’uso delle «cinture del sabato», delle cinture con dei moschettoni a cui vengono agganciate le chiavi, che così diventano un ornamento della cintura ed è lecito portarle (è sempre più sicuro che doverle lasciare fuori dell’uscio di casa, sotto lo zerbino). Per un Occidentale tutte queste regole minuziose sono un’assurdità, e si rischia di perder la testa a tentar di seguirle tutte, mentre gli Ebrei lo fanno con estrema naturalezza, consci di seguire le prescrizioni del loro Dio.
    Il 28 settembre 2000, Sharon sfidò i Palestinesi passeggiando sulla spianata del Tempio, nella parte di Gerusalemme destinata a loro, in compagnia di alcuni poliziotti. I Palestinesi risposero con una fitta sassaiola, gli Israeliani scaricarono i fucili sulla folla. Ne nacque una recrudescenza della violenza terroristica, una serie di attentati e rappresaglie di cui ne soffrì soprattutto l’incolpevole popolazione civile. Persino il flusso di pellegrini e turisti fu sottoposto a severe restrizioni: a chiunque aveva fatto scalo in un Paese arabo veniva interdetto l’ingresso in Israele, e alcune delle domande a cui bisognava rispondere nei questionari distribuiti agli aeroporti sfociavano nel ridicolo (due esempi: «Hai una bomba in valigia?» e «Hai intenzione di commettere un attentato?»; come se un aspirante terrorista potesse rispondere affermativamente). L’alba del nuovo millennio vide così un nuovo vortice di sangue e morte che ancor oggi, purtroppo, sembra ben lungi dall’avere un termine.
(febbraio 2010)