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Karl
Marx e la dittatura del proletariato
il grande filosofo tedesco
insieme all’amico Engels, sostenne l’idea di uno stato fortemente centralizzato
e autoritario per la realizzazione di una nuova società
Molti
pensatori comunisti ritenevano la società liberale dove l’economia è fondata sul
libero mercato, come una società disordinata, e ritenevano che fosse necessaria
la creazione di una istituzione che organizzasse la vita economica dei
cittadini. La società da loro progettata, retta da un governo che provvedeva
alla distribuzione dei beni e degli incarichi, non poteva reggersi sulla
autonomia dei cittadini in quanto molti avrebbero operato scelte in contrasto o
comunque divergenti da quelle predisposte. In forma più o meno esplicita,
pensatori come Saint Simon, Babeuf, Enfantin, ritenevano che fosse necessario
pertanto limitare il diritto di critica verso il potere centrale. Il potere
centrale provvedeva al bene dei cittadini ma non poteva anche essere
espressione della loro volontà, perché ciò avrebbe portato facilmente alla sua
dissoluzione. Di tale tendenza fu ben cosciente Mazzini che riguardo a questi
uomini scrisse: “il Comunismo nega sia l’individuo sia la società. Nega l’una e l’altra
nei loro propri elementi vitali: la libertà, il progresso, e lo sviluppo morale
della persona”.
Marx non ci ha lasciato molto nei suoi
scritti di considerazioni sulle libertà, mostrava comunque una notevole
insofferenza verso tale ideale come quello connesso dei diritti umani. La
Dichiarazione dei diritti dell’uomo costituiva qualcosa di molto limitato. In
un suo saggio del 1843 scrisse che le libertà si associavano ad un certo senso
di egoismo e che: “L’uomo non venne perciò liberato dalla religione, egli ricevette la
libertà religiosa, Egli non venne liberato dalla proprietà. Ricevette la libertà
della proprietà. Egli non venne liberato dall’egoismo del mestiere, ricevette
la libertà del mestiere”. In uno scritto di poco successivo affermò: “Che
colossale illusione essere costretti a riconoscere e sanzionare nei diritti
dell’uomo la società civile moderna, la società dell’industria, della
concorrenza generale, degli interessi privati”. Anche l’amico Engels
aveva un’idea piuttosto restrittiva della democrazia, e in un suo scritto,
conosciuto come i Principi del Comunismo,
affermava che la democrazia risultava sostanzialmente inutile al proletariato
se non come mezzo per l’eliminazione della proprietà privata.
In numerosi scritti Marx si espresse
esplicitamente a favore di una dittatura rivoluzionaria del proletariato.
L’intera questione, come quella della libertà, venne affrontata in maniera non
diretta, criticando le cosiddette libertà borghesi, ma evitando di esprimersi
sui concetti fondamentali. Nella Critica al programma di Gotha del 1875
Marx contestava il programma approvato dai socialisti tedeschi in quanto “Le
sue rivendicazioni politiche non contengono nulla oltre all'antica ben nota
litania democratica: suffragio universale, legislazione diretta, diritto del
popolo, armamento del popolo, ecc.”
sostenne quindi: ”Stato libero: che cosa è questo? Non è
punto scopo degli operai, che si sono liberati dal gretto spirito di
sudditanza, di rendere libero lo Stato” e concludeva in maniera ancora
più incisiva “in questa ultima forma statale della società borghese si deve decidere
definitivamente con le armi la lotta di classe”. In un suo precedente
scritto del 1850 il filosofo tedesco affermò che: “gli operai… non debbono
lasciarsi ingannare dalle chiacchiere democratiche sulla libertà dei comuni,
sul governo locale autonomo, e così via… Come nella Francia del 1793, [quella del regime del Terrore] l’attuazione
della più rigida centralizzazione del potere è oggi in Germania compito del
partito veramente rivoluzionario”. Anche Engels parlò della dittatura
del proletariato, e indicò nella Comune di Parigi, che aveva scosso anche molti
esponenti della sinistra per la sua durezza, il modello ideale.
Insieme all’idea di dittatura Marx ed Engels
proponevano l’idea che il cambiamento politico dovesse realizzarsi attraverso
il ricorso alla violenza. A conclusione della sua più famosa opera, il Manifesto, si afferma che i fini dei
comunisti “possono essere raggiunti solo col rovesciamento violento di tutto
l’ordinamento sociale”. In un successivo articolo Marx fu anche più
esplicito: "C'è un solo mezzo per abbreviare, semplificare, concentrare
l'agonia assassina della vecchia società e le doglie sanguinose della nuova, un solo mezzo: il terrorismo
rivoluzionario". Poco tempo dopo ritornò sull’argomento e, sempre
sulla Neue Rheinische Zeitung,
scrisse: “Noi non abbiamo riguardi; non ne attendiamo da voi. Quando verrà il
nostro turno, non abbelliremo il terrore”. Infine in un lavoro dello
stesso periodo dedicato alle lotte sociali in Francia degli anni precedenti, espresse
riserve sull’istituzione del suffragio universale e sostenne che la classe
rivoluzionaria doveva “abbattere i nemici, prendere le misure
imposte dalla necessità stessa della lotta”. Concetto che venne
ribadito nel 1872 in un saggio (l’indifferenza
in materia politica) scritto in aperta polemica con Proudhon. Nel medesimo
anno Engels affermò esplicitamente che la Comune di Parigi avrebbe dovuto fare
un maggiore uso della violenza, ed espressamente puntualizzò che il ricorso
alla dittatura e al terrore non sarebbe stato un provvedimento provvisorio dopo
la vittoria del proletariato.
Marx aveva una vasta cultura, e come molti
pensatori tedeschi non gli mancava una notevole capacità di sintesi, tuttavia
non gli erano estranei certi atteggiamenti messianici, né un notevole
manicheismo. La classe borghese, la grande nemica, era un “concentrato di
vizi”, l’uomo nuovo forgiato dal comunismo sarebbe stato un essere di grandi
capacità in grado di dedicarsi contemporaneamente al lavoro manuale ed
intellettuale, tutto il lavoro umano sarebbe risultato qualcosa di
gratificante, il naturale egoismo dell’umanità sarebbe stato estirpato. “Da
ciascuno secondo le sue capacità e a ognuno secondo i suoi bisogni”
come riportato in un celebre assunto di Marx, sembra più la realizzazione di un
mondo paradisiaco che non un momento della normale evoluzione storica.
Per una migliore comprensione del pensiero
di Marx, può essere interessante lo studio della sua vita e della sua attività
nel gruppo politico di cui era esponente a Londra, la Lega dei Comunisti. Il suo atteggiamento nei confronti degli altri
pensatori socialisti, caratterizzato da disprezzo e da giudizi apertamente
offensivi, hanno portato molti biografi a considerare l’autore del Manifesto
come un uomo autoritario spinto da una rigorosa fede in sé stesso e portato ad
una scarsa considerazione del genere umano. Significativa al riguardo la
testimonianza del leader socialista Wilhelm Liebknecht, accusato da Marx di
essere “filisteo”, un epiteto particolarmente adoperato dal pensatore tedesco,
come anche la testimonianza di Carl Shurz, che parlando di Marx afferma: “non
avevo mai visto un uomo farsi avanti con tanta offensiva, insopportabile
arroganza… Chiunque lo contradicesse, egli lo trattava con non celato disprezzo”.
Tali sue caratteristiche non erano nascoste dal filosofo tedesco, in una
lettera a Lassalle, scrisse apertamente che un giornale andava condotto con una
direzione dittatoriale e non con il consenso dei suoi collaboratori.
Interessante quanto scritto da Murray
Rothbard sulla figura di Marx, il filosofo aveva intuito molti aspetti della
realtà umana e delle relazioni fra economia e società, ma non coglieva l’idea
che gli esseri umani avessero aspirazioni diverse e volessero gestirsi la
propria vita in autonomia. La sua idea che gli uomini non avessero esigenze
diverse, il suo disprezzo per le idee di libertà e di diritti umani, la sua
fede in uno stato assoluto, spinse l’uomo che voleva cambiare radicalmente il
mondo, a teorizzare una società fortemente gerarchica e immobilista che
ricordava più una monarchia teocratica che una moderna società aperta.