
Mussolini,
il leader
del
socialismo rivoluzionario
Un carattere impetuoso ed
un certo disprezzo per l’idea di democrazia caratterizzava già la prima parte
della vita politica del futuro statista
di Luciano Atticciati
Mussolini, emigrante in Svizzera e
giornalista con un certo talento, si formò sul piano culturale soprattutto attraverso
la lettura di Sorel e Pareto. Nel 1911 iniziò la sua attività politica con la
contestazione violenta dell’impresa libica. Tale iniziativa nasceva
essenzialmente da spirito antimilitarista, ricordiamo a tal proposito che
Mussolini in anni recenti si era sottratto agli obblighi di leva ed aveva
subito anche una condanna per tale atto. La sua carriera politica conobbe un
improvviso successo l’anno successivo, ponendosi come leader della corrente
rivoluzionaria del partito socialista. Buona parte di tale successo fu dovuto
al linguaggio fortemente emotivo con cui si proponeva, insieme ad un certo
realismo che lo spinse a raggiungere intese con altri leader di partito e ad
adoperare con una certa spregiudicatezza i programmi politici.
Negli ultimi anni il socialismo aveva
conosciuto leader non estremistici, che avevano messo da parte l’idea di una
lotta politica violenta e la costituzione di un partito esclusivamente operaio,
e accettavano la normale dialettica parlamentare, tuttavia nel panorama politico
e culturale infuocato di quegli anni rischiavano di apparire accademici e
sbiaditi. In quegli anni si venne formando il gruppo dei sindacalisti
rivoluzionari, conosciuti anche come anarco-sindacalisti, che insistevano molto
sull’idea dell’azione diretta e sulla costituzione di un movimento autonomo
privo di gerarchia. Mussolini sebbene avesse buoni rapporti con tali elementi
non si impegnò molto con loro, e diffidava dell’eccessivo libertarismo. L’idea
di libertà sicuramente non affascinava il leader romagnolo, che in quegli anni
espresse anche una certa insofferenza nei confronti del suffragio universale
recentemente approvato. Secondo Renzo De Felice, per Mussolini “la
conquista del potere non poteva che essere rivoluzionaria, contro lo stato
borghese: il richiamo all’esperienza della Comune, così frequente negli scritti
e nei discorsi di Mussolini in quel periodo, è sintomatico, così come il
richiamo ai relativi scritti di Marx”. Spesso nei suoi articoli su
L’Avanti e le altre riviste della sinistra compare infatti il richiamo al
filosofo tedesco, sebbene ovviamente ne intendesse accentuare l’elemento
volontaristico.
Il primo atto
politico compiuto da Mussolini come leader socialista fu l’espulsione di
Bissolati, che aveva in precedenza accettato un incontro con il sovrano, e
degli altri elementi riformisti. Il gesto venne ben accolto dal partito sebbene
gli esponenti politici, accusati di essere giolittiani e “tripoleggianti”, nel
senso di favorevoli all’impresa libica, non avessero commesso nessun atto di
rottura verso l’organizzazione politica. Nel congresso di partito tenuto a
Reggio Emilia in quell’anno Mussolini affermò: “Il parlamentarismo non è
necessario assolutamente al socialismo in quanto che si può concepire e si è
concepito un socialismo anti-parlamentare o a-parlamentare, ma è necessario
invece alla borghesia per giustificare e perpetuare il suo dominio politico. E’
il sacco d’ossigeno che prolunga la vita dell’agonizzante”.
Mussolini membro della direzione del partito socialista e direttore
dell’Avanti, ottenne diversi successi, suscitando un notevole entusiasmo fra i
giovani, riportando un consistente aumento dei voti alle elezioni del 1913, le
prime a suffragio universale, e raddoppiando le vendite del quotidiano che
dirigeva. Negli anni della direzione del giornale si distinse nel sostegno agli
scioperi generali a carattere politico contro quelle che erano ritenute le
violenze delle forze dell’ordine, a volte scavalcando lo stesso vertice di
partito. Mussolini evitò
spesso nei suoi scritti di affrontare questioni strettamente ideologiche, in un
suo articolo sull’Avanti del 1913 definì comunque con una certa chiarezza la
sua linea politica; respingeva le critiche del “riformismo pratico, realizzatore
e concretista” che parlava dei rivoluzionari come di “visionari”,
e criticò George Sorel per la sua avversione alle organizzazioni politiche e la
sua fiducia nella esclusiva azione sindacale. “Il sindacalismo non è stato che
l’esagerazione dell’errore di Marx e dei suoi immediati discepoli, consistente
nell’attribuire una importanza iperbolica all’Homo oeconomicus, mentre l’uomo
non è solo un produttore o un consumatore di beni materiali, ma qualche cosa di
più complesso, e di più armonico dotato di bisogni superiori… E’ necessario
strappare il socialismo dall’angusto localismo e ridargli degli scrupoli
morali. Il nitciano «nulla è vero, tutto è permesso» non può essere la formula
dell’attività socialista. L’intransigenza politica è nulla se non è tutt’uno
coll’intransigenza morale”.
Il momento di
massimo successo venne raggiunto nel Congresso di Ancona del 1914, dove i
socialisti riformisti non tentarono nemmeno di contrastare la maggioranza
rivoluzionaria, e venne votato l’ordine del giorno Zibordi-Mussolini che
prevedeva l’espulsione dei massoni dal partito in quanto ritenuti troppo
“borghesi”. Di lì a pochi mesi si ebbe il periodo di agitazioni conosciuto come
la Settimana Rossa, che costituì il principale moto di protesta nella vita del
nostro paese fino allora, la causa di tale evento, che ebbe un carattere
decisamente violento, era da ricercare in alcune azioni di repressione delle
forze dell’ordine e in una iniziativa politica antimilitarista che ebbe come
epicentro la città d’Ancona. Nei giorni precedenti si erano svolti
infatti alcuni processi per questioni relative alla leva, fra i quali uno
riguardante un soldato che aveva sparato contro un colonnello. L’iniziativa
politica venne sostenuta da tre principali leader, Mussolini, l’anarchico
Malatesta, il repubblicano Nenni.
Sulla Settimana
Rossa, nel giorno successivo alla sua conclusione, Mussolini scrisse: “Non
è stato uno sciopero di difesa ma di offesa. Lo sciopero ha avuto un carattere
aggressivo. Le folle che un tempo non osavano nemmeno venire a contatto colla
forza pubblica, stavolta hanno saputo resistere e battersi con un impeto non
sperato… si sono assaltati i negozi degli armaioli; qua e là hanno fiammeggiato
gli incendi e non già delle gabelle come nelle prime rivolte del Mezzogiorno;
qua e là si sono invase le chiese… Se – puta caso – invece dell’on. Salandra,
ci fosse stato l’on. Bissolati alla Presidenza del Consiglio, noi avremmo
cercato che lo sciopero generale di protesta fosse stato ancora più violento e
decisamente insurrezionale”.
Nel campo
giornalistico il leader romagnolo diede il meglio di sé, i suoi scritti sono
chiari, fortemente incisivi, e denotano una intuizione della realtà non comune.
Il personaggio sotto questo punto di vista presentava una notevole personalità
e originalità, del resto riconosciuta da uomini come Prezzolini e Salvemini. La
sua idea del mondo in cui viveva era quella di un mondo caratterizzato da
mediocrità e destinato alla rovina. In questo riprendeva molto da Nietzsche: “Il
superuomo è un simbolo, è l’esponente di questo periodo angoscioso e tragico di
crisi che attraversa la coscienza europea nella ricerca di nuove fonti di
piacere, di bellezza, d’ideale. E’ la constatazione della nostra debolezza, ma
nel contempo la speranza della nostra redenzione. E’ il tramonto, è l’aurora.
E’ soprattutto un inno alla vita, alla vita vissuta con tutte le energie in una
tensione continua verso qualche cosa di più alto, di più fine, di più
tentatore”. Il movimento che poteva portare ad un grande
cambiamento e alla nascita di un nuovo
mondo era il socialismo, di esso diede la seguente definizione: “Dopo
il cristianesimo possiamo affermare che il socialismo è l’unico movimento
universale d’idee. Ha riabilitato l’uomo sostituendo al concetto evangelico
della rinuncia il concetto rivoluzionario, alla lotta per la vita l’intesa per
la vita; ha demolito la nozione di una «provvidenza» ultramondana, e di un
«privilegio» terreno”. Il socialismo comunque poteva apparire anche
come una nozione vaga, ovviamente il futuro statista scartava qualsiasi idea di
un movimento pacifico, gradualista, che si proponeva alla società nel rispetto
delle diverse posizioni. In un suo articolo sull’Avanti parlava dei riformisti
come di socialisti alla De Amicis, umanitari e privi di energia, “…il
riformismo. Chi ascolta la voce di questo equivoco personaggio, non sarà mai un
audace. Non si «supererà» mai. Preferirà la palude alla vetta, il riposo alla
marcia, la pace alla guerra”.