Il
Far West fra mito e realtà
Non
fu solo anarchia, ma anche creatività e amore per la
libertà
di Guglielmo
Piombini
Lo
stereotipo del Far West caotico e violento è duro a morire.
Tutte le volte che la cronaca registra il caso di un cittadino che
abbia cercato di difendersi con la pistola dall’aggressione
di un
malvivente, inevitabilmente i mezzi d’informazione parlano
con
tono allarmato di «scene da Far West». Oppure,
quando si
scopre che una particolare questione non risulta ancora regolamentata
fin nei dettagli da una delle centinaia di migliaia di leggi
attualmente in vigore in Italia, non manca mai il politico di turno che
si affretta a dichiarare che «occorre mettere fine al Far
West
legislativo».
Questi riflessi automatici non nascono
solo
dall’immagine romanzata tramandataci dal cinema, che della
conquista del West ha sempre dato eccessivo rilievo agli aspetti
sensazionali e patologici trascurando la concreta realtà
quotidiana, ma anche da una radicata mentalità
«hobbesiana», che dà per scontata
l’esistenza
di disordini e violenze ovunque il Leviatano statuale non si sia ancora
affermato con il suo monopolio della forza.
Da qualche decennio tuttavia i lavori di
una nuova
generazione di studiosi, mettendo in discussione tanti pregiudizi sul
«Selvaggio West» sedimentati nel tempo, hanno
chiarito che
la Frontiera americana non era il regno della legge del più
forte, ma un posto tutto sommato pacifico e civilizzato. Storici come
William Davis, Russel Pritchard, Eugene Hollon, Frank Prassel hanno
rilevato che i conflitti a fuoco coinvolgevano solo una esigua
minoranza di «pistoleri», mentre per milioni di
persone
comuni, a dispetto di una certa visione romantica, la vita sulla
Frontiera era fatta soprattutto di monotonia e duro lavoro.
Una suggestiva immagine del Grand Canyon (Stati Uniti) - Giulia Valtorta, 2006
Uno di questi storici, Roger McGrath, dopo aver
setacciato una gran quantità di archivi, giornali e
testimonianze riguardanti alcune tra le più turbolente
cittadine
della Frontiera ai tempi della corsa all’oro, è
arrivato
alla conclusione che «certe nozioni tanto diffuse sulla
violenza
e la mancanza di leggi e giustizia nel Vecchio West non sono altro che
un mito», dimostrando dati alla mano (nel libro Gunfighters, Highwaymen, and
Vigilantes,
University of California Press, 1984) che statisticamente
nell’Ovest la violenza era meno diffusa non solo in confronto
alle grandi città dell’Est, ma anche rispetto
all’America attuale! Nel West venivano compiuti per lo
più
crimini di poco peso, dato che la maggioranza degli arresti erano
dovuti ad ubriachezza o cattiva condotta; i furti con scasso e le
rapine a case e negozi erano estremamente rari; le rapine a treni o
diligenze rappresentavano degli episodi isolati; più
frequenti
erano le sparatorie, che causavano però poco allarme tra la
gente perché considerate in genere scontri
«leali».

Il treno che attraversa il Grand Canyon (Stati Uniti) - Giulia Valtorta, 2006
Di questo filone
«revisionista» fa parte
anche il bellissimo libro dello storico Andrew F. Rolle, Gli emigrati vittoriosi. Gli
Italiani che nell’Ottocento fecero fortuna nel West americano,
recentemente pubblicato dalla Rizzoli. Nel racconto affascinante di
tante storie di successo dell’immigrazione italiana nel West,
Rolle dimostra che anche una comunità minoritaria come
quella
italiana, generalmente ritenuta svantaggiata rispetto alla dominante
comunità yankee di ceppo anglosassone, riuscì a
cogliere
tutte le opportunità che la Frontiera offriva. Nel West
questi
poveri emigranti italiani divennero artefici del proprio destino, non
vittime della discriminazione o della sopraffazione come sostenuto
dalla storiografia di Sinistra. Lungi dall’essere degli
«sradicati» (uprooted),
a costoro secondo Rolle si addice ben di più la qualifica di
upraised,
di «immigrati di successo». Basti pensare che solo
dalla
prospera comunità mercantile italiana di North Beach a San
Francisco venne fuori una mezza dozzina di milionari nati in Italia!
Molti altri Italiani si affermarono nella cultura, nella finanza, nel
commercio e nell’industria, a conferma che chi si spingeva
verso
la Frontiera trovava la libertà di mettere a frutto le
proprie
capacità individuali, e migliorare la propria condizione,
molto
più di chi rimaneva nell’affollato Est o in Europa.
Se per la maggior parte degli Americani
questa
«emigrazione interna» verso il West fu, nelle
parole di
Rolle, «straordinariamente fortunata», come si
concilia
tutto questo con la popolarissima idea negativa del
«Selvaggio
West»?
La verità è che
nelle terre
dell’Ovest, malgrado l’assenza di un governo
statale, non
c’era affatto anarchia o assenza di leggi. Al contrario, i
coloni
si sentivano portatori di antiche consuetudini di libertà:
le
stesse che i rivoluzionari americani avevano rivendicato contro
l’assolutismo «moderno» del Re inglese,
cioè i
diritti ereditati dalla «Common Law» e le
istituzioni
d’autogoverno di origine medievale, che venivano trapiantate
nelle comunità di frontiera. Lo stesso Frederick Jackson
Turner,
autore della più celebre analisi della Frontiera come
momento
fondativo del carattere americano (The
Frontier in American History,
1893), ricorda che nel West persisteva l’eredità
europea,
e che la storia americana andava intesa come uno sviluppo della storia
d’Europa nelle condizioni nuove del Nuovo Mondo. Per Turner i
pionieri che colonizzarono l’Ovest erano degli
«idealisti
sociali», che fondavano le loro aspirazioni sulla fiducia
nell’uomo comune e sulla prontezza a venire ad accordi, senza
l’intervento di un despota paternalistico o di una classe che
esercitasse il controllo su di loro.
Ciò che rimaneva
più impresso a tutti
i primi viaggiatori europei negli Stati Uniti, dal celebre Alexis de
Tocqueville al meno noto conte piemontese Carlo Vidua, autore di
osservazioni acutissime sulla società americana dei primi
decenni del XIX secolo, era proprio la capacità degli
Americani
di risolvere ogni genere di problema attraverso
l’associazione
volontaria, unendosi per un fine comune (l’abbattimento di
tronchi, la costruzione delle dimore, le opere caritatevoli, i raduni,
l’organizzazione dei campi minerari, la mutua protezione e
mille
altre cose) senza l’intervento di istituzioni statali.
Proprio a ragione dell’assenza
o della
eccessiva lontananza del governo centrale, anche la «Legge
del
West», questo impasto di buon senso e tradizioni giuridiche
anglosassoni la cui vigenza era profondamente sentita nella coscienza
degli uomini della Frontiera, veniva fatta rispettare per mezzo di
soluzioni approntate di volta in volta dalla società civile:
libertà di portare armi, formazione di posse o comitati di vigilantes (famosi
quelli di San Francisco e del Montana), nomina di sceriffi a contratto,
cacciatori di taglie (i temuti bounty-killers),
note agenzie investigative come la Pinkerton. Questi sistemi
privatistici si dimostrarono estremamente efficaci nel proteggere le
persone e le proprietà, tanto che due economisti, Terry
Andersson e P. J. Hill, hanno definito il «non
così
selvaggio West» come un riuscito «esperimento
americano di
anarco-capitalismo». A differenza di oggi nel Vecchio West la
punizione per i criminali giungeva quasi sempre implacabile, e la vita
dei fuorilegge non era per nulla facile. Non è un caso che
nessuna delle bande più pericolose (James, Younger, Dalton,
Clanton, Reno, Plummer, Mucchio Selvaggio) riuscì a farla
franca.
Contrariamente quindi ad ogni distorta
raffigurazione, il Far West americano rappresentò nel XIX
secolo
il luogo in cui maggiori erano le possibilità per gli
individui
di vivere indisturbati, di seguire le proprie tradizioni, di creare le
proprie comunità e di fare fortuna, perché al
riparo da
quel Leviatano statale che con le sue spogliazioni, irregimentazioni e
guerre gigantesche ha funestato buona parte della storia moderna e
contemporanea della civiltà occidentale. Non si dimentichi
che,
mentre nei territori statalizzati dell’Est
un’infernale
guerra tra Stati provocò dal 1861 al 1865 ben
seicentoventimila
morti, nel West le più gravi situazioni di violenza, durante
le
cosiddette «Guerre dei pascoli» (nel 1878 e nel
1892), non
causarono che poche decine di vittime!
S’impone infine
un’ultima
considerazione, basata sul buon senso: se la letteratura che enfatizza
il carattere violento del West fosse veramente fondata, non si
spiegherebbe come mai una fiumana continua di milioni e milioni di
emigranti fosse disposta a sopportare grossi sacrifici pur di
raggiungere quella Terra Promessa.
(anno 2004)