Il
movimento Neocon
Quando
conservatore non è sinonimo di immobilista
di Alberto
Rosselli
È
opinione diffusa che fino dal suo primo mandato, il Presidente George
W. Bush, e buona parte della sua amministrazione, abbiano subito il
fascino e l’influenza della corrente di pensiero neocon,
rappresentata dal numero due del Pentagono, Paul Wolfowitz. A
differenza dei conservatori tradizionalisti nordamericani da sempre
inclini all’isolazionismo, i neoconservatori o neoconservative
(espressione coniata dall’intellettuale newyorchese Irving
Kristol) pensano che gli Stati Uniti abbiano invece l’onere e
l’onore di esportare, e se necessario di imporre, anche con
il
«fosforo», la Democrazia (intesa come
«valore etico
assoluto») all’estero, ma non la propria cultura o
stile di
vita, come è stato erroneamente inteso e scritto da non
pochi
esponenti progressisti europei. La Democrazia, intesa come
«valore assoluto», venne riportata in auge dal
movimento neocon
alla metà degli anni Settanta, quando un piccolo gruppo di
intellettuali protestanti e Cattolici, in gran parte democratici
«pentiti», cioè disillusi dal
«fiacco
relativismo culturale» prodotto dalla corrente liberal,
iniziarono ad esaminare i molteplici errori compiuti sia dalle
amministrazioni democratiche che da quelle conservatrici. Il lassismo
dimostrato, tra il 1965 e il 1975, dalla Casa Bianca nei confronti
dell’offensiva comunista nel mondo e la concomitante
degenerazione dell’idea di libertà
(«equivalente non
di rado – secondo i neocon
– ad un sostanziale ed egoistico disimpegno»)
avevano
infatti costretto l’America sulla difensiva, paralizzandone
la
politica estera. Preoccupati dal delinearsi di «una deriva
qualunquista ed imbelle che avrebbe potuto portare allo sfaldamento
morale del Paese», i neocon
decisero di iniziare a lavorare su un progetto politico conservatore ma
concettualmente nuovo, propositivo e soprattutto alternativo sia al
tradizionale e non più pagante conservatorismo classico, sia
al
credo progressista e libertario. Di qui l’ascesa di un
modello
politico che trovò in Ronald Reagan il primo demiurgo capace
di
concretizzarlo, ridando agli States
l’antica forza. Fu infatti sotto il mandato di Reagan che
l’America incominciò a riscoprire molti dei valori
fondanti che tra il 1960 e il 1975 erano stati distrutti o
ridicolizzati dalla beat
generation:
la Patria (intesa come Democrazia) e la netta contrapposizione tra Bene
e Male (l’America democratica da una parte e il totalitarismo
sovietico dall’altra) divennero i pilastri di una politica
che
agli intellettuali di Sinistra statunitensi ed europei,
superficialmente informati circa la vera natura e soprattutto
«il
perché» del nuovo movimento, parve subito celare
la
resurrezione del demonio reazionario. Negli anni Ottanta, alcuni
circoli della gauche
transalpina si affrettarono infatti a denunciare il riemergere
«del vecchio, bieco conservatorismo anni
Cinquanta», senza
accorgersi che a fare capolino era invece un’ideologia di
altra
specie, anche se per certi versi contigua a taluni ideali
effettivamente conservatori. Ma facciamo un passo indietro. Nonostante
le simpatie manifestate da Reagan nei confronti del movimento neocon,
quest’ultimo fece comunque molta fatica ad affermarsi tra i
repubblicani, anche perché, in quanto liberi docenti e
studiosi,
i suoi alfieri (di cui parleremo più avanti) non risultavano
affatto inseriti nell’amministrazione statale o nei centri
nevralgici del potere economico. Si era infatti ancora lontani
dall’era del Presidente Bush junior, anche se, a ben vedere,
ai
primordi della sua carriera politica anche l’attuale leader
della
Casa Bianca apparve piuttosto scettico se non contrario alle tesi neocon.
Da repubblicani autentici, sia Bush padre che Bush figlio auspicavano,
infatti, un’America forte, ma non
«reattiva», di
basso profilo in politica estera, concentrata esclusivamente sulla
risoluzione dei propri problemi interni. Un’America
intenzionata,
se possibile, a non farsi coinvolgere in pericolose imprese militari;
un’America che avrebbe dovuto ridurre (anche in conseguenza
del
crollo dell’Unione Sovietica) lo spiegamento delle proprie
forze
in Europa, concentrandosi invece in operazioni di nation-building.
Tuttavia, con il tempo, il tenace interventismo americano nel mondo
promosso dai neocon,
cioè quello in nome della difesa della Democrazia intesa
come
«valore assoluto», ha di fatto modificato
l’atteggiamento dei Bush e di gran parte del Partito
Repubblicano, trasformando la natura di questa compagine che ben presto
iniziò ad interessarsi, anche militarmente, di svariate
situazioni internazionali, tendenza questa, che ha fatto gridare allo
scandalo i leader del Partito Democratico, spalleggiato dalla
maggioranza dei grandi giornali, tra cui il «New York
Time», il «Washington Post» e
«Newsweek».
Stando alle opinioni dei giornalisti democratici (vedi quelli del
«National Journal») a partire dalla presidenza di
George W.
Bush il movimento neocon
avrebbe infatti iniziato ad influire in maniera determinante sulle
scelte più avventate dell’amministrazione
americana. Non a
caso, la stampa democratica definì «pericolosi ed
ascoltati falchi» diversi neocon,
seppure esterni al sistema, tra cui Richard N. Perle, Michael A. Ledeen
(che dopo la presa di Baghdad avrebbe auspicato un attacco immediato
contro Teheran), e «veri e propri sobillatori inseriti nel
governo» personaggi come Paul Wolfowitz e Joshua Muravchik.
In
questi ultimi cinque anni, tutti questi individui avrebbero
condizionato in maniera determinante le decisioni del Ministero della
Difesa dell’ex-capo dicastero Donald H. Rumsfeld,
già
considerato dai democratici «il falco dei falchi».
Di
fronte a questa offensiva mediatica, il movimento neocon –
che non ha mai potuto vantare appoggi finanziari paragonabili a quelli
delle lobbies
culturali democratiche – ha comunque saputo compattare la sua
falange di analisti e studiosi, proseguendo per la sua strada e
riuscendo anche ad ottenere, dopo non pochi sforzi, il sostegno di un
certo numero di testate giornalistiche e televisive, comprese quelle
facenti capo al gruppo Murdoch. Impresa questa che ha fatto nuovamente
gridare allo scandalo tutta l’intellighenzia progressista
statunitense e soprattutto europea. Ma andiamo per ordine,
addentrandoci nel «mondo» neocon,
grazie soprattutto alle indicazioni fornite da uno dei più
preparati ed obiettivi (anche se di parte) studiosi del fenomeno,
Joshua Muravchik dell’«American Enterprise
Institute»
(AEI), firma prestigiosa della rivista «Commentary»
e
già membro dello staff del senatore Daniel P. Moynihan il
cui
lavoro è stato scoperto e in parte pubblicato nel settembre
2003 da «Il Foglio» di Giuliano Ferrara.
Come spiega Muravchik, la predominanza
dei neocon
all’interno dell’amministrazione USA risulterebbe
in
realtà abbastanza limitata, seppure tecnicamente molto
qualificata. Personaggi influenti sono senz’altro il
vice-Segretario alla Difesa Paul Wolfowitz e Richard Perle,
ex-Presidente del «Defense Advisory Board». Segue
un
piccolo gruppo di altri funzionari di alto grado tra i quali il
Sottosegretario alla Difesa Douglas Feith, il Sottosegretario di Stato
John Bolton e il membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale Elliot
Abrams. I centri di potere e di diffusione del credo neocon
vengono invece individuati, oltre che
nell’«American
Enterprise Institute», nel «Weekly
Standard», nel
«Project for the New American Century», diretto da
William
Kristol e in «Commentary», vero crogiolo di una
gran parte
del pensiero neoconservatore che, contrariamente a quanto sostenuto
dalla stampa democratica (vedi il «Boston Globe») e
da
quella francese («Nouvel Observateur»), risente
soltanto in
parte dell’influsso diretto delle teorie del filosofo
politico
Leo Strauss (1899-1973) e per nulla di quelle di Lev Trotzkij
(1879-1940). Il «Nouvel Observateur», probabilmente
sulla
scorta delle indicazioni fornite da Michael Lind, un giornalista e
politologo americano che collabora con la rivista inglese di Sinistra
«New Statesman», ha infatti sostenuto la curiosa
tesi di
una connessione diretta tra le teorie di Trotzkij e quelle neocon.
Mentre Jeet Heer ha invece messo a nudo le presunte radici straussiane
del neoconservatorismo. Sulla scia di Lind, Heer ha poi pubblicato sul
giornale canadese «National Post»
un’articolessa
nella quale, con notevole disinvoltura, ha paragonato la teoria della
«guerra preventiva e permanente» predicata da
Trotzkij a
quella sostenuta dai neocon
e
dall’amministrazione Bush. Sempre riguardo la già
citata
influenza esercitata da Strauss sui neoconservatori,
l’eccentrico
agitatore politico Lyndon La Rouche ha azzardato un’altra
ipotesi «storica», senz’altro
affascinante,
anche se piuttosto discutibile. Per La Rouche, i neocon
avrebbero trascinato l’amministrazione Bush in una politica
di
interventismo militare all’estero riscontrabile nei metodi e
nelle finalità a quella ateniese nell’ambito della
guerra
peloponnesiaca: conflitto che vide la «democratica»
Atene
impegnata contro la «bellicosa» Sparta. E a
sostegno della
sua tesi, La Rouche ricordò che il famoso dialogo, citato da
Tucidide, tra i plenipotenziari ateniesi e quelli della
città di
Melo (colonia spartana, ma che nel contesto della disfida tra Spartani
e Ateniesi, desiderava rimanere neutrale) era stato in effetti citato
da Irving Kristol, uno dei padri fondatori del movimento neocon,
in un suo discorso. Ma di che cosa si tratta? L’episodio
riportato da Tucidide è un esempio classico del realismo
politico contrapposto al prevalere del diritto sulla forza. Durante la
lunga guerra tra Atene e Sparta (dal 431 al 404 avanti Cristo), gli
Ateniesi si avvicinarono minacciosi a Melo, proponendo ai suoi abitanti
una resa pacifica. «Si tiene conto della giustizia quando la
necessità incombe con pari forze su ambo le parti; in caso
diverso i più forti esercitano il proprio potere e i
più
deboli si adattano», sembra che dissero i
«democratici» ateniesi, per i quali la potenza
implicava
una logica ferrea (riscontrabile anche nella Roma repubblicana) che non
poteva in alcun modo essere elusa dalla morale. In effetti, gli
Ateniesi erano soliti conciliare senza tanti problemi la politica della
forza alla democrazia. Ora, rifacendosi ad essi, Kristol aveva
realmente avanzato l’ipotesi che l’America dovesse
appropriarsi della politica ateniese, almeno in casi estremi.
«Se
possiedi quel tipo di potenza che noi abbiamo – scrisse
Kristol
– devi trovare le giuste opportunità per usarla, o
il
mondo le troverà per te». La teoria di Kristol
è
stata ovviamente condannata, spingendo Lind ad andare oltre e a
sovrapporre, con notevole fantasia, le teorie di Strauss a quelle di
Trotskij, senza sapere che pochissimi sono i neocon che si
rifanno agli insegnamenti di Strauss. Questo atteggiamento dimostra, in
ultima analisi, come i pensatori liberal
abbiano sempre interpretato, ovviamente in maniera negativa, il
pensiero di Strauss, rifacendosi unicamente ad un pamphlet polemico
scritto dalla docente canadese Shadia Drury, specializzata in Giustizia
Sociale presso l’Università di Regina, in
Saskatchewan,
che è arrivata a liquidare Strauss al pari di «un
pensatore estremamente classista e fascista». Ma la
verità
è un’altra. Ben lungi da essere quel sostenitore
dell’autoritarismo, Leo Strauss, che in quanto Ebreo dovette
scappare dalla Germania nazista, era un democratico più che
convinto che nutriva soltanto una profonda gratitudine ed ammirazione
nei confronti della libera America. Ciononostante, ancora oggi, i
sostenitori delle superficiali tesi della Drury, si divertono a
sputtanare il filosofo reo, tra l’altro, di essersi
interessato
all’opera di Machiavelli che – come è
noto – i
democratici statunitensi vedono come il fumo negli occhi. Presi da una
sorta di irrazionale (e controproducente) livore, i liberal
hanno dimenticato, infine, che Strauss non era precisamente un
politico, ma un filosofo che dedicò la sua vita allo studio,
rimanendo, tra l’altro, sempre alla larga dalle beghe di
potere.
Posto che gli scritti di Strauss siano alquanto difficili da
comprendere e quindi da interpretare in maniera corretta (il lavoro
della Drury lo dimostra), ciò che stupisce è il
pretestuoso accostamento tra Trotzkij e Strauss e tra il primo e il
movimento neocon.
Come
è stato giustamente osservato, gli scritti di Trotzkij, al
contrario di quelli di Strauss, risultano in realtà
abbastanza
semplici e quindi facili da afferrare, e di conseguenza non si capisce
perché mai un Lind non sia stato in grado di farne il giusto
utilizzo. Posto naturalmente che delle vecchie teorie del leader
marxista internazionalista si possa fare ancora un buon uso. In
realtà, il fervore con il quale i progressisti americani si
scagliano contro i neocon
e
contro i loro supposti padrini, cioè Strauss e Trotzkij,
trova
in buona misura la sua motivazione in una sorta di strisciante
antisemitismo che da qualche decennio serpeggia in alcuni circoli della
galassia democratica statunitense. Insofferenza che si è
acuita
dopo che si è venuti a sapere che diversi neoconservatori
risultano di confessione ebraica. Lind è arrivato a scrivere
che
«i neoconservatori che definiscono
“wilsoniana” la
loro ideologia rivoluzionaria, sono in realtà dei
trotzkisti,
fautori di una nuova rivoluzione permanente imperialista, appoggiata
segretamente dal partito israeliano del Likud».
«L’opinione di Lind – spiega Joshua
Muravchik –
viene condivisa da molti progressisti americani che, tra
l’altro,
sostengono che i neocon
abbiano sfruttato gli attacchi al World Trade Center e al Pentagono
dell’11 settembre per promuovere un’agenda
politica,
già da lungo tempo concepita, solo indirettamente collegata
alla
protezione degli Stati Uniti dal terrorismo. Secondo questo punto di
vista, l’invasione americana dell’Iraq e le minacce
rivolte
alla Siria hanno ben poco a che fare con la lotta al terrorismo,
l’eliminazione delle armi di distruzione di massa o
l’esportazione della democrazia. Al contrario, questi
interventi
sono stati decisi e attuati in realtà per risolvere vecchie
rivendicazioni, consegnare i territori ricchi di petrolio in mani
amiche, e spostare l’equilibrio di potere in Medio Oriente a
favore di Israele».
Ma è proprio vero che i
neoconservatori
sarebbero anche impegnati nel modellare la politica statunitense in
ossequio agli interessi del Likud o di Israele? «Di fatto
–
spiega Muravchik – molti neoconservatori sono Ebrei. In parte
la
risposta sta nel fatto che gli Ebrei, tutte le volte che è
stata
concessa loro la libertà di farlo, mostrano una forte
attrazione
per la politica e in particolare per lo scontro delle idee
politiche». E per quanto concerne il presunto odio dei neocon
filo-sionisti nei confronti dei «nemici musulmani»,
sostenuto con tanto vigore dai progressisti? Per Muravchik basta un
solo, rimarchevole esempio per ridurre questa opinione a puerile bugia.
«Nel 1992 – racconta Muravchik – quando
scoppiarono
per la prima volta le ostilità in Bosnia, e
l’allora
Presidente George H. W. Bush per voce del Segretario di Stato James
Baker dichiarò: “Non abbiamo il minimo interesse
in quel
conflitto”. Bush senior e Baker non erano certo uomini senza
cuore, ma semplicemente due perfetti rappresentanti
dell’anima
conservatrice americana. Per loro la Bosnia aveva poca importanza per
gli interessi americani. Essa non aveva da offrire risorse vitali o una
posizione geografica strategica. Successivamente, però,
iniziò a prendere vita un movimento contrario a questa
posizione: un movimento che, fatta eccezione per un piccolo numero di
giovani funzionari del servizio estero che avevano dato le dimissioni
dal Dipartimento di Stato in segno di protesta, non si lasciava
contrassegnare da alcuna etichetta ideologica. Essi provenivano quasi
tutti dalla cerchia dei neoconservatori». E tra essi, Richard
Perle, Wolfowitz, Kirkpatrick e Max Kampelman, risultavano in prima
linea. «Io stesso – prosegue Muravchik –
mi sentivo
così coinvolto nella questione, che la Bosnia
risultò uno
dei fattori decisivi a spingermi a sostenere nel 1992 Bill Clinton e
non Bush: una scelta di cui ho cantato il mio pentimento non appena
Clinton ha dimostrato di non preoccuparsi della Bosnia nemmeno un
istante in più di quanto aveva fatto Bush padre.
È
opportuno ricordare che la causa bosniaca era sostenuta dagli islamismi
di tutto il mondo. E risulta ovvio che se vi fosse stato qualche
“interesse ebraico” da far valere in questo
conflitto,
avrebbe dovuto essere a favore della posizione assunta da Bush padre e
da Clinton. Tuttavia, di fronte ai continui massacri –
continua
Muravchik – i neoconservatori, Ebrei e non Ebrei cominciarono
a
mostrarsi i più decisi nell’appoggiare un
intervento in
Bosnia». In ultima analisi, i neocon si sarebbero
accorti che era in gioco non il potere o la sicurezza degli States,
ma – come afferma Muravchik – «la
sicurezza
dell’intero sistema democratico». Come si
è detto,
contrariamente al liberalismo, il neoconservatorismo ha, in effetti,
una visione sacrale e quindi dogmatica della democrazia. Se i
conservatori tradizionali hanno sempre mostrato nei confronti di questa
forma di governo un atteggiamento sostanzialmente ambivalente, i neocon
non hanno mai avuto alcun dubbio sulla democrazia e sulla sua
centralità etica: opinione che spesso li ha spinti a
giustificare l’uso della forza. In quest’ottica,
personaggi
come Ronald Reagan e Winston Churchill non possono affatto essere
considerati conservatori in senso classico. Entrambi furono convinti
sostenitori del sistema democratico (e culturale) occidentale, e della
necessità di preservarlo e potenziarlo contro tutti gli
attacchi
esterni. Sia Churchill che Reagan (ed in seguito Truman e Bush padre e
figlio) sono stati, in fondo, veri neocon,
persuasi che bisognasse affrontare i «nemici della
democrazia» con ogni mezzo, prima che essi diventassero
troppo
pericolosi. Queste sono le ragioni che spiegano la spontanea simpatia
di non pochi neocon
nei
confronti di Atene, ma anche di Israele, due democrazie diverse,
autentiche, ma proprio per questa ragione necessariamente decisioniste,
all’occorrenza militarmente attive. E talvolta pericolose.
(aprile 2007)