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La vita di Sandro Pertini
la vita di un uomo politico fuori dal comune che non amava i compromessi
Sandro
Pertini entra per la prima volta nella mia vita quando nel 1941 la mamma mi
portò a Ventotene ove mio padre stava confinato. Nell'isola erano raccolti
tutti gli antifascisti su cui il Tribunale Speciale del regime aveva potuto
mettere le mani. C'erano anarchici, socialisti, comunisti qualche repubblicano
e laico. Individualisti senza collegamenti e associati a nuclei di partito.
Capi e manovali della politica. Tra queste entità - pur in un luogo di
combattenti per l'ugliallianza - non c'era alcun amalgama. Sandro Pertini mio
padre me lo indicò incontrandolo nell'isola. Io ne sentivo parlare per la prima
volta. Divenne in seguito uno dei maggiori dirigenti del PSI al quale io pure
giovanissimo aderii attraversando - senza perderlo di vista - le dolorose
vicende di questo terribile partito incapace di costruire, nella reciproca
identificazione degli interessi personali, un corpo unito al di sopra degli
stessi. Nel PSI del dopoguerra i compagni istintivamente si sentivano
anticomunisti. Fu il vertice che calò su di loro l'atteggiamento contrario,
quello 'unitario', costringendo ad avvilire la cultura socialista rispetto a
quella comunista. In pochi si ribellavano cercando di mantenere viva la
tradizione riformista, tra questi Pertini che in ogni suo discorso citava
Turati e non Gramsci. La libertà non l'Unione Sovietica. Fu contro il Fronte,
contro la scissione, ma rimase nel PSI in omaggio a Pietro Nenni ed ad un
dilagante malinteso senso dell'unità di classe che lo coinvolse insieme a tutti
noi, pagandone un prezzo durissimo.
Lo ritrovai a Genova quando
era direttore de “Il Lavoro” quotidiano allora di proprietà della Federazione
del PSI di cui io diventai dirigente. Lo avevano imposto da Roma Pietro Nenni a
Giuseppe 'Pippo' Machiavelli, delfino di Gaetano Barbareschi che ne aveva
ereditato il potere genovese dopo il suo decesso per tumore. Venne sostituito
quando fu eletto Presidente della Camera. In quel periodo, durante la vita di
partito, ebbi contatti soprattutto quando la Federazione organizzava
manifestazioni o comizi incentrati su di lui (che terminavano con un pranzo in
trattoria del gruppo ristretto di accompagnatori).
il
Ventennio
E' il comune di Stella,
sito nei contrafforti appenninici sopra a Savona della zona dove il Monte
Beigua primeggia in altezza coi suoi oltre 1300 metri sul livello del mare, a
vedere i suoi natali nel 1896. Siamo nell'entroterra ligure, isolato e avaro di
sé. I giovani che nascono da quelle parti avevano - quei tempi - il destino
segnato, come quelli del Meridione. Ma il giovane Sandro non è tagliato ad una
vita antica, semplice, come quella della sua gente. Studia e si laurea in
giurisprudenza e scienze politiche. Richiamato nella prima Grande Guerra
mondiale, come laureato, è ufficiale combattente al fronte. Appena torna a
casa, nel 1918, si iscrive al Partito Socialista, allora schiantato dalla
contrapposizione dei massimalisti contro i riformisti. Giovane militante,
partecipa alla vita delle sezioni, schierandosi con Turati Treves e Matteotti
che lo prendono subito in simpatia per la sua schiettezza ed efficacia
oratoria. Il salto dalla normalità di provincia alla ribalta del partito in
Liguria avviene col delitto Matteotti. Egli non dubita che sia stato ordinato
da Mussolini, quindi mal sopporta che il transfuga ne esca indenne per
l'incapacità delle forze democratiche di offrire una seria alternativa al
paese. Quei partiti che non fanno meglio di prendere una linea attendista, l'Aventino, ritirandosi
dal Parlamento. Cosicché il governo supera facilmente la crisi, consolidando il
suo potere invece di essere spazzato via dal furore popolare che pur c'era.
In questo quadro inizia
l'attività clandestina dei partiti antifascisti. Ernesto Rossi e Gaetano
Salvemini fondano un foglio clandestino dal titolo 'Non mollare'. Sandro
Pertini non resta indietro ma entra individualmente in codesta campagna
diffondendo un volantino contro il regime, titolo 'Sotto il barbaro dominio
fascista', in cui denuncia le responsabilità di Mussolini nel delitto
Matteotti, spedendolo attraverso le PPTT in forma anonima a molti mittenti
presi dall’elenco telefonico. Una spiata ai CC di Stella, suo comune natale,
gli procura l’ispezione casalinga dalla quale essi trovano sia lettere pronte
da spedire, che mazzette di copie dello stampato. Immediato l’arresto: sarà il
primo dei sei della sua vita (con due evasioni).
Pertini ha 29 anni, è
avvocato, e risiede a Savona. Tra i socialisti ‘unitari' del partito di Treves
Turati e Matteotti diviene subito una figura popolare. Specialmente quando al
processo mette in luce la sua autorevolezza, ed il forte carattere. Con
generosità e coraggio rivendica interamente i reati commessi, che egli però non
ritiene tali; attestando che 'qualunque
sia la condanna che sarà emessa nei miei confronti, continuerò la mia battaglia
antifascista'. Lo condannano a otto mesi di reclusione, buscandosi
solenni bastonature in carcere per la sua fierezza e intransigenza riguardo ai
secondini se non si sente trattato con la dignità dovuta a qualsiasi essere
umano a prescindere dalle condizioni in cui si trova. Dopo, però, la Corte di
Appello di Genova lo assolve per subentrata amnistia dei reati commessi.
Pertini è nuovamente libero
e ne approfitta per un’altra azione sovversiva. L’intenzione è di apporre una
corona di alloro alla lapide cementata sul muro dell'antica Fortezza di Savona,
che ricorda la detenzione di Giuseppe Mazzini, in occasione del primo anniversario
del delitto Matteotti. L'azione riesce ma il Federale ci mette poco a capire
chi lo ha beffato (la zona era molto sorvegliata). Senza prove, non potendolo
imputare di nulla, ordina di impartire al giovane avvocato socialista una
‘lezione’. Bastonature durante le quali un ingenuo commissario di polizia lo
difende e viene trasferito in Sardegna il giorno dopo.
Dopo l'attentato di Zamboni
a Mussolini Sandro Pertini, considerato 'pericoloso per l'ordine pubblico' dal
tribunale di Genova, viene condannato a cinque anni di confino. Per evitarlo
fugge da Savona, raggiunge Milano, ospitato in casa da Carlo Rosselli. Qui,
nella quiete domestica meneghina, i due escogitano di far evadere dagli arresti
domiciliari Filippo Turati facendolo
riparare da Savona in Francia, paese dove cominciano ad affluire
fuggitivi antifascisti in esilio dal regime. Fingendo una gita da Savona alle
Cinque Terre, una motobarca pilotata da pescatori socialisti (portato in grande
segretezza Filippo Turati in città), prepara la fuga. La sera dell'11 dicembre
1926 alle ore 20, nel buio pesto della cala vicina al faro di Vado Ligure, il
gruppo aspetta il motoscafo che non arriva. La compagnia allora decide che 'se
Maometto non va alla montagna, sia la montagna che vada a Maometto'. Così vanno
incontro all’imbarcazione che trovano sul lido di una piccola spiaggia tra la
via nazionale, l’Aurelia, ed il molo del Porto. Due ore dopo il primo
appuntamento (le dieci di sera) Pertini, Turati, Rosselli e Parri, insieme a
quattro compagni, valenti naviganti, si imbarcano e partono verso il largo.
L'alba del giorno dopo toccano una banchina del porto di Calvi. Sono tutti
salvi in Corsica. Più tardi il motoscafo con gli uomini dell’equipaggio ritorna
in patria lasciando sul molo gli esuli con le lacrime agli occhi. A Calvi si
diffonde la notizia dell’arrivo di Filippo Turati, dirigente socialista già
famoso, e le autorità del paese vengono al molo ad omaggiarlo. Poi – i compagni
corsi - col battello postale lo fanno partire per Nizza, insieme a Sandro Pertini
suo accompagnatore. Tutti notarono come il giovane accudiva al Maestro
amorosamente, come fosse suo padre. La Prefettura di Savona riferirà al
Ministero degll'Interno, direzione generale di P.S.: "L'avv. Pertini Alessandro è espatriato via
mare insieme all'ex deputato Filippo Turati, per la Francia. Abbiamo disposto
per il suo immediato arresto qualora dovesse rientrare in Italia avendo in
sospeso la condanna a cinque anni di confino".
Il Var della Francia si sta
popolando di 'fuorusciti' come venivano chiamati coloro che avevano scelto la
via dell'esilio dall’Italia di Mussolini. Sandro Pertini, separatosi da Turati,
li cerca; entra in contatto con loro onde proseguire la sua attività politica
(vigilato accuratamente dalla polizia francese che dettaglia frequenti
'informative' alle autorità italiane). Ma quell’attività in suolo estero gli
pare poco importante. Nonostante il forte rischio vuole rientrare
clandestinamente in Italia. Passati poco più di due anni, nel 1929, è preso
dalla nostalgia della sua 'piccola Savona' dove sente il richiamo della lotta
clandestina coi compagni. Il continuo pericolo lo fa 'sentire vivo'; utile alla
causa, e decide di tentare. Per depistare gli informatori, mette in giro voci
di spostamento a Ginevra o Parigi, ma l'azione non riesce. La polizia italiana
sa del suo rientro ed il 14 aprile 1929 lo arresta, dopo pedinamento, a Pisia
dove è condotto in Questura per finti accertamenti. Aveva in tasca il passaporto svizzero col falso nome di
Roncaglia Luigi, residente a Bellinzona, Cantone Ticino.
Una legge del novembre 1926
aveva istituito il Tribunale Speciale per colpire i reati politici. Nel 1929
quindi il Tribunale era in piena efficienza. Difatti nell'ottobre dello stesso
anno aveva emesso la prima condanna a morte contro un imputato. Il 30 novembre,
portato a Roma sede del 'Tribunale Speciale per la difesa dello Stato',
l'accusato Sandro Pertini è interrogato. Ai giudici risponde: "Ammetto pienamente i reati ascrittimi dei
quali ne assumo ogni responsabilità. Mi rifiuto di rispondere ad ogni ulteriore
domanda". E’ condannato a 10 anni e nove mesi di carcere; la
interdizione perpetua dai pubblici uffici; tre anni di vigilanza speciale, ed
il pagamento delle spese processuali. Resta, in addendum, il confino non
scontato dopo la fuga da Savona a Milano.
Le isole Pontine, Ponza e
Ventotene, furono usate fin dall’antichità per la coazione. Tra queste, ad un
dipresso di Ventotene, c'è lo scoglio a forma di panettone chiamato Santo
Stefano su cui dai Borboni fu costruito una fortezza per segregare gli
ergastolani (qui era stato rinchiuso anche Luigi Settembrini). Sandro Pertini
ci viene inviato a scontare la pena in una cella di isolamento. Un trattamento
eccezionale nella sua crudeltà per dei reati politici. Difatti, appena i compagni
francesi, Turati e Rosselli, lo vengono a sapere muovono delle personalità
estere in suo favore, riuscendo a farlo trasferire nel carcere di Turi il
dicembre del 1931. Durante il viaggio di trasferimento, guardandosi allo
specchio, sono passati solo cinque anni (ne ha compiuti 35), si accorge di
avere i capelli completamente bianchi. Sostando a Napoli nel carcere del
Carmine, il suo carattere spigoloso gli fa correre un serio pericolo di vita;
bisticcia con una banda di detenuti che gli sottraeva per dispetto la branda.
Lo circondano, sta per essere accoltellato. Lo salva il provvido saluto di un
capo mafioso che interviene a suo favore consapevole istintivamente che il
personaggio non è comune. Nella cella di Turi, unico socialista in una camerata
di comunisti, incontra Antonio Gramsci. I rapporti tra i due partiti sono molto
aspri dopo che lo stalinismo trionfante nell’Urss ha lanciato la linea del
'socialfascismo'. Anche i comunisti italiani additano i socialisti come
traditori e nemici del popolo. Gramsci
istintivamente non sfugge alla propaganda; conversando esprime con Pertini
considerazioni malevoli verso i dirigenti socialisti. Critica con giudizi
negativi Turati e Treves che sono in esilio. Sandro non accetta parole che
reputa offensive anche al suo onore; adirato reagisce con forza. Gramsci medita
i termini dell’accesa discussione ed il giorno seguente gli chiede scusa,
confessandosi amareggiato. Confessa anche le incomprensioni dei suoi compagni
che vogliono ricalcare pedissequamente la politica sovietica, di cui egli si
dice non convinto.
Il 29 marzo 1932, in esilio
a Parigi, muore Filippo Turati. Sandro
legge la notizia dal quotidiano genovese “Il Lavoro” piangendo a dirotto. Nello
stesso anno da Turi Sandro Pertini viene trasferito nel reclusorio di Pianosa.
Di nuovo come ad ogni cambiamento in ambiente sconosciuto il suo carattere scorbutico lo pone in
conflitto col prossimo. Il direttore, che gli sequestra le lettere della madre,
è sottoposto a lettere di protesta finché gli manda a dire di non ‘rompergli i
coglioni’. Risponde con la solita fierezza: "Lei si sente scocciato dalla mia giusta protesta? Se manco mi punisca,
ma non offenda la mia dignità di uomo, anche se sono un recluso".
Per tutta risposta il direttore gli assegna quindici giorni di isolamento.
A Pianosa viene a sapere
che sua madre ha inoltrato per lui domanda di grazia a Benito Mussolini.
Caratterialmente il Duce era molto sensibile agli 'atti di sottomissione' dei
suoi oppositori; certamente la domanda -
se controfirmata - avrebbe esito positivo. Ma Pertini non è affatto disposto a
sottomettersi. Manda a dire a sua madre: "Non ti puoi immaginare il male che mi hai fatto e il dolore che mi hai
dato". Pertanto PS e l'Arma dei CC - sempre informati d’ogni cosa
da delatori infiltrati - esprimono parere sfavorevole all’accoglimento. Anche
con alcuni secondini entra in conflitto. Non accetta di essere trattato male,
rifiuta che si usino le maniere brusche. Ogni volta che succede protesta;
rivendica il rispetto umano che gli è dovuto. Così acuisce antipatia e
insofferenza nei suoi confronti. Quando viene sottoposto a provvedimenti
punitivi dalla commissione di disciplina rifiuta di firmare i verbali. Nasce
una brutta storia tra lui ed un custode giudiziario che, dal rapporto, il direttore
di Pianosa lo cita a comparire davanti al Pretore di Portoferraio con
l'imputazione di oltraggio. Dopo un dibattimento pilotato dai secondini Sandro
Pertini è condannato a 9 mesi e 24 giorni di reclusione, spese procedurali e
tassa di sentenza.
Il 10 settembre 1934 è
nuovamente trasferito dal penitenziario di Pianosa. Sandro Pertini arriva a
Ponza, accompagnato dalla segnalazione che 'sia vigilato in modo speciale'.
Muore dalla nostalgia di vedere sua madre anche dopo gli screzi dovuti alla richiesta
di grazia. Inoltra l’istanza per una licenza, ma il 30 dicembre del 1935 gli
comunicano che la petizione non è stata accolta.
Nel luglio del 1936 il
generale Franco, alla testa delle truppe marocchine, varca lo stretto di
Gibilterra iniziando l'invasione della Repubblica. E’ scoppiata la Guerra
Civile spagnola. Da Parigi, Carlo Rosselli, lancia l’appello ai gruppi di
Giustizia e Libertà per intervenire al fianco del governo spagnolo. Nascono le
Brigate Internazionali in cui si arruolano volontari antifascisti da tutto il
mondo. L'entusiasmo iniziale degli esuli e confinati ('oggi in Spagna, domani
in Italia') è spento dall'annuncio di Leon Blum, presidente del governo di
Fronte Popolare, che la Francia non sarebbe intervenuta a favore della
Repubblica spagnola. Se la Francia è per il non intervento nella guerra civile,
in Spagna intervengono invece le truppe di Mussolini e l'aviazione di Hitler.
Si stringe l'alleanza tra i due dittatori. La situazione precipita velocemente
verso la seconda Guerra Mondiale. Il 14 luglio 1938 dei docenti universitari
lanciano al paese il 'Manifesto sui problemi della razza'. L'Italia si accoda
all'antisemitismo di Hitler. Galeazzo Ciano rivendica i diritti italiani su
Gibuti, Tunisi, la Corsica e - mi voglio rovinare - anche su Nizza e la Savoia.
I nazisti, invece senza rivendicare
occupano Praga.
Anche a Ponza Pertini
incontra difficoltà. Il personale carcerario lo ritiene 'provocante, polemico e di modi arroganti'. Accusato di
oltraggio e resistenza è nuovamente arrestato il 5 maggio 1937. Da Ponza è tradotto nel carcere di Poggio Reale
a Napoli. Processato, però, è assolto perché il fatto ascritto non costituisce
reato, mentre le altre imputazioni cadono per insufficienza di prove. Tornando
a Ponza riflette sulla sua assoluzione per lui imprevista facendogli pensare
che sia in atto un allentamento nella
morsa dittatoriale. Spera – erroneamente - che le istituzioni laiche dello
Stato, 'fascistizzate' dal regime, riprendano la loro autonomia. La speranza
muore all'annuncio che Carlo e Nello
Rosselli sono stati assassinati. In questo quadro Pertini viene trasferito al
confino di Tremiti. E' il 17 luglio 1939. Nell'isola dell'Adriatico, oggi amena
località di soggiorno vacanziero ma allora arido scoglio di totale isolamento,
Sandro non ci andrà mai. Annuncia lo sciopero della fame; chiede di essere
destinato a Ventotene, che ricorda oltre il braccio di mare stando a Santo
Stefano. Sentiva nelle orecchie il suono delle campane dell’unica chiesa,
poesia anche per un cuore ateo. La richiesta viene dal sapere che nell'isola
sono riuniti quasi tutti gli antifascisti italiani, a cui si aggiungeranno,
dopo il 1940 (caduta della Francia e avvento del governo collaborazionista di
Petain), i transfughi riparati in esilio.
A Ventotene, il 23 agosto
1939, tra i confinati dell'isola c’è trambusto: Giunge notizia della firma tra
Molotov e Von Ribbentrop del patto di non aggressione, una specie di alleanza
tra Germania nazista e Urss sovietica. I comunisti ligi alla disciplina
giustificano l’atto trovando qualche buon motivo (prendere tempo) anche se
l’avvenimento è ‘oggettivamente’ deprecabile. Pertini che ha passato gli anni
terribili dello stalinismo in carcere non sa nulla della situazione in Russia,
anche lui indulge alla dietrologia, mentre la cosa getta ancor più nello
sgomento Antonio Gramsci che si aggrava con l'invasione e la spartizione della
Polonia da parte delle SS e dell'Esercito Rosso. Poi la Germania invade anche
la Russia il 22 giugno 1941. Ora Hitler pare invincibile; corre la voce di
nuove armi segrete... Nessuno sa che la battaglia aerea sui cieli di Londra è
stata persa, che l'invasione apparentemente prorompente dell'Urss è un atto di
disperazione per ottenere la pace dagli Alleati giocando la carta
dell’anticomunismo tanto caro a Churchill (ma non a Roosvelt).
Intanto per Pertini
terminerebbe il periodo di confino. Dovrebbe tornare a casa ma una lettera
ministeriale detta alle Prefetture di Genova e Savona che alla scadenza: "il confinato in oggetto dovrà essere segnalato
tempestivamente per la rassegnazione del confino trattandosi di elemento
pericolosissimo e da non rilasciare in libertà". Resta perciò a
Ventotene. Di contro gli viene riconosciuto il permesso già negato di rivedere
la madre attraverso la traduzione temporanea nel carcere di Savona. Ella lo va
a trovare. Il viaggio in manette dall'isola a Savona gli corrobora l'umore ed
il temperamento. Sosta a Roma e Genova, prima di arrivare nella casa
circondariale di Sant'Agostino nel centro storico della cittadina ligure. Così
Sandro racconta l'incontro con la madre dopo tanti anni: "Mi apparve all'improvviso, piccola, vestita
di nero, bianchi i capelli ed il volto. Piangeva e tra le lacrime andava
ripetendo il mio nome".
Un anno dopo il quadro bellico
è ribaltato anche agli occhi dei confinati. Mussolini esorcizza lo sbarco
alleato in Sicilia col comico discorso 'del bagnasciuga'. Nonostante il
proposito (‘imperativo categorico’ usava dire) il 16 luglio 1943 lo sbarco
avviene ed il bagnasciuga è superato alla svelta. La Sicilia è liberata in un
lampo perché i tedeschi preferiscono ritirarsi sulla linea di Monte Cassino,
mentre l’esercito italiano restato al presidio non costituisce alcun problema
militare. Gli eventi precipitano. Grandi, d'accordo col Re e Galeazzo Ciano,
organizza la congiura al Gran Consiglio del Fascismo. Il 25 luglio Mussolini è
defenestrato da Palazzo Venezia e dal potere.
A Ventotene, il giorno
dopo, gli avvenimenti sconvolgono i militari di guardia, le camice nere della
milizia. I confinati politici, la popolazione fanno presto a sapere. Sandro Pertini, dal mattino stesso, nota che
la sorveglianza è saltata. Le guardie sono distratte, concitate. Ventotene è
attraversata da una unica strada che dal molo sale fino alla campagna sopra la
spiaggia di Basso Cala Nave. Nel rettilineo in leggero pendio dell'alto piano,
alla metà della strada c'è l’unica piazza alberata dove sul fondo sta il
Municipio. Il 26 luglio 1943 si riempie in un attimo di confinati senza che le
guardie intervengano. Ognuno crede che la guerra sia finita, di avere
riacquistata la libertà, quando - alle otto del mattino - il giornale radio
annuncia: "Sua Maestà il Re e
Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del Governo, primo
ministro segretario di stato, presentate da sua eccellenza il Cavaliere Benito
Mussolini". Immediatamente un gruppo di confinati (tra cui Pietro
Secchia, Mauro Scoccimarro, Altiero Spinelli, Sandro Pertini…) forma un
comitato politico; prende in mano la situazione dettando norme di comportamento
a chi prima comandava. Molti confinati, a scaglioni, arbitrariamente non sussistendo ordine
alcuno, evacuano l'isola per tornare a casa. Il carattere integerrimo dell'uomo
Pertini emerge ancora una volta: non vuole lasciare da fuggitivo l'isola, ma
una liberazione ufficiale con tanto di carta bollata. Che arriva in agosto con
ordine telegrafico. Pertini non torna a Savona. Si ferma a Roma e insieme a
Bruno Buozzi ottiene la liberazione di tutti i prigionieri. Nella capitale incontra
Pietro Nenni e Giuseppe Saragat; con loro forma il primo gruppo dirigenziale
del rinato Partito Socialista di Unità Proletaria. Tutti hanno chiaro che la
guerra continua e la prima azione su cui si dovrà muovere il partito è quella
militare. A Roma si forma il primo embrione del futuro Comitato di Liberazione
Nazionale (CLN) tra i risorti partiti. Le prime gambe su cui si regge la
commissione interpartito si chiamano Riccardo Bauer per il Partito d'Azione,
Luigi Longo per il Partito Comunista, Sandro Pertini per il Partito Socialista.
Sopravvenuto l'8 settembre, la disintegrazione dell'Esercito Italiano con la
fuga del Re ‘Sciaboletta’ da Pescara nell’Italia del Sud già liberata dagli
americani, inizia la 'resistenza'. Una guerra civile più che di liberazione (a
quella ci pensano gli alleati) che viene combattuta da ogni forza politica con
motivazioni diverse. Per i comunisti è l'inizio della 'rivoluzione proletaria'.
Per i ‘badogliani’un aiuto militare al governo del sud. Per i partiti laici
(repubblicani, liberali Pd’A), socialista e cattolico un mezzo per costruire la
nuova libera democrazia italiana. Palmiro Togliatti rientrando in Italia sbarca
a Salerno. Porta da Mosca le direttive di Stalin: niente rivoluzione; detta al
partito che era nato a Livorno proprio per farla in antagonismo al riformismo
di Turati. Nel PCI restano però ali rivoluzionarie (Pietro Secchia) che non
rinunceranno ad attuare il progetto. Aspettano solo il momento (‘A da venì
baffone’).
Il 10 settembre Pertini è a
Porta San Paolo ove si tenta la prima azione di contrasto ai soldati tedeschi
cercando di impedirgli l’ingresso in Roma. La città è occupata da tedeschi e
Brigate Nere ricostituite dalla Repubblica Sociale Italiana. Pertini torna alla
clandestinità sotto falso nome reclutando uomini per organizzare le prime
formazioni partigiane. Nel pomeriggio del 23 ottobre 1943 è arrestato insieme a
Giuseppe Saragat. Bernasconi, questore di Roma, lo trattiene seduto nel suo
ufficio su una sedia per interrogarlo tutto il giorno e la notte. Vuole sapere
dove si trova Nenni e gli altri compagni: "Fucilatemi, tanto da me non li saprete mai" risponde ogni
volta. Ad un certo momento nella stanza entra il comandante tedesco delle SS
Dollman che assiste alla scena impassibile. Infine liquida il servile
Bernasconi prendendogli il prigioniero per internarlo a Regina Coeli, dove già
sta Giuseppe Saragat. Dollman, constatata l'inutilità degli interrogatori,
senza processo condanna i due a morte, passandoli dal sesto al terzo braccio
detto 'della morte' perché ci stanno coloro in attesa dell’esecuzione che può
avvenire per rappresaglia da un momento all'altro.
Pietro Nenni deve la
libertà ai due compagni che non hanno ceduto a costo della loro morte. Deve
fare qualcosa, non si rassegna a lasciarli in mani naziste. Il partito
organizza la loro evasione. Predisposti falsi documenti di scarcerazione
(ordine: 'libertà provvisoria di Giuseppe Saragat e Sandro Pertini'), alcuni
compagni in divisa fascista li prelevano da Regina Coeli e li portano nella
Caserma della Polizia di Trastevere dove il comandante, compiacente, li prende
in carico e la notte stessa li fa fuggire in segreta ospitalità.
Alla metà del febbraio 1944
a Roma liberata ferve la politica. La battaglia vera, quella a cui Pertini è
portato, si svolge al Nord. Chiede a Nenni di raggiungere Milano. Nella città
manca un autorevole capo socialista dopo che nelle file del partito sono
avvenuti molti arresti tra i compagni, ed altri han dovuto riparare in
Svizzera. Perciò, a fine maggio 1944,
Pertini viaggiando in auto per strade secondarie guadagna la città dove subito
prende posto al tavolo del CLNAI (comitato di liberazione alta italia) in
rappresentanza del Partito Socialista di Unità Proletaria. Nenni però lo
richiama a Roma ed egli come un soldato lo esaudisce. Nuovo difficile viaggio
nel paese disastrato. Deve raggiungere Fiumicino in motobarca da Genova, in
compagnia di Edgardo Sogno. E’ in ritardo all'appuntamento; questi non lo
attende e parte da solo. Allora Pertini prosegue su un’auto di fortuna, ma a
Prato durante un rastrellamento tedesco l'autista lo molla e torna indietro.
Così egli raggiunge Firenze a piedi, dove incontra Gaetano Pieraccini che
prepara l’insurrezione della città.
Liberata Firenze ha la strada
spianata per guadagnare Roma. Nenni lo vuole accanto a se come fiduciario nelle
incombenze politiche della nuova democrazia italiana. Ma lui - finchè dura la
guerra - si sente insofferente alla normalità. Vuole tornare al Nord dove
ancora si combatte. Nenni accetta ob torto collo che lo lasci. D’altronde a
Milano è più necessario che a Roma.
Insieme a Artiero Spinelli
va in aereo nella Francia liberata dai gollisti. Atterra a Lione. In auto
raggiunge Chamonix. Da qui, come fosse alpinista provetto lui che non ha
praticato quello sport essendo stato sempre in carcere o al confino; attraversa
il Monte Bianco, pernottando al Rifugio Torino con le guide. Il giorno dopo
tutti scendono a Courmayeur, da qui ad Entréves. A questo punto le guide li
lasciano per rientrare in Francia. Pertini e Spinelli si mettono da soli in
marcia. Pernottato ancora in un maso di montagna raggiungono Cogne. Il paese è
in mano ai partigiani ma contemporaneamente all'arrivo del gruppo dall'alto,
salgono dal basso colonne di tedeschi in rastrellamento per rioccupare la
località. Pertini combatte coi partigiani fino all'ordine della ritirata.
Allora schivando pattuglie, e posti di blocco tedeschi, mentre i partigiani
puntano sulla Svizzera, egli ed Altiero calano verso Aosta, la aggirano, e
marciano fino ad Ivrea. L'impulso di raggiungere Milano da parte di Sandro
Pertini ha un elemento ben preciso: “i
socialisti non devono lasciare nelle mani dei comunisti l'egemonia politica e
organizzativa sul movimento partigiano". Essa si sviluppava già
fortemente attraverso i 'commissari politici' che facevano opera assidua di
proselitismo ed indottrinamento stalinista.
Sandro arriva a Milano alla
fine di ottobre del 1944. Oramai è chiaro che la guerra volge al termine. Anche
la seconda generazione dei missili V2, armi segrete di Hitler (l'atomica è
lontana), ha fatto cilecca. Agli albori del 1945, se il fronte italiano
ristagna, quelli anglo-americano e sovietico, al nord e all’est dell’Europa,
sono in movimento, ed in pochi mesi subiscono una grande accelerazione. Le
armate sovietiche oltrepassano l'Oder, puntano su Berlino; mentre
Eisenhower si attesta sul Reno. In
Italia, gli anglo-americani - scottati da Marcos in Grecia che aveva tentato di
impadronirsi del potere con le armi - diffidano del movimento partigiano
colorato di rosso e filo sovietico. Aiutano le formazioni 'bianche' o
'badogliane' limitando i rifornimenti ai garibaldini e formazioni Matteotti
social-comuniste. Sanno che dentro il CLNAI (comitato liberazione alta italia)
preparano l’insurrezione. Il 29 marzo a Milano era stato costituito il comitato
per dirigere la rivolta in città, con Leo Valiani (Giustizia e Libertà), Sandro
Pertini e Emilio Sereni per i social comunisti che erano legati dal patto di
unità d'azione contratto nell'esilio francese da Pietro Nenni. Non tutti erano
d'accordo sulla insurrezione, saranno i comunisti a forzare la mano ordinando
alle brigate Garibaldi di passare all'azione in violazione degli ordini alleati
(come si vede nel comitato non compare alcun rappresentante del CVL del
generale Cadorna, cioè la DC, unico soggetto politico di cui gli americani
hanno fiducia). Ma a partire per primi sono i partigiani cattolici del Corpo
Volontari della Libertà che agli inizi di aprile liberano Alba, occupano la Val
Pellice e la provincia di Pinerolo. Le strade tra Asti, Torino e Alessandria
sono bloccate. A Torino i grandi scioperi della Fiat sono la prova
all'insurrezione generale che avviene il 25 aprile 1945.
Sappiamo che Mussolini,
attraverso il cardinale Schuster, vorrebbe trattare la resa col presupposto di
consegnarsi in mano alleata, ben sapendo la fine che lo attendeva se catturato
dai comunisti. In questo caso Sandro Pertini aiuta i comunisti del Comitato a
rigettare le condizioni. Bruciato dalla galera e dalle vessazioni subite è tra
i più intransigenti anche se non avrà alcuna responsabilità nell'obbrobrio di
Piazzale Loreto gestito completamente dalle formazioni partigiane del PCI.
Il dopoguerra
Il dopoguerra comincia con
la resa in maggio della Germania. Il Regno del Sud si estingue. A Roma il 20 giugno 1945 viene formato il primo
governo nazionale dei partiti guidato da Ferruccio Parri ('Maurizio'). Il
leader del Pd'A prende anche il ministero degli interni; mentre Pietro Nenni e
Manlio Brusio sono vice presidenti, Alcine De Gasperi è ministro degli esteri,
e Palmiro Togliatti va alla Grazia e Giustizia. Sandro Pertini non compare nel
gabinetto poiché è segretario del PSIUP dell'Alta Italia. In tale veste, appena
costituito il nuovo governo, dichiara alla stampa: “Noi socialisti siamo insoddisfatti. Accettiamo il gabinetto per amore
di concordia ma lotteremo affinché la
classe lavoratrice ottenga la direzione politica del paese, posto cui ha
diritto”. In parole povere vuole
Pietro Nenni presidente del consiglio interpretandone l’anelito. Su codesta
ambizione il PSIUP giocherà le sue carte negli anni successivi preparandosi la
rovina.
Tutta la sinistra ('i
socialcomunisti' come vengono chiamati), avendo egemonizzato il movimento partigiano,
crede d’avere il favore popolare, la maggioranza elettorale, quindi si sentono
sacrificati. Sandro Pertini da Milano corre a Roma e chiede, a nome del CLNAI,
le elezioni politiche generali convinti di vincerle. La DC ed il PLI, nel
dubbio, preferiscono prima le amministrative (in questa occasione Nenni lancia
lo slogan 'o la Costituente o il caos'). Per far passare la sua tesi la Dc
chiede aiuto agli americani che impongono a Parri le comunali prima delle
politiche. E' la prima crisi tra i partiti dell'Italia democratica che porta ad
un passo dalla caduta del governo.
Nel paese ha il suo peso
l'ascesa di un partito 'non resistenziale': L'Uomo Qualunque di Guglielmo
Giannini che raccoglie lo scontento di chi pensa che si stava meglio quando si
stava peggio. I partiti moderati, la DC
ma specialmente i liberali, si sentono minacciati nel loro elettorato. Credendo
di difenderlo, quest’ultimi, prendono l'iniziativa di far cadere Parri. Si
prestano ad aiutarli anche i socialisti che mal sopportano il suo governo per
medesime ragioni di concorrenza, ma anche perché erroneamente pensano che nel
governo successivo avranno la desiderata presidenza per Nenni. Errore fatale:
il 24 novembre 1945 cade il gabinetto partigiano che “il vento del nord” aveva
portato in Palazzo Chigi. Il dopo è tutto della DC.
Il Regno d’Italia post
bellico è una nazione spaccata. Il centro sud è passato dalla dittatura alla
democrazia pilotata dall’occupazione americana, confusionaria se si vuole, ma
sostanzialmente unitaria. Il nord invece ha attraversato una vera e propria
guerra civile parallela a quella di liberazione degli alleati. Fascisti e
comunisti si sono combattuti all’ultimo sangue. Le formazioni rosse, fanatiche
e ideologicamente indirizzate, a guerra finita non intendono deporre le armi.
Hanno ancora da regolare i conti, assicurarsi il potere. Con gli alleati in
casa non è possibile; allora le armi vengono imboscate per un’evenienza futura.
La ‘rivoluzione’ credono i fedeli di Pietro Secchia (non Togliatti e i suoi)
sia solamente posticipata. Ma gli americani vogliono sicurezza e stabilità
prima di lasciare la penisola. L’uomo che dà codesta fiducia è Alcide De
Gasperi. Potrebbe essere, più consono alla laicità liberale americana, Pietro
Nenni. Ma i socialisti sono partiti col piede sbagliato e perseverano
nell’errore creandosi da soli le condizioni per la loro emarginazione dal
governo del paese. Ci vorranno 15 anni per recuperarla. Il PSIUP, ampiamente
infiltrato da una quinta colonna comunista, resterà subalterno alla politica
del PCI fino a Bettino Craxi.
Sandro Pertini e Giuseppe
Saragat, di tutto il vertice del partito, sono gli unici ad opporsi alla
politica del ‘frontismo’ propedeutica alla fusione dei due partiti. Sentono che
quella è una strada suicida più che sbagliata. Palmiro Togliatti ha costruito
un partito rigidamente monolitico e disciplinato alle direttive. Ogni slogan,
ogni azione cala dall’alto senza alcuna reale partecipazione accettata e
sostenuta pedissequamente dalla base. Il partito è rigidamente togliattiano-stalinista;
basato sul ‘centralismo democratico’ (burocratico) che identifica il Capo nel
partito stesso. Lautamente fornito di mezzi economici dai finanziamenti
sovietici, dalla ricchezza contributiva del sindacato e delle cooperative (gran
parte dell’apparato a tempo pieno è stipendiato da codesti organismi
fiancheggiatori), dispone di una struttura tipo ministeriale nelle federazioni
ed alle Botteghe Oscure. La DC può competere aiutata dalla Chiesa e dai
quattrini americani, il PSIUP no. Non avendo santi a cui votarsi diviene il
parente povero del blocco ‘socialcomunista’.
Mentre i cattolici se ne
vanno dalla CGIL per non coprire la ‘cinghia di trasmissione’ del PCI in campo
sindacale, i socialisti restano a fare gli sguatteri da eterni vice, senza
potere effettivo. La pletora di funzionari della ‘corrente sindacale
socialista’ è stipendiata a prescindere delle funzioni effettive perché nel
PSIUP forma un gruppo di pressione che impedisce al partito ogni autonomia dal
PCI. Sono loro principalmente a prodigarsi per la fusione. Va detto subito che
di quella ipotesi Sandro Pertini fu sempre nettamente contrario. Nella
clandestinità milanese, durante gli incontri bilaterali, gli esponenti
comunisti chiedevano “di creare
istanze unitarie per portare avanti rapporti organici tra i due partiti della
classe operaia in maniera da creare i primi passi per una futura fusione”. Pertini
ne aveva informato Roma dicendosi nettamente contrario. Nenni, invece era
propenso. Non portò in direzione l’argomento contrariando Giuseppe Saragat che
da quel momento diffiderà di lui fino alla scissione.
Il filo comunismo di Nenni
nasce sempre dalla valutazione sbagliata in rapporto alla mira di occupare
Palazzo Chigi. Ugo la Malfa e Alcide De Gasperi lo mettono ripetutamente
sull’avviso; gli supplicano di non
appiattirsi su Palmiro Togliatti. “Politique
d’abord” risponde. In realtà sottovaluta la forza elettorale DC,
sopravvalutando quella del PCI. Alla vigilia dell’Assemblea Costituente,
calcola che tra i due litiganti il terzo goda; la presidenza del consiglio
toccherà a lui: “Tanto più” dice
a Scelba “in caso di vittoria
comunista a voi al massimo vi mettono in galera. Per me - come traditore della classe operaia - ci
sarebbe il colpo alla nuca”. Forse poteva essere così giocando bene le
carte dell’equidistanza, non accreditare l’idea di un blocco
‘social-comunista’. Come sono possibili codesti madornali errori di
valutazione? Essi dipendono dalla storia del socialismo italiano diviso dalla
nascita tra l’anima massimalista e quella riformista, senza mai darsi una
cultura unitaria privilegiando il partito alle persone. Conosciamo le vicende
della guerra 1915-18 connesse al non intervento che generarono, attraverso
D’Annunzio e Mussolini, il fascismo.
Nel 1921 a Livorno escono
dal partito i leninisti. Chi resta si disarticola ancora, appunto, tra
riformisti e massimalisti. Nell’esilio parigino (luglio 1930) arrivano ad un
accordo, ma la riunificazione è un atto formale, pieno di riserve mentali e
coltelli affilati. Che restano sopiti finché Mussolini domina la scena
italiana. Appena la guerra volge al peggio e si prospetta la fine del regime,
le feroci divisioni tra i vari capi si riaccendono più virulente che mai. Basso
e Bonfantini contro Zagari e Vecchietti; Nenni e Romita contro tutti… in una
incapacità assoluta di formare gruppo. Ognuno rapporta a sé stesso ogni disegno
politico. Ogni sintesi nel partito è sacrificata, bruciando il naturale
consenso nel paese riscontrato alle elezioni dell’Assemblea Costituente (1946)
sopravanzando di quattrocentomila voti il PCI.
Sandro Pertini si districa
male in codesto arcipelago di ambizioni soggettive. D’altronde anche egli
caratterialmente non ci va per il sottile: la differenza sua è che per
realizzarle non organizzerà nessuna ‘corrente’; non cercherà di battere con le
tessere i concorrenti nei congressi per ipotecare il potere. Questo gli è
dovuto perché lo ha guadagnato sul campo (ma senza Nenni prima e Craxi dopo i
califfi delle correnti non ci mettevano un secondo a farlo fuori da un partito
che non ammette ‘cani sciolti’ - nel congresso vinto da Francesco De Martino
con Riscossa Socialista il Presidente della Camera si presenta da solo contro
ogni frazione organizzata; ottiene lo 0,2 %). Nel PSIUP (e dopo il PSI) il suo
comportamento lo porterebbe diritto alla emarginazione. Ma - come detto -
dietro ha Nenni che lo tutela in ragione delle lotte in cui i due hanno
cementato un rapporto solido e fiduciario che si mantiene intatto nel tempo. Il
resto, poi, lo farà l’immagine di simpatia
al ‘socialista galantuomo’ vecchia maniera che si sa cucire addosso.
Tuttavia egli paga questa indipendenza con assoluta mancanza di potere
decisionale nel partito. In questo senso appare il netto contrario di Rodolfo
Morandi che conforma l’apparato del PSIUP a quello del PCI (d’accordo con
Nenni).
Varata la Costituente, nata
la Repubblica col primo referendum istituzionale; l’Italia si avvia alle prime
elezioni politiche del 18 aprile 1948. Finora il governo del paese è stato
governato sostanzialmente dall’equilibrio dei partiti ‘resistenziali’
DC-PCI-PSI. Passata la pagina della vittoria alleata, il Patto di Yalta, mostra
con evidenza la cristallizzazione politica dell’Europa. O almeno in Italia
perché l’assetto dei governi negli altri continenti è precario di fronte
all’espansionismo staliniano camuffato dalle ‘guerre nazionali di liberazione’.
La cortina di ferro divide in
due l’Europa, dove la guerra fredda pone in mora l’alleanza della guerra contro
il nazi-fascismo. Ora il maggior pericolo è il comunismo. Il PCI, nelle
amministrative che intercorrono tra il 2 giugno ed il 18 aprile 1946, ha avuto
notevoli incrementi ai danni de PSIUP (d’altronde con la politica subalterna di Pietro Nenni non poteva essere
altrimenti).
Nel 1947 Alcide De Gasperi
va in America. Chiede soldi in prestito dalla Export-Import Bank, ma il viaggio
deve essere anche testimonianza di scelta politica internazionale. Si dice che
l’America gli chiede di mandare all’opposizione il partito filo sovietico di
Togliatti; altri dicono che sia il Premier italiano a chiedere quel viatico
all’America. Fatto sta che al ritorno i comunisti vengono estromessi dal
governo e Pietro Nenni li segue stupidamente per sua scelta in omaggio al
‘patto d’unità d’azione’ valido nella clandestinità ma assurdo nella nuova
Italia democratica (ma Nenni come sappiamo conta sulla vittoria alle prossime
elezioni). De Gasperi marcia sul velluto. Il PCI incassa poiché a Trieste,
Napoli, Livorno, e nei punti strategici della penisola, sono stanziate truppe
alleate: Una eventuale sollevazione comunista provocherebbe il loro automatico
intervento e Togliatti - in tal caso - sa che Stalin non muoverebbe un dito. In
più De Gasperi, preso atto che Nenni non intende staccarsi dal PCI, incita
Giusepe Saragat a scindere il PSIUP per creare un nuovo partito socialista,
democratico e filo occidentale.
Cosa che avviene nel XXV
congresso che decide di affrontare le elezioni venture nel Fronte Democratico
Popolare social-comunista. Pertini si prodiga generosamente per evitare la
separazione. Per giorni si pone al centro delle due fazioni; non perde incontro
per la sua opera di mediazione. Nulla da fare, la forza delle cose (frase cara a Nenni) porta diritto alla
scissione. Sarà chiamata di ‘Palazzo
Barberini’ dove si raccolgono i fedeli di Saragat che danno vita al PSLI
(partito socialista lavoratori italiani). Adesso, di fronte allo sconquasso del
partito, è Pietro Nenni che sollecita Sandro Pertini a compiere un ultimo
tentativo di persuasione. Quando arriva in piena assemblea, i delegati di
Iniziativa Socialista e Critica Sociale, credono che Pertini si unisca a loro e
lo applaudono calorosamente. Pur se col cuore sta dalla loro parte (la ‘sua’
Liguria è fortemente autonomista; a Genova Gaetano Barbareschi, ministro del
lavoro nel primo governo Parri, non vuol sentir parlare di frontismo, e nei
precongressi ha fatto votare No alla mozione frontista), Pertini constato
l’insuccesso della visita, torna da Nenni e Lombardi, nel partito che prende il
nome PSI. Senza la destra riformista i filo comunisti hanno campo libero nel
PSI. Il partito dopo la scissione è allo sbando. Le sezioni perdono gli
iscritti del ceto medio, mentre restano gli operai delle grandi fabbriche
controllati dalla ‘corrente sindacale socialista’ della CGIL longa manus del
PCI nel partito di Nenni. L’iniziativa del ‘Fronte’ è sua. Crede servirsi del
patto per il suo rinsaldato obiettivo di raggiungere Palazzo Chigi. L’alleanza
elettorale ‘antidemocristiana’ si basa sul “raggruppamento di tutte le forze democratiche per la lotta della
sinistra contro la destra”
secondo un improbabile bipolarismo (i filo sovietici camuffati da
sinistra contro i centristi pro Usa contrabbandati come destra). Pietro Nenni,
sicuro di vincere, pensa che - posto il veto americano ad un comunista - dopo
la vittoria sarà lui il premier.
La sua miopia fisica è acclarata dalle spesse lenti a culo di bicchiere che
porta davanti agli occhi. Che sia anche miope politicamente è una
sorpresa. Pertini glielo spiega in tutte
le maniere; ma il Capo, suo amico, non intende ragioni. Come abbiamo visto al
congresso decisionale la tesi favorevole di Lelio Basso e Rodolfo Morandi batte
ampiamente la contraria di Sandro Pertini in tutte le federazioni provinciali
esclusa Genova. Isolato e sconfitto, Pertini, disciplinatamente si adegua alla
maggioranza.
Varato il Fronte
Democratico Popolare, simbolo una stella a cinque punte dietro l’effige di
Garibaldi; il PCI si dedica alla più efficace e raffinata delle sue specialità:
il rastrellamento degli artisti e intellettuali. Costituisce l’Alleanza della
Cultura che in poco tempo raccoglie quattromila firme pro-Fronte. Le adesioni
non sono certo tutte all’altezza di Corrado Alvaro, A.C. Jemolo, tuttavia il
successo della iniziativa è inoppugnabile. Sull’altra sponda Benedetto Croce e
Ignazio Silone organizzano il convegno ’Europa, cultura e libertà’. Il mondo
artistico e culturale - come tutto il paese - è spaccato rigidamente e
animosamente nei due schieramenti. Una contrapposizione che perdura nella storia
della repubblica italiana fino a D’Alema-Prodi–Rutelli contro Berlusconi.
Al primo spoglio delle urne
i socialcomunisti si illudono di avere vinto. L’Unità ricevendo i primi spogli
della periferia industriale, in edizione straordinaria, esce col titolo a
scatola ‘IL FRONTE E’ IN TESTA’. L’illusione dura poche ore. La DC sfiora la
maggioranza assoluta: il 2 giugno 1946 aveva conseguito il 35,2 % dei voti; il
18 aprile 1948 salta al 48,5 % (ha la maggioranza dei seggi alla Camera). La
sinistra unita (PSIUP + PCI), che il 2 giugno aveva quasi il 40 % scende al 31%
secco. Unità Socialista, la lista di Saragat, prende 1.850.000 voti e 33
deputati. Nel gioco delle preferenze i comunisti, con uno stretto gioco
d’indicazioni agli iscritti sul territorio, falcidiano le candidature dei
socialisti, meno organizzati capillarmente e divisi in correnti personali che
disperdono il concentramento univoco sui loro candidati. Il PCI dovrà far
dimettere qualche neo eletto per tamponare quei risultati imprevisti soltanto
alla dabbenaggine di chi li ha subiti.
La sconfitta solenne del
Fronte distrugge l’umore del popolo socialcomunista. Anche Pietro Nenni è
affranto: sfumato il sogno al quale tutto aveva sacrificato; ora si ritrova con
un partito dimezzato, surclassato dal PCI, con la prospettiva d’una infinita
opposizione mentre l’ex compagno Giuseppe Saragat avrà certamente un ruolo di
ministro (e poi anche di presidente della Repubblica, mentre, ribaltate
tardivamente le alleanze; la massima eccellenza che Nenni raggiungerà sarà di
vice presidente del consiglio). L’unico a non essere troppo dispiaciuto della
sconfitta è Palmiro Togliatti. Da accorto politico sa fare i suoi conti;
capisce che la sconfitta gli ha però portato dei grandi vantaggi. Una rendita
di posizione che è pari alla vittoria: L’egemonia del PCI sulla sinistra
italiana. Un dato di fatto anomalo quanto eccezionale poiché unico in tutto
l’occidente democratico.
Sandro Pertini nel PSI esce
trionfatore dalla vicenda essendo stato l’unico dirigente di vertice ad aver
visto chiaro e tentato con ogni mezzo di evitare il suicidio del partito;
restando - nonostante tutto - a continuare la battaglia della autonomia. Ma in
politica si sa nessuno dice “grazie”
o “avevi ragione tu”.
La prima repubblica
Dopo il 18 aprile 1948 il
dopoguerra è finito: Inizia la ‘prima repubblica’. Un’altra storia che Sandro
Pertini attraverserà da gigante delle istituzioni (presidente della Camera poi
della Repubblica). Nel turbinoso quinquennio 1943-48 Sandro Pertini esce dalle
restrizioni del carcere e del confino. Diviene un protagonista, dopo la lotta
antifascista, della guerra partigiana. Con l’elezione del primo Parlamento
repubblicano, l’Italia torna come, prima della parentesi mussoliniana, alla
costituzione fondata sul sistema dei partiti. Una democrazia bloccata, però,
dal maggior partito dell’opposizione, il PCI, anti sistema e schierato contro
l’Occidente. Inagibile alla alternanza di governo. L’elezione del primo
presidente della repubblica (11 maggio 1948) porta al Quirinale il liberale
Einaudi. La DC gli avrebbe preferito il repubblicano Sforza, ma deve rinunciare
per le pressioni dell’arco laico e socialista, che - se superano un attimo le
divisioni - può impedire al partito di maggioranza l’egemonia parlamentare
assoluta. Tuttavia, a parte l’episodio, il PSI è ancora fermo su posizioni
frontiste. Il dibattito parlamentare sulla fiducia al quinto governo De Gasperi
evidenzia che i due schieramenti si contrappongono senza alcun dialogo. I
comunisti, qualificano la maggioranza del 18 aprile ‘in regime’, conseguenza lo
scontro intransigente sia in parlamento che nel paese. I socialisti, bruciati e
scottati dall’appiattimento, tentano le prime distinte sortite su loro temi.
Animatore del processo di autonomia è ancora Sandro Pertini che riprende, sia
nel partito che verso Pietro Nenni, la tessitura contro il famigerato patto di
unità d’azione.
L’attentato alla mattina
del 14 luglio 1948 contro Palmiro Togliatti rivela la riserva rivoluzionaria
latente nella periferia del PCI. A Genova, Milano, Torino; in Emilia e Toscana
(l’episodio più cruento a Badia San Salvatore dove viene sgominata la caserma
dei carabinieri), si traduce in una vera e propria ribellione che solo gli
ordini ferrei dall’alto, ed a cui il partito è abituato a obbedire, evita il
peggio. Al Senato, il ministro degli interni Scelba (20 luglio 1948), fornisce
il bilancio delle sommosse nazionali: 16 morti e duecentoquattro feriti tra
dimostranti, polizia e CC.
Nel PSI i due anni, dalla
sconfitta del 18 aprile alla guerra di Corea, passano alla ricostruzione
organizzativa del partito che tra scissione e dissanguamento elettorale era
arrivato quasi allo sfascio. Abbozzato il primo cenno di distacco dal PCI il
primo problema è quello di cassa: Mancano i soldi. Alla DC vengono
dall’America, al PCI dall’Urss. Poi, alla prima vengono meno per la acquistata
sicurezza americana verso il pericolo comunista, mentre continuano al secondo.
Per competere alla DC supplisce l’apparato economico industriale dello Stato
ereditato dal fascismo (IRI, Federazione dei consorzi agrari). Il PSI è fuori
dall’uno e dall’altro: o sbocca verso il governo, ed entra a sua volta nella
torta, o va all’estinzione. In questo profilo si arroventa una polemica ai
primi del 1949, che contrappone violentemente Riccardo Lombardi a Rodolfo
Moranti. Il contrasto è l’identità del partito fuori o dentro l’ambito del
comunismo. Nel settembre 1949 Truman annuncia che l’Unione Sovietica dispone
della bomba atomica. L’anticomunismo serra le fila in occidente; diviene il
perno della vita politica italiana. O Patto Atlantico, o Cominform (in tale
quadro la Chiesa scomunica gli aderenti ai partiti marxisti). Il PCI usa la
CGIL e risponde con dure azioni di piazza. Il ministro degli interni Scelba organizza
per contrastarli i nuclei della ‘Celere’.
In tale scontro, che i
comunisti contrabbandano come ‘lotta di classe’, il PSI - esclusa la sinistra
di Tullio Vecchietti e Lelio Basso ed i socialisti della CGIL - è sempre più insofferenti a codesta esaltazione
demagogica degli operai per servirsene come testa d’ariete contro il governo.
Tanto più che spesso sfocia nel sangue come il 9 gennaio 1950, a Modena, quando
muoiono sei lavoratori durante una dura manifestazione di protesta per la
chiusura d’uno stabilimento.
Con la Nato gli Stati Uniti
puntano al riarmo dei paesi europei compresa la Germania occidentale. Winston
Churchill propone all’Assemblea del Consiglio d’Europa, l’istituzione di un
esercito comune europeo. L’agitazione continua dei comunisti rosicchia voti
alla DC. L’arco laico non è più succube del centrismo. La politica degasperiana
entra in crisi; corre il rischio - senza maggioranza - di doversi appoggiare
alla destra nostalgica del MSI. Nell’autunno del 1951, nella DC, nasce il raggruppamento
“Iniziativa democratica”, in cui confluiscono uomini di diverse origini da
Rumor e Fanfani, al genovese Taviani. La
nuova corrente dichiara di operare il distacco dei socialisti dal PCI per una
‘svolta’ politica di centro-sinistra. Il dibattito divampa acceso specialmente
quando (novembre 1952) De Gasperi presenta un disegno di legge alla Camera che
consente ‘apparentamenti’ per conseguire un premio ‘di maggioranza’ (il gruppo
che prende il 50%+1 dei voti ottiene la maggioranza assoluta dei seggi). Per
opposte ragioni, comunisti e socialisti si oppongono contro la legge definita
“legge truffa”. Ai socialisti è chiaro sia un escamotage per impedire l’apertura governativa al PSI; i
comunisti per combattere la definitiva accentuazione del ‘regime democristiano’.
E poi considerano la ‘svolta a sinistra’ una ‘breccia’ propedeutica
all’ingresso del PCI nell’area di governo.
Le elezioni del 7 giugno
1953 - se scatta o no la ‘legge truffa’- diventano il referendum ‘sulla svolta
a sinistra’. Contro lo scatto si pongono uomini di rilievo (Parri, Corbino,
Calamandrei…) che escono dai rispettivi partiti per fondare raggruppamenti
elettorali da togliere voti agli apparentati. Il loro ruolo è decisivo: Il blocco elettorale di
centro col 48,9 per cento dei voti non ottiene alcun premio, pur se i partiti
di centro mantengono la maggioranza parlamentare. Con ciò la prospettiva del
consolidamento moderato tramonta definitivamente, insieme all’era di De
Gasperi.
Nei rapporti internazionali
tra i due blocchi si affaccia nel contempo, ad aiutare il processo italiano, il
‘disgelo’ (secondo la formula di Il’ja Ehrenburg). Il 1953 è l’anno del
"cambio dei comandanti" con l’avvento di Eisenhower alla guida degli
Stati Uniti, e la morte di Stalin in Unione Sovietica. Nel nostro piccolo
Fanfani e Moro succedono a De Gasperi. In seguito il terzo governo Fanfani,
detto delle ‘convergenze parallele’, costituisce la facciata di transizione
dall’equilibrio centrista (l’astensione dei socialisti è simmetrica a quella
dei monarchici). Ma con Gronchi e Tambroni la DC, per premere su Nenni, tenta
invece la svolta a destra. Il fallimento della operazione dimostra l’inevitabilità dell’evoluzione a sinistra
negli equilibri di governo, ma piega anche il PSI al moderatismo di fatto se
non nei propositi dichiarati. Dopo la crisi del 30 giugno 1960 Nenni, Pertini e
Lombardi non accettano più i condizionamenti pro-comunisti della sinistra
interna.
Togliatti teme
l’isolamento. Fin dall’inizio della svolta grida al suo fallimento negando ad
essa ogni carica innovativa. La CGIL, Fiom in testa, teorizza la svolta come il
tentativo di razionalizzare e
ammodernare il sistema capitalita. Nonostante il polverone degli
scioperi, Nenni e gli autonomisti restano fedeli al mito della unità sindacale,
ed a quella politica nelle amministrazioni locali. Il risultato di codeste
ambiguità gli è che nelle elezioni politiche del 1963 avviene, si, un calo
della Democrazia Cristiana, ma a solo vantaggio del Pci, a cui il PSI resta
sostanzialmente estraneo. L’assassinio a Dallas di J.F. Kennedy sopisce le
polemiche. Nel PSI favorisce il
ricompattamento della corrente autonomista su posizioni riformiste meno
intransigenti. Così nasce, alla fine del 1963, il primo governo Moro a partecipazione
organica dei socialisti. Abortisce un tentativo golpista per impedirlo nel
luglio 1964 (incontro segreto in un’abitazione privata tra uomini della DC e i
responsabili dell’ordine pubblico De Lorenzo e Vicari).
L’ingresso nel governo
scatena nel PSI appetiti e ambizioni. La spartizione del ‘sottogoverno’ procura
lacerazioni personali, lotta accaniia per contendersi le ‘poltrone’ in palio di
presidenze e consigli di
amministrazione. La centralità della posizione socialista, maggioranza nelle giunte
comunali di sinistra (alleati al PCI), e del centro sinistra (alleati alla DC),
consente all’apparato di distribuirsi assessorati, sindaci, presidenze e seggi
delle aziende comunali, sia in una che nell’altra formula. Questo attira al PSI
una pletora di avventurieri della politica. Iscrizioni mirate di chi, capito
l’ingranaggio congressuale delle tessere in funzione di voti, si sceglie un
notabile referente, per cui lavorare sulle clientele ed ottenere in cambio una
qualche collocazione di sottogoverno. In occasione dell’Unità socialista (1968)
codesto fenomeno raggiunge forme forsennata e causerà il suo fallimento.
Pertanto negli anni ’70 il PSI inaridisce la sua politica. Con la segreteria di
Francesco De Martino paga l’accentuata ambiguità che lo pone sulla scena
politica come ‘inaffidabile’ sia agli occhi moderati che di sinistra. I vecchi
compagni nelle sezioni lasciano il campo ai nuovi venuti che del socialismo
hanno bene in mente a cosa deve servire.
Sandro Pertini, solenne
narciso della politica, non ha mai partecipato alla vita delle sezioni. Mai
stato abituale loro frequentatore. Ha agito ad alto livello da subito (nella
lotta clandestina la concorrenza è poca o nulla). Però conosce bene il corpo
del partito; forse è proprio per questo che non vuole una sua corrente con le
inevitabili questioni di finanziamento, compromessi, lotte personali. A queste
cose Egli non è tagliato. Parla nelle piazze, nei convegni, congressi… onde
mantenere viva la sua popolarità. I suoi occhi vedono la degenerazione del
partito, ma non può farci nulla. Tanto che neppure tenta contrastarla oltre ad
accenni oratori sulla ‘dignità’ che i socialisti debbono avere; verso giovani e
nuovi iscritti invitandoli a non piegarsi a galoppini per una carota.
Collocato ai vertici dello
stato resta lontano dalle questioni organizzative del partito; fuori da quelle
politiche. Avulso dalle diatribe di ‘organico’ interne ed esterne al PSI.
Nel PCI. dopo Togliatti, la
parentesi Longo, arriva a Botteghe Oscure il sardo Enrico Berlinguer. Conscio della tara filosovietica, senza
rimuoverla lancia l’eurocomunismo con Carrillo, e l’alternativa di sinistra con
Lombardi passato alla sinistra socialista. Ma, spaventato dal rovesciamento di Allende, passa al
"compromesso storico" tra le forze antifasciste come quello che
costruì la Costituzione repubblicana. Sandro Pertini stavolta non lo ostacola
anche se in effetti si presenta per il PSI come uno schiaccianoci. Diviene
l’uomo di cerniera tra un partito senza politica e la politica di Enrico
Berlinguer. In quel periodo, nonostante De Martino fosse più congeniale al PCI,
Egli diviene l’unico socialista che goda di credito e popolarità tra i
comunisti. E per merito loro, più che dei suoi compagni, ottiene gli alti
incarichi istituzionali specie la presidenza della Repubblica dopo le dimissioni
di Leone, il 7 luglio del 1978. Più che dal seggio di presidente della Camera
per due legislature, dal Quirinale si guadagna larga popolarità a cui indulge
vezzosamente.
La sua presenza al vertice
dello Stato deve costituire il viatico al ‘compromesso storico’. Senonchè esso
inciampa nel rapimento e assassinio di Aldo Moro (marzo e maggio del 1978). A
seguito della nefasta vicenda, nel 1979, il Pci toglie l’appoggio al governo
Andreotti con la fine, sotto i colpi del terrorismo degli ex compagni, del
‘compromesso storico’.
Irrompe quindi sulla scena
Bettino Craxi, neo segretario del PSI dopo il Midas Hotel del 1976. Prima cosa
sgombera il PSI dalle ‘vecchie cariatidi’, Francesco De Martino in testa
Mancini dietro, tuttavia fa eccezione per Sandro Pertini. Senza un amico non
democristiano al Quirinale sa che non
avrebbe mai l’incarico di formare il governo ed installarsi a Palazzo Chigi.
Bettino Craxi, con l’obiettivo che fu di Pietro Nenni, rilancia alla grande
l’iniziativa Psi abbandonando ogni ambiguità sia ideologica (giacobinismo al
posto del marxismo) che nella contrapposizione globale col PCI.
Negli anni Ottanta, il
rinnovato partito socialista sfida la quarantennale egemonia dei partiti-chiesa
DC e PCI portato il repubblicano Spadolini alla presidenza del Consiglio. Rotto
il tabù democristiano, l’agosto 1983, Pertini lo chiama a formare il governo.
Un centro sinistra a guida socialista invece che democristiana. Con Sandro Pertini al Quirinale e Bettino
Craxi a Palazzo Chigi il PSI raggiunge l’apice delle sue fortune politiche.
Quel successo si accompagna
alle disgrazie del PCI. Nelle elezioni del 1987 i comunisti subiscono rilevanti
perdite. La scomparsa di Enrico Berlinguer, a cui segue la scialba direzione di
Alessandro Natta, è un duro colpo. Il partito lo vuole superare con Achille
Occhetto contraltare nelle intenzione di Bettino Craxi. Ma il colpo micidiale
arriva nel novembre del 1989 da Berlino con il crollo del 'Muro della
vergogna'. Voluto da Breznev per impedire le fughe, o soltanto i contatti,
dall’est all’ovest; costruito il 13 agosto 1961, chiunque si avvicinasse ad
esso era preso a fucilate dai poliziotti di guardia. Sandro Pertini lo aveva
visto da presidente della Repubblica durante un viaggio di stato nella Germania
Ovest. Chiese di esservi condotto, e fu portato sul palco eretto come
‘malvedere’ davanti al muro stesso. Vedendo lo spettrale cemento, le case
svuotate, i rotoli di filo spinato, i mitra spianati dei Vopos… Davanti alla
tristezza della Berlino est intravista attraverso gli squarci dei caseggiati
abbandonati … il Presidente non nasconde gli occhi velati di pianto.
Forse, in cuor suo, rievoca la soddisfazione
delle battaglie contro chi nel suo partito si
appiattiva sugli scissionisti del 1921. Forse sente che le esperienze
del 1956 a Budapest, del 1968 a Praga, indicavano già un’impossibile riforma
dall’interno. Coglie, forse, il senso fallace della "gorbymania"
occidentale fiduciosa di umanizzare il bieco volto del comunismo quando il
Politburo comandato da Gorbaciov crede
pilotare la riforma autorizzando l'espatrio. Intorno al muro, di qui e là, si
raccoglie una fiumana di berlinesi con martelli e picconi decisi a demolirlo.
E’ il fallimento delle riforme nella continuità comunista. Difatti dopo il muro
cadde anche l'Unione Sovietica.
In Italia gli avvenimenti
sono preceduti dal decisionismo craxiano. Sono gli anni della ‘Milano da bere’,
del riflusso dalle punte estremiste degli anni precedenti. Il rampantismo, come
viene con disprezzo (ed invidia) chiamato l’auge socialista dagli intellettuali
del PCI, si accompagna ad una diffusa campagna di demolizione etica del PSI. La
satira politica, le chiacchiere da bar e da salotto, si accentrano contro il
‘partito delle tangenti’ come unico beneficiario del finanziamento
illegittimo. In questo senso a nulla
serve il settennato della presidenza di Sandro Pertini al Quirinale pur se
foriero del cambiamento radicale nel ruolo presidenziale che si manifesta
attraverso l'uso della televisione adottato dal nuovo inquilino.
Appena eletto nel 1978
Presidente, egli compie un viaggio nella sua Liguria. La TV (ignara di quanto
tenesse alle riprese televisive dell’evento) non seguì il corteo presidenziale.
La nazione non ebbe quindi occasione di vedere i bagni di folla che Pertini passava
da un luogo all’altro. Da quel momento - scrive Bruno Vespa: "Quando capitava, per qualche accidente, che
le telecamere non fossero al momento giusto e nel posto giusto, la reazione del
Presidente faceva tremare le mura pontificie del Quirinale". Codesto indulgere alla popolarità credo non
fosse altro che la giusta rivalsa agli anni duri della giovinezza passati tra
confino e galera; botte e umiliazioni, nel continuo rischio della vita. Toto
Cotugno gli dedica una canzone; egli prende bambini in braccio, riceve
scolaresche, partecipa pieno di dolore a funerali di stato… Esterna discorsi un
po’ demagogici ('Vuotate gli arsenali, riempite i granai') ma che sono musica
alle orecchie del popolo italiano. Come nel novembre 1980, dopo il terremoto
dell'Irpinia, quando attacca con asprezza Arnaldo Forlani, capo del governo, in
una intervista alla televisione.
Sandro Pertini muore a Roma
nel 1990 a 94 anni. Non vede Mani pulite, l'ignominia delle monetine contro
Craxi all'uscita del Raphael. Si risparmia l'ira strumentale delle tricotteuse
giustizialiste. Sono anche convinto che con Sandro Pertini al Quirinale al
posto del sepolcro imbiancato O.L. Scalfaro, la mirata demolizione del PSI e
degli altri partiti democratici per mandare al potere gli sconfitti della
storia, gli ex comunisti, non sarebbe stata possibile.