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La morte
di Nikolaj Petkov
e
l’inizio della dittatura comunista in Bulgaria
la
formazione del governo comunista nel piccolo stato bulgaro fu rappresentativa
di un modo di agire dei regimi totalitari del Novecento
L’occupazione
sovietica della Bulgaria, preceduta dalla dichiarazione di guerra del 5
settembre 1944, fu favorita, quattro giorni dopo, a seguito del coup d’état,
dalla formazione di un governo, con a capo Kimon
Georgiev, leader dello circolo politico Zveno (originariamente fondato da
militari nazionalisti e che in seguito strinse un’alleanza con il partito
comunista). Il nuovo governo fu promosso e supportato dal Fronte Patriottico
(Otečestven Front) che aveva alimentato
l’insurrezione e che contava un ampio consenso popolare. Il Fronte Patriottico era controllato prevalentemente dai comunisti, i quali, già dalla
prima guerra mondiale, avevano esercitato un’influenza politica non
trascurabile. Tuttavia, esso inglobava
anche altri partiti importanti come quello socialdemocratico e quello
dell’Unione Nazionale Agraria Bulgara (UNAB), con a
capo Georgi M. Dimitrov (Gemeto).
Il
nuovo governo, che comprendeva i rappresentanti di tutte le forze bulgare
antinaziste, firmò l’armistizio di Mosca nel 28 ottobre 1944 e s’impegnò a
combattere contro i nazisti, a ricostituire l’economia e la pace nel paese. A
tali scopi, il governo volle riprendere i principi contenuti nella Costituzione
Turnovo del 1879, basandosi sul valore della libertà e sul rispetto dei diritti
fondamentali. Istituì il Tribunale del Popolo, al quale era conferita la principale funzione di assicurare la pace. In
realtà, il Tribunale del Popolo travisò il proprio incarico e divenne una
micidiale arma giudiziaria che emise 9155 sentenze, delle quali, si stima, circa 2730 furono capitali. Il governo, influenzato
dalle componenti del partito comunista del Fronte
Patriottico, non soltanto instaurò un regime di terrore, condannando a morte
gli ex tre reggenti, il principe Cirillo, il generale Michov, l'ex primo
ministro Filov, che avevano governato il paese dall'agosto 1943 in nome del
giovane zar Simeone II, figlio di Boris, ma contribuì alla divisione dei
partiti di sinistra, con il chiaro intento di ottenere la maggioranza alle
elezioni che si sarebbero tenute nel ‘45. La scissione colpì sia l’Unione
agraria sia il partito socialdemocratico. Georgi M. Dimitrov, filo occidentale,
fu, infatti, costretto a dimettersi, processato ed infine condannato a morte.
Al suo posto, fu nominato Nikolaj Petkov, personalità di gran rilievo e vice
Presidente del Consiglio. Dmitri Petkov, padre di Nikolaj, era stato, a sua
volta, un gran personaggio politico che aveva ricoperto la carica di ministro
degli Interni ed in seguito di Presidente del Consiglio. Dmitri fu ucciso nel
marzo 1907. Le tragedie, a sfondo politico, che colpirono la famiglia Petkov non si arrestarono. Poco dopo la morte di Dmitri, anche il
figlio Petko perse la vita in un attentato a Sofia.
Nikolaj
Petkov, invece, fu internato in Germania, durante la seconda guerra mondiale, e
riuscì ad evadere. Tornato in patria, prese parte all’Unione agraria e al governo
di Georgiev. Tuttavia, allorché fu nominato capo dell’UNAB, egli si ritrovò ad
affrontare la scissione del partito, operata dal partito comunista mediante la
collaborazione di Alexandăr
Obbov. Alla stessa sorte era destinato il partito socialdemocratico che
assistette inerme alla sua frattura, con Nejkov che si schierò a fianco del
Fronte Patriottico e con Lulčev che passò
all’opposizione. Al momento delle elezioni, tenute nell’ottobre del 1945, Petkov si rifiutò di
farvi parte, poiché sarebbe stato costretto a presentare il proprio partito al
di fuori della lista del blocco del Fronte
Patriottico. Le elezioni si tennero ugualmente e i suoi risultati conferirono l’86% dei voti al Fronte Patriottico, il quale non aveva
mancato di esercitare pressioni politiche, commettere brogli ed ingiustizie
durante la campagna elettorale e durante la fase del conteggio dei voti. La situazione politica bulgara impensierì gli
Stati Uniti e la Gran Bretagna, le quali, in una conferenza tenutasi a dicembre
insieme all’URSS, decisero di far includere nel nuovo governo, presieduto
sempre da Georgiev, due membri dell’opposizione. Il tentativo fallì, ma le
pressioni anglo – americane fecero in modo che nella successiva elezione per la
Grande Assemblea Nazionale bulgara fossero presenti
anche le forze politiche dell’opposizione. Nel frattempo, il partito comunista
acquistava sempre maggior controllo all’interno del governo, il quale, l’8 settembre 1946 indisse un referendum per l’abolizione
della monarchia. Il referendum ottenne il 96% dei voti e lo zar Simeon e la sua
famiglia furono costretti a fuggire, trovando ricovero in Egitto. L’elezione
della Grande Assemblea Nazionale bulgara si tenne poco
dopo, il 27 ottobre 1946. Ad essa partecipò anche
l’opposizione con l’Unione agraria di Petkov e con il partito socialdemocratico
di Lulčev. Durante la campagna
elettorale non mancarono atti di violenza ed ingiustizie nei confronti
dell’opposizione. Il risultato delle elezioni vide il Fronte Patriottico
vincere ancora con il 70% dei voti contro il 28% ottenuto dall’opposizione.
Alla guida del nuovo governo, figurò Georgi Dimitrov, appena ritornato da Mosca
e precedente segretario del Comintern. Dieci ministri su venti facenti parte
del nuovo governo erano comunisti. Georgi Dimitrov
iniziò a governare la Bulgaria con lo scopo di accelerare e favorire il suo
passaggio a stato socialista. In tal modo, mentre le prime riforme avevano
luogo, le tensioni politiche aumentarono. Allorché fu
firmato il trattato di pace nel giugno del 1947 con gli Stati Uniti, il governo
iniziò ad eliminare l’opposizione. La prima emblematica
vittima di questo processo, fu proprio Nikolaj Petkov, il quale, privato
dell’immunità parlamentare, fu processato e condannato a morte il 26 settembre
dello stesso anno. Durante il processo, Petkov mostrò e mantenne la propria
dignità e difese i suoi valori politici strenuamente. Al termine della sentenza
della condanna a morte, per “nome del popolo bulgaro”, egli rispose: “No! Non
in nome del popolo bulgaro! Sono condannato a morte per ordine dei vostri
padroni stranieri, quelli del Cremlino o di altrove. Il popolo bulgaro,
schiacciato dalla cruenta tirannia che voi vorreste far passare per giustizia,
non crederà alle vostre infamie!”.
Per quanto riguardò la
sorte dell’Unione agraria, privata del suo leader, essa fu inglobata nel
partito comunista ed assunse in pieno la sua ideologia. Il partito
socialdemocratico, rimasto libero, si fuse con il partito comunista. In tal
modo l’opposizione era stata eliminata ed il governo Dimitrov instaurò progressivamente un regime dittatoriale. Tra le
prime iniziative si annoverano la riforma agraria che limitava a 20 ettari
l’estensione della superficie della terra; la collettivizzazione,
la nazionalizzazione che comportava la riduzione del settore privato e la
pianificazione industriale, divisa in due piani quinquennali, il primo rivolto
alle industrie di base ed il secondo all’agricoltura. Infine, nel giugno del
1947, fu votata una nuova costituzione, inspirata a quella sovietica ed
iugoslava, che definiva finalmente la Bulgaria una nuova democrazia popolare.
Con quest’ultimo passaggio istituzionale, di natura più formale che
sostanziale, si avviò il regime dittatoriale comunista in Bulgaria che terminò
44 anni dopo, nel 1991, con la nuova costituzione che proclamava la Bulgaria
una repubblica parlamentare.
Bibliografia:
-
A. Biagini e
F. Guida - Mezzo secolo di socialismo reale –– G. Giappiccheli Editore – Torino
1997, pp. 33 - 36
-
P. Vergnet e J. Bernard – Derosne, L’Affaire Petkov,
Paris, Self, pp. 188 – 192
-
A.A.V.V. Enciclopedia Larousse 2001, voce Bulgaria e Nikolaj Petkov
-
Sito
di www.balkan.org, all’indirizzo: http://www.balcanica.org/content/doc_498.shtml
-
Sito
di Bulgaria Free Books, all’indirizzo: http://bulrefsite.entrewave.com/view/bulrefsite/s129p143.htm