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I diari di Rommel e gli
italiani in Nord Africa
dalla penna del Feldmaresciallo emerge
un ritratto degli Italiani ben diverso da quello a cui ci ha abituato tanta
parte della storiografia anglofila e di «sinistra».
Erwin Rommel
giunge in Africa il 15 febbraio 1941 e vi rimane fino al 9 marzo 1943, quando viene congedato per motivi di salute; il suo diario di
guerra, posto in salvo dal sottufficiale aiutante Moser (che ha avuto
l'incarico da Rommel stesso di conservarlo, ma anche di aggiungere alcune note
quando non lo faceva Rommel di persona) è un documento fondamentale - insieme
alle lettere che il geniale stratega inviava alla moglie - per una lettura
corretta e completa di come gli Italiani si comportarono veramente nella
Seconda Guerra Mondiale... non solo in Africa.
Nato
ad Heindenheim, Wurtemberg, il 15 novembre 1891 da un
modesto insegnante di scuole medie, Erwin Johannes Rommel mostra subito una
grande forza di volontà ed una spiccata attitudine per la vita militare: già
nel corso del Primo Conflitto Mondiale ha occasione di mettersi in mostra con
azioni di particolare audacia. Pluridecorato, nel 1917 Rommel prende parte in
azioni nel settore dell'Isonzo contro l'esercito italiano, azioni
che culmineranno con la disfatta di Caporetto. L'esperienza di guerra sul
fronte italiano influirà sull'opinione di Rommel nei riguardi degli Italiani e
delle loro virtù militari, opinione di cui egli risente durante gli anni di
guerra a fianco dei camerati dell'Asse in Africa. Comunque Rommel non manca di elogiare talora il valore dei
soldati italiani e perfino di paragonare le doti di resistenza, di sobrietà, di
pazienza e di eroismo degli Italiani a quelle degli uomini del suo «Afrika
Korps». Del resto, le sue ispezioni in terra africana nel 1937 sono assai
accurate: egli pone in luce allo Stato Maggiore tedesco la «mediocre
preparazione militare italiana, sia nella penisola che in Libia. La
sistemazione della frontiera orientale della Libia è del
tutto insufficiente e primitiva: può essere utilizzata, semmai, in caso
di ribellione dei Senussi e sempre che si tratti di episodi insurrezionali
isolati; ma è da escludere che la sistemazione esistente possa riuscire
efficiente in caso di conflitto con l'Egitto e cioè con la Gran Bretagna».
Le sue previsioni si rivelano esatte. Così, il 6 febbraio
1941 (pochi giorni prima di partire per Tripoli e bloccare l'avanzata inglese
in Libia) scrive a proposito della campagna di Grecia: «Il meno che si possa
pensare è che gli Italiani si siano ingolfati nell'avventura senza alcuna
preparazione e soprattutto senza conoscere neppure il terreno su cui avrebbero
dovuto combattere. [...] Gli Italiani sono oltremodo disorganizzati. Le
divisioni vengono mandate al fronte senza artiglierie,
con vestiti di tela, senza riserve né viveri. Le munizioni scarseggiano, i
servizi logistici non funzionano, l'opinione sui generali è
pessima, il morale delle truppe italiane è scosso. Non c'è la più vaga
idea di un piano strategico. [...] All'impreparazione e all'imperizia, gli
Italiani uniscono uno scetticismo da levantini ed un'abitudine alla menzogna
che da noi sarebbe punita con la morte, se avvenisse in tempo di guerra. È poi
provato che molti generali del gruppo Badoglio sono antifascisti e
antitedeschi: essi avevano troppe simpatie per i Francesi e sono tutti massoni
[...] Poi in Italia la guerra non è popolare: Canaris
mi dice che troppi Italiani sono simpatizzanti dell'Inghilterra, specialmente a
Genova. E gli agenti nemici in Italia trovano un
terreno fertile, sia perché gli Italiani sono chiacchieroni, sia perché molti
sono pagati dal nemico. Vi sono molte radio clandestine [...] Egli si lamenta
dell'assoluta indifferenza del Paese (l'Italia) nei riguardi della guerra e
degli sforzi di guerra. Gli Italiani - dice Hitler - sono emotivi, ma non
umani. W Denuncia il sabotaggio verso ogni sforzo a favore del fronte albanese
e la mancanza di entusiasmo. Egli ha protestato presso
il Comando Superiore di Tirana perché i trasporti di truppe di rinforzo
avvengono disordinatamente e senza criterio: reparti isolati, senz'armi, senza
munizioni. I reparti come arrivano all'aeroporto di Tirana vengono
avviati al fronte, al macello. Spesso si tratta di reclute vestite
il giorno prima e che non hanno mai visto una mitragliatrice. W. ha parlato
con ufficiali superiori, richiamati, che non hanno più fatto un'esercitazione
dalla guerra del '14. Le condizioni stradali in Albania sono pietose. Anche le condizioni sanitarie dei soldati sono terribili. W.
ha visitato il campo ospedale di Krionero, presso Valona, dove, al posto di 500
feriti, ve ne sono 3.000, senza assistenza, senza medicine, con due soli
medici, in mezzo alla sporcizia ed agli insetti; molti sono vittima della
cancrena gassosa, cosa che non si verifica più negli
eserciti dall'epoca della Beresina napoleonica. W. ha proposto al Comando
Superiore di Tirana di trasportare in Italia questi feriti, visto che le navi
non ci riescono: con gli Junkers che tornano a vuoto a Foggia dall'Albania, in
pochi giorni i feriti sarebbero in patria. Ha trovato enormi incomprensibili
difficoltà. [...] Gli Italiani sembrano seccati dal nostro intervento ed hanno
chiarito che è preferibile evitare l'affluenza di troppi feriti in Italia, per
non demoralizzare la popolazione. [...] Canaris non mi nasconde che ha molti
timori da quella parte (Casa Reale) e ritiene che, attraverso il canale
vaticano, la Corte mantenga relazioni delittuose con Londra. Ne ho parlato
apertamente con Mussolini, il quale conviene che il re da un certo tempo
a questa parte è pessimista; egli ritiene d'altra parte che alla prima vittoria
il suo umore cambierà. Bisogna andare cauti con gli Italiani, i quali sono di poco valore e permalosissimi, come gli Spagnoli. I
soldati, mi dice S., in Libia si battono benissimo, per quanto mal comandati e
senza mezzi. La ritirata in Libia è dovuta alla
carenza di rifornimenti».
Come si può leggere, oltre a tutti gli inevitabili
pregiudizi, vi sono molte precise osservazioni sullo spirito con cui in Italia
si è decisa l'entrata in guerra e si sono condotte le prime operazioni
militari.
Pochi giorni più tardi, i suoi giudizi sugli Italiani (ha
visitato l'Italia in procinto di partire per l'Africa) sono decisamente
migliori: «I servizi della Marina, specie lo Stato Maggiore ed il Servizio
Informazioni, sono ottimi. Gli Ammiragli italiani valgono
molto di più dei Generali ed in genere la Marina italiana ha delle belle
doti, tali da porla in grado di subire il confronto con le migliori marine. Peccato che manchi alla Marina la decisione del Comando Supremo
italiano, che è in mano all'Esercito. L'Aviazione italiana è
disorganizzata: la produzione scadente e deficitaria. Ottimi e coraggiosi i
piloti». Scorrendo poche righe, si nota - in filigrana - una delle reali cause
della nostra sconfitta militare nella Seconda Guerra Mondiale: «La differenza
fra i Tedeschi e gli Italiani è [...] che i primi dimenticano tutti i loro litigi e le differenze
di vedute quando la sorte della Patria è in giuoco, mentre i secondi
approfittano della guerra per le loro risse interne.
Gli antifascisti italiani si augurano il crollo dell'Asse
per vedere in rovina il Duce e il fascismo, anche a costo della rovina della
Patria. Questo è inconcepibile per ogni uomo d'onore tedesco, inglese o
giapponese».
I giorni successivi all'arrivo in Africa, sono
caratterizzati da una serie di genuini elogi agli Italiani. Così, il 16
febbraio: «Ieri dominava il ghibli e mi è stato impossibile servirmi
dell'aereo per fare subito una perlustrazione. Ho così in
questa occasione visitato una Divisione italiana che mi ha fatto
un'ottima impressione». Il 17: «Abbiamo, i Comandanti italiani ed io, una
magnifica reciproca comprensione. Non potevo augurarmi una migliore
collaborazione. I miei carri armati sono ora in prima linea, sul fronte che è
già stato spinto in avanti di 500 chilometri verso oriente». Il 2 marzo: «Gli
Italiani, qui in Africa, sono degli ottimi camerati e dei bravi e valorosi
soldati. Se avessero i nostri mezzi e la nostra disciplina,
potrebbero gareggiare con le nostre migliori truppe. L'episodio di
Giarabub (allego un dettagliato rapporto sul fatto e sulla figura del Maggiore
Castagna, di cui il Ministero della Propaganda potrebbe servirsi benissimo)
rivela le doti di coraggio degli Italiani». Ha molte riserve, invece,
sull'arretratezza dell'armamento: nota (il 5 marzo) che «l'antiaerea è
costituita da vecchissimi Skoda da 75 millimetri, ancora della guerra 1914-18;
ho visto perfino mortai di bronzo antiquati, già dell'esercito
austro-ungarico... Gli aerei sono logorati e non vengono
ricambiati. I piloti italiani fanno miracoli. Gli apparecchi da ricognizione,
mi dice Zecht, sono vecchi Caproni, inermi e lenti, micidiali per chi vola... Gli aerosiluranti sono empirici e rudimentali: l'unica cosa
viva è il valore e il coraggio dei piloti; un nostro aviatore rifiuterebbe di
decollare con quegli apparecchi che qui chiamano a ragione
"Totebahren" ("Casse da Morto")». Il 14 marzo rincara la
dose: «I fucili italiani si chiamano modello 91, perché rimontano all'anno 1891; gli Italiani non posseggono mitra, i carri
armati da 6 tonnellate sono ridicoli».
Di contro alla spietatezza degli Inglesi,
che contro ogni legge di guerra hanno l'ordine - qualora catturino piccoli
reparti nemici - di ucciderli preferibilmente a pugnalate (onde non sprecare
proiettili), Rommel fa notare come «noi, specialmente gli Italiani, trattiamo i
prigionieri inglesi con i guanti gialli. Le truppe, sia dell'Afrika
Korps che delle divisioni italiane, hanno talora diviso la boraccia d'acqua con
i prigionieri australiani e sudafricani». Niente male, come prova di umanità da parte di uno dei primi iscritti al partito
nazional-socialista di Hitler!
Altre critiche sull'armamento italiano (a cui, però,
corrispondono altrettanti elogi ai semplici combattenti) in questo rapporto
datato 19 luglio 1941: «L'aviazione italiana è scarsa, scadente e vecchia. I
servizi sono insufficienti e la cooperazione è un mito, anche se i piloti
italiani fanno miracoli... [A Capo Matapan, dove l'Italia ha subito una
disastrosa sconfitta a causa della mancanza dell'aviazione,]
i marinai italiani si sono comportati veramente bene e gli Ammiragli Jachino e
Sansonetti sono stati Comandanti all'altezza del loro compito». Altri elogi e
critiche frammischiati, col tono distaccato di chi si limita ad osservare: «I
rapporti con gli Italiani sono buoni: i soldati italiani sono ottimi, pazienti,
resistenti, coraggiosi, ma mal comandati e peggio armati. Comunque
occorre che il Comando Supremo italiano dia il suo contributo all'offensiva,
specialmente coi bersaglieri. È necessario che il massimo segreto sia mantenuto
sulla preparazione dell'offensiva: ho fondati motivi
di ritenere che in Italia è illusione il supporre di mantenere il riserbo sui
propositi più confidenziali: comandanti e capi parlano e chiacchierano e non
conoscono riservatezza. Roma è una specie di Shangai, un bazar levantino in cui
le informazioni si scambiano, si vendono, si barattano, si regalano, si inventano».
Rommel ha grande stima degli Italiani: la divisione
corazzata Ariete diverrà la punta di diamante del suo schieramento, ed egli la
userà sia come muro di sbarramento in caso di un attacco nemico (assegnando ai
panzer germanici il compito di aggirare il teatro dello scontro e piombare
sugli Inglesi da tergo), sia come unità di sfondamento, a volte sorprendendosi
della stessa celerità della sua avanzata, tanto che neppure i tank germanici
riuscivano a starle dietro. Forse non ha mai pronunciato la frase che qualcuno
gli attribuisce, che «il soldato tedesco ha fatto meravigliare il mondo, ma il
soldato italiano ha fatto meravigliare il soldato tedesco»; non è difficile
però immaginare che l'abbia pensata. D'altronde lo stesso Hitler ammise: «Avrei
vinto la guerra se avessi avuto ufficiali tedeschi, ma soldati italiani».
Tutti sanno come finì la guerra: nonostante
in Africa si battessero benissimo, gli Italiani furono costretti alla
resa. Questa avvenne il 13 maggio 1942, quando le truppe tedesche avevano
ceduto fuggendo in Sicilia e permettendo agli Angloamericani di circondarci
tagliandoci fuori dal mare. Il
generale Messe, comandante supremo delle forze italiane in Africa, una
volta arresosi non seguì il destino dei suoi soldati nei campi di prigionia, ma
venne accolto a Londra con gli onori dovuti ad un amico... perché?...
I soldati italiani in Africa non erano peggiori degli altri:
buoni operai certamente, e anche buoni soldati. Un giorno, Rommel chiese ad
alcuni genieri italiani di fabbricare dei cannoni finti da piazzare in bella
vista per ingannare gli Inglesi; più tardi, durante un'ispezione, scoprì che
quegli sconsiderati avevano spostato in quella zona dei pezzi d'artiglieria;
sceso a terra coi nervi a fior di pelle, scoprì che i
cannoni che aveva visto erano... fasulli, ma talmente perfetti da ingannare
persino lui. Fu uno dei tanti episodi che lo convinsero che gli Italiani
valevano in tutti i campi della vita militare. Purtroppo, il buon soldato deve
essere nutrito, armato e ben comandato: ciò non fu sempre, e la prova risultò sfavorevole ai nostri, anche se avvenne uno
spiegamento di eccezionale, disordinato e misconosciuto eroismo, che solo ora
comincia ad emergere alla luce, come un vecchio relitto che le onde del mare
hanno lentamente depositato sulla riva. La resa della piazzaforte di Tobruk fu
fatta dal generale Klopper alla divisione Trento, la stessa che pochi mesi dopo
si sacrificò completamente lasciando ben pochi prigionieri nelle mani
britanniche. La divisione corazzata Ariete fu distrutta
cinque volte ed altrettante volte ricostituita. La divisione paracadutisti
Folgore fu decimata tra Munassib e Himeimat, senza
cedere: cadde soltanto il caposaldo del principe Costantino Ruspoli, quando
questi fu ucciso con la quasi totalità dei suoi; la radio inglese, fra novembre
e dicembre 1942, magnificò 5 volte di seguito questa divisione. I 400 uomini
del 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti del Maggiore Edoardo Alessi, al
bivio di Eluet El-Asel respinsero - con 6 cannoni
controcarro da 47/32 millimetri (efficaci solo se colpisci i cingoli o le
piastre laterali o posteriori del carro armato), 400 bombe a mano e 70 tra
fucili mitragliatori e mitragliatrici - l'intera VIII Armata inglese forte di
1.000 aerei, 700 carri armati e 7 divisioni di fanteria. Le divisioni Trieste,
Littorio, Bologna, Brescia, Pavia e diverse altre unità subirono più volte ugual sorte: 9 generali italiani lasciarono la vita
nel deserto africano. Il loro sangue è ora mischiato con la sabbia, mischiato
col sangue delle migliaia di soldati - Italiani, Tedeschi, Inglesi,
Sudafricani... - che hanno combattuto, sofferto e che sono morti tra le dune di
una terra che non era la loro, e che solo li ha accolti per farli riposare nel
suo grembo, come una madre che non vede differenze fra i suoi figli!