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DINO SEGRE, IN ARTE PITIGRILLI
Un uomo coraggioso, controcorrente e irriverente che mise in crisi
alcune delle maggiori fedi politiche del suo tempo.
Ad oltre trent’anni dalla sua scomparsa, la
controversa figura di Pitigrilli, al secolo Dino Segre, rimane ancora sepolta
nel vasto e ben curato cimitero della disinformazione e del pregiudizio e,
salvo alcune meritorie e coraggiose opere di rivalutazione (vedi gli scritti e
le memorie di Fabio Andriola, Sergio Andreoli, Enzo Magrì
e Maurizio Bonfiglio e il saggio di Umberto
Eco), pochi fino ad oggi sono stati i critici che si sono cimentati nella
riscoperta di questo importante giornalista e romanziere.
Scrittore brillante e disincantato, attento
osservatore della società italiana, dei suoi costumi e delle sue debolezze,
Pitigrilli è stato oltre che un autore di indubbio talento anche e soprattutto
un notevole ed atipico talento giornalistico. Un cronista che, complici il suo
stile provocatorio, paradossale e anticonformista riuscì - nobile impresa - ad
attirare su di sé l’antipatia e persino l’odio di gran parte degli
intellettuali e dei potenti d’ogni schieramento e colore.
Dino Segre nacque a Torino nel 1893 da una
famiglia borghese (“Avrei voluto nascere a Torino
al principio del secolo scorso [...]
invece vi nacqui cent’anni dopo [...] Mia madre discende da una famiglia
di farmacisti piemontesi, mio padre era ufficiale dell’esercito”). A
ventidue anni si laurea in Giurisprudenza, ma non intraprende la carriera
forense, preferendo dedicarsi subito alla letteratura, allo studio delle lingue
moderne e antiche e al giornalismo. E a neanche ventitré anni inizia a scrivere
per importanti testate, tra cui L’Epoca, evidenziando in poco tempo
straordinarie capacità come inviato in Turchia e in altri Paesi. Fondamentalmente
scettico circa le possibilità di riscatto di un’umanità perennemente alla
ricerca di facili soluzioni alla morte, all’ingiustizia sociale o al dolore
mentale; decisamente dubbioso circa le capacità intellettive dell’uomo medio (“ammetto
il bacio al lebbroso ma non concepisco la stretta di mano al cretino”),
Pitigrilli, nel corso della sua lunga carriera, ha prodotto un numero
esorbitante di articoli, servizi ed elzeviri, trovando il tempo per dare alle
stampe parecchi romanzi cosiddetti “leggeri”, parte dei quali, in realtà, molto
profondi ed acuti: ricchi di annotazioni ed osservazioni sulla psicologia del
singolo e delle masse, e quasi tutti gradevoli (anche se ad un’analisi attuale,
un po’ “datati”) sotto il profilo stilistico.
Pitigrilli fu anche un abile e conteso
conferenziere, al punto che tra il 1929 e il 1930
egli venne invitato dalle più importanti Università europee, tra cui la
Sorbona, a diversi simposi internazionali per disquisire su temi piuttosto
complessi ed interessanti: come il concetti di “assurdo” e di “ipocrisia” (“Nel
collegio dei Barnabiti - scrisse nel suo romanzo Cocaina - aveva
imparato il latino, a servire messa e a giurare il falso. Tre cose di cui si
può aver bisogno da un momento all’altro. Ma uscendo dal collegio le dimenticò
tutte e tre”) e quello della “decadenza del
paradosso” in letteratura.
L’abilità e la colpa di Dino Segre, in arte
Pitigrilli (oltre a questo pseudonimo, utilizzò talvolta anche quello di
Mathesis) consistettero nel sapere coniugare l’abilità professionale al gusto
estetico e a quello del profitto: un’attitudine piuttosto rara che gli procurò
fama, denaro, ma anche molti guai. Contrariamente alla prassi, Pitigrilli
utilizzò sempre il suo fiuto giornalistico, letterario e commerciale facendo a
meno di assimilarlo e adoperarlo per praticare uno dei più frequenti esercizi
di molti intellettuali e giornalisti italiani: la piaggeria nei confronti dei
politici e dei potenti di turno. Contrariamente a quanto è stato più volte scritto
dai suoi detrattori, di Pitigrilli tutto si può dire tranne che abbia fatto o
capito qualcosa di politica, scienza che ben di rado gli rubò il sonno la
notte, pur stimolandogli gli insaziabili appetiti della polemica.
D’altra parte, l’intera storia di Segre fu
caratterizzata da un costante e determinato esercizio nei confronti di uno
studiato e raffinato “disimpegno”: conflitto che il giornalista torinese
ingaggiò a colpi di articoli e di romanzi - come si direbbe oggi -
“politicamente scorretti”. Ma se i suoi numerosi scritti, che la quasi totalità
dei critici (cattolici, marxisti e fascisti) hanno sempre condannato o snobbato
giudicandoli superficiali, qualunquisti, vacui e addirittura pornografici,
furono forse i suoi articoli (quelli meno noti) a procuragli i più grossi
grattacapi. Non a caso, all’inizio del 1919, il grande D’Annunzio, infastidito
dalle dolorose punzecchiature inflittegli del giovane cronista del quotidiano
romano L’Epoca, arrivò addirittura a sfidarlo a duello. In effetti,
Pitigrilli - al contrario della quasi totalità dei prudenti ed untuosi cronisti
italiani del periodo - non aveva pensato due volte a sputtanare il Vate
impegnato nella “grottesca” conquista di Fiume del novembre 1918 (“Una
nave da guerra mi portò a Fiume, della cui italianità Gabriele D’Annunzio si
era appena accorto […] E con l’entusiasmo tipico dei poeti guerrieri,
egli trovò facile scovare qualche migliaio di individui disposti a corrergli
dietro”). Incaricato dal direttore della testata di scrivere un servizio
sull’impresa dannunziana, Pitigrilli ci era andato dentro con la zappa,
infischiandosene altamente della sacralità dell’Eroe del Volo su Vienna e
smitizzando le ragioni storiche e i fini politici su cui poggiava la spedizione
militare di Fiume. “Giunto nella città, trovai della gente che parlava una
strana lingua. Non uno che sapesse l’italiano. Qualche rudere qua e là, qualche
impronta lasciata nei secoli dalle nostre repubbliche marinare; qualche leone
di San Marco. Non vidi molta italianità ma percepii il colore dell’Oriente:
mercanti di tappeti levantini, sigaraie da strada, profumo di cocomeri e di uva
moscata, venditori di belzuino, di mirra e di incenso…Mi sedetti sulla banchina
del porto e scrissi di getto un articolo intitolato: “Fiume, città
asiatica”. Come dire: che c’entra l’Italia e la sbandierata italianità
con questo posto? Manco a dirlo la totalità degli intellettuali si scagliò
contro il giovane cronista che nel suo polemico pezzo tutto aveva riportato,
tranne la menzogna. Il questore di Roma, “che molto probabilmente fino al
giorno prima non avrebbe saputo trovare Fiume sulla carta geografica”
arrivò addirittura a sequestrare la testata (L’Epoca) sulla quale era
comparso l’articolo. Questo episodio la dice lunga sulla spavalda propensione
alla libertà che Dino Segre sempre evidenziò nel corso della sua lunga
carriera. Sì, perché egli non solo si rivelò una penna vivace ed insubordinata,
ma fu anche in grado di “resocontare” con lucidità e coraggio un qualsiasi
avvenimento, trasformandolo in dettagliata analisi.
Ma come si è detto, Pitigrilli è stato anche un
buon imprenditore, oltre che di sé stesso, anche di testate. Basti pensare
all’enorme successo ottenuto dal suo periodico Le Grandi Firme, tirato e
venduto in decine di migliaia di copie, o agli allori conseguiti nel 1948
quando - essendo dovuto emigrare nel dopoguerra in Argentina per schivare le
accuse (per altro mai provate) di collaborazionismo con i servizi segreti
fascisti - egli riuscì a fare raddoppiare le vendite del quotidiano La Razon
(che arrivò a quasi 500.000 copie al giorno) con la sua rubrichetta settimanale
Peperoni dolci. Fatti, questi, decisamente straordinari, soprattutto se
si considera che Pitigrilli non ebbe mai del giornalismo quella sacrale
concezione che sta alla base dell’atteggiamento serioso e spesso spocchioso di
molti sedicenti maestri della penna. “La servitù del giornalismo – annoterà lo scrittore torinese alla fine degli anni Quaranta – consiste
nell’arrivare alle nove del mattino in un paese sconosciuto, e a mezzogiorno
spedire il primo articolo, dopo avere scambiato quattro chiacchiere col primo
venuto, e avere visto della città il tratto che va dalla stazione all’albergo”.
E’ proprio per sopperire alla noia e alla sostanziale frustrazione che, a parer
suo, contraddistinguerebbero il mestiere del giornalista, che Pitigrilli
interpretò quest’ultimo sempre a suo modo, con quella incredibile verve
surrealista che gli procurò grandi successi, ma anche grandi dolori ed
infine l’esilio. “Un giorno il direttore dell’Epoca mi disse: Vada
al Lyceum femminile. Il senatore Morello tiene una conferenza sulle bellezze di
Roma. Mi raccomando, prenda una carrozzella e faccia presto –
aggiunse. Io presi la carrozzella e, invece di farmi portare al Lyceum
femminile, feci una passeggiata di un’ora al Foro, al Gianicolo e al Pincio.
Rientrato in redazione feci il racconto della conferenza, passando in rivista
tutte le bellezze di Roma che avevo viste e di cui probabilmente quel signore
doveva aver fatto l’elenco. Ci vuole una bella impudenza, io pensavo, per
parlare a Roma delle bellezze di Roma. Però non lo scrissi. Scrissi invece una
pagina di elogi al fine conferenziere, e diedi il nome delle signore
intellettuali che erano fra il pubblico. La cosa non mi fu difficile, perché erano
sempre le stesse. L’articolo ebbe un successo sbalorditivo, anche perché
all’ultimo momento il conferenziere si sentì male e la conferenza venne
rinviata di un mese”.
Nonostante la sua spiccata propensione
all’invenzione scanzonata e al folle rischio (più di una volta fu sul punto di
essere linciato dai suoi superiori), Pitigrilli non ebbe mai problemi a
dimostrare di essere un preciso e corretto inviato, a tal punto che gli vennero
affidati, fino dai suoi esordi, servizi di notevole spessore. Nell’autunno del
1919, Pitigrilli fu a Napoli per seguire l’andamento delle prime elezioni
politiche a suffragio universale che si tennero in Italia. E come da copione
dalla sua penna ne uscì un saggio godibilissimo e puntuale. “Partii per
Napoli e vi rimasi un mese. Scrissi, Dio sa come, trenta articoli stracarichi
di colore come dei Van Gogh. L’Epoca, di cui prima si vendevano a Napoli
tre o quattro copie, salì a 100 mila. Fu un vero trionfo”.
Con il passare del tempo il suo impegno
giornalistico iniziò a lasciare sempre più spazio alla narrativa. Ad appena 27
anni, egli venne inviato quale corrispondente nientemeno che a Parigi, che per
un giornalista rampante di oggi sarebbe un po’ come andare a fare un servizio
su una delle lune di Giove. Nella viziosa, colta, debosciata e fantasmagorica
capitale francese, il giovane scrittore torinese ebbe modo di assaporare tutte
quelle trasgressive ed in buona parte fantasiose esperienze che troveremo in
seguito nel suo primo e più celebre libro, Cocaina (1920). Romanzo in
cui Tito Arnaudi, il protagonista di questa ardita e sensuale fiaba surreale, è
proprio un giornalista come lui: atipico, contraddittorio, indagatore e al
tempo stesso rassegnato. “Ci si rifugia nel giornalismo come ci si rifugia
nel teatro dopo aver fatto i mestieri più disparati e disperati: il prete, il
dentista, l’agente di assicurazione”. E ancora: “Quanti servi che
non parlano ci sono nel giornalismo! Noi non siamo esseri che vivono nella
vita. Noi siamo sul margine della vita; dobbiamo sostenere un’opinione che non
abbiamo, e imporla al pubblico; trattare questioni che non conosciamo, e
volgarizzarle per la platea; noi non possiamo avere un’idea nostra; dobbiamo
avere quella del direttore del giornale: ma nemmeno il direttore del massimo
giornale ha il diritto di pensare col suo cervello, perché quando è chiamato
dal consiglio d’amministrazione deve soffocare la sua opinione, quando ce l’ha,
e sostenere quella degli azionisti”.
Ma torniamo a parlare della professionalità di
Pitigrilli, di quella sorta di innata capacità di coniugare la più assoluta
libertà d’espressione al successo di pubblico: una dote che lo rese inviso allo
stesso regime fascista. Ridicola, a questo proposito, la vulgata popolare che
nell’immediato secondo dopoguerra volle fare di Pitigrilli uno spietato e
cinico collaborazionista del regime. A questo proposito giova ricordare che,
tra il dicembre del ‘26 e il marzo del ‘27 due temibili testate - Il Popolo
d’Italia e Il Regime Fascista - avviarono contro il giornalista e
scrittore torinese di origine ebraica un’isterica e grottesca campagna
denigratoria, accusandolo di essere un anti-italiano, un maniaco sessuale e un
cocainomane pederasta. Nel 1938, in seguito
all’emanazione delle leggi razziali, il cosiddetto “collaborazionista del regime”
Pitigrilli venne perseguitato e costretto ad interrompere la sua attività. E il
10 giugno 1940 fu addirittura mandato al confino di polizia, in un paesino
della riviera ligure. Temendo il peggio, Pitigrilli cercò allora di
defilarsi, pur continuando a scrivere e a pubblicare i suoi romanzi. Ma anche
così facendo proseguì nel procurarsi rinnovati attacchi da parte di tutti gli
esponenti di un’Italia che, al di là delle indubbie colpe del regime,
evidenziava però i limiti di una vecchia cultura sessuofobica e bigotta.
L’ostentata ammirazione manifestata da
Pitigrilli nei confronti della frizzante e cosmopolita cultura francese, oltre
che ad irritare gli alfieri di un fascismo proteso alla rivalutazione della
romanità, provocò anche forti pruriti moralistici in non pochi intellettuali
cattolici e di sinistra. Ma fu soprattutto il grande, immenso successo
commerciale ottenuto dai suoi romanzi e dalle Grandi Firme a rendere
Pitigrilli, il re dei best-seller piccanti, detestabile tout court.
D’altra parte, in una nazione dove sia la cultura social-fascista che quella
clericale continuavano bene o male a convivere, impedendo il sorgere di stili
letterari affrancati dagli sciatti e provinciali stilemi allora in voga nella
cosiddetta narrativa “leggera”, non c’era da attendersi nulla di diverso. Ciò
che i tromboni della critica proprio non sopportavano di Pitigrilli era il
disinvolto anticonformismo stilistico con il quale egli inumidiva la punta
della sua penna e, come si è detto, lo strepitoso successo commerciale delle
sue iniziative editoriali e dei suoi romanzi. Certo è che a Pitigrilli - uomo
gaudente fortemente incline alle spese - il successo e il denaro interessavano
parecchio, come pure il consenso dei lettori: “Questo fascicolo ha la
pretesa di conquistare il grande pubblico - reciterà l’editoriale del primo
numero di Grandi Firme - Per riuscirci userà un solo mezzo: essere
divertente. Presenterà novelle dei massimi scrittori, non per lusso e non per
feticismo, ma perché essi offrono meno degli altri probabilità di narcosi […]
Non miriamo a rigenerare gli uomini, fustigare i tempi, segnare nuovi indirizzi
alla civiltà, per mezzo di racconti morali. La letteratura non ha funzione
depuratrice, e noi non siamo missionari chiamati a convertire il traviato lettore,
né trappisti che ogni quarto d’ora lo riconducano a meditare sulla morte
inevitabile. Escluderemo tutto ciò che può avere anche un vago sapore politico.
I letterati che fanno della politica sono uggiosi e incompetenti come i
politici che fanno della letteratura”.
Non stupisce quindi che sia gli intellettuali in
orbace che quelli in doppiopetto non potessero nutrire alcuna stima nei
confronti del creatore di una simile testata. Manifestando un coraggio che non
di rado sconfinava nella temerarietà, Pitigrilli usò Grandi Firme come
sua privata tribuna dalla quale canzonò gerarchi e critici. Rischiò sempre di
persona e di suo (anche dal punto di vista finanziario) per avviare e sostenere
le sue spericolate imprese editoriali. Fondò diverse testate, alcune fortunate,
altre meno. E senza tema di smentita si può dire che molto raramente nel
panorama e nella storia dell’editoria italiana sia possibile annoverare esempi
analoghi. Alla creatività e all’intensa produttività di Pitigrilli si deve Il
Dramma (testata nata negli anni Venti e sopravvissuta, anche dopo il
disastro della guerra, fino agli anni Settanta). Curiosamente, di questa
creatura del giornalista torinese l’Enciclopedia del Teatro riporta
soltanto il nome del suo direttore, Lucio Ridenti, che fu messo al timone della
rivista proprio da Segre. Caduti nell’oblio sono anche altri suoi prodotti dai
contenuti veramente interessanti, come Le Grandi Novelle, La Vispa
Teresa e Crimen, il primo periodico italiano interamente dedicato al
racconto giallo. Meno fortuna ebbe invece I Vivi, prodotto anticipatore
del moderno rotocalco.
Ce n’è abbastanza per sostenere che Pitigrilli,
grazie alla sua istintiva vocazione alla comunicazione, seppe rivolgersi ed
offrire ad un vasto pubblico non tanto un messaggio o una lezione, ma la
suggestione di uno stile di vita sostanzialmente critico e libertario. E tutto
ciò in un’epoca caratterizzata da una drammatica e tetra uniformità di
pensiero. Dino Segre fu uno dei pionieri della cosiddetta “letteratura
popolare”, mettendosi in luce come stimolatore di idee e come scopritore di
talenti. Parecchi dei i quali nel tempo gli sono sopravvissuti, rinnegandolo.
Per sfuggire alla caccia alle streghe del
secondo dopoguerra, Pitigrilli visse il tramonto della sua carriera e della sua
vita in assoluta solitudine, emarginato dagli stessi pregiudizi che lo avevano
perseguitato da giovane e bollato dei più infamanti delitti. Dopo l’epurazione
politica del 1945, Dino Segre continuò a lavorare a modo suo, sfornando
rubriche ed elzeviri: specialità per la quale riteneva di avere una particolare
attitudine: “Se c’è un campo in cui credo di aver scoperto il segreto del
successo - confiderà in una delle ultime interviste - è quello della
corrispondenza con i lettori. Ecco, io penso di sapere che cosa la gente del
popolo si aspetta da queste rubriche. Ho una tecnica per arrivare diritto al
cuore di chi legge. E se le lettere che arrivano sono sciocche, non importa, si
possono sempre inventare, e saranno proprio le lettere che la maggioranza dei
lettori avrebbero voluto avere scritto”.
Ma questo suo ultimo impegno non gli fu certo
agevole. Convertitosi al cattolicesimo nel 1948 (con La
piscina di Siloe e con Gusto per un mistero Pitigrilli dichiarò
pubblicamente questa sua scelta, confermata nella sua autobiografia Pitigrilli
parla di Pitigrilli; fondamentali risultano a questo proposito i
suoi successivi incontri con Padre Pio da Pietrelcina, Eva Lavallière e con
grandi medium dell’epoca) rientra in Europa nel 1957 accompagnato da una nuova
raffica di critiche per questa sua scelta.
Nell’Italia del dopoguerra Dino Segre visse come
un profugo appestato. Costretto a tirare avanti ai margini di un’editoria
libera da vincoli di regime, ma non per questo scevra di pregiudizi. Ormai
anziano, Pitigrilli cercò allora di proporsi presso le testate più
“politicamente scorrette” del Paese, ma invano. Il sospetto che ch’egli avesse
potuto svolgere (come sempre sostennero i suoi detrattori) il fantomatico ruolo
di informatore dell’Ovra indusse anche personaggi come Guareschi e perfino
Giorgio Almirante a rifiutargli la collaborazione al Candido e al Secolo
d’Italia. Obbligato a campare soltanto di piccole collaborazioni, alla fine
degli anni Cinquanta egli poté prestare il suo genio e il suo stile, ormai
corretti e resi più saggi dal dono della vecchiaia e della fede, al
microscopico Messaggero di Sant’Antonio: un destino piuttosto curioso
(ma forse non troppo) per un intellettuale ribelle che dedicò tutta la sua
esistenza al paradosso.
Morirà solo e quasi completamente dimenticato
nella sua Torino, l’8 maggio 1975, nella casa di via
Principe Amedeo.
FINE
NOTA:
Parte
dell’articolo è tratto dalla relazione di Fabio Andriola tenuta l’11 agosto
1999 a Madesimo (Sondrio) in occasione del convegno Stampa e potere – Idee,
firme e denaro nel regno dell’informazione
OPERE DI PITIGRILLI
Il
Natale di Lucillo e Saturnino,
Sonzogno, Milano, 1915, Le vicende guerresche di Purillo Purilli bocciato in
storia, S. Lattes e C., Torino,1915. Mammiferi di Lusso, Sonzogno,
Milano, 1920. Ingannami bene, Casa Editrice Italia, Milano, 1920. La
cintura di castità, Sonzogno, Milano, 1921. Pitigrilli, Cocaina,
Sonzogno, Milano, 1921., Oltraggio al pudore, Sonzogno, Milano, 1922. La
Vergine a 18 carati, Sonzogno, Milano, 1924. In tribunale col pittore
Adolfo Magrini, il Dott. Aristide Raimondi ed altri, imputati di
oltraggio al pudore a mezzo della stampa, G.G. Rocco Napoli, 1926. L’esperimento
di Pott, Sonzogno, Milano, 1929. I vegetariani dell’amore, Sonzogno,
Milano, 1929. Le amanti. La decadenza del paradosso, Torino, Edit.
Associati-Tip. Salussolia, 1938. Mathesis*, Il lotto come si gioca e come si
vince, Torino, Ars, s.d. (1930?). La meravigliosa avventura,
Sonzogno, Milano, 1948, contiene anche I cani abbaiano, La carovana passa.
Lettera a Mario Mariani e a personaggi minori. Saturno, Sonzogno,
Milano, 1948. La piscina di Siloe, Sonzogno, Milano, 1948. Mosè e il
cavalier Levi, Sonzogno, Milano, 1948., Il farmacista a cavallo,
Sonzogno, Milano, 1948. Lezioni d’amore, Sonzogno, Milano, 1948. Confidenze
(conferenza), Monza, Tipografia sociale, 1949. Pitigrilli parla di
Pitigrilli, Sonzogno, Milano, 1949. Apollinaria. Poemetto. Seguito
da cinque novelle, Sonzogno, Milano, 1950. Adamo (Peperoni dolci), Sonzogno,
Milano, 1951. Peperoni dolci, Sonzogno, Milano, 1951. Il sesso degli
angioli (Peperoni dolci), Sonzogno, Milano, 1952. Dizionario
antiballistico, Sonzogno, Milano, 1953. La moglie di Putifarre,
Sonzogno, Milano, 1953. Gusto per il mistero, Sonzogno, Milano, 1954.
Come quando fuori piove, Sonzogno, Milano, 1954. La danza degli
scimpanzè (Peperoni dolci), Sonzogno, Milano, 1955. Pitigrilli, L’”affaire
Susanna” (Short stories e storie in shorts), Sonzogno, Milano, 1955. L’amore
ha i giorni contati, Sonzogno, Milano, 1956. Il pollo non si mangia con
le mani. Galateo moderno, Sonzogno, Milano, 1957. I figli deformano il
ventre (Peperoni dolci), Sonzogno, Milano, 1957. L’amore con la O
maiuscola, Sonzogno, Milano, 1958. La Maledizione, Napoli, Rocco,
1958. Sacrosanto diritto di fregarsene, Sonzogno, Milano, 1959. Amore
a prezzo fesso (Short stories e storie in short), Sonzogno, Milano, 1963. I
pubblicani e le meretrici, Sonzogno, Milano, 1963. Lo specchio e
l’enimma, Padova, EMP, 1964. I Kukukuku, Sonzogno, Milano, 1964. Odor
di femmina, Sonzogno, Milano, 1964. Il dito nel ventilatore,
Sonzogno, Milano, 1965. La donna di 30, 40, 50, 60 anni. (Una croce
sull’età), Sonzogno, Milano, 1967. La bella e i curculionidi, Sonzogno,
Milano, 1967. Queste, coteste e quelle, Sonzogno, Milano, 1968. Amori
express, Sonzogno, Milano, 1970. Sette delitti, Sonzogno, Milano,
1971. Nostra signora di Miss Tiff, Napoli, Marotta, 1974.
RIEDIZIONI
Pitigrilli,
Dolicocefala bionda L’esperimento di Pott, (saggio introduttivo di Umberto
Eco), Milano, Sonzogno, 1976. Pitigrilli, Cocaina, (introduzione di Giorgio De
Rienzo), Milano, Mondadori, 1981. Pitigrilli, La piscina di Siloe, (prefazione
di Elio D’Aurora), Torino, A&C, 1991. Pitigrilli, La piscina di Siloe,
(prefazione di Vittorio Messori con un saggio di Agostino Gemelli), Milano,
Bompiani, maggio 1999. Pitigrilli, Cocaina, (con un saggio di Umberto Eco
1976), Milano, Bompiani, maggio 1999. Pitigrilli, L’esperimento di Pott,
Milano, Bompiani, febbraio 2000. Pitigrilli, Mammiferi di lusso, Milano,
Bompiani, febbraio 2000.