Storia
del bikini
Simbolo
di libertà e di seduzione, per molte donne è
diventato un compagno inseparabile
di Simone
Valtorta
Con
il sopraggiungere dei torridi mesi estivi è inevitabile
imbattersi, sulle spiagge della Riviera così come tra i
prati
delle Dolomiti e persino nei parchi delle grandi città della
pianura, in veri e propri sciami di donne intente a godersi il sole con
indosso solo un succinto costume da bagno: il bikini, appunto.
Lo spettacolo, oggi, è
talmente comune che
nessuno ci fa più caso. Ci si meraviglierebbe a pensare che,
ancora all’inizio del secolo scorso, la gente andava in
spiaggia
con canottiere e costumoni che erano, in pratica, dei veri e propri
calzoni: un abbigliamento che, a vederlo oggi, susciterebbe
l’ilarità generale.
Eppure, anche se l’imporsi del
bikini
appartiene, metaforicamente parlando, alla «storia
dell’altro ieri», urne, affreschi e mosaici di
epoca greca
e romana (i più antichi risalgono addirittura al 1400 avanti
Cristo) ci mostrano giovani donne che indossano curiosi costumi a due
pezzi con una grazia e un’eleganza che nulla avrebbe da
invidiare
alle modelle dei nostri giorni. Dovevano essere utilizzati, a giudicare
dalle pitture, per l’attività atletica e per la
danza
accompagnata da strumenti musicali (i Romani amavano recarsi alle
terme, mentre i bagni in mare erano considerati pericolosi e nocivi
alla salute).
Il bikini moderno vide la luce a Parigi
nel 1946,
ideato dall’ingegnere Louis Reard: la sua trovata avrebbe
dovuto
sollevare il morale degli Europei, duramente provati dalla Seconda
Guerra Mondiale, ed esaltare la ritrovata libertà dopo i
cupi
anni della dittatura. Il nome del nuovo indumento richiamava
l’atollo di Bikini nelle Isole Marshall, nel quale negli
stessi
anni gli Stati Uniti stavano conducendo test nucleari: Reard riteneva
che l’introduzione del nuovo tipo di costume avrebbe avuto
effetti esplosivi e dirompenti.
Molti trovano inappropriata
l’etimologia del
nome bikini, dato che i test nucleari provocarono una seria crisi
umanitaria e decenni di guerra fredda: si preferisce parlare talvolta
di «due pezzi», e in effetti il bikini si compone
di un
pezzo superiore di forma simile ad un reggiseno e un pezzo inferiore
che copre il pube oltre ad una parte più o meno ampia dei
glutei, lasciando la pancia scoperta.
Già due mesi prima di Reard,
Jacques Heim aveva introdotto l’Atome
(così chiamato a causa delle sue dimensioni ridotte),
pubblicizzato come il costume da bagno più piccolo al mondo;
Reard rese l’Atome
ancora più piccolo, ma non riuscì inizialmente a
trovare
una modella che osasse indossarlo; finì per ingaggiare come
modella Micheline Bernardini, spogliarellista del Casino de Paris.
Uno dei primissimi bikini era indossato
nel 1949 da
una giovanissima Marilyn Monroe in spiaggia al mare, e da Brigitte
Bardot sulla spiaggia di Nizza nel 1956. Ma ci vollero quindici anni
perché il bikini negli Stati Uniti fosse ritenuto
accettabile
per il pubblico pudore. Nel 1958, il bikini di Brigitte Bardot nel film
E Dio creò la
donna diede origine ad un mercato per il costume negli
Stati Uniti, e nel 1960 la canzone di Brian Hyland Itsy Bitsy Teenie Weenie Yellow
Polka Dot Bikini diede l’avvio ad una corsa
all’acquisto del costume. E come non ricordare Ursula Andress
nei panni della Bond
girl Honey Ryder in Agente
007 – Licenza di uccidere del 1962? La
bellissima Ursula emerge dalle acque dell’oceano con il
celebre bikini bianco e un pugnale.
Infine il bikini divenne popolare, e nel
1963 il film Beach Party,
con Annette Funicello (enfaticamente non
in bikini, dietro espressa richiesta di Walt Disney) e Frankie Avalon
fu il primo di una serie di film che resero il costume
un’icona
della cultura popolare. I bikini furono indossati anche da Raquel
Welch, eroina preistorica nel film Un
milione di anni fa del 1966, e da Phoebe Cates in Fuori di testa del
1982. Più recentemente, il bikini fu un ingrediente di
successo di surf movies
degli anni Sessanta, o di serie televisive come Baywatch
con Pamela Anderson. Una variante del bikini che ha una certa
popolarità nella letteratura fantasy è costituita
di
metallo, per assolvere la funzione di armatura. Spesso il costume di
diverse eroine dei fumetti assume la foggia del bikini, per esempio
quello di Elektra o di Emma Frost.
Col passar del tempo, il bikini assunse
dimensioni
sempre più ridotte, mettendo in luce una parte sempre
maggiore
del corpo della donna che lo indossava e lasciando ben poco spazio
all’immaginazione di un eventuale spettatore.
Un’evoluzione
estrema si ebbe nel corso degli anni Settanta con
l’introduzione
del tanga brasiliano, la cui parte posteriore è
così
ridotta da scomparire tra le natiche (un «filo
interdentale», lo definì il comico Panariello).
Una cosa che balza all’occhio,
e che a prima
vista potrebbe apparire un controsenso, è che a sfoggiare i
bikini più audaci non sono solo le ragazze più
giovani e
carine, ma anche, e soprattutto, le donne di una certa età;
capita di vedere ventenni in costume intero accanto alle madri che
prendono il sole a seno nudo.
La risposta, in sé,
è abbastanza
semplice: la donna, più dell’uomo, vede
l’appassire
del proprio corpo come un’assoluta tragedia; l’uomo
sopperisce alla perdita della bellezza giovanile con altre
virtù, come l’intelligenza, la cultura, il senso
di
sicurezza che sa ispirare – anche un
«brizzolato»
può avere fascino. Per la donna è diverso: fin
dall’antichità l’avvenenza fisica era la
qualità principale, se non l’unica, che le venisse
riconosciuta… finita quella, finito tutto. L’uso
del
bikini da parte delle donne più mature è motivato
soprattutto dal desiderio (disperato) di convincere se stesse
–
più che gli altri – d’essere ancora
affascinanti, di
sentirsi ancora belle, di scoprirsi ancora ammirate. Le giovani sono di
solito abbastanza coscienti della propria bellezza da non sentire
quest’assoluta necessità del bikini, anche se sono
ben
disposte a farne uso.
Negli ultimi anni, si è
tornati all’uso
di un bikini un poco più coprente di quelli passati, che
quanto
a dimensioni erano arrivati ai minimi termini. Non si tratta di un
(tardivo) recupero del pudore, quanto della consapevolezza che il
bikini è stato creato per sottolineare la bellezza femminile
e
per sedurre: un corpo nudo, o quasi, che mostri tutto, in modo
sfacciato, può essere bello quanto si vuole, ma non appare
per
niente seducente. Al contrario, un corpo che mostri un po’,
ma
non troppo, che inviti a fissarvi lo sguardo per scoprire fin dove lo
si può spingere, che sottolinei dei particolari senza farli
vedere apertamente, che – si potrebbe dire con
un’espressione poetica –
«sussurri»
anziché «gridare», quel corpo appare
seducente anche
se la sua bellezza non è eccelsa. È, in fondo,
l’antico gioco del velare/svelare, un gioco nel quale ogni
donna
si può cimentare, sulle passerelle delle sfilate di moda
così come in un qualsiasi stabilimento balneare, soprattutto
durante i mesi della torrida estate.
(luglio 2011)