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Storia della chitarra

Lo strumento dalle antiche origini, ha rappresentato un modo particolare di fare musica, più coinvolgente di altri strumenti ritenuti più aristocratici

 

di  Maurizio Stefanini

 

 
Il mito greco-romano parla del piccolo Hermes-Mercurio, che nato al mattino già a mezzogiorno era in grado di camminare, e andandosene a spasso trovò sulla spiaggia una tartaruga morta e putrefatta sul cui guscio alcuni residui tendini risuonavano al vento. Il dio dell’astuzia e dell’ingegnosità si mise ad armeggiare, ed in breve ne ricavò quell’aggeggio che gli antichi greci avrebbero chiamato kithara, facendone il loro strumento nazionale.
    Quella stessa invenzione avrebbe in seguito risparmiato al piccolo impertinente una divina sculacciata, con l’offrirla a Febo-Apollo in cambio del bestiame che gli aveva rubato. E il dio-artista non avrebbe resistito alla tentazione, facendo anzi della kithara uno dei suoi attributi. È tradizionale l’immagine di Nerone, devoto ad Apollo, che la suona mentre intona il suo poema sulla distruzione di Troia nel guardare Roma in fiamme. E tuttavia, se la kithara classica ha dato alla nostra chitarra il nome e ne ha anticipato la funzione di accompagnamento del canto, non si tratta però dello stesso strumento. La rappresentazione classica ce la mostra infatti come una cassa di risonanza con ai lati due prolungamenti verticali a forma di corna, che sorreggevano una sbarra trasversale. Fra questa e il corpo inferiore della cassa di risonanza erano tese le corde: solo quattro o cinque all’inizio, ma poi divenute sette nel VII secolo avanti Cristo, undici nel V secolo, e infine quindici. Più che verso la chitarra, l’evoluzione è verso l’arpa. D’altra parte, la tecnica moderna dell’accompagnamento con accordi non si sviluppa in Occidente che alla fine del Medio Evo, per essere poi teorizzata tra XVI e XVIII secolo. Tuttora, la pratica musicale tradizionale delle culture extra-europee si basa essenzialmente non sulla sistemazione di note in intervallo con la melodia, bensì sulla sovrapposizione di linee melodiche simili, ma non identiche.
    Ma qualcosa di simile alla chitarra moderna già esisteva in Medio Oriente, anche ai tempi in cui Nerone si lanciava nelle sue «kitharate». Come testimonianza iconografica, il più antico chitarrista della storia ci guarda da un bassorilievo ittita del 1000 avanti Cristo. Siamo in prossimità geografica e cronologica con quella Troia della grande guerra cantata, prima ancora che da Nerone, da Omero (anche lui, si immagina, con in mano una kithara). E come testimonianza archeologica, alcuni prototipi di chitarra sono stati ritrovati in tombe egizie dall’VIII al IV secolo avanti Cristo. D’altronde, è tuttora l’Egitto il Paese dei più apprezzati virtuosi di ud del mondo islamico. Ud, con l’articolo che gli Arabi mettono dappertutto, è al-ud. Sì: è quel famoso liuto dei trovatori, su cui le lingue romanze intonarono i loro primi incerti versi, e che in Europa fu riportato presumibilmente dai Crociati. E lo stesso percorso deve averlo fatto la chitarra, che rispetto al liuto è una variazione sul tema: con il fondo piatto e la forma ad 8, invece che convesso e con la forma a pera. Ma è possibile anche che il viaggio sia stato fatto attraverso quella straordinaria camera di compensazione tra Islam e Cristianità che fu per tutto il Medio Evo la Spagna. Comunque, furono artigiani spagnoli quelli che nei secoli la aggiustarono, fino a darle la forma definitiva. In Spagna si è sviluppata quella scuola di virtuosismo flamenco che è un po’ l’equivalente chitarristico europeo di quel che rappresenta l’Egitto per gli estimatori di ud. Ed è dalla Spagna che la chitarra è arrivata in America Latina, per dare vita ad un’altra importante scuola virtuosistica, con sviluppo di tecniche originali.
    Nel Trecento, la chitarra aveva quattro corde: tre doppie, come le ha oggi il mandolino, e una semplice. La quinta corda, doppia, fu aggiunta in basso alla fine del Seicento; la sesta arrivò, in alto, a metà del Settecento, mentre tutte le corde divenivano singole. È forse questa la più importante traccia della lunga evoluzione parallela con il liuto, anch’esso passato dalle due-quattro corde originali alle sei definitive (di cui cinque doppie). Interessante è anche ricordare il progressivo affermarsi in entrambi gli strumenti della tecnica di esecuzione con le dita rispetto all’originale prevalenza del plettro, tuttora indispensabile invece per mandolini e derivati. Ma chitarra e liuto si somigliavano troppo per poter convivere nel successo. All’inizio, con la nobiltà estasiata dall’esile timbro del liuto, la chitarra è un po’ un parente povero. Ma già nel 1482 Leonardo da Vinci può mandare a Milano il curriculum che lo farà assumere da Ludovico il Moro, specificando che oltre a ingegnere, pittore, scultore e scienziato è anche un «suonatore di chitarra». E nel 1556 un trattato sulla Francia ci informa che lì «tutti sanno suonare la guiterne». Anche se non si trattava ancora della chitarra attuale di derivazione spagnola, bensì di un compromesso con la cassa a forma di pera come il liuto ma a fondo piatto. Un altro simile compromesso è rimasto nell’uso qua e là in Italia Meridionale, ed è chiamato dagli etnomusicologi «chitarra battente» (ma nella tradizione pugliese è quella la vera «chitarra». Quella che nel resto del mondo è la chitarra tout court, lì è detta «chitarra francese»).
    In italiano, i trattati di storia della musica chiamano la guiterne francese «cetra», termine che è però promiscuamente usato anche per la kithara greca. Probabilmente, la vittoria che relega il liuto agli specialisti di musica antica è il risultato di una democratizzazione della società: mentre il suono aggraziato ma fioco del liuto è inutilizzabile fuori di una stanza chiusa, l’energica «grattata» sulla chitarra («rasgueo», è il termine tecnico di derivazione spagnola) permette di farsi intendere dall’uditorio più vasto che ascolta, ad esempio, i cantastorie. Oppure di far parte di un’orchestrina. Più complicato è invece metterla tra il frastuono di un’orchestra sinfonica vera e propria. Gli estimatori della chitarra, è vero, ricordano che Stradivari ne fabbricava, assieme ai suoi celeberrimi violini. Che Paganini ne era un virtuoso, oltre che di violino e mandolino. Che Haydn, Schubert, Weber e Rossini scrissero per chitarra partiture. E che Beethoven la definiva «un’orchestra in miniatura». Ma solo Verdi ebbe il coraggio di sperimentarla in qualche opera. (Nella storia italiana suoi illustri appassionati sono stati Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Massimo D’Azeglio e Bettino Craxi). Altro limite della chitarra era l’uso nella musica da ballo, al di fuori di alcuni contesti in cui appunto si è dovuto sviluppare un virtuosismo funambolico. Un esempio è appunto quello del flamenco dei gitani spagnoli; un altro è la get-fiddle del Far West, con la nascita del caratteristico stile saltellato del finger-picking. Ma zingari e pionieri erano appunto gente la cui vita nomade li portava ad apprezzare al massimo uno strumento con la dote della trasportabilità.
    In Italia, ancora all’inizio del secolo gli strumenti a corde erano tipici degli artigiani di paese, che consideravano l’abilità nell’usare le dita per produrre i suoni un ideale complemento all’abilità nell’usare le dita per il loro lavoro. Caratteristica era soprattutto la bottega del barbiere, vera filarmonica dei poveri dove nelle ore di chiusura i vari «mastri» si vedevano per provare chitarre, mandolini e violini. Fu una specie di rivolta democratica quella con cui ad un certo punto il monopolio musicale di queste aristocrazie manuali iniziò ad essere sfidato dalle bande paesane. Ma il gran bisogno, prima della diffusione di radio e dischi, restava quello di uno strumento maneggevole che permettesse di sviluppare volume per il ballo senza dover pagare troppi suonatori. I pastori, gente con giornate dai molti tempi morti, utilizzavano la zampogna, dai lunghi tempi di costruzione e accordatura, e che invece dell’accordo sviluppava l’arcaico accompagnamento a bordone (in cui, invece di quattro note, la melodia è accompagnata solo da una). Nel ceto medio si affermò nell’Ottocento il pianoforte, che ogni signorina di buona famiglia doveva imparare, ma con i problemi di trasportabilità evidenziati dalla famosa barzelletta yiddish sul perché gli Ebrei sono spesso grandi violinisti e non pianisti («hai mai provato a dover scappare all’improvviso con un pianoforte in spalla?»). Infine, dagli ambienti contadini, si affermarono come risposta vincente fisarmonica e strumenti affini (dall’organetto italiano alla concertina anglosassone, al bandoñeon argentino): veri riassunti portabili del pianoforte che, inventati nel 1824, ci misero appena un secolo a divenire gli strumenti principe della musica popolare. E lo sarebbero rimasti, se proprio la diffusione della musica pre-registrata non avesse cambiato totalmente i termini della questione. Non solo, infatti, si può ballare ora con un giradischi, dove prima bisognava assoldare almeno un suonatore (o servirsi di un amico che però doveva rinunciare lui a ballare). Ma l’ascolto massiccio di esecuzioni a livello professionale tende a viziare l’ascoltatore ai danni dei suonatori dilettanti, la cui esecuzione non sarà mai altrettanto pulita, né il repertorio altrettanto vasto. E l’incentivo a passare ore a studiare, se non si vuole farlo come lavoro, viene meno in maniera drammatica. È d’altronde un caso se negli ultimi cento anni la «biodiversità» musicale è tanto calata? Provate un po’ a calcolare quanti nonni e prozii del vostro albero genealogico armeggiavano con violino o mandolino o tromba o fisarmonica. E fate il confronto con quanti dei loro discendenti lo fanno ancora...
    Ma se per il bisogno di ascoltare musica la tecnologia è spiazzante, per la voglia di cantare neanche l’infernale marchingegno del karaoke è riuscito veramente a sostituire l’antico strumento ittita come fonte di accompagnamento: né troppo forte da coprire la voce, né troppo debole da non sentirsi, né troppo complicato da perdercisi, né troppo semplice da impazientire le smaliziate orecchie di oggi. Certo, un conto è imparare i quattro «accordi del barbiere» che bastano a ripetere qualche popolare canzone da cantautore, un conto è apprendere la tecnica solistica di un Andrés Segovia. Come insegna qualunque maestro la chitarra è lo strumento più facile da suonare male, ma è anche il più difficile da suonare bene. Non è questo però che interessa a coloro a cui la chitarra sul cuore è, per dirla con le parole di Carl Sandburg, «un compagno portatile, un piccolo amico che pesa meno di un bimbo appena nato».
    L’unico nemico, per la popolarità di quello che è oggi lo strumento più suonato nel mondo, è in fondo se stessa. Quel delirio di onnipotenza che, attraverso il rutilante mondo del rock e del pop, l’ha portata a farsi elettrica, a riempirsi di effetti speciali, ad assumere le più improbabili forme, dalla stella alla mannaia. Illusione suicida, visto che sul piano della tecnologia le tastiere resteranno sempre più versatili delle corde, perdendo in compenso l’handicap del peso. La chitarra acustica, insomma, è destinata a rimanere il più popolare degli strumenti tradizionali. Ma la chitarra elettrica non può che rimetterci, di fronte a quegli infernali pianini portabili in cui basta premere un tasto, e tutta la canzone salta fuori da sola. Seguita pure dai relativi applausi pre-registrati...
(anno 2001)