Un
capo d’abbigliamento inutile?
La
storia «sconosciuta» del capo
d’abbigliamento più…
«curioso» del mondo
di Simone
Valtorta
A
prima vista, potrebbe sembrare che la cravatta sia un capo
d’abbigliamento assolutamente inutile; anzi, se la grammatica
lo
permettesse, potremmo dire che è il capo
d’abbigliamento
«più inutile» mai fabbricato
dall’uomo.
Probabilmente, tutti noi ne abbiamo in casa almeno una… e
non si
capisce quale sia la sua ragion d’essere. Mi spiego: un capo
d’abbigliamento serve essenzialmente a riparare e proteggere
il
corpo o parti di esso; per esempio, dal freddo (come un cappotto), dal
sole (come un cappello), dalla pioggia (come una giacca a vento). Ci
sono poi le cinture, che sostengono determinati abiti, e capi
d’abbigliamento particolari, come i giubbotti anti proiettile
(vere e proprie «armature» del XXI secolo), le
camicie di
forza, e via dicendo.
La cravatta, come si può
notare, non assolve
a nessuna di queste funzioni: non ripara, non protegge, non sostiene,
non copre. Il suo, sembra un ruolo puramente estetico: dire di una
persona che è «in giacca e cravatta»
significa dire
che è distinta, vestita in modo elegante. Per questo, viene
richiesto – o perlomeno consigliato –
l’uso della
cravatta durante gli incontri politici, le occasioni mondane, lo
svolgimento di alcune professioni in cui bisogna presentarsi, anche
esteticamente, come una persona seria, posata, che ispira fiducia. Ma
era davvero questa la sua funzione originale? Proviamo a ripercorrerne
la storia: ci aspetta una scoperta incredibile!
La parola «cravatta»
designa una stretta
e lunga fascia che, ravvolta intorno al collo, si annoda
sull’alto del petto. Il termine deriva probabilmente dal
croato;
si vuole, infatti, che i primi a portarla fossero dei soldati croati
che servivano in Francia durante le guerre di Luigi XIV, il
«Re
Sole» (1661-1715); probabilmente era un segno distintivo,
dato
che a quei tempi le uniformi le portavano solo alcuni corpi scelti,
come i moschettieri, e l’unico modo per scoprire se quello di
fronte a te era un amico o un nemico, era… sentirne la
parlata.
Il vocabolo, peraltro, sebbene in un senso un po’ diverso, si
trova anche in testi del Trecento e del Cinquecento. L’uso
della
cravatta, però, è indubbiamente più
antico: vera e
propria cravatta era, per esempio, il focale dei Romani,
ricordato nel secondo libro delle Satire
di Orazio, 3, 255 («Ponas insigna morbi, / fasciolas,
cubital,
focalia», cioè: «Deporresti i segni
della tua
malattia: / fascette, guanciali e cravatte»); l’uso
scomparve del tutto nell’Alto Medioevo.
Nel Seicento, la moda della cravatta
finì col
diffondersi in tutta Europa. Nei secoli XVII e XVIII la cravatta,
formata quasi sempre di tulle e di pizzi, fu portata solo dagli uomini,
come mostrano capolavori della pittura (per esempio, il ritratto di
Pierre Sériziat dipinto da Jacques-Louis David nel 1795);
durante la Rivoluzione Francese, sansculottes
e merveilleuses
portavano del pari le alte fasce di seta ravvolte a più
giri. Le
ritroviamo verso il 1830, ma solo nella moda maschile; e
così
fino agli ultimi decenni dell’Ottocento, quando
l’apparizione del vestito tailleur per le
signore trovò il suo complemento nell’uso della
cravatta a piccolo nodo o a lunghi lembi sotto la giacca.
Negli anni Trenta del secolo scorso, la
fabbricazione delle cravatte era ormai oggetto di
un’industria
indipendente, almeno in molti casi. Le stoffe con cui si fabbricavano
le cravatte erano generalmente confezionate da tessitori serici
specializzati, numerosi in Italia (dove l’industria della
cravatta aveva preso un larghissimo impulso ed alimentava una forte
corrente d’esportazione, sia sotto forma di tessuti da
cravatte
che sotto forma di cravatte confezionate), in Germania (Crefeld), in
Cecoslovacchia, in Austria, in Inghilterra e in Francia; la materia
prima adoperata era costituita quasi esclusivamente da sete italiane e
in piccola parte giapponesi.
Alle cravatte già pronte,
usate per molto
tempo, sono succedute le cravatte da annodarsi volta per volta, sia a
classiche righe oblique che a disegni e colori svariatissimi. Ce ne
sono oggi di molteplici tipi: la cravattina bianca di batista a piccolo
nodo da portare con la marsina, la piccola cravatta nera per lo smoking, il papillon o
«cravatta a farfalla», la regate o
«cravatta lunga», il plastron, la lavallière
o «cravatta svolazzante», e infine la cravatta
militare.
Tutto quanto detto finora,
però, non risponde
alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: qual era la
funzione originale della cravatta?
Facciamo un altro salto indietro nel
tempo, ma
questa volta non di secoli, bensì di millenni, anzi, di
decine
di migliaia d’anni, al tempo dei nostri antenati cavernicoli
che
vivevano di caccia e della raccolta di ciò che la natura
offriva
spontaneamente. Anche presso queste tribù di cacciatori, gli
uomini – sostengono gli antropologi – usavano
indossare la
cravatta, costituita da una striscia di pelle o di cuoio annodata
sull’alto del petto e i cui lembi ricadevano sul davanti; la
portavano non certo per fini estetici, bensì pratici. Quando
sgozzavano una preda, passavano la lama di selce del coltello sulla
«cravatta», per ripulirla dal sangue… ed
è
per questo che la cravatta, per dir così,
«classica»
ha le righe oblique: potete fare un esperimento per sincerarvene,
afferrate un coltello e provate a passarvelo sul petto dopo averlo
sporcato di sugo – le righe che lascerà saranno
oblique!
Ecco, questo era la cravatta, in
origine:
nient’altro che uno strofinaccio per pulire i coltelli.
Dev’essersi quindi trattato di uno degli…
indumenti… più antichi della storia. Tanto
antico, che il
suo uso primitivo si è perso nella memoria, riemergendo
–
forse inconsciamente – quando il nostro sguardo viene
attirato da
una di quelle lunghe, belle cravatte dalle righe oblique, che ci
ricordano qualcosa che non riusciamo completamente ad afferrare, quasi
una sensazione di déjà
vu.
E senza pensare che tutte quelle persone eleganti, le persone che
«contano» (politici, magistrati,
imprenditori…), ed
anche noi, quando partecipiamo a qualche evento mondano, tutti andiamo
orgogliosamente in giro portando annodato sull’alto del petto
uno… «strofinaccio da cucina»!
(febbraio 2013)