Il
fantasma di Azzurrina
Tra
leggenda e mistero, la storia del più famoso fantasma
italiano
di Simone
Valtorta
Se
chiedessi a qualcuno di immaginare un luogo abitato dai fantasmi,
immagino che la fantasia correrebbe a qualche tetro maniero scozzese,
magari quello dipinto da Luigi Regianini nella sua opera La valle dei fantasmi.
Eppure, anche l’Italia ha il suo bel pantheon
di spettri, spiriti e affini. Alcuni, è vero, non fanno
neppure
paura, come il fantasma del cuoco Giuseppe al castello di Rivalta
(Emilia Romagna): questo cuoco aveva un’irresistibile
attrazione
per le donne, attrazione che lo portò a mettere le mani
sulla
moglie del maggiordomo. Alla moglie, questo piacque; al marito, molto
meno: fu così che lo sventurato cuoco fu scaraventato in una
cisterna, dove morì (in fondo, ci sarà pure una
ragione
per il detto popolare che «l’assassino è
sempre il
maggiordomo»!). Quando venne ritrovato il corpo si
pensò
ad un suicidio, così il malcapitato non fu sepolto in terra
consacrata; da allora, il suo spirito abita il castello, limitandosi a
piccoli, innocui scherzetti come spostare o far cadere gli oggetti. (Il
castello merita una visita a prescindere dalla presenza o meno del
fantasma; vi si trova, fra le altre cose, l’ultimo stendardo
rimasto al mondo usato durante la battaglia di Lepanto, nel 1571).
Ma il fantasma italiano più
famoso, capace di
affascinare e continuare a stupire frotte di persone anche oltre i
confini del Bel Paese, è senza dubbio quello di Guendalina
Malatesta, più nota col soprannome di Azzurrina: una
presenza
palpabile già quando si arriva nei pressi del maniero di
Montebello (in provincia di Rimini) e «visibile» da
coloro
che abitano presso il borgo durante i temporali e le giornate uggiose
come un «puffo azzurro» che scivola tra i torrioni
o sulla
Scorticata. Così, almeno, lo descrivono gli anziani che da
sempre sentono parlare di lei ed in più occasioni hanno
visto
con i loro occhi quanto veniva loro raccontato quand’erano
piccoli: lo spettro di una bambina, vissuta alla fine del Trecento ma
che mai come ora è così
«viva» fra la gente
che ha imparato ad amarla e che cerca di scorgerla tra gli arredi, i
soppalchi e i camminamenti del possente maniero di Montebello. Follia
collettiva, immaginazione esasperata, suggestione indotta dai mass
media, o realtà oggettivamente riscontrabile? Cerchiamo di
fare
un po’ d’ordine.
Quella di Montebello è una
delle rocche
più belle e meglio conservate della Romagna, ed ha la
particolarità di poggiare le sue fondamenta proprio sul
picco di
un monte. Si trova a Torriana, a pochi chilometri da Rimini. Il
«Mons Belli» (che tradotto dal latino vuol dire
«Monte della Guerra») fu méta di
molteplici assalti,
ad iniziare dai Malatesta nel 1186. Dopo circa duecento anni furono i
Montefeltro a conquistarla e la rocca rimase sotto il loro dominio fino
al 1438, quando il signore dei Malatesta Sigismondo Pandolfo la
riconquistò. Oggigiorno i proprietari del castello di
Montebello
sono Guidi di Bagno, infeudati dal Papa Pio II nel 1463.
Nel Seicento un parroco compose una
miscellanea di
racconti della bassa Val Marecchia, secondo il gusto
dell’epoca
per le fabulae
popolari; la
cronaca è custodita tuttora nella biblioteca del castello.
La
leggenda di Azzurrina, trascritta nella raccolta, era già
stata
tramandata oralmente per circa tre secoli, ma non ci è dato
sapere quanto di ciò che si raccontava fosse avvenuto
realmente
e quanto appartenesse alla fantasia; gli storici più
accreditati
ritengono comunque che le linee fondamentali della vicenda poggino su
basi reali.
Siamo nel 1375, quando feudatario di
Montebello
è un certo Ugolinuccio o Uguccione Malatesta. Questi
è
padre di una bambina di otto anni, Guendalina, cogli «occhi
color
del cielo e i capelli chiari coi riflessi azzurrini». La
bambina
è nata albina, coi capelli totalmente bianchi: fenomeno che
a
quel tempo è considerato un segno di stregoneria.
Per nascondere la malattia della figlia,
la madre le
tinge ripetutamente i capelli di nero con pigmenti di natura vegetale
estremamente volatili; ma il bianco dell’albinismo non
trattiene
il colore, reagisce al pigmento dando ai capelli della bambina riflessi
azzurri come i suoi occhi – da qui, il soprannome di
Azzurrina.
Il 21 giugno è in corso un
violento
temporale. Azzurrina sta giocando all’interno del castello
con
una palla fatta di pezza e spaghi, vigilata da due armigeri di nome
Domenico e Ruggero. All’improvviso la palla rotola
giù
all’interno di un cunicolo alla fine delle scale che portano
nei
sotterranei, fino a raggiungere una stanza adibita a dispensa e
ghiacciaia. Azzurrina si precipita a recuperarla; le guardie preposte
alla sua sorveglianza non si preoccupano, dato che il cunicolo non ha
altre uscite. Quand’ecco, che dai sotterranei riecheggia un
urlo.
Le guardie accorrono subito in soccorso della piccola, ma non trovano
nessuno. Il castello e l’intero borgo sono setacciati per
giorni
e giorni... invano. Azzurrina è scomparsa, come dileguata
nel
nulla. Il temporale che imperversa furioso, si placa con la sua
scomparsa. Da allora, racconta il manoscritto seicentesco,
«si
narra che, allo scadere del solstizio estivo di ogni lustro, un suono
proveniente da quel sotterraneo cunicolo si faccia ancora
sentire». Risate, giochi di bimba, dodici rintocchi di
campane,
il battere veloce di un cuoricino: questi i fenomeni che si possono
sentire solo negli anni che finiscono con lo «0» o
il
«5» nel giorno del solstizio.
(In realtà, ritengo ci sia
una spiegazione
molto semplice per la scomparsa della bambina, senza andare a
«scomodare» fenomeni soprannaturali: potrebbe darsi
che nel
correre a recuperare la palla la bambina inciampi, cada battendo la
testa e muoia sul colpo. Le guardie, timorose d’essere
accusate
di non averla custodita bene, ne fanno sparire il corpo raccontando poi
della scomparsa misteriosa. Ma questa, si badi bene, è una
mia
interpretazione).
Giunti a questo punto, sconsiglio di
proseguire la
lettura alle persone facilmente suggestionabili. Già,
perché non solo Azzurrina, ma molte altre presenze animano
giornalmente le mura del castello: durante le visite guidate molte
persone si sentono male, in preda ad improvvisi stati di ansia e
svenimenti; molti odono passi e voci accompagnare la guida. Altro
elemento interessante è una panca color rosso sangue, dove
vi
è raffigurata una donna incinta all’interno di una
tenda;
la panca ha più di mille anni, eppure si mantiene in
perfetto
stato e il suo sfondo rosso sembra essere stato tinto con il sangue.
Quest’oggetto fu un dono portato da una delle Crociate;
originariamente serviva al controllo demografico: quando il popolo da
cui fu presa arrivava ad un numero prestabilito di abitanti, le donne
partorienti venivano legate braccia e gambe sulla panca, in maniera
tale da impedire loro di partorire e condannarle, insieme al feto, a
morte certa, fra terribili agonie.
Ma torniamo ad Azzurrina, la cui storia
non finisce
ancora. Facciamo un salto di molti secoli, fino ad arrivare al 1989
quando il castello, inserito tra i monumenti nazionali italiani, viene
restaurato e trasformato in museo dai proprietari, la famiglia dei
conti Guidi di Bagno, e aperto al pubblico a pagamento. Durante il
restauro si sono trovate delle gallerie sotterranee, murate per
proteggere dai saccheggi i tesori e gli averi della famiglia. Tutte le
stanze sono state riaperte, tranne una che non è
più
accessibile: danneggiare le mura che circondano quest’atrio,
significherebbe mettere in pericolo tutto il castello. Nessuno sa che
cosa vi sia all’interno, ma si pensa che Azzurrina possa
essere
scomparsa proprio in questo luogo.
Il 21 giugno dell’anno
successivo, una troupe
televisiva RAI gira un documentario all’interno del castello.
Le
apparecchiature sono sofisticate, tutte le frequenze vengono incise. In
sede di studio si procede all’ascolto: tuoni, uno scrosciare
violento di pioggia, poi… un suono, una voce. Una voce
flebile,
leggera, come un pianto confuso tra i rumori di un lontano temporale.
Molti dicono subito che è la voce della bambina scomparsa,
la
voce di Azzurrina.
L’Università di
Bologna inizia degli
studi approfonditi e riesce nel 1995 a catturare ancora il leggero
lamento che si diffonde tra le mura del castello. Questa volta la voce
è più limpida e si sente chiaramente chiamare
«mamma». Si registra anche il rumore di una palla
che
rimbalza e il rintocco di campane. Nel 2000 la stessa
Università
registra ancora i lamenti della piccola, che nella ricorrenza
quinquennale della sua scomparsa si aggira nel castello alla ricerca
della sua famiglia.
Ai turisti in visita alla Rocca tutte le
registrazioni vengono fatte ascoltare, ma le reazioni rimangono tuttora
le più diverse, se non addirittura contrastanti: ad alcuni
sembra di distinguere un pianto di bambina, ad altri una risata, molti
dicono di sentirci una voce, di distinguerci una parola, tanti altri
sostengono di non sentirci né più né
meno che
vento e pioggia nel temporale.
La professoressa Welleda Tiboni,
conduttrice del
castello negli anni Novanta, narra, commossa, di come una notte
è stata svegliata da risa o da pianti infantili, che
provenivano
dalla corte del castello. Di come tornando, dopo aver fatto delle
commissioni, trova un certo signor Gorietti pallido e terrorizzato,
seduto nella corte che le racconta di aver visto, mentre faceva le
pulizie nella stanza del Forziere del Settecento (la stessa
dov’è conservata la panca color rosso sangue),
l’ombra di una figura femminile camminare capovolta con i
piedi
sul soffitto e con i capelli talmente lunghi da sfiorare quasi il
pavimento, con gli abiti stranamente attaccati al corpo nonostante la
posizione. Apparizione questa, che lascerà dei segni
visibili
sotto il soppalco di legno proprio sopra il Forziere: delle impronte di
piedini «bianco latte» che, nonostante tutti i
tentativi
per coprirle ricompariranno «ancora più bianche di
prima»; solo ora, a distanza di anni iniziano a sbiadirsi,
scomparendo lentamente.
Molti di coloro che si sono recati
presso il maniero
hanno raccontato di aver avuto «visioni»
particolari, o
particolari percezioni uditive che si sono protratte quasi fino ad un
mese dopo la visita di Montebello. Spiccherebbe la storia di Leo
Farinelli, il quale dopo aver fatto visita al castello di Montebello
insieme alla moglie, riceve per mesi messaggi da Guendalina; anche il
professor Cassoli dell’Università di Bologna
s’interessa al caso ed alla storia narrata da questo signore.
La
piccola Guendalina avrebbe seminato, attraverso il Farinelli, tanti
piccoli messaggi: innanzi tutto parla in un Quadro (così
vengono
definite le visioni che Leo Farinelli riceve dalla piccola):
«Cerco la mia foto, devo vedermi per andare da Costantino,
devo
avere la mia immagine per incontrare gli altri, altrimenti non mi
vogliono. Non posso andare nel loro mondo, resterò in questo
posto che sta nel mezzo, finché non avrò con me
il mio
salvacondotto… la mia foto per vedermi. Dillo agli altri, a
quelli che tu ed io conosciamo, arriverò non appena
l’avrò trovata, qui sto bene, non mi manca
nulla…
Sono sola, senza compagnia come sempre» (10 gennaio 1996). In
un
messaggio pervenuto dopo ben quattordici anni, la bambina dice:
«Dal tempo dei fiori io sarò immagine –
…Orabile lo dice – avrò il potere di
passare…» (28 settembre 2010). E in un altro
ancora dice:
«Eccomi», mentre il Farinelli la visualizza
«nell’atto di entrare in un portone antico, che era
già un po’ aperto e nella fessura che si stava
allargando
si vedeva solo luce intensa».
La domanda che sorge spontanea a questo
punto
è questa: siamo di fronte ad una leggenda che è
entrata
talmente tanto in profondità nelle persone da produrre un
delirio collettivo ed una fascinazione tali da «farci
produrre» inconsapevolmente
«testimonianze» e
risultati strumentali in tempi diversi, con modalità diverse
e
attrezzature diverse oggettivamente riscontrabili? Oppure siamo di
fronte ad un fenomeno che sfida le leggi della fisica attualmente
conosciute, che supera le barriere dello spazio e del tempo? Lo studio
dei dati raccolti fino ad ora, strumentali e non, darebbe sempre
più forza all’idea – dicono gli
«esperti» del settore – che ci troveremmo
di fronte
ad una «energia sconosciuta» (termine questo che
piace a
tutti: in primo luogo, permette di evitare l’uso della parola
«fantasma», ritenuta non adeguata alla nostra epoca
che
pretende di essere razionalista anche se non lo è; in
secondo
luogo, non dice nulla anche se dà l’impressione di
dire,
di spiegare tutto); un’energia attribuibile ad una bimba
vissuta
alla fine del Trecento presso il castello di Montebello, nascosta
poiché albina, che si organizza in funzione
dell’opportunità, che scatena fenomenologie
particolari
nei pressi di chi di lì a poco si appresta ad andarla a
cercare,
che sembra manifestare la necessità psicologica e
tipicamente
umana di riappropriarsi della propria identità per andare a
stare con gli altri. Una forza sconosciuta che si organizza
intelligentemente utilizzando tutta l’energia fisica e
psichica
disponibile in quel momento per «trasmettere»
informazioni
ottiche ed infra-ottiche con una dovizia di particolari, mai vista
prima.
Medium
di
tutt’Italia giurano di essersi messi in contatto con la
bambina,
chi tramite la scrittura automatica, chi tramite visioni… ma
nessuno di essi, purtroppo, è ancora riuscito a ridarle la
pace.
(dicembre 2012)