Breve
storia dell’opera lirica
Dal
Seicento ad oggi, l’opera lirica ha sottolineato alcune tra
le
pagine più belle e coinvolgenti della creatività
artistica dell’uomo
di Simone
Valtorta
La
musica ed il canto sono state probabilmente le prime arti prodotte
dall’uomo: la nostra stessa natura biologica ci fa aborrire
il
silenzio (cosa di cui ci possiamo rendere conto quando, in assenza di
ogni rumore, sentiamo i timpani dolere). I nostri antenati, immersi nei
mille e mille suoni delle foreste primordiali (il fischio del vento fra
le fronde, lo scroscio di una cascata, il crepitio di un ramo che si
spezza…), dovettero imparare ben presto ad imitare il
bramito di
un cervo innamorato, il grugnito di un cinghiale, il cinguettio degli
uccelli; potevano riprodurre questi suoni per attirare
l’animale
prescelto verso una trappola. Poi si saranno accorti che potevano
modulare suoni loro propri, che non erano semplice copia di quelli che
udivano dall’ambiente circostante; e che potevano
sottolinearli
col battito delle mani, dei piedi. Appresero che la corda di un arco o
una pelle tesa tra due legni vibra e manda suoni; che altri suoni
produce il soffio entro un corno di rinoceronte o una canna di
bambù forati (in Slovenia è stato ritrovato
quello che
pare il primo esempio di flauto della storia, ricavato da un femore
d’orso).
Da quel momento, la musica ed il canto
hanno sempre
accompagnato i momenti più significativi della vita umana:
musica squillante e gioiosa quando si nasce, solenne e armoniosa quando
ci si sposa, cupa e malinconica quando ci si irrigidisce nel gelo della
morte; musica potente e marziale per accompagnare gli eserciti in
marcia o gli incontri politici di alto livello. In un tempo non molto
remoto era uso cantare per alleviare la fatica del lavoro: lo facevano,
ad esempio, le donne che andavano a lavare i panni nei lavatoi pubblici
o le mondine che raccoglievano il riso.
Quando la musica classica
s’incontra con la
poesia, si fonde con lei, allora nasce una forma artistica
d’incomparabile bellezza: l’opera lirica!
Claudio
Monteverdi e l’opera barocca
L’opera nasce a Firenze nell’ultimo scorcio del
Cinquecento, per merito di quegli intellettuali ed artisti che si
ritrovano insieme con l’intento di recuperare le tradizioni
del
mondo classico, com’è tipico della cultura
rinascimentale.
Si sa che le antiche tragedie greche avevano un supporto musicale,
perché ne hanno parlato poeti, filosofi, uomini di cultura,
purtroppo ci restano solo ventitre frammenti con annotazioni musicali
che coprono un arco di seicento anni! L’unica opera completa
è l’Epitaffio
di Sicilo, che però è tarda,
risalendo al II-III secolo dopo Cristo.
Per gli antichi Greci, la musica aveva
un ruolo
educativo, di crescita dell’individuo e della
società.
Platone, nella Repubblica,
scrive che quando il bambino impara la musica (e la danza, e il
canto…), da adulto avrà la capacità di
prendere
decisioni, di distinguere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato.
Forse è per questo che ritiene che a far musica debbano
essere i
filosofi.
Gli uomini del Rinascimento recuperano
tutte queste
notizie e tentano di ridar vita all’opera di soggetto e
tradizione classica: nascono così gli intermezzi, dove la
musica
è a supporto di scene teatrali.
Con l’Orfeo
di Claudio Monteverdi si entra in un nuovo genere di musica.
L’opera, una «favola in musica»,
è un
capolavoro assoluto, godibilissima ancor oggi; ancor più
importante in quanto è la prima opera ancora in repertorio
di
cui la partitura ci sia giunta interamente.
La favola di Orfeo è
conosciuta da tutti:
è la storia del suonatore di cetra, figlio di Apollo, e del
suo
amore per la bella ninfa Euridice. Un amore infelice, dato che Euridice
morirà per il morso d’un serpente. Orfeo,
disperato, si
recherà nei tenebrosi recessi del regno dei morti,
addormenterà col suono della sua cetra il nocchiero Caronte
e si
presenterà ai reggitori dell’oltretomba, Plutone e
Proserpina, per chiedere di riportare in vita la ninfa. Plutone
acconsente, ma ad un patto: finché non sarà
uscito a
riveder le stelle, non dovrà mai volgersi verso Euridice
(«Ma, pria ch’ei tragga il piè da questi
abissi /
non mai volga ver lei gli avidi lumi, / ché di perdita
eterna /
gli fia certa cagione un solo sguardo. / Io così
stabilisco»). Purtroppo Orfeo, oppresso dai dubbi, non riesce
a
resistere («Ma mentre io canto, ohimè chi
m’assicura
/ ch’ella mi segua?»), si volta e, così,
la perde
per sempre. Tornato sulla terra, verrà dilaniato dalle
ninfe,
stufe del suo inconsolabile dolore.
Il finale è modificato:
l’opera
è un regalo per le nozze di Francesco Gonzaga, principe di
Mantova e Monferrato, e al termine della partitura Orfeo ascende al
cielo, accompagnato da Apollo, pur dolente perché gli viene
negata la morte che l’avrebbe portato a rivedere Euridice
(«Nel sole e ne le stelle / veggherai le sue sembianze
belle» tenta di consolarlo Apollo).
L’Orfeo viene
rappresentato con questo finale scelto dal committente il 24 febbraio
1607 al teatro di Mantova, ed è un successo.
Quando parliamo di teatro, non dobbiamo
però
pensare ad un teatro dei nostri giorni: nel Seicento i teatri sono
piccolissimi, perché le opere sono limitate alla corte; ci
si
porta da casa lo sgabello su cui sedersi, il cibo, la voglia di
scambiarsi discorsi prima, dopo ed anche durante lo spettacolo. Il
primo teatro pubblico aprirà i battenti nel 1637; a Venezia,
nel
Seicento ve ne saranno almeno venti (con tutto quel che ne consegue:
venti orchestre, uno stuolo di cantanti, parolieri…).
Dovendo
attirare il grande pubblico, l’opera si adeguerà
al gusto
popolare, con effetti scenografici ridondanti, luci diffuse da
numerosissime torce (questo spiega perché i teatri sono gli
edifici che in quest’epoca s’incendiano con
più
frequenza…).
Essendo racchiuso in un ambiente
piccolo, il
«recitar cantando» prevede
un’impostazione vocale
«naturale» e un’orchestra ridotta con
strumenti dai
suoni lievi e delicati: clavicembali, flauti, arciliuti (liuti con
lunghi manici per intonare note gravi); i tromboni sono piccoli e dal
suono del tutto dissimile da quelli odierni.
L’Orfeo
rappresenta la musica con tutto il suo potere: è la Musica
stessa che si presenta per prima sulla scena, lei che tocca
sensibilità che la parola o l’immagine, da sole,
non
possono raggiungere – «Io la Musica son,
ch’a i dolci
accenti / so far tranquillo ogni turbato core, / ed or di nobil ira, ed
or d’amore / posso infiammar le più gelate menti.
/ Io su
cetera d’or cantando soglio / mortal orecchio lusingar
talora, /
e in guisa tal de l’armonia sonora / de le rote del ciel
più l’alme invoglio. / Quinci a dirvi
d’Orfeo desio
mi sprona, / d’Orfeo che trasse al suo cantar le fere, / e
servo
fe’ l’inferno a sue preghiere, / gloria immortal di
Pindo e
d’Elicona».
Per Monteverdi, però, la
musica non ha la
preponderanza che raggiungerà in futuro: la parola determina
(il
testo è un gioiello di raffinatezza stilistica), la musica
ha il
compito di «colorare» la parola; la musica evoca,
anticipa,
sottolinea la situazione. Può essere gioiosa e tonale,
stonata,
o tacere del tutto in base ad un gusto delicato che ben presto
scomparirà.
Alla fine dell’opera, i
personaggi del coro
(nei loro eleganti abiti seicenteschi), canteranno la morale della
favola, in ossequio alla tradizione del coro della tragedia greca:
«Vanne, Orfeo, felice e pieno
a goder celeste onore,
là ’ve ben non vien
mai meno,
là ’ve mai non fu
dolore,
mentr’altari, incensi e voti
noi t’offriam lieti e devoti.
Così va chi non
s’arretra
al chiamar di nume eterno,
così grazia in ciel impetra
chi qua giù provò
l’inferno,
e chi semina fra doglie
d’ogni grazia il frutto
coglie».
(Per chi volesse ascoltare quest’opera, consiglio la versione
diretta da Nikolaus Harnoncourt, con Philippe Huttenlocher e Dietlinde
Turban, balletto e coro dell’Opernhauses di Zurigo, edita
dalla
Deutsche Grammophon).
Wolfgang
Amadeus Mozart e l’Illuminismo
Mozart muore povero, senza denaro, sepolto in una fossa comune; non
solo per le spese a cui non è mai riuscito a rinunciare. Le
sue
ultime opere, le sinfonie viennesi, non vengono capite;
d’altronde il pubblico è cambiato, ormai i nobili
non
richiedono più la presenza dei musicisti nei loro palazzi. Il flauto magico,
estrema opera del grande compositore (unitamente
all’incompleto Requiem),
viene composto per «far cassa», per compiacere al
teatro
popolare che si è andato affermando; si presenta come una
fiaba
per bambini, ma la semplicità è solo apparente,
in
realtà l’opera vuole dare degli insegnamenti,
imbevuta
com’è dei principi filosofico-politici emersi nel
tardo
illuminismo europeo e degli ideali massonici (la libertà,
l’uguaglianza, la fraternità…).
Il flauto magico,
rappresentato per la prima volta a Vienna il 30 settembre 1791,
racconta una storia d’amore, anzi, di amori:
l’amore alto,
nobile, fra il principe Tamino e Pamina, e quello più
giocoso e
popolaresco fra l’uccellatore Papageno e Papagena. In un
paesaggio di sogno, tra piramidi e obelischi che richiamano la
simbologia massonica, Tamino e Papageno vengono incaricati dalla Regina
della Notte di liberare la figlia Pamina, rapita da Sarastro; per
riuscire nell’impresa, dona al principe un flauto
d’oro
incantato e a Papageno un carillon magico. In realtà, Tamino
scoprirà che Sarastro è un uomo saggio che ha
sottratto
Pamina all’influenza nefasta della madre. Si
sottoporrà
poi, in un tempio, alle prove che gli consentiranno di appartenere alla
schiera degli eletti e di sposare Pamina. Al suono del flauto magico,
le prove sono superate con successo. Nella scena conclusiva Monostato,
un servitore malvagio di Sarastro, la Regina della Notte e le tre dame
ai suoi ordini meditano di uccidere Sarastro e di prendere
così
il sopravvento sugli iniziati, ma sono subito travolti e vinti. Tutta
la scena è invasa dalla luce del sole, mentre Sarastro e i
sacerdoti celebrano la vittoria della luce sulle tenebre, del bene sul
male.
Nell’opera, Mozart riesce a
dare ad ogni
personaggio dei valori ed uno stile musicale proprio, una sua
caratteristica vocale: Tamino, eroe ricco, di un elevato ceto sociale,
è un tenore; il saggio Sarastro è un basso; la
Regina
della Notte è un soprano, come pure la figlia Pamina,
ragazza
nobile ma molto semplice. La storia viene narrata come in un Singspiel,
una forma musicale che alterna brani cantati e brani recitati, tipica
del teatro popolare; ma prevale la musica sul testo, è la
musica
che dà tutta una spinta notevole alla parola.
Il vero protagonista è
Papageno, un baritono,
che suona il flauto di Pan a cinque canne; è il simbolo
dell’uomo semplice e senza grandi ambizioni, come semplici
sono i
suoi desideri, il cibo, una ragazza da amare:
«L’uccellator
ecco son io – / sempre allegro, olà,
oplà! / Io son
noto come uccellatore / a vecchi e giovani in tutto il paese. / Vorrei
una rete per ragazze, / ne acchiapperei a dozzine per me. / Poi me le
chiuderei in gabbia, / e tutte le ragazze sarebbero mie. /
[…] /
Lei allora mi bacerebbe affettuosa, / sarebbe mia moglie ed io suo
marito. / Si addormenterebbe al mio fianco, / e io la cullerei come un
bambino». Papageno è un uomo umile, rude, grezzo,
facilone, all’inizio pure bugiardo, ma rivela poi una certa
saggezza popolare: chiunque, sembra dirci Mozart, può
aspirare
all’illuminazione. Unisce così il
«diletto» al
«giovamento», perché chi va a teatro
possa imparare
comportamenti e valori morali, ed essere sicuro della vittoria della
saggezza sull’ignoranza, della luce sulle tenebre.
«La
fermezza ha vinto» cantano i sacerdoti nell’ultima
scena,
«e incorona quale premio / la bellezza e la saggezza / con
lode
eterna!».
(Per chi volesse ascoltare quest’opera, consiglio la versione
diretta da Franz Welser-Möst, con Matti Salminen, Malin
Hartelius
e Anton Scharinger, coro dell’Opernhauses di Zurigo, edita da
TDK).
Giuseppe
Verdi e l’opera romantica
Giuseppe Verdi nasce nel 1813, lo stesso anno di Wagner; l’Aida,
la sua opera più famosa, appartiene invece alla piena
maturità: la prima rappresentazione avviene alla Khedival
Opera
House del Cairo, in Egitto, il 24 dicembre 1871, due anni dopo che
è stato aperto il Canale di Suez, evento per la celebrazione
del
quale l’opera è stata commissionata.
Siamo nel pieno del Romanticismo, e
l’Aida
contiene tutti gli elementi dell’opera romantica:
l’amore
verso la Patria, la guerra, l’amore puro ma anche
l’amore
«di interesse».
È l’epoca del
Grand-Opera (potremmo
dire, con un paragone magari un po’ azzardato ma efficace,
del
«film» ricco di effetti speciali):
l’opera,
un’opera «d’arte totale» (come
la definisce
Wagner) deve unire le arti, le «tre sorelle» (la
musica, la
poesia, la danza), e proporsi come un punto di riferimento culturale.
Il consenso popolare di cui gode il Grand-Opera è
vastissimo:
nascono impresari che sanno guadagnar bene catturando il pubblico con
coreografie grandiose ed esotiche (è di moda ispirarsi a
tutto
ciò che è diverso dalla cultura e dalla storia
europea),
enormi orchestre, balletti, movimenti scenici corali (la musica corale
ha un grande effetto di aggregazione, ed infatti Verdi la usa per
rappresentare sempre il popolo).
La trama di Aida
è all’apparenza abbastanza semplice, ma con una
profondità psicologica rara: Radamès, condottiero
egizio,
ama Aida, schiava etiope di Amneris, figlia del Faraone. Le sue prime
parole mostrano tutta l’esuberanza del giovane: «Se
quel
guerriero / io fossi! Se il mio sogno / si avverasse!... Un esercito di
prodi / da me guidato... e la vittoria... e il plauso / di Menfi tutta!
~ E a te, mia dolce Aida, / tornar di lauri cinto... / dirti: per te ho
pugnato e per te ho vinto! / Celeste Aida, forma divina, / mistico
serto di luce e fior; / del mio pensiero tu sei regina, / tu di mia
vita sei lo splendor. / Il tuo bel cielo vorrei ridarti, / le dolci
brezze del patrio suol; / un regal serto sul crin posarti, / ergerti un
trono vicino al sol». Aida ama Radamès, ma anche
Amneris
è innamorata di lui (i momenti in cui i tre personaggi, sui
quali si regge quasi tutta l’opera, hanno dialoghi interiori,
sono incredibilmente toccanti). Quando Radamès parte con
l’esercito per marciare contro gli Etiopi che hanno invaso
l’Egitto, Amneris scopre ch’egli è
innamorato di
Aida; ma è sicura che riuscirà a prevalere sulla
rivale
(tema dell’unione tra l’amore ed il potere).
Radamès
torna vincitore; tra i prigionieri etiopi, Aida scorge il padre,
Amonasro, il Re d’Etiopia, ma egli fa credere agli Egizi che
il
vero Re è stato ucciso in battaglia. Il Faraone proclama
Radamès suo successore e gli concede la mano di Amneris, poi
acconsente alla sua richiesta di rilasciare i prigionieri, tranne Aida
e Amonasro che restano come ostaggi per garantire la pace. Ma il Re
etiope medita la vendetta, e convince la figlia (facendo leva
sull’amore verso la sua Patria) a farsi rivelare da
Radamès la posizione dell’esercito egizio.
Radamès,
fidandosi di Aida con la quale progetta di fuggire per non essere
costretto a sposare Amneris (che non ama), le confida le informazioni
richieste dal padre; a questo punto compare Amonasro che rivela la sua
identità. I tre sono però scoperti da un
sacerdote
(nell’opera sono i sacerdoti, non il Faraone, a detenere il
potere effettivo); Amonasro e Aida fuggono, mentre Radamès,
disperato per avere involontariamente tradito il suo Re e la sua
Patria, si consegna prigioniero ed è processato. Con un
gesto di
grande coraggio, il primo che compie in vita sua, rifiuta di parlare a
sua discolpa e viene condannato a morte per tradimento: sarà
sepolto vivo. Nella cripta dove viene rinchiuso, trova Aida: ella si
è nascosta lì per morire insieme a lui. I due
amanti
accettano il loro terribile destino, dicono addio al mondo e alle sue
pene, e aspettano l’alba, mentre Amneris piange e prega sopra
la
loro tomba durante le cerimonie religiose e la danza di gioia delle
sacerdotesse.
Il Grand-Opera ha di solito finali
esuberanti, travolgenti; l’Aida
invece nasce in pianissimo e termina in pianissimo, mostrando tutta
l’abilità di Verdi nell’uso della musica
per
tratteggiare i caratteri dei vari personaggi. Il finale è
tragico, ma la musica diviene simile ad una danza liberatoria: la morte
è elemento di unione ed anche di felicità,
perché
concede ai due amanti di rimanere insieme, anche se per poche ore,
ciò che sarebbe stato negato loro dalla vita.
(Per chi volesse ascoltare quest’opera, consiglio la versione
diretta da Riccardo Chailly, con Violeta Urmana e Roberto Alagna,
orchestra e coro del Teatro alla Scala di Milano, edita dalla Decca).
Giacomo
Puccini e l’esotico fantastico
Tra le molteplici opere liriche che hanno segnato il secolo appena
trascorso, nessuna raggiunge i livelli di Turandot; in essa
riecheggia l’impressionismo di Debussy, vibra
l’orchestrazione della Sagra
della primavera
di Stravinsky: molte le masse corali, soprattutto nella prima parte,
che la rendono un vero e proprio «kolossal» lirico.
Puccini
giostra magistralmente, cambia di colpo scene e atmosfere, tronca una
melodia per ripartire con un’altra. Nonostante
l’opera
lirica goda d’ottima salute, dato che non solo viene
riproposta
al grande pubblico ma vi è una continua fioritura di nuovi
autori, Turandot
rimane come la montagna del Purgatorio di dantesca memoria circondata
dall’oceano.
L’opera, tratta da una fiaba
settecentesca, si
ambienta a Pechino in un tempo astorico, quasi mitico. Si apre senza ouverture,
ponendoci subito al centro di una città ricca di personaggi,
ma
scurita dalla notte e dalla mancanza d’amore. Entra in scena
un
Mandarino, che ci annuncia quale sarà il fulcro della
vicenda
narrata:
«Popolo di Pekino!
La legge è questa: Turandot
la Pura
sposa sarà di chi, di sangue
regio,
spieghi i tre enigmi ch’ella
proporrà.
Ma chi affronta il cimento
e vinto resta porga alla scure la
superba testa!».
Calaf, figlio di Timur (Re barbaro
spodestato), vede
Turandot «bianca al pari della giada / fredda come quella
spada» e se ne innamora all’istante. Decide quindi
di
provare a risolvere gli enigmi, senza ascoltare né le
preghiere
della serva Liù (segretamente innamorata di lui da quando,
in
passato, le aveva rivolto un sorriso) né delle ammonizioni
di
Ping, Pong e Pang, tre ministri del regno (vere e proprie
«macchiette»), che si lamentano di come siano
costretti ad
assistere alle esecuzioni delle vittime di Turandot, mentre
preferirebbero vivere tranquillamente nei loro possedimenti in campagna.
Calaf riesce a risolvere gli enigmi e
propone a
Turandot una nuova sfida: se lei riuscirà prima
dell’alba
a scoprire il suo nome, egli si dichiarerà vinto e
potrà
essere ucciso.
Ed ecco, vengono portati prigionieri
Timur e
Liù: qualcuno ricorda di averli visti parlare con Calaf
quella
sera, sicuramente lo conoscono. Liù dichiara di essere
l’unica a sapere il suo nome; subisce molte torture, ma
continua
a tacere. Turandot le chiede che cosa le dia tanta forza di sopportare
il dolore, e Liù risponde che è
l’amore; poi
strappa di sorpresa un pugnale ad una guardia e si trafigge a morte,
cadendo esanime ai piedi di Calaf.
Il corpo senza vita di Liù
viene portato via,
seguito dalla folla. Turandot e Calaf restano soli, e lui la bacia.
Quindi le fa il dono della vita rivelandole il proprio nome: Calaf,
figlio di Timur. Ma Turandot è ormai vinta.
All’alba,
davanti al trono imperiale, dichiara pubblicamente di conoscere il nome
dello straniero: «Il suo nome è…
Amore». E si
abbandona tra le braccia di Calaf, mentre la folla acclama:
«O sole!
Vita!
Eternità!
Luce del mondo è Amore...
È Amor!
Il tuo nome, o Principessa, è
Luce
È Primavera...
Principessa!
Gloria!
Amor!».
Com’è noto,
l’opera è
incompiuta: Puccini ha composto tutta la partitura fino alla morte di
Liù, colei che con il suo sacrificio trasferisce a Turandot
l’amore che prova per Calaf; è Liù,
l’ancella
innamorata, e non l’altera principessa Turandot, la vera
eroina
pucciniana. Probabilmente, il Maestro non è riuscito a
trovare
l’ispirazione per interpretare il trionfo d’amore
conclusivo, così estraneo alla sua sensibilità.
L’ultima parte dell’opera, basata su scarni appunti
di
Puccini, è di Franco Alfano.
La prima rappresentazione ha luogo, dopo
la morte di
Puccini, al Teatro alla Scala di Milano il 25 aprile 1926, sotto la
direzione di Arturo Toscanini. Egli arresta la rappresentazione alla
morte di Liù, ovvero dopo l’ultima pagina
completata
dall’autore, rivolgendosi così al pubblico:
«Qui
termina la rappresentazione, perché a questo punto il
Maestro
è morto!».
(Per chi volesse ascoltare quest’opera, consiglio la versione
diretta da James Levine, con Eva Marton e Plácido Domingo,
orchestra e coro del Metropolitan Opera di New York, edita dalla
Deutsche Grammophon).
(luglio 2012)