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Storia del presepio

Le vicissitudini della più bella tra le tradizioni natalizie

 

di  Simone Valtorta

 

 
Tra le varie tradizioni che accompagnano il Natale, quella più tipica – oltreché una delle più diffuse – è quella del presepio. La parola «presepio» deriva dal latino «praesepium» e significa «greppia», «mangiatoia»; evoca comunque un luogo racchiuso da un recinto. Essa è venuta ad indicare la rappresentazione della nascita di Gesù che si fa nelle chiese e nelle case, riproducendo, con figure formate di materiali vari e in un ambiente ricostruito più o meno realisticamente (talora anche anacronistico), le scene della Natività e dell’Adorazione dei Magi. Si escludono, perciò, le rappresentazioni in pittura.

Presepio ligneo a grandezza naturale, Milano (Italia) - Simone Valtorta, 2003
Presepio ligneo a grandezza naturale, Milano (Italia) - Simone Valtorta, 2003

    Sebbene si tratti di una tradizione antichissima, che ha le sue origini nei riti di epoca romana con cui si celebravano gli antenati, si vuole come inventore del presepio San Francesco d’Assisi, che nel 1223 a Greccio, vedendo un bambino appena nato, ebbe l’idea di «rappresentare il bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia, e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello», secondo la testimonianza di Tommaso da Celano, grande amico e primo biografo del Santo. In realtà, quella di San Francesco era una sacra rappresentazione, uno dei mezzi usati a quei tempi per rendere più comprensibile al popolo l’insegnamento religioso, più che un presepio come lo intendiamo noi.
    Il più antico presepio di statue a noi conservato, seppure parzialmente (la Madonna col Bambino, per esempio, è cinquecentesca), è nel Museo Liberiano della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma che, vantando anche le reliquie della Sacra Culla, fu detta «ad praesepe»: fu scolpito da Arnolfo di Cambio tra il 1290 e il 1292, ed è preceduto nell’arte italiana dalla Natività di Nicola Pisano, alla quale doveva dare valore illusivo la riproduzione della grotta di Betlemme.
    Per l’Italia, la cui arte nel Trecento sviluppò altamente nella pittura l’iconografia della Natività, l’uso del presepio sembra essersi fatto popolare nella seconda metà del Quattrocento. Nel Duomo di Volterra la Natività di grandi figure, della bottega dei Della Robbia, cui fa da sfondo un affresco di Benozzo Gozzoli, presenta già un apparato poi frequente: poche figure principali a tutto tondo su uno scenario dipinto. In Toscana il numero dei presepi monumentali di questo tipo e di mano di valenti artisti dev’essere stato grande, com’è da supporre dai molti loro avanzi, generalmente statue della Madonna inginocchiata, di San Giuseppe, del Bambino giacente. Nell’Italia Settentrionale il presepio ebbe molta fortuna, trattato anche da maestri, come Guido Mazzoni (si può anche riunire ai presepi il celebre gruppo di statue del Duomo di Modena), il Begarelli (Modena, Duomo), i plastificatori dei gruppi dei «sacri monti» di Varallo, di Varese.
    Forse dalla Toscana l’uso del presepio si propagò nel Reame di Napoli, dove ne abbondano testimonianze scritte o monumentali sin dall’ultimo quarto del secolo. Importantissimo il presepio conservato almeno parzialmente a Napoli, in San Giovanni a Carbonara (1484), con figure di legno che rappresentano anche profeti e sibille. Non mancano le composizioni del semplice tipo toscano (per esempio a Beffi e a Polignano a Mare), ma sono più caratteristiche quelle (a Matera, ad Altamura, a Maiorca…) in forma di un monte con la spelonca della nascita, con i pastori, ed anche talvolta con la cavalcata dei Magi sopra il monte. Questo tipo di rappresentazione ha precedenti nell’iconografia bizantina della Natività: servì a lasciar moltiplicare le figure senza richiedere troppa profondità di spazio, e consentiva perciò di arricchire la rappresentazione di scene secondarie, facili a collocarsi isolate. La scena centrale, occupata dal Bambin Gesù, era circondata con ogni varietà di vita, per porre in contrasto l’umile nascita del Redentore e la magnificenza della vita mondana: già dal 1600, soprattutto a Napoli, a Genova e in Sicilia, attorno alla Sacra Famiglia si erano cominciati a posizionare molti altri personaggi con costumi ed ambientazioni contemporanee all’epoca di realizzazione dell’opera, cosicché ci si trova di fronte ad un vero e proprio squarcio di vita di eccezionale naturalismo e di affascinante bellezza, soprattutto per quanto riguarda la cura del particolare nei costumi e negli atteggiamenti. Il presepio napoletano, per esempio, inserisce nella scena popolani, osterie, commercianti e case tipiche dei borghi agricoli: il male è rappresentato nell’osteria e nei suoi avventori, mentre il personaggio di Ciccibacco, che porta il vino in un carretto con le botti, impersona il Diavolo; nel presepio bolognese troviamo come personaggi tipici la Meraviglia, il Dormiglione e la Curiosa. Alcuni di questi presepi, visibili ancora oggi in musei italiani o stranieri, sono vere e proprie opere d’arte. I Sovrani di Napoli erano grandi appassionati del presepio, che costruivano con le proprie mani, e quando erano intenti a montarlo nessuno poteva disturbarli, per nessun motivo. Conseguenza e, in pari tempo, condizione dell’arricchirsi della composizione del presepio e della sua diffusione popolare, fu che le figure di legno, troppo costose, vennero sostituite molte volte da manichini rivestiti di stoffa e con le sole teste modellate in legno. Era del resto questo un uso già antico, frequente nelle figure per ex voto.
    Nel Settecento il presepio ebbe la sua massima diffusione: mentre fino ad ora erano state quasi esclusivamente le famiglie nobili a dedicarsi a rappresentazioni della Natività, il presepio cominciò ad animare anche le case della borghesia e del popolo. Erano ovviamente i ricchi a fare sfoggio di tutta la magnificenza possibile: secondo il gusto del tempo, il presepio (a volte sotto forma di soprammobile o di cappella in miniatura) fu occasione di spettacolari composizioni scenografiche entro cui le singole figure destavano piuttosto la curiosità che la commozione, composte e distratte in episodi, in scene di genere; i nobili impegnavano per la sua realizzazione intere camere dei loro appartamenti, ricoprendo le statue di capi finissimi di tessuti pregiati e scintillanti gioielli autentici. In Portogallo, dove si facevano nel Settecento vastissimi presepi con figure e gruppi di creta, si sviluppò tutta una scuola, di cui le opere sono molto originali e spesso di elevato valore artistico; probabilmente ne derivano anche i modellatori spagnoli di presepi in creta con piccole figure, come Salzillo a Murcia e Amadeu a Barcellona. In Italia il presepio ebbe massima voga a Genova e nel Regno delle Due Sicilie, da dove si diffuse in Spagna e principalmente nella regione della Catalogna, grazie anche alla passione di Ramon Amadeu (1745-1821), il più famoso scultore dell’epoca, che si dilettava nella costruzione dei pastori in creta. Nello stesso periodo si sviluppò la tradizione del presepio in Provenza: sebbene la tradizione attribuisca la nascita del presepio a donna Pica, la madre di San Francesco, il presepio provenzale è influenzato dai tratti del barocco italiano; per ricreare i pastori si utilizzavano manichini lignei con mani, teste e piedi in terracotta o cera, segno evidente di una influenza dell’artigianato italiano. Nei Paesi dell’America Latina il presepio si diffuse per merito dell’evangelizzazione da parte dei Gesuiti e dei sacerdoti portoghesi, spagnoli e francesi. In Africa, invece, i primi presepi erano fatti di gesso e furono portati dai missionari; fu difficile riuscire a convincere le popolazioni locali che Dio avesse le sembianze di un neonato bianco: col passare del tempo il presepio africano si arricchì di scenografie e materiali maggiormente di origine locale.
    A Napoli già sul finire del secolo XVII si passò a modellare le teste delle figure del presepio in creta, con occhi di vetro, conservando il legno per le sole parti estreme degli arti (affidate del resto ad artisti specializzati) perché più soggette ad urti e rotture; in terracotta si fecero anche le nature morte, il pollame, ovini, suini, mentre il legno si usava ancora quasi esclusivamente per animali grandi, che per questo conserveranno sempre un carattere di stilizzazione. La lavorazione della terracotta finì per attirare nel campo del presepio anche scultori rinomati, come Lorenzo Vaccaro (1655-1706) e il suo allievo Bartolomeo Granucci.
    Carlo di Borbone (1716-1788), dotato di vivo sentimento religioso, propenso a tutte le manifestazioni poetiche della vita familiare, amante attivo delle arti e specialmente delle forme artigiane, fino a praticarle personalmente nelle ore di ozio, abile a far sì che le sue preferenze fossero condivise, venuto a Napoli si trovò in mezzo ad un popolo che aveva le sue stesse preferenze; a questo si aggiunse la fervida propaganda del popolarissimo Domenicano padre Rocco, fatta ad un popolo già tutto preparato ad accoglierla, rasserenato dalla conseguita indipendenza politica e di carattere esuberante fino all’intemperanza. Si vide allora in Napoli tutto un artigianato di gioiellieri, orefici, costruttori di strumenti musicali, ceramisti, ceroplasti, intagliatori, dedicarsi, con una pazienza da certosini e con un sentimento del vero che sbalordisce, alla produzione di presepi, col concorso delle regie fabbriche e manifatture, mentre nei monasteri, nella reggia, per mano della Regina stessa, si lavorava a confezionare vestitini, a ricamare stoffe, ad applicare trine; tutti, o quasi, gli scultori napoletani modellarono le terrecotte del presepio ravvivate da una tinta preziosa come lo smalto.
    Noi possiamo giudicare del presepio settecentesco soltanto dalle piccole sculture e dai prodotti dell’artigianato che concorsero a formarlo; l’insieme, opera spesso di architetti e di pittori, aveva la vita di poche settimane, e non può essere testimoniato dalle riproduzioni, più o meno estese e felici, che ne sono state tentate. Ma appunto di quelle sculture possiamo dire che rappresentano il meglio della plastica napoletana del Settecento. La statuaria si dibatteva tra le acrobazie e le virtuosità tecniche d’ispirazione importata, alle quali nei più mancava la necessaria preparazione; per il presepio gli artisti, cambiata tecnica, spirito, stile, si posero con franchezza di fronte al vero e trovarono i modelli per la loro ispirazione nel popolo vivo, specialmente nella parte più pittoresca del contado, che vollero riprodotta anche nei costumi.
    Con l’alba del secolo successivo finì la vera fioritura artistica del presepio a Napoli; i segni di vita che diede ancora durante il decennio francese erano apparenti: il favore della Corte, tanto con Murat quanto con i Borboni, si mantenne, ma mancava l’altro elemento del binomio, il popolo. Arte nata con la serenità del popolo, tra la sua felicità e per la sua spensieratezza, doveva aver fine con il finire di queste e cadere per motivi di ordine politico e sociale. Ci vollero quasi cent’anni perché riprendesse vigore.
    In Sicilia, come a Napoli, lo sviluppo del presepio fu principalmente settecentesco, ma più duraturo; analoga l’iconografia. La produzione, meno eletta che a Napoli, si raccolse intorno a svariati centri, animata dall’opera di singoli artisti. Il grande presepio della chiesa di San Bartolomeo a Scicli, nel suo rifacimento di carattere schiettamente napoletano (fine ’600), dovette avere influenza sull’arte dei maestri di Caltagirone: questi preferirono la terracotta interamente modellata e si spinsero nel cuore dell’Ottocento col verismo un po’ crudo di Giacomo Bongiovanni. Nella parte occidentale dell’isola, con irradiazione da Trapani, prevalse l’uso di piccoli presepi nelle più svariate materie, oggetti più che altro di curiosità; notevoli invece le composizioni di Giovanni Matera, ricche di movimento, con figure – spesso modellate in gruppo su un’unica base – che hanno le vesti di grossa tela ingessata e dipinta.
    In un’enciclopedia datata 1955, ho trovato menzione di una tradizione allora diffusa nelle tre Venezie, quella dei presepi ambulanti che circolavano per le vie dei paesi e dei villaggi, toccando talora anche le borgate. Li portavano contadinotti in scarpe grosse e in vecchi tabarri slacciati sul davanti, che reggevano a tracolla o portavano in due, come se si trattasse d’una portantina, una rozza cassetta di legno, aperta da un lato, parata all’interno di carta e tappezzata nella parte inferiore con muschio, su cui erano posate le figure tradizionali del presepio: le greppia col Bambino, la Vergine, San Giuseppe, il bue e l’asinello; i più ricchi recavano anche statuette di pastori e pecorine di cartapesta, ma tutti brillavano per due candele accese lì davanti, in modo da produrre un bagliore rossiccio e tremolante. Nei giorni che precedevano il Natale, e per tutti quelli che seguivano sino all’Epifania, tali presepi venivano portati in giro sul calar della sera, e durante le prime ore della notte; i contadini si fermavano dinanzi ad ogni casa intonando a cori alterni la cantafavola della Natività, in versi dialettali: «In questa Santa Note de l’Oriente / sul cielo de la Grota xe na stèla: / na stèla bianca, granda, risplendente!». Dopo l’Epifania, nella «canta» popolaresca, che aveva anche note baldanzose, Melchiorre e Baldassarre si facevano avanti «in bona compagnia», mentre Gaspare, forse cosciente di portare un dono più umile degli altri, «da una parte se tirava». La nenia si concludeva con cerimoniosa cortesia veneta, non disgiunta però da monellesca arguzia tralucente nell’armonioso dialetto: «E anca per stasera la canta xe finia: / a rivederci a st’altra Epifania». Naturalmente i giovani cantori riscuotevano da ogni famiglia una mancia in denaro o in natura.
    Oggi la tradizione del presepio è diffusa in tutto il mondo e, fatti salvi gli elementi tradizionali, ogni popolo rappresenta Gesù e la Natività in modo differente: abbiamo così un Gesù cinese con gli occhi a mandorla, un Gesù eschimese che nasce in un igloo, un Gesù africano con la pelle color ebano; nei presepi fatti sulle montagne del Sud America, a scaldare Gesù, al posto del bue e dell’asinello, troviamo… due lama! In Ungheria, il presepio, o Betlemme, si costruisce in un cassa a forma di chiesa o stalla, trasportabile a mano, davanti alla quale arde costantemente una candela votiva. Il presepio russo è invece costruito su due piani: sul lato superiore viene riprodotto l’episodio della nascita di Gesù in una grotta; sul lato inferiore sono raffigurate scene umoristiche di vita quotidiana e popolare. In Polonia, il presepio ha la forma di una cattedrale ricoperta di carta stagnola colorata e si compone di tre parti: una superiore dove gli angeli annunciano il tanto atteso evento della nascita di Gesù, una centrale in cui viene raffigurata la grotta con il bue e l’asinello, e infine una inferiore costituita da rappresentazioni di contadini polacchi insieme ai Magi. Da vari decenni, durante il periodo natalizio l’arena di Verona ospita una mostra dei più caratteristici presepi provenienti da tutto il mondo.
    In Italia, il presepio presenta ancora caratteri peculiari delle varie zone in cui è allestito: quello genovese si realizza con pastori in legno, quello napoletano si caratterizza per i pastori in terracotta, quello pugliese utilizza la cartapesta per realizzare il prodotto finito, quello siciliano è realizzato con l’aggiunta di prodotti locali come rami d’arancio e di mandarino, e vi si utilizzano diversi materiali come corallo, madreperla ed alabastro, tutti tipici della Sicilia. Uno dei più belli è il presepe di Barana (fuori da Porta Vescovo, a Verona), dove accanto alla rappresentazione – molto particolareggiata, con effetti di pioggia e neve… – vi sono stalle ed ovili con animali veri, sicché si ha l’impressione non di vedere una rappresentazione della Natività, ma di esserci immersi dentro. Attualmente, si vanno diffondendo anche i presepi meccanici, con movimento sincronizzato dei personaggi; in tutta Italia esistono poi tradizioni di rappresentazioni di presepi viventi. Una menzione particolare va poi alle composizioni meccaniche che, nella grotta (o, meglio, nel «grotto») presso il santuario di Nostra Signora di Bonaria, a Cagliari, mettono in mostra in vari «quadri» tutta la vita di Gesù, dall’Annunciazione all’Ascensione al Cielo.

Presepio in tipico ambiente contadino brianzolo, Desio (Italia) - Simone Valtorta, 2004
Presepio in tipico ambiente contadino brianzolo, Desio (Italia) - Simone Valtorta, 2004

    Nelle case odierne non sempre lo spazio consente la sistemazione di montagne, laghetti e greggi, ma molti non rinunciano ad allestire un presepio magari piccolo piccolo, molto originale, con statuette di legno, di terracotta, di sughero, di cera od anche di plastica; un presepio che, comunque, fatto col cuore, non avrà nulla da invidiare a quello classico.

Presepio casalingo allestito all’interno di un camino, Desio (Italia) - Simone Valtorta, 2008
Presepio casalingo allestito all’interno di un camino, Desio (Italia) - Simone Valtorta, 2008

(dicembre 2012)