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Miti dell’origine dell’uomo e dell’uomo-robot

Il mistero della vita ha sempre suggestionato l’essere umano, come l’idea di riproduzione di esseri quasi-umani

 

di  Maurizio Stefanini

 

 
In principio, prima del DNA e dei cloni, fu il fango, e il fulmine. Genesi: «Allora Dio, il Signore, prese dal suolo un po’ di terra e, con quella, plasmò l’uomo. Gli soffiò alle narici un alito vitale e l’uomo diventò una creatura vivente». Corano: «Noi creammo l’uomo dall’argilla secca, impastandola coll’acqua». Pure «con acqua e terra Prometeo plasmò gli uomini», secondo Apollodoro e Ovidio. Ma nel mito greco il creatore dell’umanità non era un dio supremo, bensì un titano ribelle, che per giunta diede poi alla sua creatura il fuoco rubandolo all’Olimpo. Per punirlo, narra Esiodo, Zeus «legò Prometeo dai vari pensieri con inestricabili lacci, con legami dolorosi, che a mezzo d’una colonna poi avvolse, e sopra gli avventò un’aquila, ampia d’ali, che il fegato gli mangiasse immortale, che ricresceva altrettanto la notte quanto nel giorno gli aveva mangiato l’uccello dall’ampie ali», finché l’uccellaccio non fu ucciso da Ercole. Le guide turistiche nelle catacombe contrappongono spesso l’immagine cristiana del defunto che si affida fiducioso a Dio a quella pagana di Prometeo che stringe i pugni contro il cielo. Eppure Tertulliano e Agostino considerarono Prometeo una prefigurazione del Cristo.
    «Polvere sei e polvere ritornerai», ricorda la liturgia cattolica. Ma per il Popol Vuh, libro sacro maya, gli dèi provarono sì a modellare i primi uomini di terra e fango. «Fecero un corpo, ma non sembrava loro molto riuscito. Si spezzava, si sbriciolava, si rammolliva, si disintegrava e si scioglieva». Riprovarono quindi con «sculture di legno», che però si dimenticarono dei loro creatori, e furono così distrutti dal diluvio universale. Salvo pochi scampati, che diedero origine al popolo delle scimmie. «È per questo dunque che le scimmie somigliano agli uomini: sono il segno di un precedente tentativo di costruzione umana, di un progetto di umanità – meri manichini, mere sculture di legno». Infine gli dèi capirono che la materia prima giusta era il mais. Lo macinarono sette volte, lo impastarono, e generarono così i Maya, «con solo mais giallo, mais bianco per la carne». Curiose premonizioni darwiniane si mescolano in questo mito a una polemica neanche troppo velata contro gli inutili «uomini di terra» creati dal Dio degli invasori bianchi. Ma anche i Black Muslims americani di oggi credono che gli Europei siano il frutto di un empio esperimento genetico compiuto seimila anni fa dall’«erudito degli inferi» Yaqub.
    Nei secoli, rabbini e cabalisti si sforzarono di penetrare il segreto dell’«alito» che aveva infuso nella terra la vita, finché intorno all’anno 1000 Eleazar di Worms dettò una specie di «ricetta». Subito, presso le comunità ebraiche dell’Europa Orientale iniziarono a comparire leggende sul «Golem», simulacro umano di fango che alcuni sapienti rabbini avrebbero saputo animare col tracciare sulla sua fronte i caratteri sacri alif, mem e thaw. Un millennio di tradizioni orali, libri, opere teatrali, e film hanno costruito una complessa epopea in cui il Golem è spesso difensore degli Ebrei da pogrom e persecuzioni, ma cresce troppo, sfuggendo spesso al controllo dei suoi creatori. In questo caso, bisogna farlo inginocchiare per cancellargli la alif dalla fronte, e ridurlo così in polvere. Nel 1958 Jorge Luis Borges scrisse su questo mito una dissacrante poesia, in cui peccato del Golem non è d’esser ribelle, ma solo irrimediabilmente tonto. «Gli spiegava il rabbino l’universo / (Questo è il mio piede, questo il tuo, la corda) / E ottenne, in capo agli anni, che il perverso / Spazzasse almeno la sua sinagoga / Ma forse s’era annidato un errore / Nella grafia o pronuncia di quel Nome / Ché nonostante l’insigne magia / Non imparò a parlare il quasi uomo». Peccato del rabbino, invece, non è stato l’aver voluto emulare Dio, ma semplicemente l’aver voluto agire. «Lo guardava il rabbi con tenerezza / E orrore. Come ho potuto (Si disse) / Dar vita a questo tormentoso figlio / Lasciando l’inazione, che è saggezza? / …Nelle ore di angoscia e luce vaga / Sul suo Golem lo sguardo soffermava. / Chi potrà dirci che cosa pensava / Iddio guardando il suo rabbino in Praga?».
    Una ricetta per fabbricare l’uomo è anche quella del medico alchimista Paracelso, «il Lutero della medicina» del XVI secolo. Ma qui, rispetto a Eleazar di Worms, respiriamo già un’atmosfera quasi scientifica. «Se la fonte di vita, chiusa in un’ampolla di vetro sigillata ermeticamente, viene seppellita per quaranta giorni in letame di cavallo e opportunamente magnetizzata, comincia a muoversi e a prendere vita. Dopo il tempo prescritto assume forma e somiglianza di essere umano, ma sarà trasparente e senza corpo fisico. Nutrito artificialmente con arcanum sanguinis hominis per quaranta settimane e mantenuto a temperatura costante, prenderà l’aspetto di un bambino umano, con tutte le membra sviluppate come ogni bambino nato di donna, ma molto più piccolo». Questo homunculus, sorprendente antenato della fecondazione in provetta, farà ancora capolino nel 1832 dal «laboratorio alla maniera del Medio Evo» di Wagner, tra le pagine del Faust di Goethe. «Ti saluto babbino! Come va? Generarmi non fu cosa da nulla. E, dunque, vieni! Su, stringimi al cuore proprio con tenerezza. Ma non troppo, però, dacché potrebbe volare in pezzi il fragile cristallo».
    Già da quattordici anni, però, è stato scritto il Frankenstein, Prometeo moderno, dell’allora appena ventunenne Mary Shelley, moglie del famoso poeta. Fu lei stessa a raccontare come quella cupa storia fosse nata da un incubo, dopo aver ascoltato una conversazione tra il marito e Byron sugli esperimenti del dottor Darwin, nonno del teorico dell’evoluzione, «che aveva conservato un pezzetto di verme in un contenitore di vetro fino a quando, per qualche straordinaria ragione, iniziò a muoversi di moto volontario… forse un cadavere poteva essere rianimato; il galvanismo aveva dato adito a tali possibilità». Il suggerimento implicito del libro sarà poi esplicitato nella scarica di fulmine che nelle trasposizioni cinematografiche dà vita ad un mostruoso collage di pezzi di cadavere. Il Frankenstein di Mary Shelley ha sì l’intelligenza dell’homunculus, ma il corpo sgraziato e ribelle del Golem. «Non esiste alcuna colpa, misfatto, malvagità o sofferenza che si possa paragonare alle mie», si lamenta il mostro. «Quando scorro la serie spaventosa dei miei peccati, non posso credere di essere la stessa creatura i cui pensieri una volta erano colmi di visioni sublimi e trascendentali di bellezza e della maestosità del bene». Anima sensibile sconvolta dal rifiuto dell’umanità verso la sua diversità, purtroppo già nella riduzione teatrale fatta nel 1823 da Richard Brinsley Peake la «creatura» perde questa tragica complessità, per ridursi al bamboccione tutto grugniti e barcollamenti poi travasato al cinema.
    Figlia di una pioniera del femminismo e di un filosofo proto-comunista, sposa di un ribelle anarcoide che per scappare con lei sedicenne aveva spinto la sua prima moglie al suicidio, in Frankenstein Mary Shelley rivela però un’insospettabile vena di moralista bacchettona. Il mostro, spiega, «era spaventoso, perché spaventoso in modo supremo sarebbe stato il risultato di ogni tentativo umano di parodiare lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo». Malgrado il titolo, Frankenstein è dunque un anti-Prometeo, la cui potente forza di suggestione lancerà tutto un filone di variazioni sul tema dell’inevitabile catastrofe. Il dottor Moreau di Herbert George Wells, ad esempio, è fatto a pezzi dagli animali che ha cercato di rendere umani «immergendoli in un bagno di truce dolore» attraverso la vivisezione. Così come è fatto a pezzi dai morti che ha riportato in vita l’Herbert Wester rianimatore di Howard Phillips Lovecraft. Naturalmente, anche i tirannosauri e i velociraptor clonati dal dna di sangue in zanzare preistoriche conservate nell’ambra si faranno un’allegra scorpacciata dei maldestri impiegati del Jurassic Park. Un curioso rimpianto libertario c’è invece col Pinocchio fatto in casa dal falegname Geppetto nella fiaba di Collodi. Come il Poligraph Poligraphovic trasformato da randagio in uomo con un trapianto di genitali nel Cuore di cane di Bulgakov, il burattino senza fili fa danni soprattutto perché la sua artificialità lo fa troppo ingenuo per le malizie del reale. Ma il Brave New World di Aldous Huxley è invece uno Stato totalitario basato sull’ingegneria genetica, e pure con la fecondazione artificiale si riproducono i più fanatici aderenti al Partito nel 1984 di George Orwell.
    Naturalmente, distruggono l’umanità che li ha creati gli automi di R.U.R.: dramma del 1920 del Ceco Karel Capek che è oggi pressoché dimenticato, ma che ha dato alla letteratura e alla tecnologia la parola «robot», dalla radice slava che significa «operaio». E scappa di mano anche la Maria-robot dell’anno 2000, immaginata nel 1927 nel film di Fritz Lang Metropolis, per non parlare poi di Hal, il robot assassino di 2001 Odissea nello Spazio. Ma in mezzo a tanta paranoia è poi proprio il paranoico Philip Dick a riscattare in un suo racconto la disperata voglia di umanità degli androidi ribelli poi trasposta nel film Blade Runner. Altre immagini non convenzionali arrivano dall’ateo Isaac Asimov, che non solo elabora le famose «tre leggi della robotica» per regolare la morale degli androidi, ma nel «Ciclo della Fondazione» arriva a fare di alcuni esseri artificiali e immortali un surrogato di Divinità, a tutela provvidenziale dell’uomo. Mentre Charles Beaumont ci descrive invece un prete cattolico che, dopo un’angosciosa esitazione, acconsente infine a impartire l’estrema unzione a un morente che gli ha confessato di essere un automa, dotato di auto-coscienza per colpa di un incidente di laboratorio. Allo stesso modo, il cacciatore di nazisti Wiesenthal uccide il medico pazzo di Auschwitz Mengele nei Ragazzi venuti dal Brasile, bizzarro ma avvincente film del 1978 in cui due personaggi veri sono trasfigurati in figure da duello di super-eroi. Ma impedisce poi agli 007 israeliani di uccidere le decine di piccoli cloni di Hitler che lo scienziato demoniaco ha clonato nelle foreste del Paraguay: «Non sono Hitler, sono solo dei bambini!», spiega accorato.
    Sono i cloni, appunto, il grande tema delle cronache di oggi. Dalla pecora Dolly, alla proposta di ricostruzione di un mammut, ai blitz annunciati dal professor Antinori. Come ha ricordato lo stesso Antinori, però, «i cloni esistono già in natura». Dalle amebe ai gemelli: vita riprodotta in altro modo, ma sempre dalla vita. È un esperimento che conoscono forse solo gli specialisti, ma fu nel 1953 che lo scienziato Stanley Miller sigillò in un contenitore metano, ammoniaca, vapore acqueo e idrogeno, atmosfera della Terra primitiva, per poi bombardarli con una scarica elettrica. Ne vennero fuori varie molecole organiche semplici alla base della vita, anche se non ancora la vita vera e propria. Il fango, e il fulmine…
(anno 2001)