Storia
del veleno
Dietro
molti fatti storici abbiamo un sistema di eliminazione fisica che per
alcuni era quasi un’arte
di Maurizio
Stefanini
Dicono
i maligni che a differenza del «biondo Tevere»,
effettivamente biondo prima delle meches
da inquinamento dell’ultimo secolo, il «Danubio
blu»
era in realtà tale solo nei valzer di Strauss. Ma
l’anno
2000 fece il miracolo, col famoso disastro dell’inquinamento
da
cianuro. «Cianuro» viene infatti dal greco
«cyanos», che significa proprio
«blu». Il
«ciano» dei collezionisti di francobolli e dei
laboratori
fotografici. O «blu di Prussia», o «acido
prussico», dal momento che fu isolato per la prima volta a
Berlino nel 1704, dai Prussiani Dippel e Diesbach. E se vogliamo
buttarla proprio in chimica, anzi, dovremmo specificare che il cianuro
uccide col legarsi al ferro presente nell’emoglobina, e col
bloccare quindi l’assunzione di ossigeno da parte del sangue.
Insomma, si soffoca fino a diventare, appunto,
«cianotici».
Variazioni sul tema... Il Danubio blu al cianuro, dunque, come ironica
tautologia. Oltre che come incidente ecologico di prima grandezza. Ma
perché non anche come epifania della storia? «Il
mulino ad
acqua dà la società schiavista, il mulino a vento
la
società feudale, la macchina a vapore la società
capitalista», diceva Marx. Solo l’energia, o non
anche i
veleni? La preistoria dei popoli cacciatori e raccoglitori, ad esempio,
è la civiltà degli stricnoidi. I veleni da punta
di
freccia usati contro la selvaggina, e su tutti il famoso curaro dei
popoli dell’Amazzonia. L’uirari, descritto dagli
esploratori fin dal XVI secolo, e che è estratto da una
liana
diluita in acqua bollente. Paralizza i muscoli, e uccide in pochi
minuti per il blocco di quelli respiratori, anche con una ferita di
striscio. Ma se ingerito per via orale è innocuo, al punto
che
gli Yanomami ne fanno addirittura un tè contraccettivo.
Quindi
la carne della preda avvelenata può essere consumata senza
problemi. Anzi, è addirittura più sana di quella
che
circola dai nostri macellai. Mangimi alla diossina e mucca pazza a
parte, quella morte anestetica evita le tossine da paura e dolore che
le bestie accumulano nei nostri «civili» mattatoi.
Comunque, gli stessi Yanomami conoscono un disgustoso ma efficacissimo
antidoto: in caso di ferita da freccia avvelenata, bisogna bere
immediatamente urina di donna e versarne un po’ sulla ferita,
applicandovi subito dopo del fango bianco.
Ma contrariamente a quanto spesso si
dice, gli
stricnoidi non sono una risorsa solo dei
«primitivi» del
Nuovo Mondo. I Boscimani dell’Africa Australe sono
altrettanto
abili nell’estrarre veleni per frecce dai cespugli di
strophantus
del deserto. Ai succhi vegetali, però, loro aggiungono anche
il
veleno di serpenti, ragni e scorpioni. Col risultato che, al contrario
del curaro amazzonico, il loro dà una morte lentissima: due
ore
per una gazzella; dieci ore per un’antilope; anche due giorni
per
una giraffa. Forse è solo una suggestione, l’idea
del
veleno animale come risorsa ancora più arcaica del veleno
vegetale. Fossile di un’epoca ferina, in cui
l’agricoltura
non era neanche cominciata. Certo è, però, che il
veleno
animale, anche in tempi più recenti, ha sempre conservato
un’aura di sinistra barbarie. Alle tossine del pesce palla,
ad
esempio, ricorrono i bokor,
gli stregoni del vudù haitiano, per mandare la gente in
catalessi, trasformandola in quella sinistra categoria di
«morti
ipnotici» resa popolare dai film dell’orrore con
l’etichetta di zombie. Può sembrare incredibile,
ma
perfino questa raccapricciante mistura è stata brevettata
dall’industria farmaceutica USA come anestetico. Come
d’altronde è stato fatto col curaro amazzonico.
Ancora, è una forma di
suicidio
particolarmente feroce quel morso di aspide con cui Cleopatra
punì il suo corpo per non essere stato capace di sedurre
Ottaviano allo stesso modo di Cesare e Antonio. Ed è a base
di
teste di vipera pestate e mescolate al vino la terribile ricetta con
cui cerca di liberarsi del marito la moglie traditrice di Donna lombarda,
un’antica e truce ballata diffusa su diversi testi, dialetti
e
musiche in tutto il territorio d’Italia, e che gli esperti di
folklore considerano uno dei «classici» della
tradizione
nazionale. Al di là della varietà delle forme,
sorprendentemente convergente è la vicenda
dell’adultera
smascherata dalla miracolosa denuncia di un neonato, e costretta con la
spada alla gola dal marito a bere a sua volta la bevanda mortale.
Costantino Nigra, un padre della patria che fu anche pioniere degli
studi demologici in Italia, sosteneva che la «donna
lombarda» non era altri, in realtà, che il ricordo
trasfigurato nella leggenda della «donna
longobarda»
Rosmunda. Ovvero, l’infelice regina che il crudele Alboino
aveva
costretto a bere dal teschio di suo padre, e che si era vendicata
facendolo uccidere dal suo amante Elmichi, con cui era poi riparata in
territorio bizantino. Naturalmente, dopo aver svaligiato la cassa del
tesoro regio. Ma, narra Paolo Diacono, a quel punto il complice era di
troppo, vista la richiesta di matrimonio subito pervenuta
dall’esarca di Ravenna, Longino. E Rosmunda tentò
dunque
di togliere di mezzo anche lui, appunto con un bicchiere di vino
avvelenato. Ma fece l’errore di scegliere un prodotto a lento
effetto, sì da consentire ad Elmichi di rendersi conto del
tranello e, prima di tirarci le cuoia, di far fare anche a lei la
stessa fine. Proprio come nella canzone, costringendola a bere nello
stesso bicchiere a punta di spada.
Ma ci sono animali di mezzo anche nella
formula
della «cantarella», il terribile veleno dei Borgia.
«Una polvere bianca, pressoché simile allo
zucchero», la descrisse Paolo Giovio. Ucciso un maiale, se ne
cospargevano d’arsenico i visceri e poi si faceva essiccare
la
massa putrefatta fino a ridurla in polvere o se ne raccoglieva il
liquido. Gli alcaloidi, uniti così all’acido
arsenioso,
non ne alteravano il sapore, ma ne accrescevano la violenza tossica,
che mandava all’altro mondo in capo a
ventiquattr’ore.
Soffrendo atrocemente, visto che l’arsenico
«brucia»
letteralmente l’intestino. Ma qua si è bruciata
forse
anche qualche tappa... Di mezzo, infatti, andrebbe ricordata
l’antichità, come civiltà dei veleni
«simil-alimentari». La cicuta, di cui
morì Socrate,
contro cui Mitridate aveva fatto la sua famosa cura di assuefazione
prendendosela un po’ per volta, e con cui si
suicidò
Annibale. E i funghi velenosi con cui Agrippina si liberò di
Claudio, per far posto a suo figlio Nerone. Per curiosità,
di
funghi velenosi propinati da qualche anti-clericale infiltrato si
riparlerà secoli dopo ma sempre a Roma, a proposito della
misteriosa intossicazione collettiva che colpirà i
partecipanti
al Conclave del 1903. Sono tossici diversi, visto che la cicuta
è uno stricnoide che come il curaro si limita a paralizzare
i
muscoli, mentre le tossine dei funghi distruggono addirittura le
cellule. Ma in comune hanno l’essere facilmente confondibili
con
vegetali commestibili, dal momento che la cicuta è
un’ombrellifera. Parente maligna, dunque, di carota,
finocchio e
prezzemolo, e componente dell’indispensabile know-how
di una società agricola avanzata. D’altra parte,
non sono
usate più per la caccia, ma per l’omicidio, o per
la pena
capitale. Se vogliamo, anzi, potremmo dire che, motivazioni a parte, le
modalità dell’esecuzione indolore di Socrate sono
comunque
più «civili» che non i feroci spettacoli
della
crocifissione di Gesù. O dello scorticamento di
Marc’Antonio Bragadin. O del rogo di Giordano Bruno. O degli
squartamenti e mazzolamenti della Francia monarchica. O della
ghigliottina della Francia rivoluzionaria. O anche della sedia
elettrica degli Stati Uniti del XX secolo. Bisogna arrivare
all’America di oggi per ritrovare dopo tanti secoli,
nell’iniezione letale, un tipo di esecuzione altrettanto
attento
ad evitare sofferenze inutili. È il cloruro di potassio, in
questo caso, il principale agente del cocktail mortale. Quello stesso
«cloro» di cui gli italici settantasettini
auspicavano
somministrazioni massicce «al clero».
Ma qui stiamo già dai
vegetali ai minerali. E
questa è l’ulteriore evoluzione tra il Medio Evo e
l’Età Moderna. Attraverso le pozioni delle
streghe, da cui
poison,
«veleno»
in francese, pronunciato «puason». E in inglese,
che
però attraverso la differenza tra radice francese e latina
distingue il «poison» vegetale o minerale dal
«venom» animale. E testimonia così,
nella sfumatura
linguistica, l’ulteriore passaggio attraverso i pentoloni
degli
alchimisti, col loro sapere umanistico ed ermetico. E non è
d’altronde un fenomeno quasi mefistofelico, la prodezza di
quei
«mangi-arsenico» che nelle montagne
dell’Austria
Meridionale si sono assuefatti da generazioni a usarlo come tonico e
ricostituente? Arsenico, è nella storia anche il famoso
«processo dei veleni» alla corte di Luigi XIV. O
quelle
tracce nei capelli del cadavere che continuano a rilanciare i sospetti
sul presunto avvelenamento di Napoleone a Sant’Elena. E,
più in generale, anche ogni morte misteriosa che abbia fatto
pensare ad intossicazioni lente. Dalla terribile fine che
colpì
Papa Clemente XIV dopo aver decretato la soppressione dei Gesuiti, con
l’agonia di un mese e la finale autopsia che trovò
il
cadavere con le labbra nere, la pelle squamata, le ossa decomposte, le
unghie e i capelli caduti. Alla leggenda dell’uccisione di
Lenin
da parte di Stalin con un berretto avvelenato. E, perché no,
anche alle chiacchiere su Papa Luciani. A questo veleno,
d’altra
parte, è legato anche quel capolavoro dell’humour
nero che
è Arsenico e
vecchi merletti, irresistibile farsa delle due vecchiette yankee
che tra una canasta e una fiera di beneficenza aiutano i vecchietti
soli ad andare in Paradiso con vino di sambuco
«corretto»,
e li seppelliscono poi in cantina. A differenza di quanto racconta
Charlie Chaplin in Monsieur
Verdoux, invece, il vero Landru non avvelenava.
Strangolava.
Ma qua siamo già in pieno
Novecento. E anche
prima di questa apoteosi danubiana da Terzo Millennio, era stato
già il cianuro a conquistarsi il titolo di «veleno
della
modernità» per antonomasia. È con la
scoperta
dell’America, infatti, che fa la sua massiccia irruzione nel
Vecchio Mondo. A livelli minimi, l’acido prussico
è
presente in varie sostanze alimentari, dai noccioli delle ciliegie a
quelli delle pesche o delle albicocche. Il famoso «odore di
mandorle amare» descritto nei libri gialli,
anch’essi a
loro modo un’icona della modernità. Ma dosi letali
stanno
invece nella manhiot
esculenta,
attuale nome scientifico di quel tubero che i popoli pre-colombiani
conoscevano, a seconda delle aree, come manioca, o yucca, o cassava.
Innocua era invece la manhiot
utilissima,
con l’altra facilmente confondibile. Ma, dopo presumibili
secoli
di avvelenamenti, gli Indios avevano infine imparato a rendere
commestibile anche la pianta nociva, eliminandone il cianuro dalla
nutrientissima polpa con un procedimento a base di grattugia, lavaggio
e cottura. Anche in Asia e in Africa, oggi, gran parte del mondo
tropicale si riempie la pancia grazie a questa sensazionale
«trovata» dei «selvaggi»
d’America.
Perfino i Pigmei della foresta congolese, che un’immagine
superficiale supporrebbe «incontaminati», hanno in
realtà oggi una vera e propria dipendenza fisica
dall’alto
livello di carboidrati di questa pianta americana. E la manioca
«depurata» è anzi talmente digeribile
che nel nostro
stesso mondo «temperato» la sua farina è
uno dei
principali alimenti con cui i nostri figli si svezzano: la famosa
«tapioca».
Ma se un tubero al cianuro ha messo a
gran parte
dell’umanità una marcia in più nello
stomaco, il
cianuro vero e proprio, isolato all’inizio della Rivoluzione
Industriale, vi ha poi fatto da insostituibile propellente monetario,
nel momento in cui nell’Ottocento si è scoperto il
modo
con cui estrarvi l’oro. Tornando a buttarla in chimica, il
cianuro sodico in presenza di ossigeno atmosferico forma un cianuro
doppio di oro e sodio, da cui il giallo metallo emerge infine dopo un
ulteriore trattamento con zinco metallico. Non ci avrete capito niente,
ma nella storia della tecnica mineraria
l’«invenzione» ha avuto la stessa
importanza che il
passaggio dalla carrozza all’auto nella storia dei trasporti.
È stato comunque il cianuro a rendere possibile la grande
corsa
all’oro nel Far West americano. Gild Edge nel Montana e
Mercer
nell’Utah sono le due città che si contendono
l’invenzione. Certo, come quando si guida una macchina,
è
il caso di farci un po’ di attenzione. Appunto, Danubio docet...
Ma c’è anche un
altro straordinario
titolo del cianuro all’Oscar di «veleno
moderno». A
parte i caffè al cianuro di Pisciotta e Sindona,
poiché
è a cianuro che andavano le camere a gas dei lager nazisti,
è questo il veleno che ha ammazzato in assoluto
più gente
nella storia. L’unico, anzi, a farlo in quantità e
con
metodi «industriali». Per una singolare nemesi, di
cianuro
si suicidarono anche gerarchi nazisti come Himmler, Goering o Goebbels.
Barattoli dov’era contenuto il gas asfissiante, Auschwitz (Polonia) - Simone Valtorta, 2003
Veramente, il «blu di Prussia»...
(anno 2002)