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LA SEGREGAZIONE RAZZIALE E LO
SCHIAVISMO ISLAMICO
ALLA BASE DEL GENOCIDIO DELLA
MINORANZA NERA CRISTIANA E ANIMISTA SUDANESE
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ome è noto, il
Corano non soltanto ammette l’esistenza della schiavitù come un fatto
permanente di vita, ma addirittura detta le regole per la sua stessa pratica.
D’altra parte, l’antica legge islamica riconosce di fatto l’ineguaglianza
fondamentale tra gli uomini appartenenti a diverse religioni e, di conseguenza,
quella tra padrone e schiavo (Corano, 16:71; 30:28). In pratica, il Corano assicura
da secoli ai suoi fedeli il diritto, teorico e sostanziale, di possedere servi
(per essere più precisi: di “possedere i loro colli”) sia attraverso la libera
contrattazione di mercato, sia come bottino di guerra (58:3). Non a caso, lo
stesso Maometto ebbe dozzine di schiavi, sia maschi che femmine, che era solito
utilizzare per certe mansioni o vendere. “L’acquisizione dei servi è regolata
dalla legge…ed è possibile per il mussulmano uccidere un infedele o metterlo in
catene, assicurandosi in questo caso anche la proprietà legale dei suoi
discendenti nati in cattività” (trascrizione dall’opera prima del teologo Ibn
Timiyya, Vol. 32, p. 89).
Al
contrario, nessun mussulmano potrà mai detenere schiavi della sua stessa religione,
“poiché quella islamica è la più nobile e superiore delle razze” (Ibn Timiyya,
Vol. 31, p. 380). Nel corso dei secoli il presupposto di matrice cristiana e
occidentale di libertà personale quale condizione naturale e inalienabile
dell’essere umano non è mai entrato a fare parte del bagaglio culturale e
religioso dell’Islam: dottrina religiosa impermeabile agli influssi
pre-illuministici ed illuministici. Nel mondo mussulmano, infatti, il consenso
divino alla pratica della schiavitù rappresenta una norma codificata e regolata
al suo interno da una serie di specifiche “indicazioni” relative ai rapporti
tra proprietario e servo e ai loro diritti e doveri. Anche se a ben vedere, per
lo schiavo il diritto corrisponde a soli doveri, assolti i quali per costui è
possibile fruire della “compassione” del padrone.. La disobbedienza di un servo
nei confronti del proprietario può infatti comportare gravi sanzioni e la
sospensione della suddetta “compassione”: Secondo l’Islam, “esistono due esseri
umani le cui preghiere non saranno mai accettate, né i loro meriti riconosciuti
nell’altra vita: lo schiavo che fugge e la donna che non fa felice il proprio
marito” (Miskat al-Masabih Libro I, Hadith, 74). Va detto che in origine il
Corano prescriveva un avvicinamento umanitario allo schiavismo, suggerendo
perfino trattamenti di riguardo nei confronti degli infedeli di un paese
conquistato. Questi potevano infatti vivere all’interno della comunità
mussulmana come un individuo (dhimmis), almeno finché erano in grado di
pagare particolari tasse chiamate kharaj e jizya. Ciononostante,
con l’espandersi del dominio islamico (VIII secolo d.C.), i dettami del Corano
in materia di schiavismo iniziarono ad essere interpretati in maniera sempre
più restrittiva e severa, sia nei confronti delle popolazioni africane
animiste, sia verso i cristiani, gli ortodossi, gli induisti e i buddisti.
Già
a partire dalla seconda metà del VIII secolo d.C, i mercanti mussulmani
avviarono nell’Africa sahariana e sub-equatoriale un intenso traffico di
schiavi neri prelevandoli soprattutto dalle regioni corrispondenti agli attuali
Mali, Senegal, Niger, Ciad meridionale, Nigeria, Camerun, Kenya e Tanzania.
Strappati alle loro terre, milioni di individui vennero trasferiti con la forza
verso i grandi mercati del Marocco, della Tunisia, dell’Egitto e della penisola
araba per essere venduti o scambiati. Pratica che andò a vanti per secoli. Fino
al XVII secolo, ogni anno il regno nubiano (Sudan) era obbligato ad inviare al
governatore musulmano del Cairo a titolo di tributo un grosso quantitativo di
schiavi neri. I nubiani e gli etiopi, con i loro fisici snelli e i loro nasi
sottili, venivano solitamente preferiti ai più robusti e meno aggraziati bantu
o mandingo dell’Africa centrale e occidentale, utilizzati per i lavori più duri
e per le pratiche di guerra.
Contrariamente
allo schiavismo cristiano-occidentale, che durò poco più di 300 anni (più o
meno dalla metà del XVI a poco oltre la metà del XIX secolo) e che comportò la
tratta di circa 12 milioni di individui africani trasferiti nelle Americhe,
quello di matrice islamica andò avanti per ben 1.400 anni (dal VIII al XX
secolo) diventando una dell’attività commerciali più remunerative gestite dai
mercanti mussulmani, soprattutto quelli della penisola araba (Gedda fu uno dei
mercati più importanti). Si calcola che nell’arco di 14 secoli i mercanti
mussulmani abbiano messo in catene oltre 100 milioni di soggetti negroidi.
Contrariamente
a quanto accadde nel Nord America anglosassone dove, a partire dalla seconda
metà del 1700, agli schiavi neri africani, impiegati soprattutto in
agricoltura, era concesso mettere su famiglia, vivere in proprie case,
coltivare piccoli appezzamenti e praticare un commercio minimo, nel mondo
mussulmano non accadde mai nulla di simile. I servi erano, infatti, costretti a
separarsi dalle famiglie, a vivere in recinti o in tuguri e ad essere
sottoposti ad umiliazioni dolorose, come ad esempio l’infibulazione per le
ragazze e la castrazione per i maschi. Sebbene la legge islamica richiedesse ai
proprietari di trattare umanamente i propri schiavi e a fornirgli cibo e
perfino cure, i mercanti e i padroni mussulmani si comportarono quasi sempre con
estrema durezza. Secondo alcune consuetudini in vigore per secoli in
Mauritania, in Sudan e nella penisola arabica, i servi non avevano diritto ad
alcuna proprietà e potevano sposarsi soltanto con il permesso del loro
proprietario, al quale spettava tra l’altro ogni diritto sulla prole. Per la
cultura islamica lo schiavo rappresentava insomma una sorta di bene mobile e da
riproduzione da trattare ed utilizzare nei modi più convenienti. E’ interessante
ricordare che la conversione dello schiavo all’Islam spesso non sortiva di
fatto alcun beneficio all’individuo. Nella massa, soltanto pochi servi neri
convertiti, e dotati di particolari requisiti intellettivi o fisici, potevano
ambire, dopo una lunga prigionia, ad un regime di semilibertà accettando di
diventare soldati, eunuchi, governanti di casa e di harem o, nel caso delle
donne, amanti o prostitute.
Il
primo massiccio utilizzo di schiavi neri da parte di un regno mussulmano si
verificò quando nel IX secolo il califfo di Baghdad ne acquistò diverse
migliaia da mercanti africani da impiegare in agricoltura. Una violenta
ribellione mise tuttavia fine a questo esperimento, inducendo gli arabi ad
evitare il concentramento in un solo luogo di un numero troppo elevato di servi.
Successivamente, i califfi iniziarono ad utilizzare i neri principalmente come
domestici, o, nel caso di donne o fanciulli, per i propri piaceri sessuali.
Dopo il declino arabo, la pratica della schiavitù venne mutuata dai turchi che la esercitarono ampiamente nei Balcani, in Russia meridionale e in certe zone del Caucaso (soprattutto nell’Armenia cristiana). Le tribù tartare della Crimea, che godevano della protezione dall’impero ottomano, si specializzarono nella caccia agli schiavi cristiani che poi rivendevano sul mercato di Istanbul e di altre città anatoliche. Un’altra importante fonte di schiavi “bianchi” e cristiani fu la pirateria mediterranea, esercitata soprattutto dagli algerini che per secoli terrorizzarono le popolazioni costiere italiane.
Il
traffico degli schiavi da parte dei mercanti mussulmani andò avanti per secoli
e bisognò attendere il 1962 per vedere l’Arabia Saudita abolire ufficialmente
questa pratica, seguita nel 1982 dalla Mauritania. Anche se va comunque detto
che attualmente in Arabia Saudita lavorano ancora 250.000 schiavi de facto,
cioè cristiani africani e cristiani filippini che in cambio di vitto, alloggio
e bassa paga, vivono in una condizione di costrizione e mancanza di libertà pressoché
totale. Ricordiamo anche che, sempre in Arabia Saudita, numerosi schiavi
bambini importati dall’Africa vengono diffusamente impiegati – dato il loro
trascurabile peso - come fantini negli ippodromi e, soprattutto, nelle gare di
corsa dei dromedari e dei cammelli. Sempre ai giorni nostri, in Mauritania e in
Sudan la schiavitù viene egualmente tollerata dai locali regimi islamici
sostenitori, tra l’altro, di idee palesemente razziste, in senso antropologico,
nei confronti dei neri. Nulla di strano in quanto – contrariamente a quanto si
possa pensare – molti dotti islamici del passato, ma anche del presente, hanno
sempre appoggiato con vigore tali teorie sostenendo che “un mussulmano non
potrà mai costringere la sua bella e giovane serva ad unirsi ad un orrendo
schiavo nero, se non in caso di estrema necessità” (Ibn Hazm, Vol. 6,Part 9, p.
469).
Nel
1982, la Anti-Slavery Society e nel 1990 la Africa Watch, hanno effettuato
un’indagine che ha portato alla scoperta in Mauritania di una popolazione
“fantasma” composta da almeno 100.000 schiavi e 300.000 semischiavi neri. Ma
perché meravigliarsi, “in fondo anche il capo di stato Mokhtar Ould Daddah era
solito tenere in casa sua e nel palazzo presidenziali una torma di schiavi
neri” (John Mercer, Rapporto della Anty-Slavery Society del 1982). Sempre
secondo la Anti-Slavery Society, in Mauritania sarebbero decine di migliaia i
cosiddetti haratine (schiavi neri) reclutati con la forza, armati ed
inviati a saccheggiare i villaggi del sud del paese. Nel 1983, anche il governo
mussulmano sudanese ha emanato una serie di nuove, dure leggi discriminatorie
nei confronti delle minoranze nere del sud del paese e nel 1992, le forze armate
sono state autorizzate ad eliminare fisicamente tutti i soggetti neri
“ribelli”. Questa spaventosa escalation ha costretto nel 1999 l’allora vice Segretario di Stato americano per gli
Affari Africani, Susan Rice, ad investigare e a redigere un rapporto per l’ONU
e per la presidenza degli Stati Uniti. Sembra tuttavia che, verso la fine del
secondo mandato Clinton tale rapporto sia stato archiviato per esplicito ordine
dell’allora presidente, poco incline a mettere il naso nelle faccende interne
di un paese potenzialmente pericoloso come il Sudan.
“Con
il preciso scopo di eliminare tutta la popolazione del sud – riferiva il
rapporto Rice - il governo di Khartoum ha sottratto alla minoranza nera mezzi
agricoli, sementi e bestiame, costringendola alla fame […] Oltre a ciò, nelle
campagne speciali nuclei dell’esercito islamico hanno incominciato a
rimodellare con la forza l’identità religiosa dei nubiani”. Ma non è tutto. “In
questi ultimi cinque anni, le milizie di Khartoum hanno incarcerato e poi
venduto come schiavi migliaia di neri in Arabia e in altri emirati della
penisola. Secondo le stime di Amnesty International, nel 2002 le fanciulle
nubiane tra i 15 e i 17 anni venivano vendute sul mercato internazionale degli
schiavi ad un prezzo oscillante tra gli 80 e i 100 dollari. “Sembra che il
prezzo di ogni singola ragazza dipenda soprattutto dal fatto che sia vergine o
meno e dal colore degli occhi e della pelle”. Sorte non migliore tocca ai
ragazzi sotto i quattordici anni che, dopo essere stati separati con la forza
dai genitori o dai parenti, finiscono anch’essi in qualche bordello o vengono
avviati alle scuole coraniche per essere convertiti all’Islam (da Facing Genocide: The Nuba of Sudan,
pubblicato da African Rights il 21 luglio 1995).
Proprio
nel secondo semestre del 2004, l’amministrazione statunitense repubblicana e
l’Onu hanno iniziato finalmente a muoversi per cercare di trovare una soluzione
al dramma dei nubiani. Problema tutt’altro che facile da risolversi.
Individuare i mezzi e gli strumenti adatti per costringere il governo islamico
di Khartoum ad interrompere la sua politica di segregazione e sterminio non è
infatti cosa semplice. L’unica soluzione plausibile sembrerebbe quella
dell’embargo o delle sanzioni economiche nei confronti del regime sudanese:
opzione a doppia lama in quanto potrebbe essere trasformata da Khartoum in un
alibi perfetto per fare morire di fame i cristiani e gli animisti del sud.
D’altro canto, un intervento dei caschi blu o di contingenti armati occidentali
incaricati di proteggere i cristiani neri appare ancora meno plausibile, data
l’attuale, esplosiva situazione internazionale e la preannunciata, netta
opposizione da parte della quasi totalità degli stati arabi, alcuni dei quali
in questi ultimi dieci anni hanno fornito proprio a Khartoum coperture e
cospicui aiuti finanziari.
FINE
BIBLIOGRAFIA:
Kevin
Bales , I nuovi schiavi, La merce umana nell'economia globale, traduzione di Maria
Nadotti, Feltrinelli, Collana Universale Economica, Saggi
Srdja
Trikfovic Xavier, Islam e Schiavitù,
David Robinson, Muslim Societies in African History
(New Approaches to African History) by,
Martin Klein Editor, 2002
Facing Genocide: The Nuba of