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La campagna di Tunisia
dopo la sconfitta di El
Alamein, le truppe italo tedesche abbandonarono la Libia scarsamente difendibile,
e si ritirarono nel piccolo paese nordafricano dove tuttavia opposero una
energica e inaspettata resistenza
L’impegno delle forze armate italiane
nella Seconda Guerra Mondiale viene spesso sintetizzato con la partecipazione
alla campagna in Africa Occidentale, nella sanguinosa ritirata dell’Armir in
Russia e nello sbarco delle truppe
alleate in Sicilia. Spesso, infatti viene dimenticata una serie di operazioni
più o meno articolate che, nonostante la scarsa notorietà, ebbero una
fondamentale importanza: la campagna in Africa Orientale o quella contro la
Francia, le operazioni di sabotaggio dei nostri marò o le azioni belliche dei
nostri sottomarini e della nostra aeronautica.
Una delle campagne ormai caduta nell’oblio
della memoria è quella di Tunisia: da sempre vi è
un’ associazione mentale che collega la sconfitta di El Alamein e la fine della
guerra in Africa Occidentale. In realtà questo è assolutamente falso tanto che
per oltre sei mesi le operazioni belliche in terra d’Africa continuarono con
una violenza tale che alcuni storici hanno definito questa campagna “una
Stalingrado africana”. Nel Maggio del 1943, alla conclusione delle
ostilità, gli Alleati riuscirono a catturare due intere Armate nemiche: la 5.a
corazzata di von Armin e la 1.a di Messe
per un totale di 248 mila uomini. Di contro le truppe angloamericane persero
oltre 70 mila soldati tra morti e dispersi riuscendo però a rendere più
“semplice” l’attacco all’Italia e il successivo sbarco in Sicilia.
Nella notte tra il 7 e 8 novembre ebbe
inizio l’ Operazione Torch con lo sbarco delle truppe alleate in
tre punti strategici dell’Africa settentrionale francese:
·
Casablanca, sulla costa atlantica, fu affidata ad un
contingente americano di 24.500 uomini comandato dal generale di divisione
George Patton e trasportato da una flotta navale di 102 mezzi, 29 dei quali
adibiti al trasporto truppe.
·
Orano, sulla costa mediterranea, fu
assegnata a 18.500 Americani comandati dal generale di divisione Fredendall e
scortati da una forza navale inglese.
·
Algeri
venne assegnata ad una
forza da sbarco formata da 9 mila soldati inglesi e altrettanti americani
comandati dal generale di divisione americano Ryder.
Lo sbarco in territorio francese avvenne senza
particolari difficoltà: il maresciallo Petain, a capo del governo
filofascista di Vichy ordinò alle proprie truppe di resistere e di impedire
l’approdo delle truppe alleate, mentre De Gaulle, leader esule di
France Libre, le esortò ad accoglierle senza opporre resistenza. Fu propeio
questa situazione estremamente confusa a permettere al contingente
angloamericano di sbarcare con relativa tranquillità affrontando qualche
isolata scaramuccia con singoli reparti.
Dopo la sconfitta in terra egizia il feldmaresciallo
Rommel dovette affrontare una situazione drammatica: il suo piano
originale era quello di organizzare una linea difensiva nella strettoia di El
Agheila nelle vicinanze di Tripoli. ma proprio lo sbarco in territorio francese
lo obbligò a retroceder le proprie posizioni per non restar intrappolato nella
morsa dei due eserciti nemici. In realtà la volontà della “Volpe del Deserto”
era quella di abbandonare l’Africa e di riportare i suoi uomini in territorio
italiano dove avrebbe potuto allestire una migliore difesa.
Fu lo stesso Hitler a costringerlo ad
abbandonare l’idea di una “Dunkerque africana” per continuare la difesa
di quel fronte che in precedenza tanto aveva snobbato: ecco l’ennesimo errore
di una campagna che si sarebbe potuta concludere vittoriosamente per le truppe
dell’Asse.
La ritirata di El Alamein, che nei primi
giorni sembrò doversi trasformare in una rotta desolante, si tramutò invece
nell’ennesima dimostrazione della sapienza tattica del pupillo di Hitler. A
onore del vero anche l’atteggiamento timido di Montgomery ,ancora
abbagliato dalla fama del suo nemico, permise questo successo. A sua difesa
occorre sottolineare come il tempo giocasse a suo favore: le truppe di Eisenhower
sarebbero presto giunte a contatto con le avanguardie italotedesche che
avrebbero dovuto così fronteggiare una nuova minaccia.
Il 24 Novembre Rommel giunse
ad El Agheila dove erano in fase di formazione alcune divisioni italiane che si
unirono al ripiegamento: la Divisione La Spezia, la corazzata Centauro e la
Divisone Giovani Fascisti. Furono giorni di inseguimenti, di coraggio e ancora
di morti: con una manciata di carri le nostre truppe riuscirono a mantenere il
titubante nemico a distanza e a rompere l’accerchiamento di una divisione
neozelandese. Nei due me si che seguirono l’VIII Armata cercò di
fermare il suo nemico per eccellenza ma sempre con scarsi risultati: solo il 23
Gennaio Tripoli, cadde abbandonata da Rommel per mancanza di mezzi e
conquistata da un Montgomery ormai ridotto al limite delle proprie risorse.
Nelle proprie memorie si compiacerà di questo risultato: “ Sapevo benissimo
che se non fossimo riusciti a raggiungere Tripoli entro dieci giorni mi sarei
dovuto ritirare per mancanza di rifornimenti”.
Occorre tener presente che Ultra
lo teneva costantemente informato di tutte le mosse del nemico, quindi era
perfettamente a conoscenza del fatto che Rommel avrebbe abbandonato la città
senza porre alcuna resistenza. Dopo la “conquista” della città anche per
l’VIII Armata si palesò l’annoso problema dei rifornimenti: il porto di
Alessandria era ormai troppo distante, ma, grazie all’abilità dei suoi genieri, riuscì a riparare in tempi
brevissimi il porto di Bengasi avendo così la possibilità di ricevere quotidianamente 3000 tonnellate di materiali.
Dopo la definitiva caduta della Libia, le
truppe di Rommel si ritirarono in Tunisia schierandosi lungo la linea del
Marhet, costruita dall’esercito francese tra il 1936 e il 1940 con una
funzione difensiva nei confronti della Libia italiana, fu smantellata nel
giugno del 1940 dagli Italiani che risistemeranno questa “piccola Maginot”
quando fu chiaro che l’ultima disperata difesa dell’Africa occidentale si
sarebbe concentrata in Tunisia.
Nel Novembre 1942, dopo la
sconfitta di El Alamein e lo sbarco alleato in Algeria e Marocco, irrompe sulla
scena un nuovo personaggio che avrà un ruolo fondamentale nello svolgimento
delle future azioni. Il generale von Armin, a capo della V Armata
corazzata, fu inviato in Africa con l’ obiettivo di creare una testa di ponte
in Tunisia. Oltre 65 mila uomini giunsero al suo seguito
disponendosi sia per fronteggiare la minaccia proveniente da est, sia quella da
ovest. A Dicembre, grazie ai rifornimenti dalla Germania e all’arrivo delle
truppe in ritirata dalla Tripolitania le schiere italo – tedesche arrivarono a
contare circa 100 mila unità.
Il giorno seguente la caduta di Tripoli dal
fronte russo fu richiamato il generale Messe che venne nominato da
Mussolini comandante le forze italiane in Tunisia. Tutto ciò aprì però una
nuova serie di interrogativi: il generale Messe aveva solo giurisdizione sulle
truppe italiane o anche su quelle tedesche? Chi avrebbe comandato in Tunisia?
Lo stesso Messe, Rommel oppure Kesselring?
Proprio quest’ultimo fu scelto dai comandi
italiano e tedesco quale capo delle forze armate dello scacchiere africano,
mentre le due armate furono assegnate:
·
a von Armin V Panzerarmee
·
la I
Armata di ritorno dalla Libia fu affidata a Messe che ebbe notevoli
problemi a farsi accettare dal sempre più intrattabile Rommel.
Mussolini, che fortemente volle Messe a
capo della 1.ma Armata invitò il suo generale a resistere in quel lembo di
terra per “ riprendere l’offensiva nell’estate e riconquistare la Libia”.
Il nostro comandante, accorto soldato, si rese immediatamente conto dell’entità
delle nostre truppe e del loro equipaggiamento: con questi soldati e senza
ulteriori rifornimenti sarebbe stato impossibile mantenere le posizioni. Il Duce
rispose alle sue proteste con estrema lucidità: “ Occorre resistere ad ogni
costo, per ritardare l’attacco contro l’Italia, che seguirà fatalmente alla
nostra sconfitta in Africa”.
La 1.ma Armata fu quindi schierata lungo la
linea del Mareth nel settore più meridionale, dovendo fronteggiare a sud l’VIII
Armata inglese e ad ovest il II Corpo d’ Armata
americano.
Per meglio comprendere le future azioni
ecco il quadro delle forze a disposizione del generale Messe:
·
Quattro
divisione di fanteria italiane: La Spezia, Pistoia,
Trieste e Giovani Fascisti
·
Due divisioni
corazzate: la nuova Centauro e la 15.ima Panzer
·
Due divisioni
di fanteria tedesche: l’ormai mitica 90.ima leggera e la
164.ima
Dopo la disfata di El Alamein fu
ricostituito e tornò in linea anche un battaglione della Folgore composto dai
superstiti dell’Egitto. Le sue forze italotedesche furono suddivise in due Corpi
d’Armata:
·
XX al comando del generale Orlando
·
XXI comandato dal generale Berardi
Il settore centro – settentrionale della
Tunisia fu invece affidato a von Armin e alla sua V
Panzearmee, il suo schieramento comprese:
·
XXX Corpo d’Armata
del generale Sogno: formato dalla Divisione Superga del generale Gelich e dalla
50.ima Brigata speciale del generale Imperiali
·
Nel settore
di Gafsa – el Quettar la Divisione corazzata Centauro del generale Calvi di
Bergolo
·
Raparti
di bersaglieri del reggimento Lodi e unità di marinai della San Marco
incamerati nei reparti tedeschi
Contro queste truppe erano schierate la 1.a
Armata britannica del generale Anderson, il XIX Corpo d’
Armata francese e il II Corpo d’Armata
americano del generale Fredendall.
Dopo lo sbarco alleato il primo
obiettivo delle truppe angloamericane supportate da quelle francesi fu quello
di conquistare i nodi strategici di Tunisi e Biserta. Partendo dal porto di
Bugia, situato tra Algeri e Bona, l’azione fu ben presto ridimensionata sia
dalla scarsa collaborazione delle truppe francesi, sia dalla mancanza di
coordinamento tra i vari reparti ancora poco esperti. Questa timida offensiva
fu sostanzialmente favorita dall’atteggiamento molto remissivo che il generale Nehring
decise di adottare; in seguito infatti, le vibrate proteste del feldmaresciallo
Kesselring, portarono il 1 Dicembre i Tedeschi ad attaccare
servendosi dei nuovi carri appena giunti dalla Germania. Occorre sottolineare
che Hitler decise di inviare in un primo tempo i nuovi Panzer IV
armati con un cannone da 75 mm. e in
seguito un’arma ancora in fase di studio: i carri, modello Tigre,
dotati di cannone da 88 mm. e un peso di 56 tonnellate. Furono i Tedeschi,
quindi, ad assumere l’iniziativa obbligando le inesperte truppe alleate a
retrocedere perdendo sempre più terreno e posizioni. Con l’arrivo di von Armin
la situazione degenerò tanto che, anche a causa del maltempo, l’offensiva
prevista da Anderson si impantanò permettendo alle truppe tedesche di
rioccupare, entro il giorno di Natale, le precedenti posizioni e facendo si che
“la corsa verso Tunisi” fosse vinta proprio da questi ultimi.
L’idea di intrappolare Rommel tra l’VIII
Armata inglese e la !.a Armata di Tunisia dovette per il momento essere
abbandonata.
All’apparenza la mancata conquista fu
una sconfitta, in realtà si rivelerà la
più grande vittoria su questo fronte per le truppe angloamericane: in caso di
immediata riuscita dei piani sia Hitler che Mussolini avrebbero dovuto
abbandonare l’ Africa e ritirare gran parte degli uomini in Sicilia rendendo
così “quasi impossibile” l’ingresso in Europa. In questo situazione furono,
invece, inviati numerosissimi rinforzi che si troveranno a dover fronteggiare “un
mare di nemici” che con il passare del tempo acquisiranno esperienza e
soprattutto consapevolezza della loro superiorità tecnica schiacciante.
Nonostante la linea del Mareth fosse
ottimamente difesa sia a sud che a ovest da paludi salate, Rommel si convinse
che la soluzione migliore sarebbe stata quella di retrocedere sull’altopiano
roccioso dell’Akarit: “in Africa non c’è linea difensiva che non possa
essere aggirata sul fianco” spiegò a Messe durante un incontro il 2
Febbraio nel nuovo quartiere generale di Zelten in Tunisia. Questa idea fu però
bocciato dallo stato maggiore italotedesco che preferì continuare a mantenere
le posizioni avanzate del Marhet.
In questo nuovo frangente Rommel, seppur
malato, riprese vigore e decise di intraprendere una nuova operazione contro le
forze americane di Fredendall. Questa
nuova “voglia di fare” creò moltissimi inconvenienti al Comandante il fronte
africano; il feldmaresciallo Kesselring: nei primi giorni di Febbraio, grazie
all’azione della 21.ima Panzerdivision, von Armin
riuscì a conquistare il Passo di Faid controllato
dalle truppe francesi e ad ottenere la possibilità di attaccare in maniera
massiccia le truppe americane che lo fronteggiavano.
Lo stesso Rommel, come abbiamo accennato,
avrebbe voluto “dare una lezione” ai nuovi arrivati sfruttando però un piano
sostanzialmente differente rispetto a quello del suo rivale. Fu proprio
Kesselring a risolvere questa situazione tramite un accordo tra i due
contendenti in base al quale:
·
Von
Armin avrebbe
attaccato il 12 Febbraio presso Sidi Bou Zid
·
Rommel dopo due giorni si sarebbe concentrato
sull’oasi di Gafsa
Al termine del colloquio sarà lo stesso
Kesselring a liquidare la “ Volpe del deserto”: “ Lasciamo a Rommel la sua
ultima occasione di gloria prima che se ne vada dall’Africa”.
Il 14 scatta l’offensiva di
von Armin: si lanciarono all’attacco la 21.ima Panzerdivision rinforzata da un
contingente della 10.a. La sorpresa delle truppe americane fu totale, grazie ad
un’abile manovra a tenaglia di due contingente della 10.a Divisione
il gruppo di combattimento A e C
furono annientati, mettendo così fuori uso due battaglioni di carri. Lo stesso
Eisenhower corse il rischio di cadere prigioniero in questi scontri.
L’obiettivo dell’attacco di
Rommel fu invece Gafsa che venne occupata senza sparare un colpo
dalla Divisione Centauro in quanto il nemico la evacuò prima del
loro attacco. Gli Americani e gli Inglesi ormai si trovarono nel panico tanto
che Feriana e i campi d’aviazione di Thelepte furono conquistate. Furono
bruciati i magazzini di Tebessa e la confusione ormai si impadronì dei singoli
reparti.
Rommel iniziò a cullare il sogno di una
spettacolare azione di tutte le sue forze verso Tebessa per
cercare di far retrocedere “il grosso delle truppe alleate dall’Algeria”
. La “Volpe del deserto” cercò di
forzare il passo di Kassarine per poter finalmente puntare su
Tebessa.
Fu
però von Armin a ostacolare questi piani essendo riluttante ad imbarcarsi in
un’azione di questa portata tanto che ritirò la 21.a per paura di sguarnire
troppo le sue difese. Rommel è
furibondo: contatta il Comando Supremo Italiano
che solo la sera del 18 concesse il “via libera” all’operazione
con entrambe le divisioni corazzate. L’attacco dovette però essere
condotto verso Thale ed El Kef anziché
Tebessa. Secondo Rommel questa decisone
fu “ un incredibile esempio di miopia”.
La 6.a Divisione corazzata
inglese con a sostegno numerosi contingenti di fanteria e artiglieria USA fu
posizionata a Thala. Il 20
la 10.a e 15.a Panzer Division conquistarono il passo di Kassarine infliggendo
alle truppe americane una pesantissima serie di perdite.
Oltre 4000 Americani furono fatti prigionieri, 200 carri e centinaia di mezzi bruciavano illuminando la notte africana, mentre i reparti dell’Asse fecero incetta di ogni genere di razione e armamento che questi inesperti soldati avevano a disposizione. Eisenhower inferocito dalla grande sconfitta sostituì Fridendall con l’energico Patton.
Ormai la vittoria era a portata di mano: le
truppe americane vacillavano e nelle retrovie si iniziavano a bruciare
magazzini e depositi di carburante, proprio in questa occasione, però, Rommel decise
di ritirasi e tornare sulla linea del Mareth indiavolato per l’occasione
perduta.
Rientrato sulla nuova linea del fronte
Rommel ricevette la nomina a Comandante al gruppo armate in
Africa che non fece altro che aumentare la confusione nelle linee
gerarchiche delle forze dell’Asse. La sua nomina fu, però, solo una “trappola”
per un suo successivo trasferimento in Italia ma, contrariamente a quanto
auspicato da Kesselring, decise di assolvere al suo ruolo nel miglior modo
possibile, ovviamente pretendendo l’obbedienza sia di Messe che di von Armin
che in realtà avrebbe voluto prendere ordini solo da Kesselring.
Dopo il parziale successo dell’ “Operazione
Brezza di Primavera” Rommel riunì tutti i suoi generali a Uadi Akarit
il 28 Febbraio per elaborare un nuovo piano d’attacco contro
l’VIII Armata di Montgomery. Cinque ore di discussioni tra ripicche, dispetti e
proposte in antitesi resero il clima incandescente fino a che si giunse ad un
compresso ancora una volta favorito da Kesselring: si sarebbe superata la
catena montuosa del Mattata per attaccare
in direzione di Medenine.
L’Operazione Capri però
nacque sotto i peggiori auspici in quanto Ultra aveva già decrittato tutti i
piani d’attacco delle forze dell’ Asse, mentre Montgomery attendeva ansioso
l’attacco che Rommel tanto bramava. Nelle sue memorie per l’ennesima volta si
vanterà delle proprie abilità: “ mi attaccò all’alba, iniziativa del tutto
insensata. Avevo fatto disporre 500 pezzi anticarro da 75.6 mm; disponevo di 400
carri e buone fanterie che tenevano i principali capisaldi, appoggiate da un
pesante sbarramento di artiglierie. Rommel deve essere matto”. Il generale
inglese potè contare su queste forze:
·
4 divisioni di fanteria
·
400 carri armati
·
350 cannoni
·
470 cannoni anticarro
Rommel potè invece contrapporre :
·
3
divisioni corazzate:
10.a; 15.a; 21.a
·
160 carri armati, meno di quanti ne avrebbe
avuto una divisione al completo
·
200 cannoni
·
10000 soldati di fanteria
All’alba la “Volpe del deserto” lanciò i
suoi carri in azione, ma il tiro incrociato dei pezzi anticarro, i campi minati
e la mancata sorpresa ne fecero un facile bersaglio obbligandolo alle 17 a
interrompere l’operazione e a ritirarsi. In questa azione perse circa 50
carri anche se il numero delle vittime umane fu relativamente contenuto: 645.
Nei giorni seguenti, in seguito alle
critiche dello stesso Furher per il suo comportamento in battaglia, Rommel
decise di abbandonare l’Africa per “iniziare immediatamente la sua cura”.
Il 9 Marzo la “Volpe del Deserto” lascerà il continente che lo rese celebre
promettendo di tornare nel caso in cui le cose si fossero messe male. La
situazone peggiorò ma Rommel non metterà più piede in terra d’Africa.
Con la partenza dell’ingombrante
feldmaresciallo vennero ridefinite le gerarchie:
·
von
Armin fu nominato al
comando “Gruppo Armate d’Africa”
·
Messe
ottenne il comando
effettivo della I Armata
·
Von
Vaerst il comando
della V Panzerarmee
Dopo aver ordinato un primo ripiegamento
sulla linea di Uadi Akarit von Armin annullò il proprio ordine
obbligando la I Armata italotedesca a mantenere la posizione
sulla linea del Marteh. Le truppe del generale Messe erano schierate dal mare
verso l’interno in questo modo:
·
XX
Corpo d’Armata
del generale Orlando
·
Divisione
Giovani Fascisti comandata dal generale Sozzoni
·
Divisione
Trieste comandata dal generale La Ferla
·
90.ima
Divisione leggera tedesca comandata dal generale Sponeck
·
XXI
Corpo d’Armata
del generale Berardi
·
Divisone
La Spezia comandata dal generale Pizzolato
·
Divisione
Pistoia comandata dal generale Falugi
·
164.ima
Divisione leggera tedesca comandata dal generale Liebestein
·
Raggruppamento
Sahariano comandato dal generale Mannerini
·
Nel
settore di Gafsa infine, era schierata la divisione corazzata
Centauro comandata dal generale Calvi di Bergolo con il 7° Reggimento
bersaglieri.
Montgomery in preparazione all’attacco che
avrebbe dovuto permettere all’ VIII Armata di ricongiungersi con la I Divisione
schierò:
·
VIII
Armata, che
comprendeva:
·
il XXX°
Corpo d'Armata
·
il X°
Corpo d'Armata con 1.a e 7.a divisione corazzata
·
il
Corpo Neozelandese, l'8.a Brigata corazzata
·
il
Raggruppamento francese di Leclerc
Contro il settore di Gafsa, c'era il II° Corpo d'Armata americano
del generale Patton
Proprio in questo settore il 17
Marzo le truppe americane attaccarono gli scarsi reggimenti italiani
con un vantaggio di 4 uomini a 1. Patton potè contare su 88 mila
uomini, ben 4 divisioni, contro i circa 800 Tedeschi e 7850
Italiani facenti parte della Divisione Centauro. Dopo un inizio promettente, in
cui gli Americani riuscirono ad impossessarsi di Gafsa senza alcun
combattimento, le truppe italotedesche si ritirarono in una zona montagnosa in
cui gli attacchi americani sortirono scarsi effetti, tanto che Patton sostituì
il comandante della 1.a Divisione corazzata Ward per gli insuccessi ottenuti.
Il 20 Marzo 1943
prese il via l’ operazione “Pugilist Gallop” con la quale l’VIII Armata inglese
di Montgomery avrebbe dovuto attaccare frontalmente le posizioni italotedesche
lungo lo Uadi Zigazou. Anche in questo caso la resitenza dei difensori fu
eroica: l’urto del XXX Corpo d’Armata fu contenuto tanto da annullare il
tentativo di creare una testa di ponte da parte della 50.ima Divisione. Ancora
una volta le nostre misere fanterie si immolarono per resistere un giorno in
più, forse un’ora. La Trieste e i Giovani Fascisti
si dissanguarono ma il nemico non passò, la sproporzione di mezzi corazzati fu
imbarazzante: 620 a 94.
Monty è incredulo: tentò ancora
la carta della sorpresa, l’aggiramento dal deserto inviando la II Divisione
neozelandese giungendo alle spalle del nemico. Appoggiata dall’ 8.a brigata
carri e dal raggruppamento francese di
Leclerc e Koenig poteva contare 175 carri ai quali si aggiungeranno
quelli della I Divisione corazzata inglese. La sorpresa però non riesce ed a El
– Hamma si concentrarono le misere divisioni corazzate 15.ima e
21.ima appoggiate dalla 164.ima di fanteria che riuscirono a bloccare le truppe
alleate consentendo al grosso di ripiegare.
Il 26 finalmente
von Armin decide per il ritiro sulla linea dell’Uadi Akarit a
circa 15 Km a nord di Gabes, dove molte migliaia di fanti italiani il giorno
seguente saranno catturati dalle truppe inglesi. Il 5 Aprile iniziò l’attacco
alle nuove posizioni.
Un massiccio bombardamento
precedette la battaglia dell’Akarit: 450 cannoni aprirono il fuoco sulla linea
tenuta dalle truppe dell’Asse ormai ridotte allo stremo. Contro i 500 carri di
Montgomery le nostre lacere divisioni poterono opporne solamente 15. Nonostante
questa disparità di mezzi la battaglia fu “violentissima
e selvaggia”. Contrastato un primo attacco della 1.a Armata
al prezzo di ingentissime perdite, nelle successive ondate le truppe
italotedesche non riuscirono a contenere l’impeto degli Alleati. Sei varchi
vennero aperti nella nostra linea, tanto che von Armin fu costretto a far retrocedere il suo esercito da sud a
nord di circa 300 Km sulla linea di Enfidaville.
Concluso il ripiegamento il 13
Aprile le nostre truppe si prepararono, come scrivere Messe, “a combattere la nostra ultima battaglia” .
L’ultima difesa fu organizzata tra i colli del Garci e del Takrouna dove
giunsero anche numerosi rinforzi dalla Germania, tra cui la Divisione corazzata
Goering, ma ormai era troppo tardi.
Il 19, i rombi dei cannoni
annunciarono l’inizio dello scontro. L’urto più duro ancora una volta venne
concentrato nei settori presidiati dalle nostre forze: sul Takrouna si
distinsero i reparti della Trieste e i paracadutisti della Folgore tanto che
gli stessi Inglesi, poco propensi ai complimenti alle nostre forze, lo
riconobbero. “Gli Italiani si batterono
come i Tedeschi” scriverà Liddle Hart nelle sue opere. Il giorno 20
cadde il caposaldo di Dj Bir tenuto dalle truppe tedesche che chiamarono “mettere
una pezza” i fanti della Trieste. L’insuccesso sul Takrouna portò gli Inglesi
ad affermare che “l’Italia in questo luogo ha fatto affluire le sue
migliori truppe”.
Il 21 ancora
attacchi: la prima ad essere travolta fu la Folgore poi , verso le 17 fu la
vota della Trieste che inviò questo messaggi: “la stazione è assalita da
elementi nemici”. Si concluse così l’ennesima pagina di resistenza delle
nostre povere truppe spesso sottovalutate e denigrate dall’opinione pubblica e
dai vertici militari di molti paesi. Il generale Messe scriverà nelle sue
memorie: "Sul Takrouna la lotta è veramente epica; i centri di fuoco
sulle falde dell'altura continuano a fulminare i reparti nemici che vengono
letteralmente decimati; anche i nostri elementi sono assoggettati al fuoco
concentrico nemico e al tiro di cecchinaggio da parte di elementi annidatisi
nelle case sulla vetta del cucuzzolo, vero torrione quasi inaccessibile. Contro
questi partono all'attacco, col classico slancio dei paracudisti, le compagnie
del battaglione di formazione Folgore. Per tutto il pomeriggio fino a sera e
nella notte è una vera caccia di casa in casa, di sasso in sasso; le perdite
sono micidiali per entrambi i contendenti".
Il 22 si
distinsero i reparti Giovani fascisti e la Divisione Pistoia che resistettero
fino al 1 Aprile quando la prima parte della battaglia di
Enfidaville poté dirsi conclusa.
La strada per Tunisi, nella valle del
Mejerda, sorge un colle roccioso che dagli Alleati fu nominato “Longstop”.
Ampie trincee e campi minati lo circondavano tanto che non riuscirono a forzare
l’ingresso. Il 23 Alexander lanciò all’attacco la 78.ima
Divisione corazzata che, grazie al sostegno dell’artiglieria, riuscì a
giungere in cima. L’urto degli Alleati divenne insostenibile: a Mateur attaccarono
gli USA, nella valle del Mejerda e a Enfidaville gli Inglesi mentre a Pont du
Fahs i Francesi.
Tra il 5 e 6 Aprile la
situazione precipitò: il solito devastante attacco delle artiglierie si
concentrò su un tratto di appena 3 Km nella regione del Medjer el Bab, le linee
tedesche crollarono e dal varco i carri della 5.a e 6.a Divisione corazzata
invasero l’interno come un fiume in piena.
Il 7 Tunisi fu conquistata, le
truppe dell’Asse intanto cedettero sia a ovest che a est della valle del
Mejerda. Da Tunisi la 7.a Divisione corazzata si gettò all’inseguimento della
15.a Panzer Division fino a Biserta,. A Pont du Fahs anche i Francesi
sfondarono, mentre a combattere rimase solo l’VIII Armata sulla costa di
Enfidavile.
Il grosso delle truppe di von Armin
affluì a Capo Bon per organizzare l’ultima difesa.
La battaglia inizia il 9
ma l’11, dopo una spettacolare azione della 6.a Divisione che riuscì a separare
i vari contingenti in molte sacche di resistenza, la battaglia finì. I reparti italiani, 5° e 10°
bersaglieri e il battaglione Befile della San Marco, aggregati alla V Armata
tedesca continuarono a combattere fino
all’esaurimento della munizioni.
Il generale Messe continuò la propria
lotta per arrendersi solamente all’VIII Armata. Se i suoi uomini fossero caduti
nelle mani delle truppe francesi il loro destino sarebbe stato segnato. Sarà lo
stesso Mussolini ad invitare il generale ad arrendersi con un comunicato
telegrafico del 12 Maggio che così recitò: “Poiché gli scopi della
resistenza possono considerarsi raggiunti, lascio V.E. libera accettare
onorevole resa. A voi e agli eroici superstiti della Prima Armata rinnovo il
mio ammirato vivissimo elogio". Messe fu inoltre nominato Maresciallo d’Italia.
Alle 12.30 del giorno seguente.
Dopo aver distrutto tutte le armi pesanti, le ostilità cessarono.
Riportiamo quanto scritto nel bollettino di
guerra italiano numero 1083 del 13 Maggio: “ La 1.a
armata italiana, cui è toccato l’onore dell’ultima resistenza dell’Asse in
terra d’Africa, ha cessato per ordine del Duce il combattimento…”
La campagna di Tunisia poté dirsi conclusa: negli ultimi mesi di guerra su questo fronte le truppe dell’Asse persero circa 300 mila uomini, nonché la possibilità di opporre una valida resistenza nel prossimo sbarco alleato in terra di Sicilia.
Bibliografia:
·
A.
Petacco l’Armata nel deserto Mondadori
·
G.
Bocca Storia d’Italia nella
guerra fascista Mondadori
·
B.
Liddle Hart Storia militare della S.G.M. Mondadori
·
G.Messe La mia armata in Tunisia Rizzoli
·
AA.VV Enciclopedia S.G.M