Niccolò
Machiavelli
Il
principe della politica
di Ercolina
Milanesi
Scrittore,
politico, letterato, storico italiano nacque a Firenze il 3 maggio 1469
e morì il 22 giugno 1527.
Il padre, Bernardo, e la madre,
Bartolomea Nelli, erano di buona schiatta fiorentina, però
non ricchi.
Niccolò ricevette
quell’educazione
umanistica che al suo tempo era abitudine dare ai giovani; sembra,
però, non abbia conosciuto profondamente il greco.
Nulla di certo si può dire
intorno alla sua
vita nel periodo prima del 1498, anno in cui ottenne nella segreteria
della Repubblica un ufficio che assunse il 19 giugno, per passare poco
dopo (12 luglio) alla seconda cancelleria, istituita nel 1494 e
dipendente dai Dieci di Balia, cioè dalla magistratura
preposta
agli affari militari e agli esteri.
Questa occupazione era confacente allo
spirito del
Machiavelli, incline ad una attiva operosità politica; gli
diede
quindi modo di dimostrare ben presto la sua abilità e di
conquistarsi la fiducia dei capi. Nella cancelleria egli era succeduto
all’umanista Alessandro Braccasi, ed ebbe come collega, fino
al
1512, un altro umanista, Marcello di Virgilio Ariani, forbitissimo
oratore latino, discepolo di Cristoforo Landino e del Poliziano. Non
pare che prima del 1498 Machiavelli avesse composto scritti letterari,
se non forse alcuni canti carnascialeschi; quanto alle lettere, le
prime a noi note sono appunto di quell’anno.
A partire dal 1499 s’inizia la
serie delle
missioni in Italia e fuori; tra l’altro nel luglio fu inviato
presso Caterina Sforza Riario, signora di Imola e Forlì.
Nell’estate seguente, mentre si trovava al campo contro Pisa,
che
si era ribellata nel 1494 e che i Fiorentini non riuscivano a
riconquistare, le milizie mercenarie inviate loro in aiuto da Luigi XII
si ammutinarono e si diedero al saccheggio, con pericolo del
Machiavelli stesso e del commissario Luca degli Albizzi. Essendosi il
Re Luigi adirato e avendo gettato sui Fiorentini la colpa
dell’accaduto, il Machiavelli fu mandato in Francia con
Francesco
della Casa per tentare di placarlo; ma furono trattati con alterigia e
costretti ad usare un linguaggio non soltanto prudente, ma sommesso e
persino supplichevole.
Il Machiavelli sentì allora
la debolezza
della Repubblica Fiorentina, che ognuno osava insultare senza riguardo,
così come nei mesi precedenti, al campo di Pisa, aveva
constatato quanto fossero dannose le milizie mercenarie e inutili gli
aiuti stranieri a chi non possedeva forze proprie. Nelle lettere
ufficiali, inviate dalla Francia al suo governo, egli presenta con
lucida franchezza la situazione, i pericoli e gli intrighi,
l’importanza e l’autorità dei vari
personaggi che ha
conosciuto e studiato da vicino, cercando di penetrarne i disegni;
ripetutamente implora una sovvenzione più generosa, tale da
permettergli di comparire decorosamente alla Corte straniera. Non
ottenendo abbastanza, sacrifica una parte delle sue ristrette sostanze
private, fa debiti, trascura i suoi affari domestici con un
disinteresse pari alla perspicacia e all’energia con cui
esprime
le sue convinzioni.
Così, quando il dominio di
Arezzo e del suo
contado, perduto nel 1502, venne recuperato dai Fiorentini con aiuti
stranieri, il Machiavelli scrisse: Del
modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati,
affermando già chiaramente il suo metodo politico, che
consiste
nel dedurre dalla considerazione dei fatti storici regole generali,
atte a giovare nella pratica.
E, come farà più
tardi nelle opere
maggiori, addita a modello i Romani; dal loro contegno verso le
città del Lazio, dopo la vittoria di Camillo, per imparare
come
deve essere trattata la Valdichiana sottomessa. Nei riguardi di Arezzo
non gli sembra vi sia da usare indulgenza; i mezzi termini sono
pericolosi, valgono solo ad inasprire il nemico e non gli tolgono la
forza di nuocere. Si evitino dunque le vie di mezzo e si vada dritto
allo scopo, questo è il modo d’agire di Cesare
Borgia,
duca di Romagna, nel quale il Machiavelli vede un nemico pericoloso
appunto perché, al suo giudizio, appare fornito di tutte le
qualità necessarie a dominare, l’energia, il
coraggio, la
capacità di mantenere nascosti a tutti i propri disegni,
proprio
le qualità che mancavano alla Repubblica Fiorentina.
Il Machiavelli aveva conosciuto Cesare
Borgia nel
giugno di quel medesimo anno (1502), quando aveva accompagnato il
Vescovo Francesco Soderini, ambasciatore ad Urbino; lo aveva potuto
avvicinare per due giorni soltanto, ma il ritratto che ne delinea in
una relazione del 26 giugno è di una verità
impressionante. Il 7 ottobre il Machiavelli fu inviato al duca, dopo
che questi aveva abilmente sventato il pericolo della congiura
orditagli contro dai piccoli tiranni dell’Italia Centrale,
specialmente dagli Orsini e dai Vitelli. Spezzata la loro lega e
stretto accordi parziali con alcuni, aveva indotto Paolo Orsini,
Oliverotto da Fermo e Vitellozzo Vitelli a servirlo, tanto che per lui
essi conquistarono alla fine di dicembre la città di
Sinigaglia.
Ma il Borgia sapeva di non potersene fidare e si preparava ad
annientarli di sorpresa, con molta segretezza. Il 31 dicembre il Borgia
comparve inaspettato a Sinigaglia col suo esercito, colse alla
sprovvista Oliverotto e Vitellozzo e li fece strangolare, poi si
gettò su Città di Castello e su Perugia, fece
cacciare
Pandolfo Petrucci da Siena e avrebbe continuato nella sua marcia
vittoriosa, se non l’avesse fermato l’opposizione
della
Francia.
Il Machiavelli che aveva avuto con lui
un colloquio
nella notte stessa della strage, lo seguì fino al 20 di
gennaio;
l’ardito colpo così abilmente preparato e
così
pienamente riuscito, gli aveva fatto una profonda impressione e
l’interesse del politico faceva tacere in lui il sentimento
dell’uomo, tanto che egli rese conto dell’accaduto
con
assoluto distacco, senza mostrar di disapprovare l’azione del
Borgia.
La narrazione del fatto che egli stese
dopo il suo ritorno a Firenze, cioè lo scritto intitolato: Descrizione
del modo tenuto dal duca Valentino nell’ammazzare Vitellozzo
Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina
Orsini, presenta anzi alcune modificazioni, atte a far
meglio
risaltare l’abilità del Borgia. Di questo
però vide
da vicino anche la rapida decadenza, poiché
nell’ottobre
del 1503, durante il conclave seguito alla morte di Alessandro VI, si
trovava a Roma come ambasciatore e vi rimase fino a dicembre,
cioè fino a quando, morto Pio III dopo solo dieci giorni di
Pontificato, l’atteggiamento del nuovo Papa Giulio II diede
il
colpo decisivo alla fortuna di Cesare.
Nel gennaio del 1504 il Machiavelli era
di nuovo in
Francia, per cercare di ottenere da Luigi XII mezzi efficaci alla
difesa di Firenze, minacciata al Sud dagli Spagnoli e al Nord dai
Veneziani, minaccia che fu per il momento allontanata per
l’avvenuto armistizio tra Francia e Spagna. Parve allora
interessante al Machiavelli presentare in compendio gli avvenimenti
guerreschi e politici degli ultimi dieci anni e scrisse il primo Decennale, racconto
in terzine, dedicato ad Alamanno Salviati con una lettera del 9
settembre 1504.
Sull’esempio dei cantastorie,
che recitando al
popolo narrazioni storiche in rima potevano esercitare
un’azione
estesa ed efficace, il Machiavelli scelse la forma poetica, ma in modo
chiaro e compiuto, con espressioni qua e là ironiche, svolse
l’intricata trama degli avvenimenti, rappresentando Firenze
nella
sua impotenza, in balia del volere altrui, danneggiata da nemici e da
amici, esposta nel prossimo avvenire a mali anche più gravi.
Unico rimedio, munire la
città di armi
proprie: ed ecco prendere forma concreta nella mente del Machiavelli il
disegno di ricostruire l’antica milizia cittadina, disegno
alla
cui attuazione trovò favorevoli il gonfaloniere a vita Pier
Soderini e il fratello di lui Francesco, Cardinale di Volterra. Per
ordine appunto del gonfaloniere Niccolò, aveva preparato nel
1502 un discorso in materia finanziaria, Parole da dirle sopra la
provvisione del danaro,
in cui già accennava alla necessità delle milizie
proprie; ora, tra il 1505 e il 1506, egli si diede a viaggiare nel
Mugello e nel Casentino, prendendo nota degli uomini atti al servizio e
distribuendo le armi, e riuscì anche a far istituire una
nuova
magistratura, i «Nove» della milizia, di cui
divenne
segretario. Le difficoltà contro le quali doveva lottare
erano
enormi, come appare dal Discorso
dell’ordinare lo Stato di Firenze alle armi e da
quello Sopra
l’ordinanza e milizia fiorentina,
soprattutto non si voleva dare un capo supremo unico
all’esercito, per timore che egli acquistasse tanta
autorità da divenire pericoloso allo Stato. Per conseguenza,
le
varie sezioni delle milizie avevano vari comandanti, che spesso
venivano cambiati e naturalmente ciò nuoceva al costituirsi
di
una salda disciplina.
Intanto nuove missioni venivano affidate
al
Machiavelli: nel 1506 accompagnò Giulio II nella spedizione
verso Imola, nel 1507 si recò alla corte
dell’Imperatore
Massimiliano, facendo soste a Trento, a Merano e Innsbruck e visitando
anche la Svizzera che godeva allora in tutta Europa grande fama di
valor militare. Frutto della legazione presso Massimiliano fu il Rapporto delle cose della Magna
(1508), più tardi ampliato nei Ritratti delle cose della Magna.
Ritornato a Firenze, riprese ad
occuparsi della
guerra contro Pisa, la quale nel 1509 finalmente si arrese, con grande
esultanza dei Fiorentini, che attribuirono a lui in gran parte il
merito del successo. Al 1509 pare debba ascriversi la composizione del
secondo Decennale,
rimasto
però incompiuto; come il primo, esso non ha gran pregio
artistico né grande significato in una visione complessiva
dell’opera machiavellica, se pure entrambi risentono
dell’appassionata meditazione dello scrittore sulle sorti
dell’Italia.
Nei due anni seguenti, oltre a incarichi
meno
importanti, il Machiavelli compì nuovi uffici diplomatici in
Francia. Ne risultarono I
ritratti delle cose di Francia,
scrittura in cui, come nella precedente, l’Autore studia
specialmente da quali fattori derivi la forza dello Stato di cui egli
parla; sulla conclusione di tale indagine si fonda il suo giudizio
intorno alla parte che quello Stato deve sostenere nella politica
generale, determinando come si debba trattare con esso. Piena di
ammirazione, ma poco rispondente alla realtà, è
nel primo
Rapporto la
rappresentazione
delle città tedesche, non conosciute dal Machiavelli
direttamente e da lui troppo avvicinate al modello ideale che egli si
era formato in mente: il modello cioè di un comune
bellicoso,
dove tutti i cittadini sono soldati e contano interamente sulle proprie
forze.
Esatta informazione il Machiavelli
mostra invece di
possedere sulle condizioni della Francia, che aveva visitato ben
quattro volte e sulla quale era perciò in grado di dare
molte
notizie, anche particolari. Il concetto dominante è quello
della
gran differenza tra la Francia e la Germania, in quanto il Re di
Francia è onnipotente ed ha risorse inesauribili di tesori e
di
armati, mentre l’Imperatore si trova di fronte a continue
strettezze; in compenso, i cittadini delle città tedesche
sono
ricchi, grazie al commercio; invece il popolo francese rimane povero,
cosicché in Germania tutta la forza è nelle
membra, in
Francia è tutta nel capo.
In fondo il Machiavelli ebbe scarsa
simpatia per i
Francesi e per il loro carattere, che presentò in modo poco
lusinghiero. Era venuto intanto l’anno 1512, nel quale
essendo i
Francesi ricacciati fuori d’Italia, Firenze vide in pericolo
la
propria libertà; infatti la Lega Santa decise la deposizione
del
Soderini e il ritorno dei Medici. Giungeva così per le
milizie
ordinate dal Machiavelli il momento della prova e questa
risultò
negativa, poiché i soldati, non avvezzi a combattimenti
seri,
fuggirono dinanzi agli Spagnoli e non impedirono né il
saccheggio di Prato né l’ingresso dei Medici in
città.
Il Machiavelli si sarebbe adattato al
nuovo ordine
di cose, forse sperando che si rinnovassero i tempi di Lorenzo il
Magnifico e che Firenze, in compenso della libertà perduta,
potesse almeno godere un po’ di pace; ma lo zelo con cui egli
aveva sostenuto fino all’ultimo la resistenza, e le molte
inimicizie che la passata autorità ed il favore del Soderini
gli
avevano suscitato, fecero sì che egli non trovasse alcun
appoggio. Fu quindi privato dell’ufficio e allontanato per un
anno dal territorio di Firenze; inoltre sospettato di partecipazione
alla congiura ordita nel febbraio 1513 da Pietro Paolo Boscoli e da
Agostino Capponi, venne imprigionato e torturato. Riconosciuto poi
innocente, poté riavere la libertà e si
ritirò in
un suo poderetto all’Albergaccio, presso San Casciano, a
circa
sette miglia da Firenze; però anche di là
seguì
con vivo interesse le vicende della vita politica, come appare dalla
sua corrispondenza con l’amico Francesco Vettori, inviato
fiorentino presso la Corte Pontificia.
Ma la parte di semplice spettatore non
poteva
bastare ad un uomo animato dal più ardente bisogno di agire
e
fermamente convinto di poter fare qualcosa di buono e di importante per
la Patria; era quindi naturale che il Machiavelli si rodesse dalla
smania di riottenere un pubblico ufficio. In compenso, di quella vita
tutta dedicata allo studio e alla riflessione si avvantaggiò
la
sua attività di scrittore; infatti nell’ozio di
San
Casciano egli compose Il
Principe (un opuscolo De
principatibus),
annunciato al Vettori come già quasi compiuto nella famosa
lettera del 10 dicembre 1513, dove il Machiavelli descrive la sua
giornata in campagna.
Levatosi col sole, egli trascorre la
mattina
intrattenendosi col taglialegna nel bosco; di là si reca in
un
suo «uccellare», o siede presso una fonte a leggere
Dante o
Petrarca, Ovidio o Tibullo; poi si trasferisce all’osteria e
ascolta le notizie, notando i gusti e le fantasie degli avventori. Dopo
il pasto frugale gioca con l’oste, con il mugnaio, con un
beccaio, con due fornaciai, litigando per un quattrino. Ma, venuta la
sera, riveste panni curiali e aulici, e si ritira nel suo scrittoio per
darsi tutto alla lettura delle grandi opere degli antichi, e conversa
idealmente con loro, che gli rispondono benignamente («mi
pasco
di quel cibo che solum
è mio e che io nacqui per lui»). Così
passa alcune
ore, dimentico d’ogni affanno, senza timore né di
povertà né di morte; tanto pienamente il suo
spirito
«si trasferisce» in quello dei suoi Autori. Da
questi studi
è uscita, oltre al Principe,
l’altra più vasta opera, i Discorsi sopra la prima deca di
Tito Livio la quale incominciata prima del Principe,
terrà occupato il Machiavelli ancora per parecchi anni dopo.
Era intenzione dello scrittore dedicare il Principe
a Giuliano de’ Medici, ma questi morì prima che il
Machiavelli si fosse deciso e quindi lo scritto fu dedicato a Lorenzo,
figlio di Piero, creato da Leone X governatore di Firenze e duca di
Urbino. Dapprima lo scrittore non ricavò
dall’opera alcun
vantaggio e continuò a rimanere in disparte, in uno stato di
povertà che diventava sempre più opprimente e lo
spingeva
a scrivere al Vettori lettere disperate, come quelle del 10 giugno e
del 3 agosto 1514. In alcune rare visite a Firenze il Machiavelli
frequentava i giardini dei Rucellai, i famosi Orti Oricellari, dove si
incontrava un eletto gruppo di giovani letterati entusiasti
dell’antichità, come Zanobi Buondelmonti, Luigi
Alemanni,
Jacopo Nardi e Filippo Nerli, i quali ascoltavano con ammirazione la
lettura dei Discorsi
machiavellici. Questi vennero appunto dedicati al Buondelmonti e a
Cosimo Rucellai, e gli amici indussero il Machiavelli a scrivere anche
il dialogo Dell’arte
della guerra, opera che fu però compiuta solo
dopo la morte di Cosimo, probabilmente verso il 1520.
Dello stesso periodo è la Vita di Castruccio Castracani,
il tiranno di Lucca, morto nel 1328; non si tratta però di
una
biografia storicamente fedele, essendo i fatti in gran parte inventati
o attinti dalla vita di Agatocle composta da Diodoro e riferiti a
Castruccio, che è delineato come il principe nuovo, che deve
tutto alla propria energia e alla propria prudenza e che, giunto al
potere con la forza e con l’astuzia, governa poi rettamente i
suoi sudditi. Abile condottiero, egli comanda di persona il suo
esercito, sfidando pericoli e fatiche e facendo assegnamento sulle sole
sue forze, poiché alla fortuna non deve riconoscere se non
l’occasione, che gli ha reso possibile il compimento delle
sue
grandi imprese.
Del 1519 è il Discorso sopra il riformare lo
Stato di Firenze,
composto per invito di Leone X, il quale, volendo accingersi a una tale
riforma dopo la morte di Lorenzo, si era finalmente indotto a
sollecitare il parere di Machiavelli. Nel Discorso
è raccomandata l’istituzione di una Repubblica,
nella
quale i membri della Signoria e del Consiglio vengono nominati a vita,
per evitare che la breve durata degli uffici impedisca ai titolari di
essi di acquistare un’autorità efficace.
Però
questa condizione di indipendenza avrebbe dovuto incominciare solo dopo
la morte di Leone X e del Cardinale Giulio de’ Medici; essi
cioè avrebbero conservato per sé il potere
monarchico a
vita.
Nel 1521 il Machiavelli ebbe anche
l’incarico
di una ambasciata a Carpi, in verità abbastanza strana,
perché si trattava di propugnare presso il Capitolo dei
Frati
Minori la separazione dei monaci dimoranti sul territorio fiorentino da
quelli dimoranti nel resto della Toscana. Inoltre l’Arte
della
Lana aveva incaricato il Machiavelli di trovare un predicatore per il
quaresimale da tenere nel Duomo. Di questa missione restano gustose
testimonianze nelle lettere che lo scrittore inviò in quei
giorni a Francesco Guicciardini, prendendosi gioco dei monaci e
descrivendo piacevoli scenette. Dopo la morte di Leone X, la scoperta
di una congiura contro il Cardinale Giulio disperse la brigata degli
Orti Oricellari, perché Luigi Alemanni e Zanobi
Buondelmonti,
che erano tra i congiurati, fuggirono in Francia, e altri due giovani
furono giustiziati. Sul Machiavelli però non cadde alcun
sospetto, anzi fu il Cardinale stesso a esortare i Riformatori dello
Studio Fiorentino affinché affidassero a lui
l’incarico di
scrivere la storia di Firenze, con un assegno annuo di cento fiorini.
Nacquero così le Istorie
Fiorentine,
nel cui proemio lo scrittore annunzia che incomincerà la
narrazione dall’anno 1434, inizio della potenza medicea,
perché i fatti dei tempi precedenti erano già
stati
narrati dal Poggio e da Leonardo Aretino. In realtà, il
disegno
dell’opera fu poi modificato e riuscì assai
diverso.
Al principio del 1525 gli otto libri
delle Istorie
erano finiti e nell’estate egli si recò a Roma per
presentarli a Clemente VII, al quale erano dedicati.
In quell’occasione
tentò invano,
insieme col Guicciardini, di indurre il Papa a una politica
risolutamente anti-imperiale; riprese anche l’antico disegno
dell’ordinanza e fece proposte per l’istituzione di
una
milizia in Romagna, ma non poté concludere nulla e
finì
per volgere tutte le sue cure alla difesa di Firenze, come segretario
dei Procuratori delle Mura.
L’esercito imperiale si
avvicinava e avveniva
il sacco di Roma e il 26 aprile 1527 a Firenze scoppiò un
tumulto contro i Medici, il 16 maggio fu proclamata la Repubblica, con
Niccolò Capponi gonfaloniere. Machiavelli ne ebbe notizia
mentre
si trovava col Guicciardini, che era luogotenente del Papa presso
l’esercito dei collegati italiani e subito accorse a Firenze
desideroso di offrire la sua opera alla nuova Repubblica, ma fu accolto
con diffidenza perché aveva servito i Medici, e il
segretario
dei Dieci non fu dato a lui ma a Francesco Tarugi.
Egli si ammalò gravemente
pochi giorni dopo e
il 22 maggio morì, lasciando la famiglia nella miseria.
Aveva
sposato nel 1502 Marietta Corsini, dalla quale aveva avuto quattro
figli maschi: Bernardo, Ludovico, Piero e Guido e una figlia,
Bartolomea, andata sposa a Giovanni Ricci.
Durante il suo ozio forzato nella villa
presso San
Casciano, durante le sue meditazioni, nascono quasi di un sol getto
(fra il 1512 e il 1520) le grandi opere machiavelliche: Il Principe, i Discorsi sopra la prima deca di
Tito Livio, i dialoghi Dell’arte della guerra,
la Vita di Castruccio
Castracani, La
Mandragola.
È questo che fa grande il
Machiavelli, che
gli permette di essere la coscienza più alta del
Rinascimento e
di rappresentarlo nei suoi elementi dinamici, nel suo dramma profondo
non soltanto (come accadeva al Castiglione e al Bembo) nei suoi
elementi grandiosi ma statici.
Il fatto, cioè, che egli sa
stabilire, nello
stesso tempo, un contatto diretto col mondo classico e con le persone
che lo circondano. Per lui, rivolgersi all’antico non
significa
evadere dal presente. Anzi, i problemi che affronta il Machiavelli non
sono mai problemi astratti (anche quando sembra che lo siano), non sono
mai problemi che si pongono sul piano delle categorie universali
(moralità, utilità, politicità,
eccetera), ma sono
problemi collegati alla valutazione e alla soluzione di una situazione
storico-politica concreta, quella dell’Italia nei primi
decenni
del secolo XVI. Per questo non è la scoperta della categoria
dell’utile diversa e distinta dalla categoria della morale
l’elemento caratterizzante del pensiero machiavellico. Non
già che il problema dell’autonomia della politica,
rispetto alla morale, non sia stato effettivamente da lui posto.
Basterebbe pensare al capitolo del Principe
dedicato a coloro «che per scelleranza sono venuti al
Principato» con gli esempi di Agatocle e di Oliverotto da
Fermo,
all’esaltazione del Valentino, ammirato nella sua
abilità
politica indipendentemente dai suoi delitti.
La politica ha alcune leggi che non
coincidono
sempre con quelle della morale; essere buono può sovente
procurare la «ruina» di un principe, al contrario,
mancare
di parola, ingannare, assassinare spesso può salvare uno
Stato.
Di qui l’accusa di immoralità che gli venne presto
rivolta, e la formula del «fine che giustifica i
mezzi» che
gli viene attribuita.
In realtà Machiavelli si
limita a constatare
scientificamente le due sfere diverse in cui agiscono politica e morale.
Machiavelli non è un puro
teorico, inteso a
costruire freddamente una teoria politica per così dire
«in laboratorio»; le sue concezioni scaturiscono
dal
rapporto diretto con la realtà storica, in cui egli
è
impegnato in prima persona grazie agli incarichi che ricopre nella
Repubblica Fiorentina e mirano a loro volta a incidere in quella
realtà, modificandola secondo determinate prospettive. Il
suo
pensiero si presenta come una stretta fusione di teoria e prassi: la
teoria nasce dalla prassi e tende a risolversi in essa. Alla base di
tutta la riflessione di Machiavelli vi è la coscienza lucida
e
sofferta della crisi che l’Italia contemporanea sta
attraversando, una crisi politica, in quanto l’Italia non
presenta quei solidi organismi statali unitari che caratterizzano le
maggiori potenze europee e appare frammentata in una serie di Stati
regionali e cittadini deboli e instabili; crisi militare, in quanto si
fonda ancora su milizie mercenarie e compagnie di ventura,
anziché su eserciti «cittadini», che
soli possono
garantire la fedeltà, l’ubbidienza, la
serietà di
impegno; ma anche crisi morale perché sono scomparsi, o
comunque
si sono molto affievoliti, tutti quei valori che danno fondamento saldo
ad un vivere civile e che per il Machiavelli sono rappresentati
esemplarmente dall’antica Roma, l’amore per la
Patria, il
senso civico, lo spirito di sacrificio e lo slancio eroico,
l’orgoglio e il senso dell’onore che sono stati
sostituiti
da un atteggiamento scettico e rinunciatario che induce ad abbandonarsi
fatalmente al capriccio mutevole della fortuna, senza reagire e senza
lottare.
Concordemente Machiavelli è
stato definito
come il fondatore della moderna scienza politica: egli determina
nettamente il campo di questa scienza, distinguendolo da quello di
altre discipline che si occupano ugualmente dell’agire
dell’uomo, come l’etica.
Per quel che riguarda il rapporto con la
religione,
a Machiavelli non interessa nella sua prospettiva concettuale, come
contenuto di verità, né tanto meno nella sua
dimensione
spirituale, come garanzia di salvezza, ma solo ed esclusivamente come
«instrumentum regni», ossia come strumento di
governo. La
religione, in quanto fede in certi principi comuni, obbliga i cittadini
a rispettarsi reciprocamente e a mantenere la parola data. Tuttavia nei
Discorsi
Machiavelli muove
anche un biasimo alla religione, accusandola di essere stata spesso
colpevole di rendere gli uomini miti e rassegnati, di far sì
che
essi svalutassero le cose terrene per guardare solo al cielo.
La forma di governo che meglio compendia
in
sé l’idea di Stato per Machiavelli è
quella
repubblicana, che argina e disciplina le forze anarchiche
dell’uomo. Il Principato è per lui una forma di
eccezione
e transitoria, indispensabile solo in certi momenti, come quello che
l’Italia sta vivendo ai suoi tempi, per costruire uno Stato
sufficientemente saldo.
La forma repubblicana è la
migliore
perché non si fonda su un solo uomo, ma ha istituzioni
stabili e
durature.
(ottobre 2012)