L’Umanesimo
Il
periodo d’oro della nostra cultura italiana
di Ercolina
Milanesi
L’Umanesimo
designa un insieme di idee e principi filosofici diversi.
La parola
«umanesimo» viene dal latino humanus.
Possiamo dire che umanista è colui che mette
l’uomo e la
dignità della vita umana al centro dei propri valori.
L’Umanesimo pone in risalto la libertà, la
ragione, i
diritti e le possibilità dell’individuo.
Al pari di altre concezioni di vita,
l’Umanesimo affonda le sue radici nella storia, alcune epoche
sono state più intensamente caratterizzate dalla filosofia
umanista di altre. Ciò vale soprattutto per
l’antichità, il Rinascimento e
l’Illuminismo.
Molti degli ideali umanistici furono
formulati per
la prima volta nel mondo greco-romano quando i filosofi cominciarono a
formulare concezioni del mondo e dell’uomo non basate sulla
religione.
Nell’anno 339 avanti Cristo un
uomo è
sul banco degli imputati di fronte al tribunale di Atene: è
accusato di non credere negli dèi e di aver traviato i
giovani
convincendoli di questa aberrazione. Un’esigua maggioranza
della
giuria di cinquecento membri lo dichiara colpevole e poiché
non
implora la grazia, ma assicura i giurati di aver agito per il bene
dello Stato e in accordo con la propria coscienza, viene
condannato a morte. Di lì a poco, in presenza dei suoi amici
più stretti beve una pozione velenosa e muore.
Quell’uomo era Socrate,
l’individuo che
forse ha significato di più per lo sviluppo di una filosofia
umanistica.
Socrate voltò le spalle a
quella che
considerava astratta e inutile speculazione filosofica per affrontare,
invece, i veri problemi umani.
«Fece scendere la filosofia
dal cielo sulla
terra – come è stato detto –
perché prendesse
dimora nelle città, e la condusse all’interno
delle case e
obbligò gli uomini a pensare alla vita e
all’etica, al
bene e al male». Il suo intento era quello di studiare
l’uomo per poter giungere a formulare i principi e le regole
di
una giusta condotta di vita.
Socrate era un
«razionalista»,
cioè aveva una profonda fede nella ragione umana; da lui
proviene l’idea che la retta conoscenza porta ad un agire
retto.
Chi sa che cosa è bene lo metterà in pratica; e
soltanto
chi fa del bene è un uomo felice. Quando facciamo qualcosa
di
sbagliato è perché non possediamo un sufficiente
grado di
conoscenza, è quindi importante espandere il nostro sapere.
Socrate diceva di ospitare un dio dentro
di
sé che gli indicava ciò che era giusto o
sbagliato. Il
criterio decisivo per stabilire la giustezza o meno di qualcosa
consiste nella nostra intima convinzione e non in regole e precetti
tramandati acriticamente. Con la sua indomabile forza di
volontà
che lo portò a morire per ciò che riteneva
giusto,
Socrate dimostrò anche di considerare la verità
al di
sopra della vita stessa. «Obbedisco al dio più che
a
voi», avrebbe detto ai giudici che lo condannavano.
Ponendo l’accento sulla
ragione come guida,
Socrate sottolinea allo stesso tempo che vi sono dei limiti alla
conoscenza umana, la vera sapienza è sapere di non sapere.
Un altro grande contributo alla storia
dell’Umanesimo è rappresentato dagli stoici.
Lo Stoicismo è una scuola
filosofica sorta ad
Atene intorno al 300 avanti Cristo, ma importante soprattutto per la
cultura romana tra il 150 avanti Cristo e il 200 dopo Cristo circa.
Secondo gli stoici, il principio per
distinguere tra
ciò che è giusto e ciò che
è sbagliato
risiede nella natura. Tutti gli uomini partecipano della
«ragione
del mondo»; deve dunque esistere un diritto universalmente
valido, il cosiddetto diritto naturale o «diritto di
natura». Poiché il diritto di natura si basa sulla
ragione
atemporale dell’uomo, non è soggetto ad
alterazioni di
tempo e di luogo, ed è valido per tutti gli uomini, perfino
per
gli schiavi.
Gli stoici erano cosmopoliti; esortavano
alla
comunità fra gli uomini, si curavano della vita della
società e molti di loro erano anche attivi uomini di Stato.
Contribuirono a promuovere la cultura e la filosofia greca a Roma, e
formularono il concetto stesso di «humanitas», un
termine
che possiamo tradurre con «umanesimo». Anche la
parola
«coscienza» fu frequentemente utilizzata dagli
stoici. E
dagli stoici sono stati ripresi molti degli ideali e delle parole
chiave dell’Umanesimo come, per esempio,
«l’uomo deve
essere per l’uomo un qualcosa di sacro».
Gli umanisti
dell’antichità
concentravano la propria attenzione sull’uomo piuttosto che
sulla
speculazione filosofica intorno all’origine del mondo e alla
materia di cui è costituito.
Indicavano la ragione umana come base di
tutta la conoscenza.
Affermavano l’esistenza di un
diritto di natura valido per tutti gli uomini.
L’Umanesimo dei nostri giorni
deriva in primo
luogo da quello del Rinascimento. Dalla metà del XIV secolo
l’arte, la cultura, la scienza e la filosofia intrapresero,
in
Europa, una nuova direzione. Questo sviluppo ebbe inizio nelle
città dell’Italia Centrale e si diffuse poi verso
Nord nel
corso dei secoli successivi.
Rinascimento significa
«rinascita»;
ciò che appunto doveva rinascere era l’Umanesimo
dell’antichità. Il Medio Evo era stato dominato
dalla
filosofia e dalla morale cristiana; ora gli umanisti del Rinascimento
si riappropriarono della cultura greca e romana fiorita prima di Cristo
e il Medio Evo finì con l’essere considerato come
un
periodo scuro e barbarico in mezzo a due epoche d’oro.
«Risalire alle
fonti» era il motto degli
umanisti e per fonti intendevano l’arte e la cultura antiche.
Ciò aveva anche un intento pedagogico: lo studio delle
materie
umanistiche dell’antichità (humaniora)
procurava un’«educazione classica» e
sviluppava «il lato umano» (humanitas).
«I cavalli vengono partoriti», recita un detto del
tempo,
«ma gli uomini no, gli uomini vengono formati».
Gli umanisti del Rinascimento non
vedevano alcun
contrasto tra la cultura classica e il Cristianesimo, anche il Nuovo Testamento,
infatti, era scritto in greco.
Sebbene fosse caratterizzato da cospicui
tratti
cristiani, l’Umanesimo, tuttavia, ha segnato
l’inizio di
quel processo di secolarizzazione che ha mutato l’Europa
negli
ultimi secoli.
Il Rinascimento significò la
riscoperta del
valore dell’uomo, che finalmente veniva guardato come
un’entità nobile e preziosa.
«Riconosci te stesso, oh
divino in sembianze
d’uomo!», esclama una delle figure più
in vista
dell’epoca.
Gli umanisti del Rinascimento si
sentivano a proprio
agio nell’esistenza terrena, e godevano della vita hic et nunc.
Caratteristica tipica della nuova atmosfera era l’ottimismo,
c’era la coscienza che se l’uomo fosse stato libero
di
agire e di esprimersi, avrebbe avuto infinite possibilità di
realizzazione. Anche la natura veniva considerata positivamente e
questo fornì le basi per uno studio rinnovato del mondo. Gli
umanisti si sbarazzarono del principio d’autorità
che
condizionava ogni tipo di ricerca e cominciarono ad osservare il mondo
con i propri occhi, creando le premesse dello sviluppo della scienza.
Nacque il metodo scientifico: ogni ricerca deve basarsi
sull’osservazione, sull’esperienza e sulla
sperimentazione.
Con l’Umanesimo rinascimentale
si ebbero:
1) una
nuova concezione dell’uomo;
2) un
nuovo modo di considerare la vita;
3) una
nuova visione della natura;
4) un
nuovo metodo scientifico;
5) una
nuova immagine del mondo.
La visione che l’Umanesimo ha
dell’uomo
è positiva ed ottimistica. L’uomo ha in
sé un
grande valore e molte potenzialità. Ed è
«buono per
natura».
Gli umanisti si riferiscono spesso
all’uomo
come a un’«entità spirituale»,
dotata di
facoltà e possibilità che superano quelle di ogni
altra
creatura. Rispetto agli altri esseri viventi l’uomo gode di
tuttt’altra libertà e non da ultimo possiede la
facoltà di creare qualcosa mediante il lavoro e
l’attività artistica. Allo stesso tempo,
l’uomo
è pienamente parte della natura e legato al suo ordine
immanente. L’«anima» umana è
interamente
collegata alle funzioni dell’intelletto.
L’Umanesimo
rifiuta quindi l’idea di un’anima immortale:
l’uomo
non conserva alcuna coscienza personale dopo la morte. Per
l’Umanesimo ciascun uomo è una creatura unica e
straordinaria. Ma seppur diversi, «tutti gli uomini hanno
pari
dignità». La tolleranza per i caratteri distintivi
di
ciascuno è un’idea centrale
nell’Umanesimo.
Inoltre nessun uomo deve essere usato
come mezzo per
il raggiungimento di un qualche fine: che si tratti di una
«necessità storica», di un superiore
obiettivo
politico o di altre istanze. Un uomo può ritenere che abbia
per
lui senso, e sia necessario offrire se stesso per una causa; ma
nessuno, mai, deve essere costretto a essere la vittima sacrificale per
i fini di altri uomini. Ciascun uomo è uno scopo in se
stesso;
mai dovrà essere considerato una goccia d’acqua
nell’oceano. Compito di tutti gli uomini è quello
di
realizzare se stessi. L’Umanesimo considera importanti la
felicità del singolo e la sua possibilità di
godere delle
proprie facoltà.
Con la sua attenzione per il singolo,
l’Umanesimo ha una concezione dell’uomo
individualista.
Tuttavia l’uomo non vive solo
per se stesso:
spesso gli umanisti si identificano con l’umanità
come in
un unico organismo vivente, del cui sviluppo hanno una visione
ottimistica.
Nel corso di qualche migliaio
d’anni siamo
passati dall’età della pietra a quella
dell’atomo, e
di continuo l’uomo si evolve sia nel campo del progresso
tecnico
sia in quello dell’humanitas,
cioè del riconoscimento e del rispetto di ogni membro
dell’umanità.
(giugno 2007)