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Grecia 1946: l’ultima guerra civile in Europa

Una guerra dimenticata che provocò un elevato numero di morti, costituì l’ultimo episodio di scontro violento del nostro continente

 

di  Luciano Atticciati

 

 
Dal 1830, anno dell’indipendenza della Grecia, il Paese ha conosciuto una vita politica travagliata, dovuta alle incessanti guerre balcaniche e all’arretratezza economica e culturale del Paese. Come negli altri Paesi dell’Europa Orientale che hanno conosciuto la dominazione turca e la severa Chiesa ortodossa, la società si presentava chiusa e autoritaria, con un potere concentrato nelle mani dei latifondisti e dei militari, oltre che degli uomini di Chiesa. Corruzione, brigantaggio, lotta politica violenta, furono elementi costanti della storia greca. Dopo gli anni del governo liberale di Venizelos si ebbe nel periodo successivo alla crisi del ’29 la dittatura nazionalista di Metaxas. La nuova dittatura si ispirava ai potenti regimi fascista e nazista di Italia e Germania, e come questi dava luogo ad una forma di paternalismo popolare che si concretizzava in iniziative di legislazione sociale.
    Nel 1940 il Paese venne invaso dall’Italia, e negli anni successivi dall’esercito tedesco e bulgaro che imposero il consueto brutale regime di occupazione conosciuto dagli altri Paesi soggetti al nazismo. La Grecia fu uno dei Paesi che conobbe le maggiori sofferenze durante la guerra, e fra il ’41 e il ’42 si ebbe una grave carestia che contribuì alla degenerazione della vita del Paese. Mentre il governo monarchico in esilio estrometteva gli esponenti politici coinvolti con il regime fascista, nel Paese si organizzava la resistenza. Il gruppo armato più consistente era rappresentato dai comunisti dell’ELAS; in precedenza il partito comunista non era risultato particolarmente forte nel Paese, e nelle precedenti elezioni non aveva superato il 9%, tuttavia la radicalità e la brutalità dello scontro aveva favorito i gruppi più estremistici. Come nella vicina Jugoslavia i gruppi minori, l’EKKA di tendenze repubblicane e l’EDES monarchico democratico furono coinvolti in scontri con il gruppo comunista che si era caratterizzato per una forma di lotta particolarmente violenta. Scrive lo studioso Massimo Filippini, autore di un saggio sull’eccidio di Cefalonia: «Qua e là cominciarono ad apparire figure barbute di strani personaggi, i kapetanios (capi dei partigiani), uomini rudi e intrattabili, di estremo coraggio e ferocia, i quali esigevano una disciplina ferrea dai combattenti che non esitavano a far fucilare anche per piccole scappatelle». Per porre fine agli scontri all’interno del fronte anti-fascista intervennero l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma la tensione nel Paese rimase alta.
    Nell’ottobre del ’44 Atene venne liberata dagli Inglesi e venne insediato un governo di unità nazionale comprendente anche i comunisti, presieduto dal social-democratico Papandreu. Il governo ebbe vita brevissima, il 3 dicembre si tenne una manifestazione comunista che degenerò in scontri, e le truppe britanniche dovettero faticare moltissimo per riconquistare la città. Comunque il governo inglese si adoperò per una mediazione, venne nominato reggente della Corona l’Arcivescovo Damaskinos, personaggio molto apprezzato dalla popolazione, e nel febbraio del ’45 il governo greco rappresentato da un nuovo esponente della Sinistra, il generale Plastiras, raggiunse un nuovo accordo con l’ELAS. In base agli accordi si sarebbe avuta un’amnistia per i reati politici, una maggiore epurazione all’interno della polizia, ed infine si sarebbe tenuto un referendum sulla questione istituzionale ed elezioni politiche sotto controllo internazionale. Gli accordi potevano essere considerati positivi, ma successivamente l’Unione Sovietica fece mancare la sua partecipazione alla commissione di controllo delle elezioni mentre i comunisti decidevano di non presentarsi alle elezioni e di boicottarle. Le elezioni videro la vittoria dei populisti di Destra e dei liberali, mentre si calcola che l’astensionismo per motivi politici non superasse di molto il 10%. Il successivo referendum istituzionale, tenuto senza controllo internazionale, vide la vittoria della monarchia, anche se non mancarono le denunce di brogli anche gravi.
    È difficile stabilire l’inizio esatto della nuova e lunga guerra civile. I comunisti si arroccarono nelle regioni montuose del Nord dove ottennero il sostegno aperto di Jugoslavia, Bulgaria e Albania che vennero denunciati come Paesi aggressori. La guerra civile ebbe anche una componente etnica, circa il 30% dei combattenti comunisti erano Macedoni di lingua slava, e tale situazione complicava ulteriormente lo scontro in atto. Molte sono le testimonianze che parlavano dei combattenti comunisti come di poveri contadini senza istruzione che a volte erano stati arruolati con la forza dalle bande nei poveri villaggi di montagna. Scrive Luigi Barzini che la guerra si sarebbe potuta prolungare ulteriormente se non si avesse avuto l’intervento americano. Gli Americani rimisero in sesto il Paese con aiuti  di prima necessità e sostegni all’economia nazionale, il governo greco sotto il più giovane Re Paolo ritrovò una maggiore saldezza, mentre al contrario i comunisti risentirono del travaglio a livello internazionale. La rottura fra Stalin e Tito nel ’48 portò alla sostituzione dell’eroico comandante Markos con il più docile Zachariadis, e nello stesso periodo gli Jugoslavi cessarono gli aiuti al partito comunista greco. La guerra terminò nel ’49, con ottantamila morti ed un gran numero di profughi. Molte migliaia di ex-combattenti vennero avviati al confino nelle isole in difficili condizioni di vita, la Croce Rossa riscontrò una terribile quanto singolare tragedia, nel Nord del Paese circa venticinquemila bambini erano stati sottratti alle loro famiglie e inviati nei Paesi comunisti vicini dove poterono far ritorno solo diversi anni dopo. La Grecia non conobbe negli anni successivi una stabile situazione politica, comunque il Paese si era avviato verso un lento progresso.
(giugno 2006)