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La resistenza antisovietica in Lituania 1944-1953

Gli eroici combattenti del piccolo Paese baltico difesero con la forza della disperazione la loro volontà di libertà

 

di  Alberto Rosselli

 

 
Alla fine di agosto del 1939, in seguito alla firma del Patto Molotov-Ribbentrop tra l’Unione Sovietica e la Germania, Hitler permise a Stalin di inglobare nell’URSS le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania) e la Bessarabia romena, oltre che a dichiarare guerra e ad invadere la Finlandia che si era opposta coraggiosamente alle pretese territoriali del dittatore comunista. Il 15 giugno 1940, le forze sovietiche penetrarono in Lituania, annettendola il successivo 3 agosto. Nonostante la rapida e violenta epurazione di gran parte della classe dirigente della repubblica baltica, ben presto, nelle foreste del Paese, iniziarono a formarsi le prime bande partigiane, composte inizialmente da ex-ufficiali e soldati del disciolto esercito, mentre nelle città sorsero le prime organizzazioni politiche clandestine, anche se bisognò comunque attendere un anno per assistere alla prima grande sommossa contro l’invasore. Questa si sviluppò tra il 23 e il 27 giugno 1941, in seguito all’attacco tedesco all’Unione Sovietica (22 giugno 1941), ed ebbe successo, costringendo i Russi, già pressati dall’avanzata della Wehrmacht, ad abbandonare il Paese. Tuttavia, una volta entrati in Lituania, i Tedeschi sottoposero al loro totale controllo politico e militare la ex-repubblica, inglobandola nel Terzo Reich e sfruttandola alla stregua di una colonia. La nuova occupazione, resa ancora più cruenta dalla sistematica repressione attuata dai nazisti nei confronti della folta minoranza ebraica, indusse molti ex-appartenenti alle forze partigiane a ricompattare i ranghi e ad opporsi ai nazisti. Nel dicembre 1941, un gruppo di ufficiali fondò l’Esercito di Liberazione Lituano (LFA), stabilendo per iniziativa del tenente Kazys Veverskis, un quartiere generale segreto nella stessa capitale Vilnius. Lo LFA, avente struttura e fini prettamente militari, si poneva come scopo ultimo l’indipendenza del Paese e la restaurazione dello stato di diritto attraverso la lotta armata contro «tutti gli invasori». L’Esercito di Liberazione confidava inoltre che le nazioni occidentali (Gran Bretagna e Stati Uniti) alla fine della guerra, dopo un’eventuale ed auspicata sconfitta della Germania, avrebbero costretto anche Stalin a rinunciare alle sue mire sul Paese: speranza destinata tuttavia a rimanere tale. Le aspettative poggiavano soprattutto su un documento, la Carta Atlantica, siglata l’8 agosto 1941 da Churchill e Roosevelt ed avallata, almeno formalmente, dal dittatore di Mosca. Il documento garantiva che, una volta battuta la Germania, tutte le nazioni occupate nel 1939-1941 dalle potenze in guerra (nella fattispecie Germania e Russia) avrebbero riottenuto la libertà. Ciononostante, nell’estate del 1944, allorquando le forze sovietiche all’inseguimento di quelle tedesche misero nuovamente piede in Lituania, vi instaurarono subito un nuovo regime. E tutto ciò in spregio ai propositi e alle indicazioni contenute nella Carta Atlantica. Il popolo lituano, piegato da quattro lunghi anni di guerra, dovette affrontare la seconda occupazione sovietica in condizioni disastrose. Nel Paese regnava infatti, oltre alla fame e alla disperazione provocate dalla guerra, la più totale impreparazione politica e militare (molti capi della resistenza anti-sovietica ed anti-nazista erano stati uccisi o imprigionati nei gulag siberiani o nei lager nazisti, mentre altri avevano preferito fuggire in Occidente). Ciononostante (e al pari di quanto accadde anche negli altri due Paesi baltici, Estonia e Lettonia, «riconquistati» dall’Unione Sovietica), la stragrande maggioranza della popolazione, quasi tutta cattolica, si dichiarò disposta a resistere egualmente agli invasori. E fu così che, nell’estate del 1944, poté risorgere nuovamente il Movimento di Resistenza Nazionale Lituano che, nonostante la dura repressione sovietica, crebbe gradualmente fino a raggiungere la sua massima forza nel 1945. In questo arco di tempo, il lavoro condotto per ricostruire l’esercito clandestino fu enorme, difficoltoso e per certi versi imperfetto sia sotto il profilo organizzativo che operativo. Se da un lato le armi non scarseggiavano (i partigiani ne avevano raccolto un quantitativo considerevole dopo la ritirata tedesca), mancavano gli ufficiali, soprattutto quelli capaci di condurre una guerra guerreggiata, cioè non convenzionale. Inoltre, molti alti graduati non godevano della stima dei combattenti. «Credevamo di più nelle capacità dei tenenti e dei capitani che non in quelle dei colonnelli o dei generali», annotò lo scrittore Algirdas Julius Greimas («Baltic Defence Review», numero 3, 5° volume, 2000). 
 
La prima fase della resistenza armata
Estate 1944-Primavera 1946

Durante questo periodo, i gruppi partigiani comandati da ex-ufficiali dell’esercito assunsero dimensioni notevoli, anzi eccessive, venendo addirittura strutturati in compagnie e perfino battaglioni. La tattica adoperata da queste unità era di tipo convenzionale con operazioni effettuate, anche in pieno giorno, da reparti numerosi. Tattica quest’ultima che causò ai ribelli perdite molto rilevanti. È stato calcolato che più della metà dei trentamila partigiani che operarono secondo questi errati criteri trovò la morte scontrandosi con le forze sovietiche, numerose e abbondantemente armate e dotate di carri armati, mezzi blindati, artiglieria e supporto aereo tattico. Comunque sia, tra  il 1944 e il 1946, l’Armata Rossa lamentò oltre ottantamila tra morti, feriti e dispersi. Per stroncare il movimento ribelle, il Comando sovietico trasferì in Lituania, oltre a decine di battaglioni regolari dell’esercito, due divisioni della NKVD (poi MGB e KGB) e quattro reggimenti di Guardie di Confine, forze alle quali si unirono circa settemila ausiliari della locale Milizia Comunista, i cosiddetti stribai. Questa massa di uomini, che raggiunse un totale complessivo di oltre centomila militari, venne posta agli ordini del «governatore» M. A. Suslov inviato da Stalin in Lituania con il preciso compito di «bonificare e normalizzare il Paese». «Lavorerò affinché vi sia una Lituania senza Lituani», dichiarò Suslov subito dopo avere ottenuto la nomina. Le unità sovietiche maggiormente impiegate nella lotta contro i partigiani furono la 2° e la 4° Divisione della NKVD. La 4° Divisione del generale Vetrov, veterana delle campagne del Caucaso (1942-1943) e di Crimea (primavera-estate 1944), si mise in evidenza per la estrema crudeltà dei suoi metodi. Basta ricordare che, nel solo giorno di Natale del 1944, nella regione di Dzukija, gli uomini di Vetrov impiccarono o fucilarono oltre duemila civili accusati di appoggiare i partigiani. Per ordine di Stalin, tutti i soldati della NKVD impegnati nei rastrellamenti ebbero il permesso di violentare, rubare, torturare ed uccidere civili. Numerose a questo riguardo le testimonianze di amputazioni di orecchie e nasi e di marchiature a fuoco sulla pelle di donne, vecchi e bambini. Pesante si rivelò anche la politica di repressione voluta dal dittatore di Mosca nei confronti della Chiesa Cattolica Lituana, accusata di dare protezione ai partigiani e soprattutto di essere portatrice di «valori contrari al credo marxista». Tra il 1944 e la metà degli anni Cinquanta, reparti speciali miliziani e della NKVD arrestarono centinaia di prelati e semplici sacerdoti, inviandoli nei gulag russi e siberiani, ed oltre a ciò distrussero molte chiese, risparmiando soltanto alcune cattedrali. Nelle campagne, molti luoghi di culto vennero trasformati in depositi di grano o addirittura in stalle. Neanche i cimiteri vennero risparmiati dai reparti della NKVD che, in spregio alla religione cattolica, arrivarono a profanarli, estirpando dalle tombe decine di migliaia di croci.
 
La seconda fase della resistenza armata
Primavera 1946-Fine 1949


In concomitanza con il lento ma inesorabile consolidarsi del potere sovietico, i gruppi partigiani iniziarono a frazionarsi in unità molto più piccole («Baltic Defence Review», numero 3, 5° volume, 2000, pagina 118) formate da plotoni di cinque, massimo dieci uomini. In questa fase della guerra, i ribelli evitarono di svolgere azioni nelle ore diurne, rimanendo ben rintanati nei rifugi sotterranei e nei bunker situati nella profondità delle foreste lituane. Solo verso il fare della sera, le pattuglie iniziavano la loro attività, effettuando imboscate e attacchi contro colonne e presidi russi. Rapidamente, anche i raggruppamenti autonomi partigiani operativi in diversi comprensori territoriali accettarono di entrare a fare parte del Movimento di Resistenza, venendo assegnati alle dipendenze di specifici distretti dipendenti da un Comando Centrale. Ma ciononostante, soltanto nel febbraio 1949 questo processo poté dirsi completato. In questo periodo venne infatti creata una  nuova struttura, il LLKS (Movimento dei Combattenti per la Libertà Lituana), avente il compito di coordinare le attività politiche e militari di tutto il movimento clandestino. E uno speciale comitato facente parte di questo organismo provvide a nominare quale Presidente provvisorio della Libera Repubblica di Lituania il generale Jonas Þeimatis.
    Le unità partigiane basavano la propria attività su regole ferree. I reparti erano strutturati come vere e proprie unità di un esercito regolare ed esisteva una precisa gerarchia di gradi. Le truppe, nel limite del possibile, vennero dotate di uniformi militari e di mostrine. Il Movimento di Resistenza si organizzò anche sotto il profilo della gestione del territorio, nominando responsabili istituzionali incaricati di favorire la propaganda anti-sovietica e di garantire all’interno dei distretti da essi controllati la normale attività lavorativa dei civili ivi residenti. In più di un’occasione, speciali gruppi politici dipendenti dal Movimento si adoperarono per dissuadere la popolazione dall’aderire alle iniziative governative, respingendo i bandi di arruolamento nella milizia comunista e boicottando le elezioni per le nomine delle autorità di governo locali. In questo periodo, i partigiani intensificarono i loro attentati nei confronti dei collaborazionisti e dei Commissari del Popolo che sovrintendevano il sequestro e la collettivizzazione forzata delle terre e delle proprietà: prassi che tra l’altro portò l’economia agricola lituana allo sfascio. Tra il 1946 e il 1949, i partigiani riuscirono, grazie alla connivenza di tipografi e lavoratori del settore cartaceo, a dare alle stampe più di settanta tra giornali e pubblicazioni clandestine che vennero distribuite su tutto il territorio nazionale. Molte delle pubblicazioni avevano come scopo quello di informare la popolazione circa la situazione internazionale e di mantenere l’identità culturale nazionale lituana. Durante questo periodo, il Movimento riuscì a violare la Cortina di Ferro sovietica e ad inviare in Occidente suoi rappresentanti per chiedere aiuti materiali e sostegno politico agli Angloamericani. I partigiani lituani avevano infatti compreso molto bene che da soli non sarebbero stati in grado di liberarsi del regime comunista
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La terza e ultima fase della resistenza armata
Gennaio 1950-Inverno 1953
 

Tra il 1950 e il 1953, il movimento di resistenza entrò nel vortice di una grave crisi che lo avviò ad un progressivo sfaldamento. A determinare questa crisi furono diversi fattori. In primo luogo, gli auspicati aiuti da parte dell’Occidente si concretizzarono in pochi aviolanci di rifornimenti e armi effettuati da aerei angloamericani privi di matricole decollati dalla Germania Occidentale e dall’isola di Bornholm. Secondo, la progressiva collettivizzazione forzata delle terre e la costituzione di comuni agricole controllate politicamente da Mosca impedì ai partigiani di accedere agli indispensabili approvvigionamenti alimentari. Terzo, la crescente attività degli agenti del KGB e degli addestrati gruppi «anti-guerriglia» iniziò a fiaccare i gruppi combattenti, ormai anche a corto di armi e di munizioni, favorendo nel contempo il fenomeno delle diserzioni. Quarto, gli assassinii di civili commessi da agenti del KGB travestiti da partigiani screditarono il Movimento agli occhi di parte della popolazione. Quinto, la gravissima crisi economica innescata dalla collettivizzazione delle terre gettò la classe contadina nella miseria più assoluta rendendola più malleabile ed incline ad accettare le sementi e i viveri «offerti» ad essi dal governo in cambio di delazioni utili per individuare e catturare partigiani. Sesto, le continue deportazioni di massa di civili nei gulag siberiani e il contestuale processo di «russificazione» del Paese, indebolì la stessa componente etnica lituana, ridotta quasi alla stregua di una minoranza priva dei diritti più elementari. Fu per queste ragioni che, verso la metà del 1953, la quasi totalità dei gruppi ribelli accettò di arrendersi in cambio delle amnistie promesse dal governo comunista di Vilnius. In realtà, quasi tutti i partigiani che si  arresero spontaneamente non ottennero dalle autorità alcuna clemenza in quanto vennero imprigionati, processati per direttissima, impiccati o spediti nei gulag siberiani. E fu proprio per questa ragione che alcune centinaia di guerriglieri preferirono continuare la loro disperata resistenza ancora per qualche anno, subendo però nuove sconfitte. Il 30 maggio 1953, nella foresta di Simkaiciai, nella regione di Jurbarkas, i reparti anti-guerriglia sovietici catturarono J. Zemaitis, il Presidente del Presidium del Movimento Lituano per la Libertà. Il leader verrà fucilato il 26 novembre 1954. Per la cronaca, l’ultimo partigiano lituano a cedere le armi fu Ananas Kraujelis che venne ucciso in combattimento il 17 marzo 1965
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Cronologia

5 luglio 1944: il Comitato Supremo per la Liberazione della Lituania dichiara la restaurazione della Repubblica di Lituania.
13 luglio 1944: la capitale Vilnius viene occupata dalla 3° Armata sovietica.
Primi di agosto 1944: arrivo in Lituania della 4° Divisione NKVD del generale P. Vetrov. Inizia la repressione comunista ai danni della popolazione.
30 agosto 1944: il Consiglio Supremo della RSS di Lituania approva la nuova costituzione comunista. Inizia la collettivizzazione delle terre.
Settembre-ottobre 1944: nascono i primi gruppi partigiani anti-sovietici.
11 novembre 1944: formazione del Dipartimento VKP con a capo M. Suslov in Lituania. L’organismo, deputato al governo del Paese, verrà sciolto nel 1947.
28 gennaio 1945: occupazione sovietica di Klaipeda e ultimazione dell’occupazione russa del Paese.
Giugno-settembre 1945: deportazioni di massa di civili nei campi siberiani. Oltre seimilatrecento persone vengono arbitrariamente arrestate e i loro beni sequestrati dall’autorità sovietica.
6 agosto 1946: a Vilnius viene varato il primo piano quinquennale (1946-1951) proclamato dal Consiglio Supremo della RSS della Lituania.
26 febbraio 1947: viene fondato il primo kolkoz (la Fattoria Collettiva M. Melnikaite) a Dotnuya (distretto rurale di Kedainiai).
12 dicembre 1947: inizia la caccia ai «kulakki» lituani, cioè ai proprietari terrieri. La persecuzione che durerà fino al 1953 porterà all’arresto e alla deportazione in Siberia di almeno quindicimila persone.
20 marzo 1948: organizzazione del sistema dei kolkoz nella RSS di Lituania approvata dal Consiglio dei Ministri della RSS di Lituania e dal Partito Comunista lituano.
22-23 maggio 1948: massicce deportazioni di civili. Nell’arco di quarantotto ore, undicimilatrecentosessantacinque famiglie (pari ad oltre quarantamila persone) vengono deportate in Siberia.
8 luglio 1948: tutti i luoghi di culto, le proprietà ecclesiastiche e i beni mobili e immobili della Chiesa Cattolica vengono nazionalizzati dietro risoluzione del Consiglio dei Ministri della Lituania. Inizia la persecuzione contro il clero cattolico.
Novembre 1948: culmine della lotta partigiana contro le forze sovietiche.
2-20 febbraio 1949: riunione di tutti i capi partigiani lituani a Minaiciai. Si costituisce il Movimento Lituano di Lotta per la Libertà.
15-18 febbraio 1949: 4° Congresso del Partito Comunista lituano.
25-28 marzo 1949: massiccia deportazioni di civili. Ottomilasettecentosessantacinque famiglie (pari a circa ventinovemila individui) vengono arrestate e deportate in Siberia.
Inizio 1950: il sistema della collettivizzazione forzata dell’agricoltura porta alla rovina l’economia del Paese. Gli ex-proprietari, ma anche i contadini vengono privati di qualsiasi appezzamento agricolo.
30 maggio 1950: il monumento nazionale delle Tre Croci eretto nel 1916 dall’architetto A. Vivulskis in cima alla collina di Vilnius, viene fatto saltare dai Sovietici.
29-30 giugno 1950: le statue di San Casimiro, Santa Elena con la Croce e San Stanislao vengono distrutte e fatte precipitare dal frontone della Cattedrale di Vilnius.
15 luglio 1950: nascita del nuovo inno della RSS della Lituania (voluto dal Consiglio dei Ministri della RSS). Il vecchio inno nazionale, Tautiska giesme di V. Kudirka, viene bandito.
21 luglio 1950: la Statua della Libertà di Kaunas viene demolita dai Sovietici.
2-3 ottobre 1951: deportazione di massa. Oltre sedicimila persone scompaiono nei gulag sovietici.
26 dicembre 1951: il Consiglio dei Ministri della RSS di Lituania proclama la legge sugli emendamenti e aggiunte alla Costituzione (la Legge Suprema).
23 gennaio, 5 agosto, e 29 novembre 1952: nuove deportazioni di massa. In totale, trecentododici famiglie, pari ad oltre millecento persone, vengono esiliate.
26 febbraio, 12 aprile e 12 settembre 1953: deportazioni di massa.
30 maggio 1953: cattura, avvenuta nella foresta di Simkaiciai, nella regione di Jurbarkas, di J. Zemaitis, il Presidente del Presidium del Movimento Lituano per la Libertà. Zemaitis verrà fucilato il 26 novembre 1954.
Giugno 1953: fine della lotta armata partigiana anti-comunista.
17 marzo 1965: l’ultimo partigiano lituano, Ananas Kraujelis, viene individuato e ucciso in combattimento.
  
Bibliografia

«The Lithuanian nation in 1940-1941 and 1944-1953», MGB (KGB) Statistical Information
«Baltic Defence Review», numero 3, 5° volume, 2000. Ricerca di Rimantas Zizas
«Partisan war in Lithuania in figures July 1944-1953», MGB (KGB) Statistical Information
M. Laar, War in the Woods: Estonia’s Struggle for Survival, 1944-1956, The Compass Press, Washington, 1992
P. Carrel, Operazione Barbarossa. 21 giugno 1941-18 novembre 1942, I e II volume, Edizioni BUR RCS Libri, Milano, 2000
A. Rosselli, I Fratelli della Foresta, mensile AREA (giugno 2003).
(anno 2005)