La
morte di Nikolaj Petkov e l’inizio della dittatura comunista
in Bulgaria
La
formazione del governo comunista nel piccolo Stato bulgaro fu
rappresentativa di un modo di agire dei regimi totalitari del Novecento
di Roberto
Suggi Liverani
L’occupazione
sovietica della Bulgaria, preceduta dalla dichiarazione di guerra del 5
settembre 1944, fu favorita, quattro giorni dopo, a seguito del coup
d’état, dalla formazione di un
governo, con a capo Kimon
Georgiev, leader del circolo politico Zveno (originariamente fondato da
militari nazionalisti e che in seguito strinse un’alleanza
con il
partito comunista). Il nuovo governo fu promosso e supportato dal
Fronte Patriottico (Otečestven
Front) che aveva alimentato
l’insurrezione e che contava su un ampio consenso popolare.
Il
Fronte Patriottico era controllato prevalentemente dai comunisti, i
quali, già dalla Prima Guerra Mondiale, avevano esercitato
un’influenza politica non trascurabile. Tuttavia, esso
inglobava
anche altri partiti importanti come quello social-democratico e quello
dell’Unione Nazionale Agraria Bulgara (UNAB), con a capo
Georgi M. Dimitrov (Gemeto).
Il nuovo governo, che comprendeva i
rappresentanti di tutte le
forze bulgare anti-naziste, firmò l’armistizio di
Mosca il
28 ottobre 1944 e s’impegnò a combattere contro i
nazisti,
a ricostituire l’economia e la pace nel Paese. A tali scopi,
il
governo volle riprendere i principi contenuti nella Costituzione
Turnovo del 1879, basandosi sul valore della libertà e sul
rispetto dei diritti fondamentali. Istituì il Tribunale del
Popolo, al quale era conferita la principale funzione di
assicurare la pace. In realtà, il Tribunale del Popolo
travisò il proprio incarico e divenne una micidiale arma
giudiziaria che emise novemilacentocinquantacinque sentenze, delle
quali, si stima, circa duemilasettecentotrenta furono capitali. Il
governo, influenzato dalle componenti del partito comunista del Fronte
Patriottico, non soltanto instaurò un regime di terrore,
condannando a morte gli ex-tre reggenti, il principe Cirillo, il
generale Michov, l’ex-Primo Ministro Filov, che avevano
governato
il Paese dall’agosto 1943 in nome del giovane Zar Simeone II,
figlio di Boris, ma contribuì alla divisione dei partiti di
Sinistra, con il chiaro intento di ottenere la maggioranza alle
elezioni che si sarebbero tenute nel ’45. La scissione
colpì sia l’Unione Agraria sia il partito
social-democratico. Georgi M. Dimitrov, filo-occidentale, fu, infatti,
costretto a dimettersi, processato ed infine condannato a morte. Al suo
posto, fu nominato Nikolaj Petkov, personalità di gran
rilievo e
vice-Presidente del Consiglio. Dmitri Petkov, padre di Nikolaj, era
stato, a sua volta, un gran personaggio politico che aveva ricoperto la
carica di Ministro degli Interni ed in seguito di Presidente del
Consiglio. Dmitri fu ucciso nel marzo 1907. Le tragedie, a sfondo
politico, che colpirono la famiglia Petkov non si arrestarono. Poco
dopo la morte di Dmitri, anche il figlio Petko perse la vita in un
attentato a Sofia.
Nikolaj Petkov, invece, fu internato in
Germania, durante la Seconda
Guerra Mondiale, e riuscì ad evadere. Tornato in patria,
prese
parte all’Unione Agraria e al governo di Georgiev. Tuttavia,
allorché fu nominato capo dell’UNAB, egli si
ritrovò ad affrontare la scissione del partito, operata dal
partito comunista mediante la collaborazione di Alexandăr Obbov. Alla
stessa sorte era destinato il partito social-democratico che assistette
inerme alla sua frattura, con Nejkov che si schierò a fianco
del
Fronte Patriottico e con Lulčev che passò
all’opposizione.
Al momento delle elezioni, tenute nell’ottobre del 1945,
Petkov
si rifiutò di farvi parte, poiché sarebbe stato
costretto
a presentare il proprio partito al di fuori della lista del blocco del
Fronte Patriottico. Le elezioni si tennero ugualmente e i risultati
conferirono l’86% dei voti al Fronte Patriottico, il quale
non
aveva mancato di esercitare pressioni politiche, commettere brogli ed
ingiustizie durante la campagna elettorale e durante la fase del
conteggio dei voti. La situazione politica bulgara
impensierì
gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, i quali, in una conferenza tenutasi
a dicembre insieme all’URSS, decisero di far includere nel
nuovo
governo, presieduto sempre da Georgiev, due membri
dell’opposizione. Il tentativo fallì, ma le
pressioni
angloamericane fecero in modo che nella successiva elezione per la
Grande Assemblea Nazionale bulgara fossero presenti anche le forze
politiche dell’opposizione. Nel frattempo, il partito
comunista
acquistava sempre maggior controllo all’interno del governo,
il
quale, l’8 settembre 1946 indisse un referendum per
l’abolizione della monarchia. Il referendum ottenne il 96%
dei
voti e lo Zar Simeon e la sua famiglia furono costretti a fuggire,
trovando ricovero in Egitto. L’elezione della Grande
Assemblea
Nazionale bulgara si tenne poco dopo, il 27 ottobre 1946. Ad essa
partecipò anche l’opposizione con
l’Unione Agraria
di Petkov e con il partito social-democratico di Lulčev. Durante la
campagna elettorale non mancarono atti di violenza ed ingiustizie nei
confronti dell’opposizione. Il risultato delle elezioni vide
il
Fronte Patriottico vincere ancora con il 70% dei voti contro il 28%
ottenuto dall’opposizione. Alla guida del nuovo governo,
figurò Georgi Dimitrov, appena ritornato da Mosca e
precedente
segretario del Comintern. Dieci ministri su venti facenti parte del
nuovo governo erano comunisti. Georgi Dimitrov iniziò a
governare la Bulgaria con lo scopo di accelerare e favorire il suo
passaggio a Stato socialista. In tal modo, mentre le prime riforme
avevano luogo, le tensioni politiche aumentarono. Allorché
fu
firmato il trattato di pace nel giugno del 1947 con gli Stati Uniti, il
governo iniziò ad eliminare l’opposizione. La
prima
emblematica vittima di questo processo, fu proprio Nikolaj Petkov, il
quale, privato dell’immunità parlamentare, fu
processato e
condannato a morte il 26 settembre dello stesso anno. Durante il
processo, Petkov mostrò e mantenne la propria
dignità e
difese i suoi valori politici strenuamente. Al termine della sentenza
della condanna a morte, in «nome del popolo
bulgaro», egli
rispose: «No! Non in nome del popolo bulgaro! Sono condannato
a
morte per ordine dei vostri padroni stranieri, quelli del Cremlino o di
altrove. Il popolo bulgaro, schiacciato dalla cruenta tirannia che voi
vorreste far passare per giustizia, non crederà alle vostre
infamie!».
Per quanto riguardò la sorte
dell’Unione Agraria, privata
del suo leader, essa fu inglobata nel partito comunista ed assunse in
pieno la sua ideologia. Il partito social-democratico, rimasto libero,
si fuse con il partito comunista. In tal modo l’opposizione
era
stata eliminata ed il governo Dimitrov instaurò
progressivamente
un regime dittatoriale. Tra le prime iniziative si annoverano la
riforma agraria che limitava a venti ettari l’estensione
della
superficie della terra; la collettivizzazione, la nazionalizzazione che
comportava la riduzione del settore privato e la pianificazione
industriale, divisa in due piani quinquennali, il primo rivolto alle
industrie di base ed il secondo all’agricoltura. Infine, nel
giugno del 1947, fu votata una nuova costituzione, ispirata a quella
sovietica e iugoslava, che definiva finalmente la Bulgaria una nuova
democrazia popolare. Con quest’ultimo passaggio
istituzionale, di
natura più formale che sostanziale, si avviò il
regime
dittatoriale comunista in Bulgaria che terminò
quarantaquattro
anni dopo, nel 1991, con la nuova costituzione che proclamava la
Bulgaria una repubblica parlamentare.
Bibliografia
A. Biagini e F. Guida, Mezzo
secolo di socialismo reale, G. Giappiccheli Editore,
Torino, 1997, pagine 33-36
P. Vergnet e J. Bernard Derosne, L’Affaire
Petkov, Paris, Self, pagine 188-192
A.A.V.V., Enciclopedia
Larousse 2001, voce Bulgaria
e Nikolaj Petkov
Sito di www.balkan.org, all’indirizzo:
http://www.balcanica.org/content/doc_498.shtml
Sito di Bulgaria Free Books, all’indirizzo:
http://bulrefsite.entrewave.com/view/bulrefsite/s129p143.htm
(anno 2003)