La
fine del colonialismo in Asia
L’indipendenza
dei Paesi Asiatici fu un evento scarsamente positivo, che
portò
a difficili situazioni politiche e a numerose guerre
di Luciano
Atticciati
Molti
ritengono che la decolonizzazione sia stata un evento in qualche modo
simile al nostro Risorgimento. La realtà fu invece molto
diversa, nei Paesi Afroasiatici mancava una classe dirigente valida e
un’opinione pubblica colta, e tale situazione
portò tali
Paesi in uno stato di quasi anarchia in cui prevalsero facilmente
dittatori senza scrupoli. Le guerre fra Stati confinanti e fra gruppi
etnici diversi all’interno dello stesso Stato divennero
praticamente la normalità, mentre all’interno dei
singoli
Paesi i dittatori e le classi dirigenti locali si diedero alla
corruzione e alla dilapidazione delle finanze pubbliche. Numerosi
furono i progetti economici dissennati, ambiziosi e talvolta
autodistruttivi. Il risultato di questa politica fu il sensibile
peggioramento delle condizioni economiche di molti Paesi, la fuga dei
capitali stranieri, l’isolamento.
Il periodo fra le due guerre fu un
periodo
importante per il Sud-Est Asiatico, dove all’opposizione
contro
il dominio europeo costituito da gruppi etnici o religiosi, si
sostituirono partiti di tipo moderno basati su organizzazioni di massa
e programmi politici almeno nominalmente democratici. Tale situazione
favorì il sorgere negli anni compresi fra il ’46 e
il
’48 nell’Indocina Francese, la Birmania,
l’Indonesia,
la Malesia e le Filippine di una serie di rivolte e di guerre dalle
quali solo la Thailandia incredibilmente riuscì a non essere
coinvolta. Il processo di decolonizzazione ebbe comunque in questa
regione caratteristiche profondamente diverse; in Birmania e nelle
Filippine l’indipendenza avvenne in forma pacifica e
consensuale
attraverso negoziati, mentre in Indonesia e soprattutto in Vietnam, si
ebbero contrasti gravissimi con le potenze colonizzatrici che ebbero
notevoli conseguenze sul futuro di quella parte del continente.
Tutta l’area del Sud-Est
Asiatico venne
investita nel corso della Seconda Guerra Mondiale
dall’occupazione giapponese che diede vita ad una forma di
dominio sulle popolazioni locali notevolmente più dura di
quella
imposta dagli Europei negli anni precedenti. Tuttavia nel
’44-’45 prima di ritirarsi dai territori occupati i
Giapponesi ottennero la collaborazione di numerosi esponenti locali
come Roxas, Sukarno, U Nu, Aung San, Bao Dai, che negli anni successivi
divennero leader di primo piano della scena politica internazionale. La
sconfitta degli Europei segnò in maniera determinante il
futuro
della regione, e terminata la guerra, le potenze coloniali incontrarono
gravi difficoltà nel restaurare la propria
autorità su
quelle regioni.
Il Vietnam fu uno dei Paesi dove
maggiori furono le
spinte per l’indipendenza. Nel periodo fra le due guerre la
produzione di riso era notevolmente aumentata, ma con scarso beneficio
per la popolazione locale. La rivolta contro il potere degli Europei si
espresse inizialmente con una serie di atti terroristici compiuti da
piccoli gruppi politici, e attraverso le agitazioni di una
società segreta, il movimento caodaista, che univa in
maniera
singolare richieste politiche e religiose, riprendendo elementi di
varie culture, da quella illuminista a quella esoterica.
Successivamente sorse il partito di Ho Chi Minh sostenitore della
costituzione di un movimento rivoluzionario di massa e
dell’unione delle richieste indipendentistiche con quelle di
riscatto sociale, movimento che diede vita alla grande rivolta
scoppiata negli anni 1930-1931 nelle regioni centrosettentrionali del
Paese. L’azione rivoluzionaria venne repressa con molta
energia
dalle autorità francesi, ma i gruppi estremisti continuarono
ad
agire anche negli anni successivi mantenendo il Paese in uno stato di
costante tensione. Il programma politico del partito diretto da Ho Chi
Minh, conteneva una serie di obiettivi
«democratico-borghesi» e più
strettamente
rivoluzionari, talvolta difficilmente distinguibili; così si
parlava di riforma agraria a favore dei contadini, nazionalizzazione
delle industrie e delle proprietà straniere, imposta
progressiva
sui redditi, parità di trattamento fra uomini e donne,
giornata
lavorativa di otto ore e, ovviamente, di piena indipendenza del Paese,
ma anche di governo ed esercito di «operai e
contadini», e
di stretti legami con il mondo comunista e l’Unione
Sovietica.
Dopo la fine del Conflitto Mondiale la Francia riconobbe
l’indipendenza di Laos, Cambogia e Vietnam come Paesi membri
dell’Unione Francese, ma in seguito alla questione della
Cocincina (abitata da Cambogiani ma rivendicata dai Vietnamiti) si
arrivò alla rottura fra il Governo francese e il Vietminh.
La
guerra fu durissima e costò la vita a 90.000 Francesi. La
pace
non portò il benessere nella regione. Il Vietnam del Nord
conobbe al momento del ritiro delle truppe francesi dal Paese la fuga
di circa un milione di abitanti – in prevalenza Cattolici
–
verso il Sud e negli anni successivi una riforma agraria contraria agli
interessi dei piccoli proprietari, che provocò una
sollevazione
contadina repressa dal Governo con migliaia di morti e
l’internamento nei campi di concentramento di un gran numero
di
oppositori fra i quali anche molti ex esponenti Vietminh.
Come la Francia, anche
l’Olanda tentò
di ritardare il distacco delle colonie in Asia attraverso il sostegno
alle forze locali che si opponevano ai nuovi regimi in Oriente, ma non
disponendo del sostegno degli altri Paesi Occidentali e degli Stati
Uniti, che vedevano con favore la nascita di uno Stato indonesiano non
comunista, dovette rinunciare a tale proposito. Negli anni
dell’occupazione giapponese era sorto a Giava e Sumatra
infatti
un Governo indipendente diretto dal leader nazionalista Sukarno che nel
1948 si oppose ad una rivolta comunista diretta da esponenti
filosovietici. Nel ’49 sotto la pressione di una parte
dell’opinione pubblica nazionale ed internazionale, e di un
pronunciamento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite
avvenuto
su richiesta di una conferenza di Paesi asiatici promossa da Nehru,
venne accordata la piena indipendenza al popoloso arcipelago, anche se
una larga parte delle isole minori continuava a non accettare il
predominio di Giava sulla vasta federazione di Stati.
Il programma politico del Partito
Nazionale
Indonesiano fondato nel 1927 da Sukarno si rifaceva ad una sorta di
socialismo eclettico. Nel Pantja Sila, il programma politico lanciato
nel 1945 dal grande leader nazionalista, venne espresso il proposito di
costituire uno Stato unitario «dall’estrema punta
settentrionale di Sumatra alla Papuasia» e l’idea
di
«fare di tutte le Nazioni una famiglia», anche se
negli
anni successivi lo Stato indonesiano instaurò pessimi
rapporti
con la maggior parte dei Paesi vicini. Secondo l’autore del
programma «la democrazia che noi cerchiamo non è
quella
occidentale... ma un mondo conforme ai principi di Ratu Adil [dio della
giustizia]» e prevedeva nel campo sociale la creazione di
«uno Stato di tutti per tutti, uno per tutti, tutti per uno e
non
uno Stato per un gruppo, per i ricchi». Venne ribadita
l’importanza della fede, evitando comunque implicitamente gli
eccessi, e ammettendo la tolleranza nei confronti degli altri culti. I
cinque principi esposti: nazionalismo, internazionalismo, democrazia,
giustizia sociale e fede in Dio vennero sintetizzati in uno solo,
gotong rojong (= mutua cooperazione), che fu alla base del futuro Stato
socialista. Il partito di Sukarno costituiva un gruppo politico
moderno, che si rivolgeva all’intera Nazione e non alle
singole
etnie (l’idea di una Nazione indonesiana sorse in quegli
anni),
ma a fianco di esso vi erano altri partiti, da quello islamico a quello
comunista che nel 1926 aveva dato vita ad una cruenta rivolta.
L’anno successivo alla proclamazione dello Stato indonesiano
venne rivista la forma costituzionale con l’abolizione del
federalismo; non molto tempo dopo ripresero quindi a Sumatra, nella
cristiana Celebes, e nelle altre isole minori le ribellioni verso il
potere centrale. Il programma economico lanciato da Sukarno si
rivelò altrettanto infruttuoso. Vennero imposte pesanti
limitazioni al commercio con l’estero che ebbero gravi
conseguenze anche nel campo della produzione agricola; le produzioni di
caffè, tabacco, zucchero e chinino crollarono a livelli
inferiori a quelli del periodo anteguerra, ma anche la produzione del
riso, elemento base dell’economia del Paese, stentava ad
adeguarsi a quello dell’aumento della popolazione. La
cosiddetta
riforma agraria, il sistema delle cooperative in agricoltura, e le
nazionalizzazioni nel campo dell’industria contribuirono a
portare al collasso il sistema economico.
L’amministrazione britannica
in Birmania era
risultata non sgradita alla maggioranza della popolazione, e nel
dopoguerra l’avvio alla indipendenza avvenne in maniera
rapida e
senza eccessivi problemi. Non appena proclamata la Repubblica il
Governo socialista presieduto da U Nu venne attaccato da gruppi
comunisti che scatenarono la rivolta nel Paese. Il tentativo
insurrezionale era stato neutralizzato anche se non completamente
represso, quando nelle regioni del Nord-Est insorsero i Karen e altre
minoranze etniche, si formarono bande armate legate a personaggi
politici di dubbia credibilità, e non molto tempo dopo si
ebbe
la penetrazione nel Nord di una potente armata di nazionalisti del
Kuomintang. La proclamazione del buddismo come religione di Stato,
venne contestata dai gruppi cristiani, e la guerriglia per lungo tempo
continuò ad interessare le regioni ai confini con la Cina e
la
Thailandia.
Nel campo economico la riforma agraria e
il
controllo dell’economia da parte dello Stato non favorirono
lo
sviluppo del Paese, e l’esportazione del riso, che aveva
rappresentato una delle principali fonti di reddito del Paese, decrebbe
notevolmente rispetto al periodo prebellico.
Nel vasto Stato indiano durante gli anni
Trenta si
era diffuso, nonostante l’aperta opposizione di Gandhi, un
diffuso terrorismo. Contemporaneamente i musulmani pur continuando a
sostenere la causa dell’indipendenza, iniziarono a vedere nel
Governo britannico un freno alla preponderanza indù e si
dichiararono favorevoli alla creazione di Stati separati. La questione
ebbe un seguito nell’immediato dopoguerra,
nell’estate del
’47 scoppiarono disordini che da Calcutta e le regioni
Nord-Orientali si diffusero al Bengala e al Punjab provocando la morte
di circa mezzo milione di persone e la fuga di milioni di profughi. Di
fronte a tali violenze il Governo laburista inglese accelerò
i
negoziati per l’indipendenza dell’India senza
comunque
avere la forza ormai per agire con decisione. Proclamata
l’indipendenza nel 1947, rimanevano aperte diverse questioni
territoriali. La gran parte dei principati autonomi compresi nel
territorio indiano aderivano alla Repubblica Indiana, tuttavia la
situazione del Kashmir, dove tre dei quattro milioni di abitanti erano
di origine musulmana, divenne esplosiva. L’anno successivo il
Governo pakistano minacciò di far intervenire
l’esercito
ma incontrò l’opposizione britannica, e i
combattimenti
fra unità locali portarono ad una spartizione del
territorio.
Secondo l’ex Presidente Americano Richard Nixon per decenni
Pakistan e India, dispersero larga parte delle loro risorse e gli aiuti
della comunità internazionale, la pianificazione economica
non
ebbe successo e in India «tutta la burocrazia tendeva con il
suo
immobilismo cartaceo a tagliare le gambe a qualsiasi iniziativa che
provenisse dal basso». Nel campo dell’agricoltura
si ebbe
una serie di provvedimenti non eccessivamente radicali, tuttavia i
grandi latifondisti preoccupati che mezzadri e coloni potessero
avanzare delle pretese sulle loro proprietà, licenziarono in
massa molti contadini con grave danno per l’agricoltura e
l’economia del Paese. Nonostante gli investimenti statali la
produzione agricola rimase bassa rispetto all’incremento
della
popolazione, e per molti anni lo Stato indiano fu costretto ad
importare grano ed altri cereali dagli Stati americani. Gli eccessivi
investimenti per lo sviluppo delle acciaierie, l’eccessiva
pressione fiscale, le restrizioni alle importazioni e
all’ingresso dei capitali stranieri, misero in
difficoltà
l’economia del Paese. Secondo la testimonianza dello storico
indiano Laxman Mishra «mentre ciclopiche dighe venivano
innalzate
tra un gran strombazzar di radio e di comizi, nessuno si
preoccupò della canalizzazione delle acque o del fissaggio
di
idrovore che regolassero l’irrigazione». La
situazione
conobbe un miglioramento solo quando negli anni Ottanta, qui come in
altri Paesi, prevalse una politica economica nuova più
aperta e
liberale.
(novembre 2011)