Dieci
anni fa il crollo del comunismo
Un
crollo improvviso, ma non del tutto inatteso, segnava la fine di un
grande sistema totalitario e delle sue fideistiche aspettative
di Luciano
Atticciati
Il
grande Impero voluto da Stalin iniziò a dare segni di
cedimento
fin dalla morte del suo illustre leader. Il dissenso intellettuale
interno, le aspirazioni ad una maggiore indipendenza
nell’Europa
Orientale, la controversia con la Cina, e la instabilità dei
suoi legami con i Paesi del Terzo Mondo (ricordiamo la clamorosa
rottura con l’Egitto nel 1972) si manifestarono ben presto, e
segnarono una crisi alla quale una classe dirigente incapace di
rinnovamento non poteva fare fronte. Il disegno a lungo perseguito di
una sfida all’Occidente costringeva il colosso ad una corsa
agli
armamenti e ad una guerra di logoramento, alla quale la sua economia,
indebolita da una cattiva gestione, non poteva resistere.
Il comunismo non cadde in seguito ad una
iniziativa
militare del mondo Occidentale, ma ebbe termine a causa di quei ceti
emergenti che la stessa dottrina marxista intendeva rappresentare.
Studenti e lavoratori della grande industria non erano disposti ad
accettare come nel passato una vita gestita autoritariamente
dall’alto, e la caduta del regime mise in luce i privilegi di
una
categoria che aveva fatto del conformismo il suo tradizionale sistema
di potere.
Al crollo del comunismo regime
seguì una
netta regressione del comunismo movimento. In Occidente e in tutto il
mondo libero, i miti di quello che poteva essere considerato il
«sole dell’avvenire» iniziarono ad
apparire in una
luce diversa. Il comunismo risultava ormai estraneo alla situazione
sociale dei nostri Paesi, dove la legislazione sociale aveva attenuato
le tensioni sociali e i ceti medi si erano progressivamente ampliati, e
profondamente lontano dalle nostre coscienze. Sappiamo infatti che la
società di oggi richiede creatività e
mobilità,
non solo masse umane e macchine, sappiamo che
l’economia
non si può «ingabbiare» attraverso
provvedimenti
autoritari, ma richiede lo sforzo e l’innovazione del
singolo. Se
i lavoratori della passata generazione accettavano la
«disciplina
di partito» a causa delle difficili condizioni in cui
versavano,
le nuove generazioni, ormai integrate nella società,
rifuggono
decisamente da tali sistemi. Il comunismo infatti ebbe successo in quei
Paesi scarsamente industrializzati dove la scarsità di
istruzione e la consuetudine all’obbedienza rendeva la
popolazione disponibile ad accettare l’invadenza dello Stato,
mentre la libertà e la dignità personale venivano
visti
come qualcosa di lontano, qualcosa a cui si poteva rinunciare.
Il comunismo predicava
l’emancipazione dei
lavoratori non attraverso la concessione di benefici da parte delle
classi superiori, ma attraverso un processo di
«autocoscienza» che avrebbe portato la classe
operaia ad
essere protagonista della realtà. Nei Paesi dove il
comunismo si
affermava, al contrario subiva sistematicamente una involuzione
economica, una riduzione dei suoi diritti – privata anche dei
suoi legittimi rappresentanti del sindacato – e costretta a
vivere in una società civile soffocante che non offriva
possibilità di miglioramento. Dobbiamo infatti ricordare che
Lenin, l’uomo che più di ogni altro
influenzò le
teorie del socialismo, nutriva una sfiducia profonda nella
società, nelle sue capacità di rinnovamento
autonomo, e
quindi nella democrazia, non diversa da quella di altri sistemi
totalitari della sua epoca. Lenin riteneva che la classe operaia si
sarebbe abbandonata ad un inconsulto sindacalismo che non avrebbe
edificato una reale società comunista, il vero strumento di
cambiamento era al di fuori di essa, nel partito, un partito in cui
assemblee e organi rappresentativi avevano poco spazio, un partito
profondamente verticista e chiuso. Ciò portò ad
una
progressiva degradazione del movimento rivoluzionario,
all’interno del quale vennero eliminati tutti gli elementi
innovatori, considerati elementi di disturbo, progressivamente
sostituiti dagli uomini della burocrazia. Chi legge le biografie di
Malenkov, Krusciov, Breznev o di Cernienko, si troverà di
fronte
a uomini chiusi, lontani dal mondo delle idee e della cultura, che
nella loro vita avevano conosciuto pochissimo del mondo esterno, e che
avevano fatto dell’allineamento alle direttive superiori,
anche
quelle manifestamente prive di una qualche utilità, il loro
metodo di carriera.
Alla base del comunismo leninista
troviamo
un’idea profondamente estranea al mondo
moderno. Il
pensiero moderno ha fatto dell’uomo e della
società i
protagonisti della realtà. Non ritiene che il loro bene
debba
essere gestito dall’alto, che esista
un’autorità
investita del potere di decidere i nostri destini, ma ritiene che la
coscienza sia il fondamento dell’umanità, e la
libertà la sua condizione irrinunciabile. In altri termini
il
comunismo crollò perché al di là di
singole
situazioni contingenti era contrario al senso profondo della storia,
come avrebbe detto il filosofo tedesco Hegel.
(anno 2002)