Le
nuove istituzioni economiche del dopoguerra
I provvedimenti
economici e politici del periodo successivo alla guerra furono
fortemente innovativi e favorirono la eccezionale crescita economica
dei decenni successivi
di Luciano
Atticciati
All’euforia
per la vittoria e alle speranze per un futuro di pace subentrarono ben
presto nel nostro continente le preoccupazioni immediate per
risollevare i Paesi europei dalle grandi rovine degli anni precedenti.
I Paesi europei che si erano fortemente indebitati per sostenere la
politica di guerra si impegnarono per il risanamento della bilancia dei
pagamenti attraverso la riduzione delle importazioni e
l’aumento
delle esportazioni. A tal fine la maggior parte dei governi ricorse
alla svalutazione della moneta e alle restrizioni dei consumi, ma con
scarso successo. I governi europei cercarono di impedire
un’eccessiva caduta delle proprie valute attraverso il
controllo
dei cambi, ma l’esaurimento delle riserve auree minacciava la
tenuta economica della maggior parte dei Paesi europei, vicini ormai
alla bancarotta. Di particolare importanza risultò la
questione
dell’approvvigionamento alimentare, per superare tale
problema
gli Stati europei ricorsero all’istituzione del razionamento
e
dei prezzi controllati; tali provvedimenti risultarono utili per
assicurare alle popolazioni la distribuzione dei beni essenziali,
tuttavia portarono indirettamente alla disincentivazione di alcune
attività economiche e al rallentamento della produzione in
generale.
In Francia nel ’47 le
autorità furono
costrette a ridurre la distribuzione di cibo e combustibile prevista
dal razionamento. Nel corso di quell’anno il costo della vita
aumentò di circa due volte rispetto ai salari e tale
situazione
innescò una ondata eccezionale di agitazioni. In Gran
Bretagna
l’enorme deficit della bilancia commerciale accumulato
impediva
l’afflusso di materie prime e di scorte alimentari
necessarie, e
il Paese per molto tempo dovette mantenere le restrizioni ai consumi e
le misure di austerità della guerra. Connesso a questi
problemi
fu quello dell’inflazione. L’inflazione a causa
delle spese
per lo sforzo bellico negli anni di guerra, dei vasti programmi di
ricostruzione successivamente, e per alcuni Paesi, a causa dei
programmi sociali eccessivamente onerosi, fu un altro grande problema
di quegli anni, che ebbe gravi conseguenze, ed impedì una
corretta ripresa dell’economia e un più rapido
ritorno
alla produzione pre-bellica.
Ai problemi strettamente economici si
aggiunsero
soprattutto in Francia e Italia quelli politici. Mosca per un certo
periodo appagata dagli accordi internazionali spinse i partiti
comunisti di quei Paesi a ricercare l’accordo con le altre
forze
politiche, ma la situazione tendeva al peggioramento, e ad un
progressivo scontro. Secondo John Dulles, futuro Segretario di Stato di
Eisenhower, «la situazione interna in Francia era allora ad
una
svolta che si avvicinava al punto più critico. Sembrava che
i
partiti “del centro” stessero per perdere il
controllo
della situazione. Sembrava probabile – molti lo ritenevano
come
certo – che il generale De Gaulle sarebbe salito al potere e
che
i comunisti vi si sarebbero opposti con le armi, scatenando
così
in Francia una guerra civile su larga scala». La stessa
opinione
venne formulata dall’Ambasciatore americano Caffery, che nel
febbraio del ’46 perorava la concessione di un prestito al
governo francese «anche se un banchiere non direbbe certo che
la
Francia può essere considerata un cliente a basso
rischio». In Italia il temporaneo blocco dei licenziamenti e
l’introduzione della scala mobile per adeguare i salari
all’aumento del costo della vita, non furono misure
sufficienti
per porre freno ai gravi problemi sociali e solo il sostegno americano
impedì il collasso economico e politico dello Stato. Truman
nelle sue memorie ricorda che il Segretario alla Difesa americano
Stimson fece presente che: «Durante il prossimo inverno era
probabile sopravvenissero carestia ed epidemia in tutta
l’Europa
Centrale. Disse che probabilmente a ciò sarebbero seguite la
rivoluzione e l’infiltrazione comunista. Le difese che noi
avremmo potuto opporre a tale situazione sarebbero stati i governi
occidentali della Francia, del Lussemburgo, del Belgio,
dell’Olanda, della Danimarca, della Norvegia e
dell’Italia.
Era di capitale importanza impedire che questi Paesi venissero spinti
dalla fame verso la rivoluzione o il comunismo».
Di fondamentale importanza per
l’opera di
ricostruzione fu l’intervento degli Stati Uniti. Per la prima
volta nella storia una grande potenza si assumeva l’onere di
ricostruire i Paesi distrutti dal conflitto e di portare tali aiuti in
maniera non discriminatoria. I Paesi europei per finanziare il
conflitto avevano esaurito gran parte delle loro riserve
d’oro,
le loro scorte di valuta, e nel caso della Gran Bretagna erano state
liquidate anche grandi proprietà all’estero. Negli
anni
dello sforzo bellico, Gran Bretagna, Unione Sovietica e Francia avevano
beneficiato della legge americana «Affitti e
prestiti» che
prevedeva non solo agevolazioni per l’acquisto di forniture
militari, ma anche aiuti nel settore civile. Con la resa del Giappone
la legge venne abrogata e tale situazione provocò un certo
sconcerto fra i governi europei, ma nei mesi successivi vennero aperte
trattative per nuovi accordi. Tutti i Paesi del Vecchio Continente, sia
quelli appartenenti allo schieramento vincitore che a quello sconfitto,
necessitavano di materie prime e di investimenti per riconvertire
l’industria bellica a fini civili, ma non disponevano delle
risorse necessarie per tale impegno. Il sostegno americano
all’Europa assunse diversi aspetti: vennero cedute a prezzi
notevolmente inferiori a quelli di mercato le attrezzature adoperate
nel corso della guerra che comprendevano mezzi di trasporto e opere del
genio civile; vennero concessi prestiti a lunga scadenza ai governi e
un contributo notevolissimo all’UNRRA,
l’organizzazione per
gli aiuti internazionali, di cui beneficiarono anche i Paesi comunisti.
Nel periodo precedente alla approvazione del Piano Marshall, il governo
americano aveva già provveduto alla concessione di prestiti
per
un ammontare di oltre sette miliardi di dollari di cui beneficiarono
quasi tutti i Paesi europei.
Sull’utilizzo degli aiuti
americani i governi
europei adottarono comunque politiche diverse. Secondo lo storico
Jacques Pirenne «l’Inghilterra ha impiegato
l’aiuto
americano per finanziare la sua esperienza socialista, la Francia
l’ha impiegato in gran parte per evitare
l’inflazione da
cui era minacciata per effetto della nazionalizzazione delle industrie,
e per compensare le sue spese militari, in special modo in Indocina; la
Germania l’ha fatto servire esclusivamente
all’espansione
della sua economia». I governi europei manifestarono in quel
periodo la tendenza a non valutare con realismo il mercato valutario;
l’inflazione aveva largamente corroso il potere
d’acquisto
delle monete europee, ma solo con riluttanza i governi decisero una
revisione dei cambi. In Francia fra il 1940 e il 1948 il valore del
franco rispetto al dollaro si era ridotto di circa cinque volte, ma la
massa monetaria era aumentata di circa dieci volte e il costo della
vita di circa quindici volte.
Le numerose innovazioni introdotte in
quegli anni
non si limitavano alla sfera politica, anche l’economia e i
rapporti fra le nazioni vennero rivisti per impedire quelle guerre
commerciali, quelle conquiste di mercati con atti di forza, quegli
impedimenti all’accesso delle materie prime, che avevano
caratterizzato il mondo sviluppato negli anni precedenti. Ben
rappresentative del nuovo modo di pensare, sono le memorie del
Segretario di Stato americano Cordel Hull: «Ho sempre
identificato il libero commercio con la pace, mentre le alte tariffe
doganali, le limitazioni al commercio e la competizione economica
sleale, con la guerra. Pur comprendendo che molti altri fattori entrano
in gioco, rimasi sempre convinto che se si fossero potute realizzare
libere correnti commerciali, talché nessun Paese fosse
geloso
degli altri e i livelli di vita di tutti i Paesi potessero salire,
eliminando così le insoddisfazioni economiche che alimentano
la
guerra, si sarebbe potuto avere la ragionevole possibilità
di
una pace durevole». Anche il presidente Truman condivideva
questa
impostazione; in suo famoso discorso in quegli anni affermò
che
«il germe del totalitarismo è alimentato dalla
sofferenza
e dalla miseria. Si diffonde e cresce nel cattivo terreno della
povertà e della discordia. Raggiunge la piena crescita
quando
nel popolo la speranza di una vita migliore è morta. Noi
dobbiamo tenere in vita quella speranza».
I principi esposti dal Segretario di
Stato americano
avevano trovato una prima attuazione negli accordi di Bretton Woods del
1944 e nel «General agreement on tariffs and
trade»,
più noto come GATT, del 1947. Due uomini avevano
maggiormente
contribuito alla realizzazione delle istituzioni previste dai primi
accordi di Bretton Woods, l’Inglese John Keynes e
l’Americano Harry White. I loro progetti presentavano alcune
divergenze, quello americano prevedeva la concessione di crediti da
parte dell’organismo internazionale, mentre quello britannico
prevedeva solo un sistema di compensazione multilaterale di debiti e
crediti dei diversi soggetti economici. La finalità comunque
era
la medesima, evitare l’instabilità valutaria
internazionale che tanti danni aveva prodotto nel periodo fra le due
guerre, espandere i mercati, senza alterare il sistema economico
fondato sul libero scambio. Secondo alcuni critici gli accordi di
Bretton Woods segnarono il passaggio dalla supremazia del capitalismo
britannico a quello statunitense, in realtà l’alta
finanza
americana espresse molte riserve su tali accordi.
Nella conferenza tenuta dagli oltre
quaranta Paesi
impegnati nella guerra all’Asse nel ’44 si
stabilirono una
serie di principi per arrivare ad un sistema di stabilizzazione
monetaria mondiale, provvedere alle esigenze della ricostruzione nei
Paesi investiti dalla guerra, e favorire più in generale i
Paesi
meno fortunati. In particolare gli accordi prevedevano un sistema di
cambi fissi – modificabili solo a seguito di squilibri gravi
e
permanenti delle bilance dei pagamenti – incentrato sul
dollaro,
di cui il governo americano si impegnava per la sua
convertibilità in oro. Il nuovo sistema monetario prevedeva
la
multilateralizzazione dei saldi valutari, e la nascita del cosiddetto gold exchange standard
diverso dal gold
standard
che aveva operato fino al 1931. Gli accordi sottoscritti in quella sede
prevedevano inoltre la nascita del Fondo Monetario Internazionale per
sopperire alle carenze temporanee di valuta di singoli Stati, e la
creazione di una Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo
Sviluppo, finalizzata a finanziare le nazioni danneggiate dalla guerra,
e successivamente i Paesi in via di sviluppo. Nel Fondo Monetario
Internazionale ciascuna nazione provvedeva ad un versamento
proporzionale al suo reddito in oro e valuta nazionale, e poteva
ottenere prestiti a basso interesse sottoponendo il programma di
risanamento agli organi dell’ente, mentre la Banca
Internazionale
per la Ricostruzione e lo Sviluppo, direttamente o attraverso le
società affiliate, accordava prestiti agevolati a favore
delle
nazioni più povere per progetti di sviluppo di vario tipo.
Queste istituzioni non diedero comunque
immediatamente risultati apprezzabili in quanto negli anni del
dopoguerra tutte le nazioni europee presentavano gli stessi problemi,
ed in particolare avevano tutte necessità di dollari
rendendo
impossibile quel meccanismo di compensazione fra i diversi soggetti del
Fondo Monetario Internazionale previsto dagli accordi. La crisi
valutaria ebbe vaste conseguenze: il franco venne svalutato
più
volte, il marco era considerato quasi privo di valore,
l’inflazione ovunque corrodeva il potere d’acquisto
delle
monete europee. Nell’estate del ’47 venne quindi
deciso dal
governo americano un grande piano di aiuti economici e di crediti
coordinati per l’Europa. Il Segretario di Stato americano
George
Marshall illustrando il programma, ricordava che la difficile
situazione europea era dovuta alle devastazioni di sei anni di guerra,
ma che «la distruzione visibile era probabilmente meno seria
dello sconvolgimento dell’intero sistema
dell’economia» e che «in molti Paesi la
fiducia nella
moneta locale è stata fortemente scossa... e le esigenze
europee
di generi alimentari esteri e di altri prodotti indispensabili per i
prossimi tre o quattro anni – soprattutto
dall’America
– sono tanto più grandi dell’attuale
possibilità dell’Europa di pagare, da aver bisogno
di un
sostanziale aiuto straordinario». Le finalità
dell’intervento americano erano esplicite: «La
nostra
politica non è rivolta contro un Paese o una dottrina, ma
contro
la fame, la povertà, la disperazione e il caos. Suo
obiettivo
deve essere la rinascita di un’economia attiva nel mondo,
così da permettere il sorgere di condizioni politiche,
sociali
ed economiche nelle quali le libere istituzioni possano vivere... un
governo che cercherà di bloccare la ricostruzione di altri
Paesi
non potrà attendersi aiuto da parte nostra. Inoltre, i
governi,
i partiti politici, o i gruppi che cercano di perpetuare la miseria
umana per profittarne politicamente o in altro modo, incontreranno
l’opposizione degli Stati Uniti. È evidente che,
prima che
il governo degli Stati Uniti possa procedere ulteriormente nel suo
sforzo inteso ad alleviare la situazione e a contribuire ad avviare la
ricostruzione europea, vi deve essere un certo accordo tra i Paesi
d’Europa».
Il programma economico, che
passò alla storia
come Piano Marshall, prevedeva la concessione di aiuti a titolo
gratuito e di prestiti a lunga scadenza con i quali i governi europei
potevano acquistare derrate alimentari e prodotti industriali americani
utili per rimettere in funzione le aziende europee. Diversamente dagli
accordi economici del passato, il piano di aiuti era multilaterale e
prevedeva la creazione di un organismo di coordinamento fra i Paesi
beneficiari. Il programma americano nato per risolvere un problema
contingente, favorì quindi lo sviluppo della cooperazione
fra i
Paesi europei; le nazioni del Vecchio Continente diedero vita
all’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica, e
successivamente all’Unione Europea Pagamenti, per la
compensazione multilaterale nei pagamenti in valuta fra i Paesi membri,
che furono all’origine delle attuali istituzioni europee. I
Paesi
europei risposero bene alla terapia del Piano Marshall, e ben prima
della sua conclusione nel ’52, diedero segni di rinnovata
vitalità. Gli effetti politici dell’intervento
americano
si dimostrarono importanti, e si deve probabilmente al miglioramento
delle condizioni di vita consentito dagli aiuti, se Paesi come la
Francia e l’Italia hanno potuto evitare la totale
degenerazione
della vita politica. Per Dulles con gli aiuti «la speranza
è rinata e non esiste più quella vasta area di
umana
desolazione che sembrava offrire al comunismo sovietico
l’opportunità di sferrare un “colpo
decisivo”». Abbastanza importante è
anche notare che
il Piano Marshall, diversamente da altre iniziative precedenti, offriva
la massima pubblicità ai suoi progetti e ai suoi risultati.
Di poco posteriore alla realizzazione
del Piano
Marshall fu la creazione di un organismo internazionale per il
commercio, il «General agreement on tariffs and
trade»,
meglio noto come GATT. L’organismo aveva come
finalità la
riduzione bilanciata e multilaterale delle tariffe e delle barriere
doganali per consentire un maggiore scambio in tutti i campi, e la
eliminazione di fatto della «clausola sulla nazione
più
favorita» che aveva portato nel passato a gravi contrasti
internazionali. Sebbene i lavori di tale istituzione si rivelassero
lenti e non portarono ad una completa liberalizzazione del commercio
come auspicato dagli Americani, ebbe importanti effetti positivi. Lo
sviluppo del commercio che era rimasto notevolmente ridotto negli anni
fra le due guerre conobbe negli anni Cinquanta un grandissimo impulso,
superiore alla crescita stessa della produzione mondiale.
Accanto allo spirito di collaborazione
internazionale si sviluppò una tendenza alla cooperazione
all’interno delle nazioni europee. L’idea di un
accordo fra
le nazioni europee era stata già lanciata nel 1930 dal
ministro
francese Aristide Briand. Tale proposta venne alla luce in un periodo
in cui il nostro continente entrava in una crisi economica e politica
gravissima, non ebbe pertanto seguito, e decadde in breve tempo.
Iniziative diverse in questa materia vennero espresse dai movimenti
della Resistenza nei Paesi dell’Europa Occidentale, ma il
grande
rilancio dell’idea europeista si ebbe nell’estate
del
’46 ad opera di Churchill. Il grande statista britannico in
un
suo discorso tenuto all’Università di Zurigo
affermò che occorreva «ricreare la famiglia
europea, o
quel tanto di essa che ci è possibile, e darle una struttura
sotto cui possiamo vivere liberi e sicuri. Dobbiamo costruire una
specie di Stati Uniti d’Europa. In questa maniera soltanto,
centinaia di milioni di lavoratori potranno riacquistare le semplici
gioie e le speranze che rendono la vita degna di essere
vissuta».
Nello stesso periodo Jean Monnet, il grande artefice della
integrazione europea, scriveva: «Non ci
sarà pace in
Europa se gli Stati si ricostruiranno su una base di
sovranità
nazionale, con tutte le conseguenze di politica di prestigio e di
protezione economica che ne derivano. Se i Paesi d’Europa si
proteggeranno di nuovo gli uni contro gli altri, si renderà
di
nuovo necessaria la costituzione di enormi eserciti. Certi Paesi, in
base al futuro trattato di pace, lo potranno fare; ad altri
sarà
vietato. Abbiamo già sperimentato questa discriminazione nel
1919 e ne conosciamo le conseguenze. Si concluderanno alleanze
intereuropee: ne conosciamo il valore. Le riforme sociali saranno
vietate o ritardate a causa del peso dei budget militari. Una volta di
più si creerà l’Europa nella paura. I
Paesi
d’Europa sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli
quella
prosperità che le condizioni rendono possibile e di
conseguenza
necessaria. Hanno bisogno di mercati più vasti…
Questa
prosperità e gli indispensabili sviluppi sociali
presuppongono
che gli Stati d’Europa si costituiscano in federazione o in
una
entità europea».
(anno 2001)