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Un episodio significativo della vita di Giovanni Paolo II

La storia di Shachne Berger, il bambino ebreo che Wojtyla non volle battezzare per rispetto della sua identità religiosa

 

di  Ercolina Milanesi

 

 
Era il 1946 quando Karol Wojtyla rifiutò di battezzare Shachne Berger, Ebreo polacco rimasto orfano in seguito all’Olocausto, per rispettare la sua identità e il suo credo religioso.
    La storia del bambino ebreo affidato dai genitori ad una famiglia cattolica per salvarlo dall’orrore nazista e che il futuro Giovanni Paolo II non volle battezzare per rispettare la sua identità ebraica è emersa, dopo anni di silenzio, grazie al racconto del protagonista al quotidiano «Il Corriere della Sera».
    La vicenda di Berger iniziò a Cracovia nell’autunno del 1942, quando aveva appena due anni e i suoi genitori, Helen e Moses Hiller, decisero di affidarlo ad una coppia cattolica senza figli che viveva nella zona tedesca della cittadina di Dombrowa.
    «Si chiamavano Yachowitch ed erano amici intimi dei miei», ha raccontato Berger.
    Dopo l’irruzione nazista del 28 ottobre nel ghetto di Cracovia, gli Hiller decisero di agire. «Il 15 novembre mamma era riuscita a portarmi fuori dal ghetto e ad affidarmi ai suoi amici Cristiani, insieme a due grandi buste» ha ricordato Berger. «La prima conteneva tutti i suoi oggetti di valore, l’altra tre lettere».
    La prima era indirizzata ai signori Yachowitch, ai quali veniva affidato il bambino, «istruendoli di educarlo come Ebreo e di restituirlo al suo popolo in caso di morte dei genitori», secondo quanto riportato dal quotidiano.
    «La seconda lettera era indirizzata allo stesso Shachne: gli spiegava che era stato un amore profondo a indurre mamma e papà a metterlo in salvo presso estranei e gli rivelava le sue origini, augurandosi che crescesse orgoglioso di essere Ebreo».
    La terza conteneva il testamento di Reizel Wurtzel, madre di Helen, indirizzato alla cognata Jenny Berger a Washington.
    «Nostro nipote Shachne Hiller, nato il 18 del mese di Av (il penultimo mese del calendario ebraico, nota del redattore), il 22 agosto del 1940, è stato affidato a brave persone» si legge nella terza lettera. «Se nessuno di noi farà ritorno, ti prego di prenderlo con te ed educarlo rettamente. Queste sono le mie ultime volontà».
    Prima di congedarsi dagli Yachowitch, Helen diede loro il nome e l’indirizzo di parenti (gli Aaron e i Berger) che abitavano a Montreal e a Washington. «Se non faremo ritorno» si legge, «quando sarà finita questa follia spedisci loro queste lettere».
    Le tristi previsioni della madre di Shachne si avverarono presto: nel marzo 1943 il ghetto di Cracovia venne rapidamente liquidato e i genitori del bambino vennero deportati ad Auschwitz, da cui non fecero più ritorno.
    Il bambino si era salvato, ma non era ancora fuori pericolo: «Dal 1942 al 1945 eravamo costantemente in fuga, da una casa all’altra e da una città a un nuovo villaggio» ha ricordato. «Molti Polacchi ostili e antisemiti sospettavano, dal mio aspetto, che fossi Ebreo e se ci avessero denunciati i miei genitori adottivi rischiavano la morte».
    Nel frattempo, gli Yachowitch si erano profondamente affezionati a Shachne. Ben presto la «madre adottiva» dimenticò le promesse fatte ad Helen Hiller e volle adottare ufficialmente il bambino e farne un buon Cattolico. Volendo farlo battezzare, si recò da un giovane sacerdote della sua parrocchia, rivelandogli la storia del piccolo.
    Di fronte alla volontà della donna, il sacerdote le chiese quale fosse il desiderio dei veri genitori del bambino quando lo avevano affidato a loro. Quando la donna rivelò il contenuto del testamento, il religioso si rifiutò di battezzare Shachne. Il nome del sacerdote era Karol Wojtyla.
    Grazie al futuro Papa (Giovanni Paolo II), Shachne poté partire per il Nord America, dove l’aspettavano i parenti materni, ma riuscì ad essere assegnato ai Berger solo nel 1950.
    «Erano passati più di otto anni da quando, nel ghetto di Cracovia, mia nonna aveva scritto il testamento» ha affermato. «Alla fine il suo desiderio si era realizzato».
    Nell’ottobre 1978, quando Shachne era ormai diventato un Ebreo osservante, si era sposato ed era diventato padre di due gemelli, la signora Yachowitch, con cui era rimasto in rapporti epistolari, gli raccontò tutta la verità: «Per la prima volta, mi rivelava che aveva cercato di battezzarmi ed educarmi come Cattolico. Ma che era stata fermata da un giovane prete, futuro Cardinale di Cracovia, Karol Wojtyla, da poco eletto Papa».
    «Le vie di Dio sono misteriose, meravigliose, sconosciute agli uomini» ha detto il rabbino capo di Bluzhov, rabbi Israel Spira, dopo aver appreso dalla professoressa Yaffa Eliach la storia di Shachne. Forse è stato il merito di aver salvato quell’anima ebrea che ha condotto Karol Wojtyla ad essere Papa. È una storia che deve essere raccontata.
(aprile 2011)