Guerra
d’Algeria (1954-1962)
Una
guerra contro il colonialismo che fu anche una guerra di terroristi
finalizzata alla pulizia etnica nei confronti degli Europei
di Luciano
Atticciati
La
guerra d’Algeria costituì una tragedia, sia per il
grande
numero di morti (300.000 circa), che per il fatto che tali eventi
toccarono indirettamente il cuore dell’Europa e avvennero in
un
periodo storico in cui si ritenevano le guerre e le violenze un
semplice retaggio del passato. La guerra d’Algeria fu anche
una
questione complessa dal momento che non si combattevano solo due
schieramenti, Arabi contro Europei, ma si combatté anche
all’interno degli schieramenti, Arabi e Berberi moderati
contro
il predominio violento del Fronte di Liberazione Nazionale, e
nell’ultimo periodo fra residenti francesi e governo di
Parigi.
Anche sul piano strettamente politico la questione fu controversa: i
comunisti erano contrari al «particolarismo»
algerino, i
socialisti difendevano il principio che l’Algeria fosse parte
integrante della Francia, i conservatori gollisti per realismo politico
si convertirono all’idea di un’Algeria indipendente.
La decolonizzazione in Africa e in Asia
fu in larga
parte un movimento incruento che sfociò in una separazione
consensuale fra le potenze europee e i nuovi Paesi del Terzo Mondo.
Abbastanza significativi furono gli avvenimenti in India dove si ebbe
una progressiva autonomia amministrativa che portò alla
completa
indipendenza del Paese che venne successivamente retto da un governo e
da una classe politica socialista ma non estremista che si
guardò bene dal compiere vendette o vessazioni sui residenti
europei. In quel Paese come in molti altri Paesi ex coloniali la
realizzazione dell’indipendenza divenne quasi un evento di
minore
importanza di fronte all’affiorare di contrasti etnici e
religiosi locali che provocarono la morte e la fuga di alcuni milioni
di persone. Interessante notare al riguardo che gli storici indiani,
fra i quali Pannikar, hanno espresso un giudizio relativamente positivo
sul dominio britannico in India. Diversamente in Vietnam e in Algeria
dove operavano movimenti estremistici, l’andamento degli
eventi
portò a guerre terribili con la madrepatria francese. In
Francia
si ebbe in quel periodo una prevalenza di governi socialisti
sostanzialmente favorevoli al progressivo distacco delle colonie,
tuttavia in Vietnam dopo la firma degli accordi per il progressivo
passaggio dei poteri al governo del Vietminh (con prevalenza di
elementi comunisti) si ebbe un contrasto sulla questione della
Cocincina (territorio vietnamita abitato in prevalenza da Cambogiani),
mentre in Algeria sorse un movimento, il Fronte di Liberazione
Nazionale, terrorista, non favorevole ai diritti delle popolazioni
berbere, contrario alla presenza dei Francesi nel Paese e ai movimenti
politici algerini non estremistici.
Diversamente da quanto si riteneva nel
passato, il
colonialismo nei Paesi Afroasiatici non ha lasciato posto ad un
«neocolonialismo», ma a regimi dittatoriali
fortemente
impegnati a reprimere le minoranze etniche fra le quali anche quelle
formate da Europei. In Indonesia gli Olandesi furono espropriati e
cacciati dal Paese, in Congo i Belgi furono vittime di gruppi armati
locali, in altri Paesi anche relativamente moderati come la Tunisia si
ebbero espropri generalizzati contro gli stranieri.
Le colonie francesi in Asia avevano
già
ottenuto l’indipendenza gradualmente nel dopoguerra, e nel
1960
ottennero l’indipendenza la maggior parte delle colonie
africane.
Per quanto riguarda la regione del Maghreb, il governo radical
socialista di Mendes France aprì negoziati con gli
indipendentisti di Tunisia e Marocco accordando loro la piena
indipendenza nel 1956, ma si dimostrò riluttante a procedere
in
maniera simile in Algeria, dove esistendo una numerosa e antica
presenza di Europei (oltre il 10% della popolazione totale, ma quasi la
metà della popolazione delle grandi città)
riteneva che
il Paese dovesse considerarsi parte integrante della Francia. La
situazione degli Arabi algerini non era paritaria a quella degli
Europei, solo pochi avevano potuto accedere alla cittadinanza francese
e sebbene godessero dei diritti civili, risultavano sottorappresentati
nelle sedi politiche. Nel 1944 si ebbe una prima riforma che prevedeva
la concessione della cittadinanza francese a 60.000 Arabi
«evoluti», e tre anni dopo venne istituita una
Assemblea
Algerina formata da una Camera con i rappresentanti dei cittadini
europei e dei musulmani (arabi e berberi) evoluti, e una Camera con i
rappresentanti dei rimanenti otto milioni di musulmani. La stessa legge
che introduceva la nuova istituzione, prevedeva la parificazione della
lingua araba al francese negli atti legali. Nel Paese operavano diversi
movimenti politici, i primi, nati agli inizi del Novecento (Giovani
Algerini e Federazione dei Nativi Eletti) chiedevano la parificazione
degli Arabi evoluti ai cittadini europei e l’estensione della
cittadinanza francese, successivamente si ebbero movimenti moderati
come l’Unione Democratica del Manifesto Algerino di Ferhat
Abbas
che intendeva creare una Algeria indipendente legata ad un patto
federativo con la Francia, e il Movimento Nazionale Algerino di Messalj
Hadj, islamico socialista, e ben radicato fra i lavoratori algerini in
Francia, favorevole al terrorismo.
Il primo atto politico di una certa
consistenza si
ebbe il giorno in cui si festeggiava la Vittoria, l’8 maggio
1945: a Setif venne massacrato un centinaio di Europei, azione a cui
seguì una dura rappresaglia dei Francesi (la stima dei morti
va
da 600 a 6.000 vittime considerando anche le rappresaglie compiute
spontaneamente da civili). Tuttavia il fatto non ebbe conseguenze
immediate, e per un certo periodo permaneva una relativa
tranquillità.
Negli anni successivi sorse un nuovo
gruppo, il
Fronte di Liberazione Nazionale, che in Egitto, con la protezione di
Nasser, invitava i «militanti della causa
nazionale» ad
insorgere per la «restaurazione dello Stato algerino,
sovrano,
democratico e sociale, all’interno dei principi
dell’Islam». Al tempo stesso però
affermava di
volere anche l’eliminazione fisica dei rappresentanti delle
comunità algerine moderati non contrari alla presenza dei
Francesi in Algeria. I leader del nuovo movimento si rifacevano alle
teorie sull’oppressione colonialista di Frantz Fanon, il
quale
pur sostenendo la causa degli Algerini ricordava che «il
Fronte
di Liberazione Nazionale, in un celebre volantino, constatava che il
colonialismo molla soltanto con il coltello sulla gola, davvero nessun
Algerino ha trovato questi termini troppo violenti». Frantz
Fanon, considerato l’ideologo del movimento, tendeva
all’utopismo (teorizzava l’idea dell’Uomo
Nuovo), non
rifuggiva dall’idea della violenza e non attribuiva
particolare
importanza alla mancanza di democrazia che caratterizzava i nuovi
regimi afroasiatici. I sostenitori dei suoi programmi erano dei
violenti, uno dei principali capi militari della rivolta, Mohammed
Said, aveva militato fra i volontari della divisione islamica delle SS.
Nel novembre del 1954 piuttosto improvvisamente si ebbe una pesante
serie di attacchi terroristici contro posti di polizia, strutture
militari e mezzi di comunicazione che diede il via alla guerra
d’Algeria propriamente detta. L’evento fu
sorprendente, il
giornale socialista «Le Populaire» scrisse:
«Gli
attentati arrivano proprio nel momento in cui la Francia ha un governo
la cui politica comprensiva nell’Africa del Nord poteva
favorire
la pacificazione». La reazione della Francia fu comunque
relativamente moderata, venne approvato il rafforzamento dei poteri
dell’esercito nelle zone di maggiore pericolo, venne
organizzato
il trasferimento delle popolazioni contadine in zone più
sicure
(ma anche gli Europei abbandonarono le regioni più
pericolose) e
venne elaborato un programma che prevedeva miglioramenti nel campo
economico e in quello dell’istruzione della popolazione
araba,
nonché maggiori investimenti nel settore produttivo. Il
Fronte
di Liberazione Nazionale progressivamente portò lo scontro
sul
territorio metropolitano. Qui impose elargizioni forzate da parte dei
lavoratori algerini con metodi di tipo mafioso e attaccò
duramente con un gran numero di attentati l’altra grande
associazione algerina, il Movimento Nazionale Algerino che godeva di
maggiori consensi e di una superiore organizzazione sindacale. Lo
scontro fra i due gruppi provocò la morte di 4.000 Arabi sul
territorio europeo, e nel maggio del 1957 il Fronte di Liberazione
Nazionale si rese responsabile del massacro del villaggio Melouza in
Algeria (ritenuto simpatizzante dell’organizzazione
antagonista)
dove furono sgozzate 300 persone. La superiorità del Fronte
di
Liberazione Nazionale sull’organizzazione rivale fu anche la
conseguenza dell’appoggio politico da parte di Nasser e dei
rifornimenti in armi ottenuti dai Paesi comunisti. La politica del
terrore del Fronte di Liberazione Nazionale (con il ricorso a sequestri
e mutilazioni) provocò nei primi due anni la morte di 1.000
Europei e 6.000 Arabi nonché la fuga di migliaia di arabi
dall’Algeria, si calcola che dal 1954 al 1962 fra i 150.000 e
i
250.000 Arabi algerini abbiano trovato rifugio in Francia. Lo storico
Benjamin Stora ha scritto che gli uomini del Fronte di Liberazione
Nazionale erano indottrinati e soggetti ad una disciplina durissima
«che arrivava a sanzionare con la morte le infrazioni al
codice
di comportamento o la disattenzione nell’utilizzo e nel
mantenimento delle armi», e che 15.000 furono i membri del
Fronte
di Liberazione Nazionale vittime di purghe interne. Tale ferocia venne
confermata anche nelle numerose uccisioni di uomini delle Sas, le
organizzazioni impegnate nell’assistenza sanitaria dei
villaggi
più remoti, e nel massacro di Philippeville dove vennero
uccise
120 persone di cui circa la metà arabe. In seguito a
quest’ultimo episodio i Francesi uccisero per ritorsione
1.200
guerriglieri, anche se la propaganda avversaria affermava che molti di
questi fossero semplici civili. Gli orrori della guerra portarono lo
scrittore francese nato in Algeria, Albert Camus, a un appello alla
moderazione che non ebbe alcun effetto, mentre la caotica situazione
creata dal conflitto spinse gli Stati Uniti e i Paesi della Nato ad una
posizione di scarso sostegno verso il governo di Parigi, che godeva
dell’appoggio dell’opinione pubblica anche se era
presente
un certo turbamento per i metodi duri dell’esercito nelle
operazioni di guerra. In particolare venne contestato il ricorso
frequente alla tortura operato nel corso della famosa Battaglia di
Algeri (1956), dove la vittoria francese portò per un certo
periodo ad una relativa tranquillità del Paese.
Particolarmente
interessato alla questione algerina fu il filosofo Jean Paul Sartre che
in contrasto con il Partito Comunista prese apertamente posizione a
favore dei guerriglieri indipendentisti e in maniera decisamente molto
riduttiva scrisse che: «Sapete benissimo che siamo
degli
sfruttatori. Sapete benissimo che abbiamo preso l’oro e i
metalli, poi il petrolio dei “nuovi
continenti”».
Nonostante il successo della Battaglia
di Algeri che
portò alla cattura dei principali capi del movimento
indipendentista, la guerra corrodeva gli animi, e nell’aprile
del
1958 di fronte ad un atteggiamento più prudente del governo
di
Parigi, le autorità militari locali con il sostegno della
popolazione algerina compresa una parte di quella araba, proclamarono
un Comitato di Salute Pubblica. L’esercito francese anche
nella
madrepatria manifestò dissenso aperto verso il governo
centrale
e i reparti in Corsica si ribellarono apertamente. La situazione pareva
degenerare in aperta guerra civile, e per scongiurare tale pericolo
venne richiamato al potere De Gaulle. Diversamente dalle aspettative il
Generale non prese le difese dei residenti francesi e indisse un
referendum per una nuova costituzione che conteneva innovazioni anche
per l’Algeria boicottato duramente (ma senza successo) dal
Fronte
di Liberazione Nazionale. La rottura fra governo centrale e pied noirs,
come vennero chiamati gli Europei d’Algeria fu totale, e nel
gennaio del 1960, in occasione della rimozione del generale Massu,
insorsero di nuovo dando vita alla «settimana delle
barricate». Per gli Europei (Francesi, Italiani, Spagnoli,
Maltesi) sorse l’idea di creare uno stato di bianchi come in
Sudafrica e di dare vita nel 1961 ad una associazione di estremisti,
l’Organizzazione dell’Armata Segreta (con base
nella Spagna
franchista), che acquisì caratteri sempre più
violenti, e
intraprese diversi tentativi di assassinare De Gaulle. Il governo di
Parigi aprì formali negoziati con il Fronte di Liberazione
Nazionale e nel gennaio 1961 indisse un nuovo referendum
sull’Algeria che ebbe esito positivo per il Generale in
Francia
ma non nelle grandi città in Algeria. Nuovamente i reparti
militari in Algeria tentarono di insorgere, e minacciarono di marciare
su Parigi, questa volta però con molto minore sostegno
popolare
in Francia che riteneva la causa ormai persa. Il tentativo non ebbe
esito positivo e da quel momento l’Organizzazione
dell’Armata Segreta scatenò una doppia guerra
contro gli
Arabi e il governo di Parigi. Tale situazione portò alla
conclusione in breve tempo degli Accordi di Evian che prevedevano
l’indipendenza ma anche alcune forme di garanzia verso i
cittadini europei. Gli accordi non favorirono la pacificazione del
Paese, il Fronte di Liberazione Nazionale si divise per correnti e i
guerriglieri capeggiati da Boumedienne che negli anni precedenti non
avevano preso parte al conflitto presero il sopravvento. A Orano e
nelle altre grandi città migliaia di cittadini europei
vennero
uccisi. In condizioni terribili un milione di Europei,
l’intera
comunità ebraica e molti Arabi fuggirono dal Paese. Un
destino
ancora peggiore venne riservato ai cosiddetti harkis,
gli Arabi che avevano servito nella polizia e nelle altre istituzioni
francesi, decine di migliaia, forse 150.000, vennero torturati e
massacrati, molti crocifissi sulle porte di casa. Tutto il Paese
conobbe negli anni successivi una rigida dittatura di tipo socialista
che portò il Paese al collasso economico e alla miseria.
(gennaio 2012)