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La nascita di Internet

L’evento che ha dischiuso le porte all’Era della Comunicazione Globale

 

di  Simone Valtorta

 

 
La Storia ci ha ormai abituati a vedere numerose scoperte utilizzate innanzitutto come strumenti di morte: per esempio, l’energia atomica, il cui primo impiego è ben noto a tutti. Invece, Internet è uno dei rarissimi casi di uno strumento inizialmente destinato ad essere usato in caso di una guerra, oggi utilizzato – largamente utilizzato – principalmente per usi pacifici. I progressi nei computer e nelle telecomunicazioni non sono stati infatti limitati ad impieghi militari: queste tecnologie hanno rivoluzionato gli affari e l’industria, come pure le vite private di milioni di persone. Nel giro di poco tempo, hanno definito una nuova epoca dello sviluppo umano, tanto che il periodo storico nel quale viviamo è già stato ribattezzato «Era della Comunicazione Globale».
    Per scoprire come si è giunti ad Internet è necessario dare uno sguardo alla situazione geopolitica dei decenni passati.
    Nella seconda metà del secolo scorso, la Guerra Fredda tra Stati Uniti ed Unione Sovietica dominava le politiche internazionali di molti Paesi in ogni parte del globo. Erano disponibili missili intercontinentali ed armi nucleari in gran quantità, ma non vennero mai usati dato che nessuno voleva assumersi la responsabilità di scatenare un conflitto che avrebbe potuto avere come conseguenza il totale sterminio della razza umana sull’intero pianeta. Così, a fianco di una corsa sfrenata alle armi nucleari più come deterrente che in previsione di un uso effettivo, si modernizzarono le armi convenzionali e ne vennero create di nuove, come gli elicotteri d’attacco e da trasporto, il carro armato M1, il caccia F-15, il bombardiere pesante a lungo raggio B-2 e dei sottomarini a propulsione nucleare che potevano rimanere nascosti sott’acqua per un mese alla volta.
    Quando terminò la Guerra Fredda, all’inizio degli anni Novanta, le varie Nazioni si sforzarono per ridefinire il miglior uso dei vasti arsenali che avevano accumulato.
    Le spese militari erano state ingenti, avevano assorbito capitali che secondo alcuni sarebbero potuti essere usati in modo più proficuo. Bisogna però ricordare che le spese militari affrontate dai Paesi Occidentali non erano state fatte per soddisfare ambizioni smodate, ma per scopi principalmente difensivi: dal blocco di Berlino del ’48 all’Afghanistan nel ’79 tutte le aggressioni erano partite dall’Unione Sovietica. Ecco alcuni dati recenti sulle spese militari, a titolo di esempio:
    1)    1.400 milioni di euro è il costo della portaerei italiana Cavour; 1.400 milioni di euro è il costo per realizzare oltre 4.000 asili nido in tutta Italia (fonti: Ministero della Difesa – SIPRI Yearbook 2009 – Programma Joint Strike Fighter; Elaborazioni campagna Sbilanciamoci! – United Nations Development Programme);
    2)    2,7 miliardi di dollari è il costo di un sottomarino di classe Virginia; 2,7 miliardi di dollari è il costo di un anno di trattamento per sette milioni e mezzo di madri sieropositive africane (fonte: CESVI per World AIDS Day 2008);
    3)    89 milioni di dollari è il costo di un missile Trident II; 89 milioni di dollari è il costo per realizzare 8.900.000 trattamenti anti-tubercolosi efficaci nel 95% dei casi (fonte: MSF, Campagna Accesso ai Farmaci su dati OMS);
    4)    4 miliardi di dollari è la spesa totale di un giorno per mantenere gli apparati militari; 4 miliardi di dollari è il costo annuale dei programmi OMS di controllo della malaria (un milione di morti all’anno) che potrebbero permettere il raggiungimento degli obiettivi di contenimento della malattia (fonte: Bollettino OMS e World Malaria Report 2008 – Economics for Equity and Environment);
    5)    1.450 miliardi di dollari, pari al 2,5% del PIL mondiale, è il costo delle spese militari di tutti gli Stati del mondo; 1.450 miliardi di dollari è il costo per ridurre a 350 parti per milione la concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera entro questo secolo (fonte: SIPRI Yearbook 2009);
    6)    1.200 miliardi di dollari è il valore delle spese militari di un anno dei Paesi ricchi; 1.200 miliardi di dollari è una volta e mezzo quello che sarebbe stato necessario in 15 anni per dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015 (fonti: Ministero della Difesa – SIPRI Yearbook 2009 – Programma Joint Strike Fighter; Elaborazioni campagna Sbilanciamoci! – United Nations Development Programme).
    Mentre ancora il mondo era immerso nella Guerra Fredda, il terrore dell’uso della bomba atomica da parte di qualcuno degli Stati che la possedevano, aveva dato i suoi (buoni) frutti.
    La storia di Internet non comincia negli Stati Uniti, ma in Unione Sovietica nel lontano 1957, data del lancio dello Sputnik. I Russi avevano vinto la corsa allo spazio, e questo evento lasciò così spiazzati gli Americani, che il Presidente Dwight Eisenhower fondò l’ARPA (Advanced Research Projects Agency – Agenzia per i progetti di ricerca avanzati), un’agenzia del Dipartimento della Difesa che riuniva le migliori menti del Paese e che, in soli diciotto mesi, riuscì a realizzare il primo satellite americano, per poi dedicarsi allo studio delle tecnologie di comunicazione e reti telematiche. Tra i vari compiti dell’ARPA vi era infatti quello di assicurare le comunicazioni in caso di attacco nucleare: occorreva un sistema in grado di funzionare e di trasmettere informazioni, anche nel caso in cui qualcuno dei suoi componenti principali fosse stato gravemente danneggiato dal bombardamento nucleare o irrimediabilmente distrutto.
    I principi su cui doveva basarsi questo sistema erano:
    1)    pariteticità tra i suoi nodi: tutti dovevano avere le stesse caratteristiche di trasmettere e ricevere messaggi;
    2)    affidabilità permanente: cioè la possibilità di raggiungere una destinazione attraverso percorsi diversi, in modo tale che la caduta di un collegamento non compromettesse la comunicazione tra due postazioni.
    Nel 1969, dopo aver trasferito i contratti ARPA dal settore privato a quello della ricerca universitaria, l’allora direttore per la ricerca, Liclider, sostenne che spesso la soluzione di un problema risiede nelle mani di più persone, e che per raggiungere l’obiettivo finale è necessario che queste persone comunichino fra loro, ponendo così le basi per la costruzione della rete ARPANET, il nucleo storico di Internet. In quell’anno vennero collegati i primi computer tra quattro università americane.
    Così lo descrive Nicholas Negroponte in una sua intervista a «Mediamente»: «Internet cominciò come un sistema di telecomunicazioni militari per trasmettere messaggi durante la guerra. Era un sistema di passaggio dei messaggi da salvare dal fallimento. Il modo in cui funzionava portò ad inventare, per così dire, l’idea dei “pacchetti”. Ipotizziamo che io stia a San Francisco e tu a Boston. Se voglio inviarti un paragrafo, lo spezzo in piccoli pacchetti di, diciamo, dieci lettere ciascuno, ci metto il tuo nome e indirizzo e un numero, la sequenza, e li mando in giro in diverse direzioni: un pacchetto va via Chicago, un altro via Dallas, un altro ancora via Washington...: vanno in tutte queste diverse direzioni, e poi tornano tutti indietro a San Francisco. A San Francisco i pacchetti si allineano, si guardano l’un l’altro, e scoprono magari che il pacchetto 6 manca. Che cosa è accaduto al pacchetto 6? Ricordatevi che siamo nel 1969, quando si pensava tutto in termini di “primo colpo” e di guerra nucleare... Bene, sfortunatamente il povero pacchetto numero 6 attraversa Minneapolis nell’istante in cui una bomba nucleare colpisce Minneapolis. E, dimenticando quel che succede alla povera gente di Minneapolis, il pacchetto numero 6 viene letteralmente disintegrato. Ora, i pacchetti arrivati sani e salvi a San Francisco dicono: “Chiama Boston e di’ che il pacchetto numero 6 non ha funzionato, digli di inviarlo di nuovo, ma non mandarlo attraverso Minneapolis”. Così il pacchetto 6 prende un’altra strada, tutti i pacchetti si allineano, e alla fine tu ricevi il messaggio. Ora, è importante capire questo, perché il solo modo di distruggere quel sistema di passaggio dei messaggi è disintegrare letteralmente tutte le città, perché nel sistema che ho descritto or ora anche se dieci pacchetti non fossero arrivati, noi avremmo potuto sempre avvertire Boston con un messaggio, e loro avrebbero trovato una soluzione».
    Nell’ottobre del 1971, quando i computer collegati erano passati a 23, Ray Tomlinson inventò un programma per la posta elettronica, che perfezionò per ARPANET l’anno successivo. Il servizio di posta elettronica è forse quello oggi più utilizzato tra tutti quelli messi a disposizione da Internet: consente di scambiarsi informazioni, immagini, lettere ed altro ancora; i vantaggi sono la velocità, il costo molto basso, la comunicazione sincrona. Attualmente accanto alla posta elettronica si è diffusa la chat, uno strumento che permette ad un utente di Internet di comunicare per scritto con tutti gli altri utenti connessi a quel servizio in quel momento, un sistema di messaggistica in tempo reale: consente di digitare messaggi e di leggere quelli degli altri (e quindi di «chattare», cioè di chiacchierare…).
    Nel corso degli anni Settanta nacquero altre reti e vennero realizzate le prime connessioni internazionali con ARPANET (Gran Bretagna e Norvegia con un computer ciascuna).
    Negli anni Ottanta nacque la rete europea EUNET. Nel 1981 esordì in Francia la rete Minitel, che in breve tempo diventò la più grande rete di computer al di fuori degli Stati Uniti. Contemporaneamente si assisté ad una svolta nella storia della «rete delle reti», caratterizzata da una forte accelerazione tecnologica, che porterà Internet ad assumere la sua fisionomia attuale. Nel 1984 i computer collegati erano 1.000, ma nel 1987 erano già passati a 10.000, e due anni dopo a ben 100.000.
    Gli anni Novanta furono caratterizzati dall’esplosione del fenomeno: un milione di computer connessi alla rete nel 1992, 10 milioni quattro anni più tardi, 200 milioni nel 1999. Nel 1997 Internet esplose anche in Italia. Già nel 1986 era comparso «cnr.it», il primo dominio con la denominazione geografica dell’Italia: è il sito del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
    Nel nostro Paese, Internet ebbe una forte impennata nel 2002 quando – secondo i dati forniti dalla Nielsen Ratings – gli utenti italiani hanno spedito 180 milioni di e-mail al giorno. Nel mondo, secondo l’IDC Research, nell’ottobre dello stesso anno si era già arrivati alla cifra di oltre 60 miliardi al giorno di messaggi di posta elettronica. Nel 2008, gli utenti di Internet erano circa 600 milioni in ogni parte del globo. Oggi, molte persone che non hanno un computer in casa propria si avvalgono di collegamenti in locali come i bar o gli Internet Point: tra di loro troviamo persone di ogni strato sociale e culturale, dagli studenti ai pensionati, dai liberi professionisti alle casalinghe.
    La Chiesa seguì con attenzione l’evoluzione di Internet. I documenti più importanti per comprendere il pensiero e le indicazioni del Magistero Ecclesiale della Chiesa sono:
    1)    La Chiesa e Internet;
    2)    Etica in Internet del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, 22 febbraio 2002;
    3)    Internet: un forum per l’annuncio del Vangelo: messaggio del Santo Padre per la 36° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, maggio 2002.
    La parola «internet» è un’espressione inglese formata dalle due parole inter e net («rete»), con cui si indica un collegamento tra due reti di computer: è questo collegamento che permette a qualsiasi computer di una rete di comunicare con un qualsiasi altro computer di un’altra rete. È un’immensa ragnatela formata da migliaia di reti di computer sparse in tutto il mondo e tutte collegate tra loro; questo significa che col nostro computer, connesso ad una delle reti, possiamo in teoria comunicare con tutti i milioni di computer che formano la «rete delle reti» o che sono a questa connessi. Internet non è un’entità fisica, ma un insieme di realtà interconnesse in grado di dialogare tra loro.
    Per avere un accesso ad Internet dobbiamo avere un computer, la linea telefonica, un modem, un contratto con un provider, un browser.
    Il modem è un apparecchio che collega il nostro computer alla linea telefonica e attraverso di essa ad un altro computer permanentemente collegato ad Internet. Il provider è una società che fornisce abbonamenti (anche gratuiti) per accesso ad Internet, essendo in possesso di computer permanentemente funzionanti che fanno fisicamente parte della rete stessa; queste società oltre all’accesso alla rete forniscono anche alcuni servizi di base: servizi di posta elettronica, spazio per pagine web… Il browser è quel particolare programma che consente di «leggere» le pagine Internet e di navigare all’interno della rete.
    Con l’espressione Word Wide Web si intende la grande raccolta di documenti registrati su computer collegati ad Internet; questi documenti, chiamati «pagine web», offrono almeno due importanti vantaggi:
    1)    contengono collegamenti (link) con altre pagine;
    2)    sono multimediali, cioè possono presentare, oltre alle parole, immagini, suoni, animazioni, grafici, eccetera.
    Tim Berners Lee, l’inventore del World Wide Web, spiega il pensiero che ha guidato il suo lavoro durante l’ideazione e la realizzazione della «rete delle reti» con le seguenti parole: «I media dipingono il web come un meraviglioso luogo interattivo in cui abbiamo una scelta illimitata dal momento che non dobbiamo sorbirci quello che il produttore televisivo ha deciso di propinarci. Tuttavia la mia definizione di interattivo non comprende solo la possibilità di scegliere, ma anche quella di creare. [...] Non solo di interagire con gli altri, ma di creare con gli altri. L’intercreatività vuol dire fare insieme cose o risolvere insieme problemi. Se l’interattività non significa soltanto stare seduti passivamente davanti a uno schermo, allora l’intercreatività non significa solo starsene seduti di fronte a qualcosa di interattivo».
    Si sono ormai fissate delle regole, paragonabili a quelle dell’economia di mercato, rispettando le quali è possibile lo scambio di informazioni. Naturalmente, perché questo scambio avvenga, le condizioni fondamentali sono due:
    1)    l’informazione deve essere accessibile a tutti, con qualunque computer, in qualsiasi parte del mondo, e deve anche contenere dei rimandi che consentano agli altri di trovare l’informazione richiesta;
    2)    è necessario produrre informazioni e autorizzarne l’accesso a tutti, il che implica che non può esistere un controllo centrale delle informazioni.
    Internet è stato costruito per includere tutti sul pianeta. Se si è abbastanza fortunati da possedere la ricchezza materiale per una connessione ed un apparecchio per connettersi, la rete non impone alcun ostacolo alla partecipazione: chiunque può rendere Internet un posto migliore in cui vivere, lavorare e crescere i propri figli. Ci sono due modi per renderlo migliore: per prima cosa si potrebbero costruire dei servizi che tutti potrebbero usare; secondo, si può creare un intero nuovo tipo di servizi. È in questo modo che è stata creata la posta elettronica. Ed i newsgroup, comunità di utenti che si scambiano consigli, opinioni ed idee su argomenti specifici (i primi risalgono al 1979, da parte di studenti americani). Anche il web stesso. I creatori di questi servizi non si sono inventati solo delle applicazioni: quello che loro hanno fatto è stato inventare nuovi protocolli in grado di sfruttare Internet così com’è, un po’ come il sistema per trasmettere immagini via fax era in grado di funzionare senza dover modificare la rete telefonica esistente. Ma questo nuovo tipo di accordo dev’essere aperto ed accessibile a tutti e non dev’essere di proprietà di qualcuno.
    Questi grandi pregi sono limitati da altrettanto grandi difetti: proprio l’essere libero da influenze politiche e aperto a tutti, che è il punto di forza di Internet, è anche il suo punto di debolezza. La mancanza di un controllo (la parola «censura» non mi piace) da parte di un’autorità favorisce il dilagare di notizie false ed infondate, che si spargono a macchia d’olio senza che la maggior parte delle volte si riesca a risalire alla fonte che le ha messe in circolazione. Sarebbe auspicabile che gli utenti della rete controllassero il materiale in loro possesso prima di metterlo in circolazione (parlo di coloro che diffondono falsità in perfetta buona fede); purtroppo, questa è un’utopia: il «discernimento», per dir così, sembra essere un’arte di pochi. Senza contare che la malavita organizzata è sempre interessata a padroneggiare per i suoi scopi le nuove tecnologie.
    Malgrado tutto questo, Internet si configura come un grande strumento per la comunicazione e per lo sviluppo culturale ed anche economico di chi lo sa padroneggiare, e che sembra destinato ad espandere sempre di più la sua influenza nei diversi strati della società.
(aprile 2010)