Il
passato di un’Illusione. L’idea comunista nel XX
secolo di François Furet1
Una
rilettura a quasi venti anni di distanza dalla pubblicazione del
celebre saggio
di Elena
Pierotti
Alcune
riflessioni risalenti agli anni Novanta di François Furet ci
riportano con la mente al momento in cui crollò
definitivamente
il regime sovietico ed il liberalismo divenne motore prorompente del
sistema economico globale. Ad una crisi di fiducia seguì la
consapevolezza di poter arginare con la democrazia quei mali che i vari
regimi totalitari avevano creato nel corso del XX secolo.
Oggi, che tremiamo spesso per gli Stati,
a rischio
fallimento, attraverso i debiti delle banche, ci interroghiamo su chi
detiene il monopolio del denaro messo in circolazione. Non gli Stati,
che hanno delegato pochi privati, azionisti delle banche centrali, a
crearlo: i governanti dovrebbero infatti riappropriarsi della
sovranità monetaria.
Per lo storico francese, seppur
estremamente critico
contro ogni totalitarismo e soprattutto contro idealità fini
a
se stesse, incapaci di dare soluzioni praticabili, le idee hanno sempre
preceduto ogni sistema economico.
Naturalmente gli storici etichettati
come
revisionisti, e François Furet venne annoverato tra questi,
quando crollò definitivamente il regime sovietico, misero in
piena luce il bisogno di valorizzare l’economia, il ruolo
centrale che questa nel periodo andava prendendo. Ma contemporaneamente
analizzarono in modo lucido come fosse potuto accadere che per quasi un
secolo a sistemi democratici d’impronta liberista si fossero
sostituiti regimi dittatoriali. Il nostro non rinnegò mai la
sua
vecchia passione per il comunismo ed i coinvolgimenti che questa
passione gli procurò, a suggello di una lunga analisi
personale
sul ruolo politico da attribuire alle ideologie.
Se e proprio perché il
presente denunciava le
incongruenze di una società che relegava la politica ad un
ruolo
più marginale, sin dagli anni Novanta del XX secolo divenne
indispensabile riscoprire il valore da attribuire all’impegno
civile, cercando di evitare in ogni modo gli errori del passato. Furet
in questo fu certamente maestro.
«Ecco il tema del mio libro
[scrisse lo storico, riferendosi al Il passato di
un’Illusione2]:
non la storia del comunismo e nemmeno quella dell’URSS in
senso
stretto, ma la storia dell’illusione del comunismo,
finché
l’URSS le ha dato vita e consistenza».
Il suo celebre saggio del 1995
sottolinea come
«il regime sovietico fosse uscito di soppiatto dal teatro
della
storia, dove era entrato in modo spettacolare. A tal punto si era
identificato con il tessuto e l’orizzonte del secolo [XX],
che
questa fine ingloriosa e repentina costituì un sorprendente
contrasto con la sua clamorosa durata», dovuta al bisogno di
esorcizzare condizioni sociali difficilmente prevedibili.
«Rivoluzione e
controrivoluzione evocarono
[agli occhi di Furet] un’avventura della volontà,
mentre
la fine del comunismo obbedì unicamente ad un succedersi di
circostanze». La storia del pensiero comunista
andò ben al
di là delle vicende del regime sovietico. Fu la storia
dell’«Idea» assai più vasta di
quella del
potere comunista, persino all’epoca della massima sua
espansione
geografica.
Così scriveva Furet:
«Mi
limiterò a studiare l’Idea comunista in Europa,
dov’è nata, è andata al potere,
è stata
tanto popolare alla fine della Seconda Guerra Mondiale […] I
suoi “inventori”, Marx ed Engels, non avevano
immaginato
che quell’idea potesse avere un immediato futuro fuori
d’Europa, tanto che grandi marxisti come Kautsky hanno negato
l’influenza della Russia dell’ottobre 1917, in
quanto
troppo periferica per un ruolo d’avanguardia. Insomma
l’Europa, madre del comunismo, ne è anche il
teatro
principale. È la culla e il cuore della sua
storia». Ma
l’Europa è stata anche la culla del fascismo nelle
sue
varie forme, altra ideologia totalitaria, alternativa al comunismo.
Nel tentativo di mettere sullo stesso
piano le due
ideologie contrapposte, comunismo e nazionalsocialismo,
perché
in ogni caso sempre di ideologie si era trattato, Furet pose in essere
questi richiami: «Il fascismo, prima di venir disonorato dai
propri crimini, è stato una speranza. Ha sedotto non solo
milioni di uomini, ma anche molti intellettuali. Quanto al comunismo,
siamo ancora vicini alla sua stagione migliore, visto che come mito
politico e come idea sociale è a lungo sopravvissuto ai
propri
crimini e misfatti, soprattutto in quei Paesi Europei che non ne
subivano direttamente l’oppressione: morto dalla
metà
degli anni Cinquanta fra i popoli dell’Europa
dell’Est,
vent’anni dopo è ancora vivo e vegeto, in Italia o
in
Francia, nel contesto politico e intellettuale. Quale
l’incantesimo [proseguì lo storico] che ha
determinato la
sua sopravvivenza, il suo radicamento nel tessuto sociale degli Stati
dell’Europa Occidentale?».
La sua visione storica gli fece
ammettere che
«per riuscire ad afferrare l’incantesimo del
periodo
è indispensabile compiere uno sforzo e collocarsi in un
momento
precedente le catastrofi provocate dalle due grandi ideologie
[comunista e nazionalsocialista] quando queste rappresentavano ancora
una speranza». Dal 1945 è diventato quasi
impossibile
immaginare che il nazionalsocialismo degli anni Venti e Trenta abbia
rappresentato una promessa. La diversa durata delle due ideologie sul
piano pratico è spiegata da Furet sia per una serie di
circostanze che per una filosofia della storia che le ha sorrette, di
diversa natura e matrice.
«Il caso del comunismo
– egli scrisse
– è un po’ diverso [dalle circostanze
che definirono
il fascismo], grazie anche alla vittoria del 1945 è durato
più a lungo: il fascismo è tutto contenuto nella
sua
fine, il comunismo invece conserva [egli ripeteva] ancora parte del
fascino iniziale per quel suo senso della storia. Per comprendere il XX
secolo dobbiamo quindi comprendere [sostenne] la rielaborazione del
lutto, per la fine delle ideologie».
Eppure Furet non sembra dare per
scontato che
«la democrazia» possa essere mai stata, anche prima
dell’avvento delle ideologie, un contesto politico avulso da
ogni
logica di trasformazione ma anche di
«impraticabilità», tutt’altro.
Là dove
si verificarono e possono verificarsi situazioni complesse,
come
è capitato in epoca recente, la democrazia stessa
può
vacillare.
Leggendo scrupolosamente la sua disamina
sulla
nascita della moderna società borghese, dove Furet
individuò davvero quella materialità che pose le
basi per
la formazione dei regimi totalitari, lo storico ci avvicina man mano a
quell’idea di antipolitica, lucido specchio dei nostri giorni.
Un’interessante analisi egli
espresse al
riguardo: «L’Europa, a differenza degli Stati
Uniti, si
lasciò contaminare durante il XX secolo prima che dalle
idee,
dalle ideologie. Da questo punto di vista l’Europa tutta non
seppe riconoscersi fino in fondo nei sistemi parlamentari,
così
come avvenne e continua ad avvenire negli Stati Uniti.
Il sistema democratico, come lo
conosciamo,
andò costituendosi a partire dal Seicento; ciò in
Inghilterra e, più in generale, nel mondo anglosassone. Tale
contesto troverà nella Rivoluzione Francese terreno fertile,
ma
con forme e connotazioni diverse.
Si trattò, in questo caso, di
un regime
[quello rivoluzionario] che sin dalle origini mostrò tutte
le
sue contraddizioni. La Rivoluzione Francese produsse di fatto la
borghesia come classe, le dette quella visibilità di cui in
precedenza non aveva goduto. Così, da quel momento in poi la
borghesia, soprattutto quella europea, divenne testata
d’angolo
per definire la società nel suo complesso».
«La borghesia è
l’altro nome
della società moderna [sostenne Furet]. Indica una classe di
persone che attraverso la libera attività hanno
progressivamente
distrutto l’antica società aristocratica, fondata
su
gerarchie di nascita. Non si può più definirla in
termini
politici, come il cittadino dell’antichità o il
signore
feudale. […] Ora la borghesia non ha più un posto
fisso
nell’ordine politico, vale a dire nella comunità.
Sta
tutto nell’economico, categoria che del resto essa stessa
scopre
sul nascere».
Per Furet il capitalismo, a differenza
di Marx, non
crea una classe, quella borghese, ma una società. E negli
Stati
Uniti non si è andata formando una classe, quella borghese,
ma
un popolo borghese, che abbraccia l’idea di
società
borghese. Distinguere tra classe borghese e società borghese
divenne per lo storico assolutamente essenziale.
La società borghese europea,
a seguito
soprattutto dell’esperienza rivoluzionaria francese, rimase
di
fatto «classe borghese», si allontanò
per
definizione dall’idea di bene comune. Il borghese europeo,
secondo la stessa analisi marxiana, è «un
individuo
separato dai suoi simili, chiuso nei propri interessi e nei propri
beni. […] Il borghese proclama l’uguaglianza ma
vive di
disuguaglianza».
Queste frasi sottendono, a mio avviso,
un
François Furet ben conscio della fragilità del
sistema
borghese, in particolare di quello europeo, ma al contempo estremamente
fiducioso verso il popolo borghese, che ebbe negli Stati Uniti la sua
massima affermazione.
Le osservazioni che egli propose
affondano
perciò le radici nei secoli precedenti al XIX, secolo
borghese
per antonomasia, quando si sviluppò il sistema democratico
inglese e, più in generale, americano. «Non che i
secoli
precedenti [al XIX ed al XX] abbiano ignorato le ideologie.
[…] Ma di fatto Hitler da un lato e Lenin
dall’altro
hanno fondato nel XX regimi prima di loro sconosciuti»
(questo
quanto egli afferma).
Le ideologie e non le idee hanno
governato la
politica, nel XX secolo in Europa. Sembra dire lo storico:
«Riappropriamoci come Europei delle idee».
Le sue conclusioni tendono ad
evidenziare la
singolarità di un sistema borghese che, per quanto fragile,
è certamente ricco di premesse capaci di durare nel tempo. E
ciò soltanto là dove si parla non del singolo
borghese,
come in Europa è accaduto, ma di popolo borghese.
Alcune sue frasi definiscono questi
concetti:
«La critica della società borghese nacque in epoca
d’antico regime e proseguì subito dopo, con una
borghesia
che criticava dall’interno se stessa. Secondo Tocqueville,
l’odio nei confronti del borghese era dovuto alla violenza di
ciò che distruggeva».
Queste successive frasi del 1995, tratte
da Il passato di
un’Illusione
potrebbero essere state scritte oggi, in tempi di recessione e di
crisi: «Una volta costituita a fatica in volontà
politica,
la società borghese non ha finito la sua odissea. Priva
d’una classe dirigente legittima, organizzata per delega,
formata
da poteri diversi, centrata sugli interessi, soggetta a passioni
meschine e violente, riunisce in sé tutte le condizioni
perché entrino in scena i capi mediocri, le vertenze
demagogiche
e le sterili agitazioni».
Lo stesso fascismo, negazione del
liberalismo,
«nasce – egli sostenne – come reazione
del
particolare contro l’universale, del popolo contro la
classe» (in modo analogo al comunismo).
Furet si chiese, attraverso questa sua
analisi,
perché ad un certo punto il marxismo-leninismo ebbe
più
seguito del fascismo; e si rispose, sostenendo che la ragione di tutto
ciò andava ricercata in un marxismo-leninismo sorretto dal
filosofo della storia per eccellenza, ossia da Marx.
L’universalismo propugnato dal filosofo lo
avvicinò
particolarmente allo stesso universalismo proprio delle idee
democratiche, caratterizzato dal senso d’uguaglianza fra gli
uomini come molla psicologica primaria.
Le ragioni che ci pongono oggi nella
condizione di
rileggere le puntuali osservazioni di Furet, scritte
all’indomani
della caduta del sistema sovietico, possiamo ricercarle
nell’epilogo che egli all’epoca tracciò.
«Il comunismo riformato, il
socialismo
“dal volto umano” fu la forma più
universale
dell’investimento politico [peraltro fallito] del sistema
sovietico. L’idea di un’altra società
è
diventata quasi impossibile da pensare e d’altronde nel mondo
d’oggi [1995] nessuno avanza la minima traccia d’un
nuovo
concetto sul tema. Ormai siamo condannati a vivere nel mondo in cui
viviamo. È una condizione troppo austera e contraria allo
spirito delle società moderne per poter durare. La
democrazia
con la sua sola esistenza fabbrica il bisogno d’un mondo che
venga dopo la borghesia e il capitale, in cui per la sua sola esistenza
potrebbe sbocciare una vera comunità umana […].
La fine
del mondo sovietico nulla cambia nella richiesta democratica
d’una società diversa».
Personalmente sottoscrivo la conclusione
che egli ci
lasciò, quasi si trattasse di un testamento politico, su un
futuro pieno d’incognite, in cui siamo immersi, ma anche
pieno di
scatti d’orgoglio: «La scomparsa delle ideologie
familiari
al XX secolo chiude solo un’epoca, senza concludere il
repertorio
della democrazia». Repertorio vasto, pressoché
inesauribile.
Note
1 Francois Furet (1927-1997), storico francese
di fama
internazionale, noto per le sue opere fondamentali sulla Rivoluzione
Francese, ha diretto a Parigi l’Ecole des hautes
ètudes en sciences sociales.
Insegnò all’Università di Chicago e fu
presidente
della fondazione Saint-Simon. Tra le sue opere tradotte in Italia, Critica della Rivoluzione
Francese (Laterza 1980), Il laboratorio della storia
(Il Saggiatore 1985), Marx
e la Rivoluzione Francese (Rizzoli 1989), Il secolo della Rivoluzione
(Rizzoli 1989).
2 François Furet, Il passato di
un’Illusione. L’idea comunista nel XX secolo,
Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1995.
(maggio 2012)