La
guerriglia anticomunista in Romania nel secondo dopoguerra
Un
episodio poco conosciuto della difficile vita dell’Europa
Orientale negli anni successivi all’ultimo conflitto
di Alberto
Rosselli
Poco
fino ad oggi è stato scritto
sull’attività di
resistenza dei movimenti anticomunisti operanti in Europa Orientale
all’indomani della fine del Secondo Conflitto Mondiale. Anche
se
con la caduta del muro di Berlino gli archivi dei servizi segreti
sovietici sono stati scoperchiati e da essi è venuta alla
luce
una notevole quantità di documenti e testimonianze che
dimostrano in maniera inoppugnabile quanto sia il Patto di Varsavia che
il Comecon siano stati veri e propri artifici politico-militari ed
economici, mal digeriti da gran parte delle popolazioni dei Paesi
sottomessi di fatto alla potestà d’imperio
sovietica. Non
a caso, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e i primi anni
Sessanta furono addirittura alcune centinaia di migliaia i Romeni,
Bulgari, Ucraini, Polacchi, Lettoni, Estoni e Lituani che nel
più assoluto isolamento e senza ricevere un qualsiasi
consistente aiuto dall’Occidente tentarono di ribellarsi ai
vari
governi comunisti dell’Est sorti sotto la protezione del
Cremlino. In questo contesto – se si escludono i movimenti di
resistenza croati, cetnici e kossovari, che combatterono
anch’essi contro il regime «non
allineato» del
maresciallo Tito una guerra simile, ma caratterizzata da particolari
implicazioni etniche – fu in Romania, Ucraina e nei Paesi
baltici
che già nell’ultimo scorcio del conflitto si
formarono i
primi spontanei gruppi di resistenti. Fu infatti nel settembre del
1944, allorquando le armate russe occuparono la Romania abbattendo il
regime del maresciallo Antonescu, che alcuni reparti
dell’esercito regolare romeno guidati da ufficiali fedeli al
Re
Michele e al conducator
decisero di darsi alla macchia e di proseguire la guerriglia contro gli
invasori e le forze del nuovo regime filo-comunista installatosi a
Bucarest. Di pari passo con l’inasprirsi dei processi e delle
esecuzioni sommarie (indetti e ordinati dai commissari politici
sovietici contro migliaia di ufficiali e soldati del vecchio esercito
nazionale), questa piccola compagine fantasma iniziò ad
ingrandirsi, accogliendo nelle proprie file anche diverse centinaia di
civili, soprattutto contadini, perseguitati a causa della loro fede
cristiana. Tra l’autunno del 1944 e la primavera del 1945,
nonostante le feroci rappresaglie condotte dalla polizia comunista e
dall’armata russa d’occupazione, in Transilvania
iniziarono
a formarsi anche diversi nuclei di resistenza composti da appartenenti
alla folta minoranza etnica ungherese e tedesca.
Quest’ultima,
addirittura, riuscì a ricevere qualche modesto aiuto dalla
stessa Germania nell’ambito della Fallschirmschpringer-Aktion:
un’operazione aerea segreta nel corso della quale, per
qualche
mese, apparecchi tedeschi paracadutarono in Transilvania rifornimenti e
un certo numero di consiglieri militari della FAK (Front Aufklarungs Kommando)
che già in precedenza, tra il 1942 e il 1944, aveva
sostenuto i
guerriglieri nazionalisti e anti-comunisti operanti nelle regioni
caucasiche musulmane. Nonostante questi (modesti) tentativi di
soccorso, nel marzo del 1945 le forze di polizia rumene riuscirono a
ripulire i boschi transilvani e ad annientare quasi tutti i gruppi di
resistenza, proprio mentre il nuovo governo di Bucarest avviava una
grande purga all’interno dei quadri dell’esercito
per
eliminare qualsiasi soggetto legato al precedente regime di Antonescu o
sospettato di favorire i gruppi ribelli. Di conseguenza, diversi vecchi
anti-comunisti romeni, alcuni dei quali appartenenti
all’ex-«Legione dell’Arcangelo
Michele»
(formazione parafascista e nazionalista), dovettero prendere la via dei
boschi e dei monti, unendosi agli ultimi reparti partigiani ancora in
armi. Nel 1947, in seguito alla creazione della Repubblica dei Popoli
Romeni, il governo di Bucarest intensificò la sua spietata
politica di annientamento delle congregazioni religiose e delle
minoranze etniche del Paese, avviando nelle campagne un processo di
collettivizzazione forzata dei terreni agricoli (piano completato tra
mille difficoltà soltanto nel 1962) che portò
all’arresto e all’eliminazione fisica di non meno
di
ottantamila contadini accusati di essersi rifiutati di consegnare al
governo le proprie terre e i propri averi. Queste violente repressioni
indussero un migliaio tra piccoli e medi proprietari e braccianti a
rifugiarsi nelle foreste e nelle più sperdute ed
inaccessibili
regioni montane dando vita ad un’organizzazione patriottica
chiamata i «Fratelli della Foresta». I membri di
questa
assai poco nota (almeno in Occidente) compagine sopravvissero
e
combatterono per anni sulle montagne, grazie al sostegno di gran parte
della popolazione contadina. Secondo recenti studi, alcuni reparti di
questa organizzazione non soltanto elusero i periodici rastrellamenti
condotti dall’esercito regolare, ma rimasero con le armi in
pugno
addirittura fino al 1960, anno in cui gli ultimi combattenti vennero
eliminati dalle forze speciali di Bucarest. Nel 1949, gli
ufficiali anti-comunisti datisi alla macchia sulle montagne
di
Vrancea suddivisero la loro truppa, composta da circa duemila uomini,
in due sezioni: la «junior» (formata dagli elementi
più giovani) e la «senior» (in cui
militavano
elementi di età superiore ai quarant’anni).
Nell’inverno del ’45 una spia comunista
riuscì ad
infiltrarsi in una delle due compagini e in breve l’intero
contingente finì vittima di un’imboscata tesa da
reparti
romeni e sovietici. I pochi scampati al massacro, compresi i feriti,
vennero fucilati o eliminati con un colpo di pistola alla nuca.
Nel corso di questa lunga e sconosciuta
lotta che
insanguinò le foreste romene si misero in evidenza alcuni
comandanti dalle doti e dal carisma eccezionali come Gheorghe
Arsenescu, che oppose resistenza armata sulle montagne meridionali
Fagaras fino al 1952, anno in cui scomparve misteriosamente. Dopo una
lunga pausa, nel 1959 Arsenescu e la sua banda ripresero
improvvisamente ad operare, ma appena dodici mesi più tardi
il
capo partigiano venne catturato dalle forze anti-guerriglia governative
e condotto nella prigione di Campulung Muscel dove fu costretto a
suicidarsi. Sui contrafforti settentrionali dei monti Fagaras, un altro
gruppo di guerriglieri, guidato dall’ingegnere Gavrilachw,
combatté fino al 1956, anno in cui venne preso prigioniero
un
altro famoso «fratello della foresta», Dumitru
Moldoveanu.
Prima di essere strangolato con un filo di ferro dai miliziani,
quest’ultimo venne torturato, ma la polizia politica non
riuscì ad ottenere da lui alcuna informazione sui suoi
compagni.
Sempre nel 1956, in Transilvania, un altro manipolo di partigiani
anti-comunisti venne circondato dai reparti speciali e costretto alla
resa dopo un breve ma violento combattimento al termine del quale tutto
il gruppo venne passato per le armi. Ed anche la popolazione del vicino
villaggio, accusata dalla polizia di avere dato aiuto ai partigiani,
venne in seguito massacrata. In quella circostanza i miliziani
comunisti uccisero non meno di novecento civili (tra cui molte donne,
vecchi e bambini), i cui cadaveri furono gettati nelle capanne e nella
chiesa del villaggio che vennero dati alle fiamme con la benzina.
È da notare che, nonostante simili fatti fossero noti ai
servizi
segreti statunitensi e britannici, nulla o quasi venne fatto per
sostenere i partigiani romeni che – come accadde anche alle
consistenti formazioni dell’UPA («Esercito di
Liberazione
Ucraino», i cui partigiani combatterono fino al
1956) o
lituane (il numeroso «Fronte Attivistico Lituano»
che
contrastò i Sovietici fino al 1952) – vennero
lasciati
praticamente al loro destino, soli ad affrontare un nemico
infinitamente più forte. Un’eccezione venne
però
fatta per gli Albanesi «balisti» (formazioni che
tra il
1945 e il 1949 opposero una feroce resistenza alle forze jugoslave
titine in Kossovo) in quanto questi ultimi per un certo periodo (almeno
fino al 1950) furono riforniti ed appoggiati, seppure in maniera del
tutto inadeguata, dai reparti speciali dei servizi segreti inglesi di
base a Malta, da reparti speciali statunitensi (nella fattispecie la
Compagnia 4.000 agli ordini del colonnello F. H. Dunn) e perfino dal
governo comunista albanese di Enver Hoxha, notoriamente avverso al
regime di Belgrado.
(anno 2004)