La
grande scommessa sul futuro dell’umanità
Nel
1980, un ecologo ed un economista fecero una singolare scommessa sul
futuro dell’intera umanità
di Simone
Valtorta
Il
desiderio di conoscere che cosa ci riserverà il futuro
è
uno dei più antichi e radicati nell’animo umano.
Nel corso
dei secoli, furono inventate le pratiche divinatorie più
svariate per «togliere il velo» che oscurava la
visione
dell’avvenire: osservazione del volo degli uccelli, del moto
degli astri, delle viscere degli animali sacrificati… si
arrivava a metodi che ci apparirebbero ridicoli, per esempio attraverso
l’osservazione degli sternuti del questuante.
Oggi, che ci consideriamo (non sempre a
ragione) una
società scientifica e razionale, le predizioni si fanno
tramite
osservazioni empiriche, tabelle, grafici, diagrammi. Ma il futuro,
quello, resta comunque avvolto nel manto
dell’inconoscibilità.
Da anni, il dibattito sul tema se il
mondo stia
andando avanti o avviandosi invece alla rovina è affidato a
due
scuole di pensiero, chiamate tradizionalmente «degli
apocalittici» e «degli espansionisti»:
basandosi
sugli stessi dati, i primi sostengono che gli antiparassitari
inquineranno le falde acquifere, i secondi vedono un avvenire con i
silos delle fattorie traboccanti del grano raccolto in annate
eccezionali; i primi predicono la decimazione delle foreste pluviali, i
secondi un allungamento della vita media degli esseri umani.
Nel 1968 Paul Ehrlich, ecologista ed
insegnante alla
Stanford University, in California, divenne uno dei più
famosi
scienziati del mondo con la pubblicazione di The population bomb
(La bomba demografica):
«La battaglia per nutrire tutta
l’umanità» si
legge all’inizio del libro «è finita.
Negli anni
Settanta centinaia di milioni di persone moriranno di fame».
Scrisse anche che «nulla può evitare un notevole
aumento
del tasso di mortalità globale». Nel 1974 predisse
che
«prima del 1985 l’umanità
entrerà in
un’epoca di carestie», durante la quale
«le fonti
accessibili di molti minerali di primaria importanza saranno ormai
prossime all’esaurimento».
Julian Simon, coetaneo di Ehrlich ed
insegnante alla
University of Maryland di College Park, ha sempre ritenuto che la
crescita della popolazione non rappresenti un fattore negativo, ma un
vantaggio che alla fine si risolverà in un ambiente
più
pulito ed in un’umanità più sana: il
mondo di
domani, è la sua opinione, sarà migliore
perché
saranno più numerosi i creativi, le persone dotate di
inventiva;
e il progresso potrà andare avanti indefinitamente
perché
le risorse del nostro pianeta non sono limitate.
Quando Simon espose questa sua
tranquillizzante
visione del futuro sulla rivista «Science», nel
1980,
l’articolo provocò una valanga di lettere
furibonde. E un
non meno irato Ehrlich rispose facendo un conto molto semplice: le
risorse del pianeta andavano divise tra una popolazione che aumentava
al ritmo di settantacinque milioni di unità
l’anno, molto
più di quanto la «capacità di
trasporto»
della Terra – ossia le sue risorse di viveri, acqua potabile
e
minerali – potesse reggere. Con la diminuzione di queste
risorse,
era inevitabile che «le merci diventassero più
care».
Simon rispose allora con una singolare
sfida:
scegliesse Ehrlich un certo numero di risorse naturali, quelle che
voleva lui – grano, petrolio, carbone, legname, metalli
– e
una data qualsiasi nel tempo a venire. Se la penuria di queste risorse
avesse coinciso con l’incremento della popolazione, il loro
prezzo avrebbe dovuto salire… Simon voleva invece
scommettere
che i prezzi sarebbero scesi.
Ehrlich accettò, e
nell’ottobre 1980
scommise mille dollari su cinque metalli: cromo, rame, nickel, stagno e
tungsteno. Se i prezzi combinati nel 1990, corretti in rapporto
all’inflazione, avessero superato la cifra di mille dollari,
Simon gli avrebbe pagato la differenza. Se fossero scesi, la differenza
l’avrebbe pagata lui. Venne siglato un contratto ed Ehrlich e
Simon, che non si sono mai incontrati, continuarono ad attaccarsi per
tutti gli anni Ottanta.
Nell’autunno 1990, Ehrlich spedì per posta a Simon
un
foglio di calcoli sui prezzi dei metalli con accluso un assegno per 576
dollari e sette centesimi: il prezzo di ciascuno dei cinque metalli
scelti dal gruppo di Ehrlich, tenuto conto dell’inflazione
dal
1980, era diminuito. Eppure, i calcoli di Ehrlich erano giusti: la
popolazione mondiale, nei primi mesi del 1991 ha raggiunto i 5,3
miliardi di anime, cioè 1,8 miliardi in più
rispetto al
momento in cui è uscito il suo libro. Carestie avevano
colpito
Paesi devastati da guerre, siccità e disastrose politiche
agricole. Ma l’uomo medio era più sano e
più ricco,
la mortalità infantile era diminuita mentre era aumentata
l’aspettativa di vita (soprattutto e di molto nel Terzo
Mondo),
la produzione complessiva di generi alimentari era stata superiore
all’aumento demografico. Che cos’era successo?
In un mondo le cui risorse si
considerano limitate,
il punto di vista di Ehrlich risulta perfettamente plausibile: le
scorte tendono ad esaurirsi. Dicono gli ambientalisti che noi
«non ereditiamo la Terra dai nostri genitori. La prendiamo a
prestito per i nostri figli» (un concetto che abbiamo ben
presente quando raccogliamo la carta dei giornali per darla da
riciclare, evitando il taglio di altri alberi per ricavarne cellulosa).
Ma, allora, perché le risorse non si sono ancora esaurite?
Facciamo un passo indietro. Quando
Julian Simon
sentì, verso la fine degli anni Sessanta, le sinistre
previsioni
relative agli effetti della bomba demografica, cominciò a
scrivere articoli sulla necessità di convincere le donne ad
avere meno bambini; poi però venne a sapere che in linea di
massima i Paesi a rapido incremento demografico non versavano in
difficoltà maggiori di altri: anzi, per alcuni le cose
andavano
addirittura meglio. Trovò anche le prove che dal 1870 i
prezzi
delle materie prime erano scesi in termini reali: il lavoratore medio
poteva comprare con la paga di un’ora più carbone
di
quanto avesse potuto cent’anni prima, ed anche più
oggetti
di metallo e più cibo. Con l’aumento della
popolazione, le
risorse – paradossalmente – diventavano meno scarse.
Simon ed altri passarono allora in
rassegna la crisi
di risorse naturali negli ultimi diecimila anni, e scoprirono una sorta
di andamento costante: quando le risorse diminuivano, gli uomini
reagivano innovando; scoprivano nuove risorse od amministravano
più oculatamente quelle che avevano già; spesso
il
rarefarsi di una risorsa portava ad un sostituto migliore. Il passaggio
degli antichi Greci dall’Età del Bronzo a quella
del
Ferro, tremila anni fa, venne determinato da un’emergenza
commerciale: la penuria di stagno, necessario per la produzione del
bronzo, spinse i Greci a fare esperimenti con il ferro. Così
come la penuria di legna da ardere nell’Inghilterra del XVI
secolo aprì la strada all’avvento del carbone; e
la
penuria di olio di balena attorno alla metà
dell’Ottocento
portò allo sfruttamento, nel 1859, del primo pozzo di
petrolio.
In un suo libro del 1981, The ultimate resource
(L’estrema
risorsa)
Simon ha scritto che l’ingegnosità
dell’uomo poteva
ampliare all’infinito la capacità di trasporto del
pianeta. Un concetto che evidenziava una differenza fondamentale tra il
suo punto di vista e quello di Ehrlich: il mondo visto non come un
ecosistema chiuso, ma come un mercato flessibile. Da decenni, faceva
notare, l’acqua e l’aria degli Stati Uniti
diventavano
più pulite, grazie in parte alla maggior
disponibilità
finanziaria (le società più ricche potevano
permettersi
il costo di un controllo dell’inquinamento) ed alla
tecnologia
(nelle città americane l’inquinamento
dell’aria
dovuto ai gas di scarico delle automobili era minore in confronto alla
fuliggine delle fornaci a carbone e ai rifiuti solidi dei cavalli alla
fine dell’Ottocento). «Perché questi
signori non si
rendono conto che, nel complesso, le cose vanno meglio?» si
lamentava Simon, parlando degli «apocalittici».
«È come se negassero la nostra capacità
creativa di
trovare soluzioni». Riconosceva anche che l’aumento
della
popolazione umana creava problemi a breve termine, ma sosteneva che i
vantaggi sarebbero venuti nei tempi lunghi, quando i bambini si fossero
trasformati in adulti produttivi e pieni di risorse.
I prezzi dei cinque metalli scelti da
Ehrlich erano
scesi per le capacità imprenditoriali e i continui
miglioramenti
tecnologici. Le prospezioni avevano scoperto nuovi filoni. Grazie ai
computer, a nuovi macchinari e a nuovi procedimenti chimici, i minerali
venivano estratti e raffinati in modo più efficiente. Per
molti
usi, poi, i metalli erano stati sostituiti da materie prime meno care,
in particolare dalla plastica. Le telefonate viaggiavano via satellite
e lungo cavi a fibra ottica anziché cavi di rame. La
ceramica
aveva sostituito il tungsteno negli attrezzi da taglio.
Gli scienziati si sono dimostrati
generalmente
propensi ad accettare le teorie di Simon, pur con qualche riserva (non
c’è alcuna garanzia che le tendenze del passato si
manterranno inalterate). Invece, l’opinione pubblica ha
sempre
appoggiato le teorie di Ehrlich.
Egli, nel suo libro The Population Explosion
(L’Esplosione
Demografica)
sostenne che «la bomba demografica è
esplosa» e una
folla di oltre centomila persone (masochiste!) applaudì
quando
Ehrlich predisse un mondo in cui i loro nipoti avrebbero dovuto
battersi per le strade per trovare da mangiare.
Quello stesso giorno, in una piccola
sala per
conferenze, a un solo isolato di distanza, Simon definiva la crescita
della popolazione «una vittoria sulla morte»,
perché
era dovuta al raddoppio dell’aspettativa di vita rispetto
all’inizio della Rivoluzione Industriale, e cioè
la
metà circa del XVIII secolo. «Questo è
un successo
incredibile» osservò Simon. «Ci si
aspetterebbe di
vedere chi ama la vita umana fare salti di gioia; invece si lamentano
per il gran numero dei vivi». Nella sala, ad ascoltarlo,
c’erano soltanto sedici persone.
Nuove sfide, nuove emergenze ora ci
attendono: il
buco nell’ozono, le piogge acide, l’effetto serra.
Ma, se
sapremo sfruttare al meglio la nostra intelligenza e
creatività,
cioè ciò che maggiormente ci distingue da tutte
le altre
specie viventi sulla Terra, potremo ancora una volta scongiurare
l’apocalisse… e vivere, oltretutto, in un mondo
migliore!
(gennaio 2012)