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La Stasi

La più temuta ed efficiente polizia segreta del mondo

 

di  Ercolina Milanesi

 

 
Ora è un complesso di edifici enormi e tetri che domina Lichtenberg, un quartiere popolare dell’Est dove Berlino ricorda Mosca. Era il Ministero per la Sicurezza dello Stato, la centrale della «Stasi», la più temuta ed efficiente polizia segreta del mondo, dal logo: compasso e martello.
    Ventidue anni fa, il 15 gennaio 1989, negli ultimi mesi prima della riunificazione, i dimostranti guidati dai dissidenti presero d’assalto l’enorme edificio e lo occuparono. Solo loro impedirono agli agenti segreti di distruggere le schedature di un intero popolo e, oggi, Berlino ricorda ancora quei giorni caldi.
    Nella Repubblica Democratica Tedesca la gente aveva paura del Palazzo, vi passava accanto con capo chino. «Die Zentrale», la Centrale, era nominata a bassa voce, tale era il timore che incuteva. Visitare quel palazzo dà ancora i brividi oggi.
    Tredici piani di uffici e labirintici corridoi, stanze per gli interrogatori, locali degli archivi lunghi e larghi come piscine olimpioniche e vi sono, ancora, schedature di un intero popolo: cinque milioni e centomila fascicoli sono a Berlino. Molti altri nelle tredici centrali regionali.
    Dissidenti e popolazione assaltarono il Palazzo in tempo. I brandelli dei dossier distrutti in fretta e furia dagli agenti della Stasi, appena il Parlamento sbloccherà i fondi, saranno ricostruiti come il puzzle più grande del mondo.
    Dati biografici, posta, telefono, contatti con persone sospette o cittadini di Paesi Occidentali, vita privata, abitudini sessuali, nulla era sconosciuto alla polizia segreta.
    Il capo della Stasi era il generale Erich Mielke, vecchio comunista, ex volontario in Spagna.
    Il suo motto era: «Fidarsi è bene, ma controllare è meglio: noi dobbiamo sempre sapere tutto». Era temutissimo anche dai capi del regime e gli altri Partiti comunisti al potere all’Est lo temevano.
    Secondo il numero uno della Repubblica Democratica Tedesca (1970), Erich Honecker, l’onore di essere agenti della Stasi voleva dire essere scudo e spada del Partito.
    Baerbel Bohley, fondatrice del Movimento Dissidenti, disse: «La Stasi non fu che un’organizzazione criminale senza scrupoli pronta a tutto contro il popolo».
    La centrale d’ascolto era eccellente: non sfuggiva nulla. Riuscivano anche ad intercettare le chiamate del premier bavarese dal telefono della sua Bmw. Secondo un racconto di un agente della polizia segreta le cimici erano in tutte le case, controllava la sua gente e a volte anche se stesso. Continua narrando che avrebbero potuto farcela a salvare la Repubblica Democratica Tedesca, con le loro forze, con mezzi estremi, ma scelsero di non farlo perché il Partito e Gorbaciov li avevano abbandonati. Ammette con orgoglio di essere stato un «cekista», dalla Ceka di Feliks Dzerzhinskij, il suo mito. Non rinnega e non ha rimpianti e il suo apprendistato fu quello di sorvegliare una prigione; secondo lui i detenuti erano nemici del socialismo d’ogni sorta: spie, gente che aiutava a scappare all’Ovest. Di maltrattamenti non vuol sentir parlare.
    La Direttiva segreta d’impiego operativo consisteva in regole di controllo capillare della società civile, gli operatori dovevano essere «scelti con cautela per motivazione o altre ragioni». Dovevano infiltrarsi negli ambienti occidentali a Berlino Est, ma anche e soprattutto «nei gruppi mossi da idee negative verso la Repubblica Democratica Tedesca». Dovevano informare la Stasi, «disinformare, disorganizzare, azzoppare politicamente e fare a pezzi le forze ostili».
    Dissidenti, voci critiche, aspiranti all’espatrio erano chiamati «oggetto» nei rapporti. Le fughe dalla Repubblica Democratica Tedesca, gli espatri illegali furono sempre il loro problema principale. Le truppe confinarie dovevano sparare solo come extrema ratio e mai a donne incinte o bambini, però «i militari sul terreno vogliono sentirsi indipendenti» e l’anonimo agente segreto aggiunge che alla fine degli anni Settanta nacque una sfida nuova: i gruppi del dissenso, loro e i loro contatti con la stampa occidentale erano un «oggetto prioritario». Il Partito non lesinava mezzi, ma non dava più loro ascolto. Con la distensione e gli accordi con Bonn venne un’ondata di richieste d’espatrio legale e invano cercarono di arginarlo, scoraggiando ed estenuando chi voleva andarsene con un’aspra burocrazia. La decadenza tardo-brezneviana pesò anche sulla Stasi e nell’agosto 1989 arrivò, per i dissidenti, la sensazione dell’inizio della fine della Stasi. Le idee di Gorbaciov contagiarono i giovani, così i dissidenti decisero di non reagire all’impeto degli eventi, poiché non ha senso difendere chi non vuole più difesa. Avrebbero potuto fermare la caduta del Muro con la forza ma l’erosione del sistema sarebbe continuata.
    L’ex Palazzo del Terrore rosso sarà aperto al popolo. Sarà teatro di conferenze e dibattiti, anche di confronti tra ex dissidenti ed ex agenti della Stasi.
    Un’autorità governativa ora vigila sui dossier, ogni cittadino può chiedere di vedere la sua schedatura e oltre centomila lo hanno già fatto. Ma la privacy degli schedari è protetta al massimo dalla curiosità altrui e solo le schede di politici e persone pubbliche possono essere lette in casi di estrema necessità, come quando la compatibilità con un pubblico ufficio va verificata.
    I dossier della Stasi sono ancora un mistero che grava sul presente della Germania.
(febbraio 2011)