L’utopia
comunista e le ragioni del suo crollo
Tra
la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 del XX
secolo, i regimi comunisti crollano uno dopo l’altro in quasi
tutti i Paesi del mondo. Ma che cosa propugnava la dottrina comunista?
E perché era destinata a cadere?
di Simone
Valtorta
La
decadenza dell’Unione Sovietica è direttamente
correlata
alla corsa agli armamenti che, dagli anni Settanta del XX
secolo,
oppone il mondo comunista del Patto di Varsavia alla Nato: il punto
più critico nelle relazioni tra le due super-Potenze,
sovietica
e americana, si tocca nel 1985 – quando lo scoppio della
Terza
Guerra Mondiale sembra più che un’ipotesi
–, poi
l’esausta economia russa, troppo arretrata, collassa: nel
giro di
pochi mesi, tra il 1989 e il 1990, la Russia deve ritirare le sue
truppe da quasi tutti i Paesi dell’Est Europeo; poi,
l’immenso Impero che sembrava destinato a governare
imperituro
metà del pianeta crolla, sgretolandosi pezzo dopo pezzo,
mentre
sulle sue ceneri sorgono altre nazioni. Con il regno sovietico, decade
anche la dottrina politica che, fin dalla Rivoluzione
d’Ottobre
del 1917, era stata eletta a suo fondamento: il comunismo, che
all’inizio del III millennio sopravvive solamente in pochi
Stati,
tra cui la Cina e Cuba.
Quando si parla di comunismo,
è vitale
distinguere i fondamenti della dottrina dal modo col quale è
stata in realtà applicata; è infatti indubbio che
i
regimi comunisti succedutisi nel corso del XX secolo in vari Paesi
hanno provocato la più grave forma di schiavitù
che la
storia ricordi: burocratizzazione della vita e soppressione di ogni
libertà individuale, persino di quella di pensiero, sono
stati
il loro risultato più eclatante. A farne le spese sono stati
soprattutto contadini ed operai, ovvero le classi sociali
più
povere e deboli che avrebbero dovuto essere le prime a godere dei
benefici del «paradiso» comunista (lo Statuto dei Diritti dei
Lavoratori
è nato in Occidente, in area
«capitalista»). La
cancellazione della classe borghese, in Russia, ha prodotto un baratro
spaventoso tra una ristretta cerchia di ricchi e un oceano sterminato
di poverissimi, con un vertiginoso aumento della criminalità
– tanto che, nelle grandi città, chiunque ne abbia
la
possibilità si circonda di guardie del corpo.
La dottrina comunista, ridotta
all’osso,
è di una semplicità persino disarmante: tutti gli
uomini
sono fondamentalmente uguali ed hanno bisogni comuni (una casa, un
lavoro...); lo Stato deve provvedere a che siano soddisfatti questi
bisogni primari, dopo i quali gli uomini non avranno desiderio
d’altro – se nessuno possiede più degli
altri, non
vi saranno aspirazioni ad avere di più, né
invidie
né gelosie. Tutto in comune e il necessario per chiunque: da
questo si può comprendere come il comunismo sia stato ben
accolto, almeno inizialmente – prima che se ne producessero
le
ben note aberrazioni politiche –, dalle classi sociali
più
misere e dagli idealisti. Ad osteggiarlo, invece, fu sempre la Chiesa
Cattolica, preoccupata dall’ateismo e dai conati
rivoluzionari
che quest’ideologia propugnava (Marx sosteneva che
«la
religione è l’oppio dei popoli», ma non
fece altro
che sostituire il culto a Dio col culto al Partito, vera e propria
«divinità laica»).
Pur purgata dai suoi eccessi, la
dottrina comunista
è sbagliata non perché sia moralmente ingiusta,
ma
perché inapplicabile alla stirpe umana: chiunque abbia un
minimo
di nozioni di psicologia sa che gli uomini bramano avere sempre
più di quello che hanno; è questo il motore del
progresso. Inoltre, è errato pensare che debba essere lo
Stato a
dirigere la vita e le azioni dei cittadini, soffocando le loro
aspirazioni, i loro desideri e le loro naturali inclinazioni in nome di
un ipotetico «bene comune» a tutto scapito del
«bene
individuale». I propugnatori del comunismo, quando sono mossi
da
buone intenzioni e non da sete di potere o clientelismo politico,
mostrano di ignorare completamente la psiche umana.
Si potrebbe obiettare che, nel mondo, vi
sono gruppi
di persone che decidono realmente di vivere mettendo in comune tutti i
loro averi e, non di rado, conducendo uno stile di vita austero: basti
pensare a molte comunità monastiche o conventuali. Ma
bisogna
precisare che si tratta di comunità di poche decine di
individui
di idee convergenti (se non altro sul piano religioso), e il cui
ingresso è frutto di una libera scelta, e non imposto
dall’alto.
Un esempio di comunismo «etico
e giusto»
è quello messo in atto in Israele subito dopo il Secondo
Conflitto Mondiale: la popolazione venne invitata a riunirsi nei kibbutz,
villaggi dove i beni erano messi in comune e dove nessuno possedeva
più degli altri. Oggi solo il 2% degli Israeliani
è
rimasto a vivere lì, tutti gli altri si sono trasferiti
altrove
scegliendo di lavorare, abitare e possedere secondo i loro reali
bisogni personali, anche se questo ha inevitabilmente portato a
disuguaglianze economiche e sociali più o meno marcate.
Ma, almeno, l’uomo ha
riacquistato la sua
dignità, senza divenire un mero numero, un ingranaggio della
macchina ideologica comunista che, nella sua ansia di creare
l’uomo ideale, ha sempre finito col distruggere
l’uomo
reale!
(luglio 2006)