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Il
Vangelo dell'Infanzia secondo Matteo
I
primi anni della vita di Gesù narrati dall'evangelista
Matteo: un'interpretazione
di Simone
Valtorta
Matteo
scrive il «suo» Vangelo dell’Infanzia circa
quarant’anni dopo la morte di Gesù. Il destinatario che
dobbiamo immaginare, è una piccola comunità, lontana
dalla potenza e dal fasto, che cerca di portare avanti nel tempo
l’annuncio e la celebrazione del Signore risorto. Sono anni
difficili anche a causa dello scenario che determina una situazione
politica di tensione: nell’anno 70 infatti, il futuro Imperatore
Tito entra in Gerusalemme radendola al suolo assieme al Tempio (per un
Ebreo un segno come questo equivale alla fine del mondo!), e sempre nel
70 a Iamnia i capi religiosi di Israele decidono di accanirsi contro i
Cristiani perseguitandoli pubblicamente. Pur nell’apparente
poesia del Vangelo dell’Infanzia, è quindi da leggere fra
le righe un orizzonte drammatico.
Cercando una visione d’insieme nel Vangelo secondo Matteo, si potrebbero isolare alcuni temi dominanti:
1) una notizia incredibile (il concepimento da
Spirito Santo) sconvolge la vita di Giuseppe e lo lascia nel dubbio e
nella tentazione;
2) una situazione di profondo degrado (Erode e la sua
corte) viene riscattata dai Magi, che inaspettatamente si rivelano
autentici cercatori di Dio;
3) una violenza cieca produce una uscita di scena (la
fuga in Egitto) che diventa però principio di riscatto;
4) una quotidianità umiliante (il
trasferimento a Nazareth) diventa possibilità di una vera
esistenza intessuta di grandezza.
Ancora più sinteticamente diciamo che il Vangelo
dell’Infanzia esprime «una storia nella storia».
C’è una storia leggibile dall’esterno, visibile e
materiale e ce n’è una che illumina il visibile da un
punto di vista diverso, spesso doloroso, complesso e profondo. Potremmo
dire che la Bibbia presenta
la storia dal punto di vista dell’album di foto di famiglia.
Questi Vangeli dell’Infanzia rileggono la storia della nascita di
Gesù alla luce di un’esperienza di fede.
Al primo capitolo del Vangelo secondo Matteo,
incontriamo il brano di apertura, l’enigmatico passaggio della
genealogia di Gesù (1, 1-17): «Genealogia di Gesù
Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco,
Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi
fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares
generò Esròm, Esròm generò Aram, Aram
generò Aminadàb, Aminadàb generò
Naassòn, Naassòn generò Salmòn,
Salmòn generò Booz da Racab, Booz generò Obed da
Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il Re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di
Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò
Abìa, Abìa generò Asàf, Asàf
generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram,
Ioram generò Ozia, Ozia generò Ioatam, Ioatam
generò Acaz, Acaz generò Ezechia, Ezechia generò
Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, Giosia
generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in
Babilonia.
Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel,
Salatiel generò Zorobabèle, Zorobabèle
generò Abiùd, Abiùd generò Elìacim,
Elìacim generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc
generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd
generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan,
Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo
sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.
La somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è
così di quattordici; da Davide fino alla deportazione in
Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in
Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici». (I testi
biblici riprodotti in quest’articolo concordano con la
«editio princeps» del 1971).
Apparentemente insignificante per un contemporaneo, l’inserire la
genealogia nasconde un obiettivo ben preciso: difendere l’origine
davidica di Gesù (del tipo delle ricerche sull’albero
genealogico per stabilire se si appartiene ad una famiglia nobile).
Rilevanti sono soprattutto le quattro donne che vengono inserite nella
lista (Racab, Rut, Betsabea e Maria), soprattutto le ultime due legate
a vicende poco chiare. Racab e Rut sono donne di Moab e quindi pagane,
considerate impure e non legate alla salvezza, tuttavia sono persone
che hanno un forte spessore religioso. Da ricordare la bellissima frase
detta alla suocera Noemi che invita Rut a lasciarla perché non
è Israelita, forse una delle frasi più belle della Bibbia:
«Non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro
senza di te; perché dove andrai tu andrò anch’io;
dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio
popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu,
morirò anch’io e vi sarò sepolta. Il Signore mi
punisca come vuole, se altra cosa che la morte mi separerà da
te» (Rut 1, 16-17).
Betsabea era la moglie di Uria. Nonostante il peccato commesso con il
Re Davide, nascerà successivamente da lei Salomone, il Sapiente
di Israele per eccellenza.
Maria, l’ultima della lista, rimane incinta prima del matrimonio,
e il suo sposo promesso dovrà decidere se ripudiarla. La
comunità cristiana, attraverso questo elenco abilmente
congegnato, cerca di comprendere il procedere dei piani di Dio e come
questi si tessano in modo enigmatico e in maniera umanamente non
leggibile, di fronte ad un contesto che perseguita e deride.
Segue il famoso passaggio (1, 18-25) del «sogno di
Giuseppe», che si sofferma sul concepimento di Gesù da
Spirito Santo: «Ecco come avvenne la nascita di Gesù
Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che
andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello
Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva
ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava
pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del
Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di
prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è
generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un
figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il
suo popolo dai suoi peccati”. Tutto questo avvenne perché
si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del
profeta:
Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio
che sarà chiamato Emmanuele,
che significa Dio con noi.
Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato
l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la
quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli
chiamò Gesù».
Al centro della scena vi è il dubbio di Giuseppe, che interpreta
la difficoltà costitutiva per una mente umana normale di poter
comprendere una notizia di questo tipo (nella Bibbia,
la sterile che può generare è il tipico registro per
affermare la «possibilità dell’impossibile»,
per esempio nel caso di Sara, di Anna, di Elisabetta…). Il segno
che viene proposto è una generazione-non-da-uomo. Si vuol dire
che ciò che l’uomo non può fare, Dio lo può
fare: generare senza intervento di un uomo significa questo.
Prima di San Francesco la tradizione non ha mai osato rappresentare il
presepe come lo conosciamo noi, ma metteva sempre Maria distante dal
bambino, mentre Giuseppe non era al suo fianco, ma collocato in una
scena parallela, dove era tentato da Satana che gli insinuava il dubbio
sulla verginità di Maria. La nostra percezione di questo mistero
va «rivista e corretta» per rivivere la difficoltà,
con cui i primi Cristiani hanno percepito il concepimento di
Gesù da Spirito Santo.
Il secondo capitolo, che prendiamo ora in esame, riparte con una
notizia scandalosa: «Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al
tempo del Re Erode. Alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e
domandavano: “Dov’è il Re dei Giudei che è
nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per
adorarlo”. All’udire queste parole, il Re Erode
restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi
sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo
in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: “A Betlemme di
Giudea, perché così è scritto per mezzo del
profeta:
E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo
che pascerà il Mio popolo, Israele”.
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza
da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a
Betlemme esortandoli: “Andate e informatevi accuratamente del
bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere,
perché anch’io venga ad adorarlo”.
Udite le parole del Re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano
visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si
fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la
stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa,
videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi
aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.
Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra
strada fecero ritorno al loro Paese» (2, 1-12).
Anzitutto l’introduzione dice molte cose: Erode è un
«Re fantoccio» messo dai Romani, e non è di stirpe
davidica. Ma questo è solo l’inizio. Erode infatti fa una
domanda terribile per un Ebreo: fa chiamare gli scribi per informarsi
dove doveva nascere il Messia. Dove nascerà il Messia, ai tempi
di Gesù lo avrebbero saputo «anche i muri». È
una delle prime nozioni del Catechismo, Matteo riporta al versetto 6
l’arcinota profezia di Michea (confronta Michea
5, 1): «E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il
più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un
capo che pascerà il Mio popolo, Israele» (può
servire un esempio per capire che cosa significa: è come se il
nostro Presidente della Repubblica facesse chiamare alcuni Vescovi e
chiedesse loro chi è Gesù di Nazareth, di fronte ad una
delegazione di Indù). Questa ignoranza inammissibile di Erode
è introdotta e sottolineata per indicare a quale livello di
«bassezza spirituale» si fosse arrivati.
A questo va aggiunto il seguito. Sono dei pagani a dare
l’annuncio a Gerusalemme che è nato il Messia. È
una tale aggravante che non abbiamo nemmeno esempi contemporanei per
comprenderne la portata. Nel Primo Testamento
la formula sarebbe questa: «Il Messia verrà in Gerusalemme
per salvare il Suo popolo, e di questo si darà notizia alle
genti», nella versione di Matteo diventa invece: «Il Messia
viene a causa dell’iniquità di Israele, è
annunciato ai poveri di Israele, e riconosciuto dai pagani».
È una prospettiva assolutamente inedita (confronta anche la Lettera ai Romani, 8-10).
Quanto ai Magi, chi sono? E quanti sono? Si sono spesi fiumi di
inchiostro a proposito. Nell’antica Persia, i Magi erano studiosi
dediti all’astrologia, alla magia e all’interpretazione dei
sogni; qui, con ogni probabilità raffigurano la «tavola
dei popoli», che rappresenta le razze della terra, formata da
settanta o settantadue popolazioni. Infatti una tradizione vuole che i
Magi fossero settantadue (questo avrebbe fatto felici i venditori di
statuine per i presepi…). Altre interpretazioni riducono il
numero a dodici, altre a quattro (il famoso quarto Re Magio, Artabano,
distribuì il suo dono ai poveri e arrivò a Betlemme a
mani vuote; la Madonna gli dirà, anticipando una frase di
Gesù nel Vangelo secondo Matteo
25, 40: «Ogni volta che avete fatto questo ad uno dei miei
fratelli più piccoli, lo avete fatto a me»). Noi siamo
abituati a pensare a tre Magi semplicemente perché il Vangelo
parla di tre doni, tutto qui. Interessante anche
l’interpretazione popolare che ne vuole uno nero, uno bianco e
uno meticcio, perché si avvicina all’idea che Matteo
voleva comunicare. I popoli della terra sono qui rappresentati in
questo gesto di omaggio al Signore del cielo e della terra: si direbbe
che le persone lontane dai nostri ambienti siano portatrici di alcune
verità e valori, più di quanto non lo possiamo essere
noi. È una teoria presente già nella tradizione della
Chiesa antica, non sempre presa in giusta considerazione.
L’episodio seguente, è altamente drammatico: lo
intitoliamo infatti «la fuga». L’idea della fuga
è decisamente quella più antipatica. La Chiesa ha sempre
digerito male questa «faccenda», soprattutto nei momenti di
«splendore apparente»: «Essi [i Magi] erano appena
partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli
disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in
Egitto, e resta là finché non ti avvertirò,
perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”.
Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella
notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode,
perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore
per mezzo del profeta:
Dall’Egitto ho chiamato il Mio Figlio» (2, 13-15).
La finalità di questo brano sembra soprattutto legata al
possibile parallelo dei «due Giuseppe». Uno è
Giuseppe lo sposo di Maria, l’altro ben più importante
è il figlio di Giacobbe-Israele. Nessuno di noi è
cresciuto in una sinagoga e il nome di Giuseppe non ci dice niente, ma
per i primi Cristiani è stato uno dei registri per presentare il
personaggio di Gesù. I capitoli dal 37 al 50 del Genesi
raccontano la vicenda di Giuseppe, il figlio amato che viene venduto ad
una carovana per invidia dai fratelli e portato in Egitto; là
diventerà il tesoriere del Faraone e salverà,
dall’Egitto, la sua famiglia dalla carestia, oltre ad ottenere la
riconciliazione coi suoi fratelli. Con questa apparente digressione
sottolineiamo il parallelo che viene cercato: Giuseppe va in Egitto con
Gesù ma tornerà con il nutrimento e la pace (questa
interpretazione ha fatto molta fortuna nella tradizione e compare
spesso negli affreschi a partire dall’Alto Medioevo).
L’altra interpretazione è legata alla citazione di Osea:
«Quando Israele era giovinetto, / Io l’ho amato / e
dall’Egitto ho chiamato Mio Figlio. / Ma più li chiamavo,
/ più si allontanavano da Me; / immolavano vittime ai Baal, /
agli idoli bruciavano incensi. / Ad Efraim Io insegnavo a camminare /
tenendolo per mano, / ma essi non compresero / che avevo cura di loro.
/ Io li traevo con legami di bontà, / con vincoli d’amore;
/ ero per loro / come chi solleva un bimbo alla sua guancia; / Mi
chinavo su di lui / per dargli da mangiare» (Osea
11, 1-4). Oltre ad essere un testo commovente, ricorda la liberazione
del popolo per mano di Mosè, e qui sicuramente viene insinuato
un parallelo fra Mosè e Gesù: Giuseppe porta Gesù
in Egitto, ma tornerà di là come un nuovo Mosè e
libererà il suo popolo dalla schiavitù (questa
interpretazione è la più ricalcata dalla tradizione del
Cristianesimo nascente).
L’episodio successivo è la «strage degli
innocenti»: «Erode, accortosi che i Magi si erano presi
gioco di lui, s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i
bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù,
corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi. Allora si
adempì quel che era stato detto per mezzo del profeta Geremia:
Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande;
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata, perché non sono più» (2, 16-18).
Probabilmente i bambini morti furono una ventina in tutto (computo che
si deduce conoscendo il numero classico di un piccolo villaggio come
Betlemme ai tempi di Gesù, visto che ogni sinagoga prevedeva un
numero massimo di abitanti, coincidenti con i posti a sedere per uomini
adulti). Interessante soprattutto la citazione di Geremia, perché è un «classico» del Nuovo Testamento.
Sul testo infatti appare una citazione evidentemente negativa (Rachele
piange…), ma per chi legge, abituato a meditare sulla Scrittura,
si apre tutto un altro contesto che scalda il cuore. Metto qui sotto
alcuni spezzoni di Geremia, per capire come funziona una citazione di questo tipo. I Vangeli sono intessuti di questo modo particolare di citare la Scrittura, che apre prospettive profonde.
«Ti ho amato di amore eterno, / per questo ti conservo ancora
pietà. / Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata, /
[…] e uscirai fra la danza dei festanti. / […]
Poiché dice il Signore: / “Innalzate canti di gioia per
Giacobbe, / esultate per la prima delle Nazioni, / fate udire la vostra
lode e dite: / Il Signore ha salvato il Suo popolo, / un resto di
Israele”. / Ecco, li riconduco dal Paese del Settentrione / e li
raduno all’estremità della terra; / fra di essi sono il
cieco e lo zoppo, / la donna incinta e la partoriente; / ritorneranno
qui in gran folla. / Essi erano partiti nel pianto, / Io li
riporterò tra le consolazioni; / li condurrò a fiumi
d’acqua / per una strada dritta in cui non inciamperanno; /
perché Io sono un Padre per Israele / […] Così
dice il Signore: “Una voce si ode da Rama, / lamento e pianto
amaro: / Rachele piange i suoi figli, / rifiuta d’essere
consolata perché non sono più”. / Dice il Signore:
/ “Trattieni la voce dal pianto, / i tuoi occhi dal versare
lacrime, / perché c’è un compenso per le tue pene;
/ essi torneranno dal Paese nemico”» (Geremia 31, 3-16).
Il capitolo si conclude con l’ultimo sogno di Giuseppe, che
ritorna inaspettatamente a Nazareth (brutto posto, in tutti i sensi):
«Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe
in Egitto e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua
madre e va’ nel Paese d’Israele; perché sono morti
coloro che insidiavano la vita del bambino”. Egli, alzatosi,
prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel Paese
d’Israele. Avendo però saputo che era Re della Giudea
Archelào al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi.
Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea e,
appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata
Nazareth, perché si adempisse ciò che era stato detto dai
profeti: “Sarà chiamato Nazareno”» (2, 19-23).
Oggi, Nazareth è una moderna città di sessantamila
abitanti. Ancora alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, sotto
i portici delle vie e viuzze un numero sorprendente di falegnami
esercitava il proprio mestiere in botteghe e laboratori aperti; qui
venivano fabbricati gioghi di legno per buoi, aratri ed altri arnesi
d’ogni genere, di quelli che si usavano al tempo di Gesù.
Le donne, con le brocche in equilibrio sulla testa, andavano ad
attingere l’acqua da un pozzo ai piedi di una collina, tuttora
esistente, dove scaturisce una piccola sorgente: «Ain
Maryam», «Fonte di Maria», si chiama da tempi
immemorabili questa fonte, l’unica della zona.
Una volta era tutto diverso. L’Evangelista deve difendere questo
tipo di scelta, che non funziona. Nazareth è in Galilea, e
quindi appartiene ad una parte infedele di Israele, legata al
paganesimo, ed è un villaggio insignificante, un mucchio di
casette d’argilla situate a quattrocento metri d’altezza
(un po’ più in su della località attuale),
circondate da boschetti di palme dattilifere, fichi e melograni, da
vigneti e da campi coltivati a grano e orzo; dinanzi ad essa
serpeggiava la strada militare romana proveniente dal Nord attraverso i
monti della Galilea, e pochi chilometri a Sud una pista carovaniera
raggiungeva l’animata via commerciale Damasco-Egitto attraverso
la piana di Jezrael.
Matteo fa i salti mortali e cita la frase «sarà chiamato
Nazir», che non c’entra moltissimo (il Nazireato è
un voto temporaneo che comporta alcune pratiche ascetiche, come non
rasarsi i capelli e la barba). Questo per spiegare ulteriormente quale
debolezza avesse la storia di Gesù, e quale sforzo di
interpretazione abbiano fatto gli Evangelisti, per comporre i Vangeli.
(dicembre 2011)