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La guerra dei Vietcong
Secondo
la testimonianza del giornalista Fernand Gigon, i guerriglieri vietnamiti erano
animati da un forte senso di disciplina, di subordinazione, e da un rigoroso fideismo
di Luciano Atticciati
Il
giornalista franco svizzero Fernand Gigon, autore del resoconto che vi
proponiamo, è un professionista dai molteplici interessi che ha viaggiato
moltissimo in estremo Oriente. Negli anni Sessanta ha realizzato numerosi
reportage sul Vietnam. Secondo la sua testimonianza la
guerra lì combattuta in quel periodo è stata caratterizzata da una notevole
dose di durezza e di violenza, che riguardava sia le indisciplinate armate
regolari sud vietnamite, sia i combattenti comunisti. L’uso della tortura e
delle uccisioni indiscriminate rientravano nei metodi di lotta adoperati, e risultavano frequenti. Di tale situazione ne hanno fatto le
spese i contadini, ai quali i comunisti promisero la distribuzione delle terre,
ma che nei giorni di guerra erano tenuti a servire i combattenti. Per l’autore la vita del contadino in quella terra è sempre più
dura: “I contadini non coltivano più le
terre situate all’interno delle campagne. Per sicurezza, si accontentano di
dissodare pochi iugeri di risaia ai due lati della strada e di vivere in
capanne di fortuna. Al di là comincia il regno dei Vietcong, esposto ai
proiettili, al napalm e ai gas americani. E inoltre
non ci sono più giovani braccia. I comunisti hanno fatto vere razzie fra
ragazze e ragazzi dai 15 ai 30 anni; li hanno portati con sé per farne dei
coolies (manovali), dei coltivatori, dei Dan Cong (portatori) e, se occorre dei
soldati… i mucchi di paddy rappresentano l’imposta che i contadini pagano al
Vietcong”.
Molti
contadini cercano di sfuggire alle imposizioni dei guerriglieri comunisti, chi
può cercando di trovare rifugio nelle grandi città, dove si creano in quegli
anni degli enormi agglomerati di sfollati. Anche fra i
combattenti molti tentano la fuga o si arrendono al nemico. L’esercito di
Saigon e gli americani a volte trattano i prigionieri con durezza e a volte
tentano di ricuperarli: “Le ragioni
addotte dai disertori per spiegare la loro decisione sono in ordine: la
nostalgia per la famiglia, la durezza della vita coi
Vietcong e, ma molto più raramente, dubbi sulla ideologia marxista… I piccoli
disertori, questa povera gente disintossicata dal virus politico, che non
capisce gran che di tutto quello che succede – e sono la stragrande maggioranza
– vengono rimandati al loro villaggio e alle loro risaie ossessionati dalla paura
di una vendetta comunista”.
Nelle
zone tenute saldamente sotto il controllo comunista, la vita si svolge in
maniera non molto diversa da quella dei nord vietnamiti o dai contadini della vicina Cina. La vita è scandita dal lavoro, dalle
sedute di indottrinamento, e molto poco è lasciato
alle aspirazioni ed esigenze personali: “L’amministrazione
funziona sull’esempio delle amministrazioni del Vietnam del Nord. A scuola i
bambini imparano a cantare «Paradiso Rosso» e a recitare la lista delle sette
virtù che trasformano un ragazzino qualunque in un perfetto pioniere dal
fazzoletto rosso. Già a partire da Cantho, sulle strade non c’è quasi più
circolazione. I rari veicoli che passano, camion o autocarri, pagano un’imposta
clandestina ai comunisti. Altrimenti saltano su una
mina… I ribelli dettano legge. Ciascuno ubbidisce a un
tiranno invisibile e potente. Non si tratta di paura né di vigliaccheria, ma
semplicemente di impotenza unita al tipico compromesso
asiatico che fa impazzire un Occidentale”.
Particolarmente
curata dai Vietcong è la propaganda e la preparazione ideologica dei
guerriglieri comunisti. Come al solito nulla è
lasciato al caso, e il materiale propagandistico rinvenuto dà un’idea diversa
di quella che per lungo tempo era ritenuto il guerrigliero vietnamita in
Occidente: “Questa letteratura marxista è
sempre uguale da un angolo all’altro del paese. Si serve di una terminologia
così trita e convenzionale che sembra strano possa
ancora sedurre uno spirito o infiammare un cuore… L’uomo vietcong vive in un
mondo chiuso; per lui, aprire una finestra vuol dire rischiare di essere
accusato di destrismo o di deviazionismo, un peccato grave punibile con la
morte… Uno dei punti deboli del Vietcong è la complessità della sua dialettica e la
sua paura di commettere un errore
ideologico. Il peggiore degli errori che un comunista possa commettere è di
pensare da revisionista o da deviazionista… una sola idea, un solo maestro del
pensiero, una sola fede e un odio per i «nasi lunghi americani» duro quanto l’acciaio”.
Nelle sedute di indottrinamento, che costituiscono
un momento essenziale della formazione dei nuovi membri, la delazione è molto
comune, e non è raro che un compagno venga costretto all’autocritica per motivi
futili, come il fatto di avere una relazione sentimentale non ammessa, o l’uso
di una parola sbagliata o di un lavoro mal svolto. Molto interessante è la
testimonianza resa al giornalista da un capo vietcong che occupava una
posizione intermedia nella gerarchia comunista: “La disciplina che il Comitato Centrale esige da noi è assoluta. Sono
anni e anni che mi inchino, che mi sottometto e lotto
su due fronti: contro gli imperialisti e contro me stesso. Noi del Sud abbiamo
conservato un certo gusto dell’individualismo. E qualcosa di individualistico
è rimasto in fondo al mio spirito, nonostante tanti anni di rigida osservanza
marxista. Nel corso delle discussioni con i compagni capi, questo mi viene spesso rimproverato. E in ogni seduta di auto-critica questa tendenza riappare. Fino ad ora sono
sempre riuscito a dominarla, ma adesso non ne posso più. Se ho disertato proprio dopo la riunione di
aprile sugli altipiani, è stato per questo”.
La
realtà descritta da Gigon è decisamente diversa da
quella ritenuta in Occidente negli anni passati, le formazioni di guerriglieri
non lavoravano per una causa di libertà, e l’idea di diritti umani risultava
del tutto estranea a quel mondo. Il Vietnam nonostante le grandi aspettative suscitate, non era il grande laboratorio di idee
e di programmi politici che molti credevano. Le vicende di quel paese
confermano i limiti dei regimi afroasiatici affermatisi in quel periodo, come
anche di una cultura che nei nostri paesi anteponeva le teorie politiche allo
studio della realtà umana.
- Fernand Gigon, Americani e Vietcong, Milano,
1966