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Esotismo e magia in Apuleio
un interessante spaccato della realtà romana del II secolo, tra gusto
per l'esotismo e tensioni religiose
di Simone Valtorta
Apuleio è un curioso personaggio bilingue,
appassionato di ogni disciplina, retore e avvocato, stilista latino
ricercatissimo, interessato anche a tematiche frivole e futili care ai «secondi
sofisti» (si nota qui l'influenza tarda del neoterismo: elogi del pappagallo,
del fumo e della polvere, della calvizie...). Si percepisce nelle sue opere
tutta l'angoscia esistenziale, soprattutto nella sua orazione auto-apologetica:
il timore della morte, della perdita dell'«io», l'incertezza su ogni cosa; lui
stesso s'interessa di demoni (che nell'antichità pre-cristiana sono divinità
non necessariamente malvagie, possono essere favorevoli o contrarie agli esseri
umani).
Lucio Apuleio nasce nel 125
in Numidia, a Madaura, tra i palmizi africani; studia retorica recandosi presso
la prestigiosa scuola di Cartagine, poi si trasferisce per lunghi anni in
Grecia dove ha agio di dedicarsi alla filosofia platonica (aderisce alla
corrente detta del «medio platonismo»: l'anima è imprigionata nel corpo come in
un carcere, il suo vero destino è risalire alla contemplazione di Dio;
quest'aspirazione è la fonte delle incertezze). In seguito studia le scienze
naturali e le utilizza per fare rituali magici (identifica il microcosmo con il
macrocosmo, vedendo una proiezione in grande della cosa piccola su cui agisce
il mago). Distingue due tipi di magia: bianca (teurgia, cioé operato di Dio) e
nera (goetia, cioé operato dello stregone); è addirittura accusato di essere un
negromante, di far fare delle profezie ai morti. Viaggiando in Asia Minore,
apprende i misteri dionisiaci e di Iside e Osiride che portano alla salvezza
dell'anima dopo la morte. Torna a Madaura per ordine di Iside (dice lui) e
inizia a fare l'avvocato e il filosofo vagante (inserendosi nella diatriba
stoico-cinica; diviene famoso anche come filosofo platonico). Da Madaura si
reca a Roma, dove afferma di dedicarsi allo studio della lingua latina (che
però già conosceva, essendo di nobili origini). Torna a Cartagine, poi si reca
ad Alessandria d'Egitto e a Tripoli; qui va a vivere dall'amico Ponziano e ne
sposa la madre Pudentilla, molto ricca. Viene accusato di essere ricorso alla
magia e di avere assassinato Ponziano; il processo si svolge a Saprata, in
Asia, e quasi certamente - non ci rimangono attestazioni scritte, se non quella
dell'accusato - si conclude con l'assoluzione di Apuleio. Si ritira a Cartagine
(qui morirà verso il 170), dove svolge mestieri onorifici e continua a recitare
orazioni di cui rimangono spezzoni intitolati «Florida» («Antologia» in greco).
Apuleio scrittore si
distingue per il gusto per l'esotismo e le cose meravigliose, per lo stile
brillante e molto ricercato (uno stile fatto di antitesi, parole rare o
neoformate, recuperi di parole arcaiche). L'«Apologia» o «De magia liber» è
un'autodifesa dall'accusa di magia; alcuni sostengono che si tratti del
discorso in propria difesa stilato da Apuleio in occasione del processo di
Saprata; i più fanno notare come recitare l'opera sia troppo lunga rispetto al
tempo che si aveva a disposizione in un tribunale (e che era misurato con una
clessidra: una volta terminata la sabbia, si veniva bloccati, qualsiasi cosa si
avesse ancora da dire): probabilmente l'opera è stata composta alla fine del
processo, quasi per mettere a tacere chi ancora volesse sollevare dei dubbi,
forse approfondendo delle parti effettivamente pronunciate durante il processo.
Notevole anche la sua
produzione scientifica e filosofica: il «De mundo» è la traduzione di un'opera
cosmologica di Aristotele; il «De Deo Socratis» è un'opera di demonologia; il
«De Platone et eius dogmate», in tre libri, è incentrato sulla filosofia di
Platone.
L'opera più famosa di
Apuleio restano comunque le «Metamorfosi» o «Asino d'oro», in 11 libri, scritti
a Cartagine negli anni della maturità e definiti una fabula graecanica; il
nucleo centrale risale a Lucio di Partre, autore di un romanzo in greco in cui i
primi due capitoli parlano della trasformazione di Lucio in un asino (ne
abbiamo dei riassunti), senza novelle e senza aspetti religiosi. La metamorfosi
è il passaggio da forma a forma, generalmente degradante (marchio della
negatività); può però, in rari casi, essere positiva, per esempio passando in
corpo celeste o cometa. Apuleio ama le sovrapposizioni, i salti di stile,
l'incoerenza linguistica; dal punto di vista della lingua, non c'è mai un pezzo
spontaneo, è sempre artificiale, obbedisce ai modi letterari (vi si ritrovano
parole arcaiche, poetiche, influssi dal greco, parole puniche, invenzioni
personali, uso spropositato dei diminutivi, metafore e allegorie usate anche a
scapito della chiarezza logica). Sebbene sia ritenuto semplicemente un
romanzo erotico (molto erotico: c'è anche una scena d'amore tra il protagonista
- già trasformato in asino per aver incautamente ingerito una pozione magica -
e una nobildonna dagli equivoci appetiti sessuali), l'«Asino d'oro» si potrebbe
definire a maggior ragione un'opera fantasy: In effetti, la magia vi gioca un
ruolo fondamentale, con tutto un dispiegamento d'incantesimi, pozioni,
cerimonie religiose e persino un racconto (la favola di Eros e Psiche) che ha
tutti i canoni di una storia alla Walt Disney: La fanciulla bellissima e perciò
odiata dalle due sorelle, il corteggiatore misterioso, l'invidia delle sorelle
che l'allontanano da lui, la «suocera» che la costringe a superare delle prove
(vi riuscirà grazie all'aiuto di animali intelligenti), il ricongiungimento
finale degli amanti; la frase d'incipit: «C'era una volta un re...» è divenuta
proverbiale. L'«Asino d'oro» è un'opera completa e ricca di colpi di scena,
scenette umoristiche, ma anche pervasa da un sottilissimo filo d'inquietudine,
riflesso di un uomo che ha cercato, per tutta la sua vita, risposta alle più
profonde questioni dell'esistenza nei culti misterici del lontano Oriente, pur
rimanendo fedele al culto - non solo puramente formale - per gli dei
«nazionali» dell'Impero Romano!